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Antologia della rivista "Rosso" (1973 - 1979)

BLOG IN COSTRUZIONEApr. 10, 2008

 

 

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Per migliorare la fruibilità del nostro lavoro, mettiamo a disposizione del lettore un’antologia tratta dalla collezione completa di «Rosso», allegata al volume in DVD.

Si tratta d’una selezione, cronologica e ragionata, degli articoli che, secondo la nostra analisi, hanno maggiormente segnato la produzione teorica in rapporto alle diverse fasi politiche, al plastico attraversamento delle categorie, alle cronache di lotta, ai passaggi più critici del conflitto sociale dispiegato negli anni 1973-1979. Se si considera Avete pagato caro non avete pagato tutto non come un testo a sé, bensì come un’introduzione a questa miscellanea telematica, si potrà avere una migliore visione d’insieme, utile a condurre il ragionamento sui binari di un ordinato procedere.

Per questo, abbiamo individuato sette temi-guida corrispondenti ad altrettante sezioni che implementeremo settimanalmente:

 

Al tema Inchiesta e Cronache affidiamo le diverse storie che documentano l’estensione della produzione oltre i cancelli della fabbrica fordista e l’emersione di un altro soggetto antagonista nei comparti della fabbrica diffusa.

 

Autonomia restituisce il controverso processo d’elaborazione di una proposta politica generale, a partire dalla nascita delle prime realtà autonome fino al controverso dibattito sul problema dell’“organizzazione”.

 

Nella sezione intitolata La politica e il potere sono raccolti alcuni dei più efficaci interventi di critica del PCI e del Sindacato, e i materiali che chiariscono i rapporti coi Gruppi.

 

Per l’importanza attribuita alle soluzioni linguistiche e alle opzioni espressive, la sezione Movimenti giovanili e “controcultura” comprende i contribuiti sul nuovo proletariato metropolitano, sulle forme di auto-organizzazione e sull’espressione d’inediti bisogni.

 

Rosso-Internazionale include i contenuti che affrontano i principali argomenti di politica estera, temi su cui la rivista tende a misurarsi con una particolare attenzione per l’area dell’Europa mediterranea.

 

Alla contraddizione espressa dal femminismo, a questa differenza nella differenza, è dedicata la sezione Critica della famiglia e questioni di genere, completata da materiali riferibili all’emersione dell’attivismo omosessuale.

 

Con il termine Forza indichiamo i problemi cruciali legati all’espansione dei bisogni e all’estensione delle pratiche d’insubordinazione. Per troppo tempo, una storiografia neo-inquisitoria ha inchiodato la questione alla rappresentazione, volutamente indistinta, degli atti di violenza. Ben oltre l’inefficace e testimoniale dicotomia violenza-nonviolenza, la forza – tanto quella agita, quanto quella subita – è parte d’un contesto. Ed è al contesto specifico che va riconsegnata come elemento di complessità.

 

Questa proposta è solo una delle possibili piste attraverso l’archivio della rivista di via Disciplini. Si tratta della specifica prospettiva con cui abbiamo ripercorso il cammino compreso tra la fondazione della testata e il putsch «7 Aprile», tra le lotte a Mirafiori e la fondazione delle radio libere, tra le ristrutturazioni in fabbrica e la crisi del movimento. Si tratta di un modo di vedere le cose, relativo e parziale come tutti i punti di vista. L’eventualità di altre letture e la plausibilità d’infinite variazioni non sono in alcun modo inficiate. Alla fine, la ricchezza di «Rosso» e la sua capacità di parlare al presente risiedono proprio in una molteplice eccedenza di toni, contenuti, linguaggi, accessi e linee di fuga, nei cui caleidoscopici risvolti i dettagli si fanno punti di forza e i grandi tracciati della trasformazione si scompongono in mille sentieri.

E allora, a ciascuno la sua strada nella comunanza del percorso.

 

 

 

Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita      

 

 

 

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INCHIESTA E CRONACHEApr. 9, 2008

Dietro le quinte della crisi monetaria (1973)

 

Il blocco alla Mirafiori (1973)

 

I consigli di fabbrica (1973)

 

La riforma universitaria (1973)

 

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia (1974)

 

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico (1974)

 

Territorio: nuova dimensione dell’autonomia operaia (1974)

 

Movimento e carceri (1974)

 

Sette anni di lotta nelle patrie galere (1975)

 

Intervista con un operaio Alfa (1975)

 

La multinazionale Fiat si ristruttura (1975)

 

S. Vittore: la pena e' sempre massima (1975)

 

Queste case non basta occuparle (1975)

 

Questo stato e' malato: che crepi (1975)

 

Per noi e' appropriazione (1975)

 

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi (1975)

 

Rompiamo il ghetto del quartiere (1976)

 

La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro (1977)

 

 

 

 

 

 

 

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Dietro le quinte della crisi monetaria Apr. 9, 2008

Dietro le quinte della crisi monetaria

 

Una lite in famiglia

 

« Il 1973 può essere l’inizio di una nuova era di prolungata e crescente prosperità per gli Stati Uniti. A differenza di quanto è avvenuto in passato, questa era di  prosperità non dipenderà dallo stimolo artificiale della guerra». Sono parole di Nixon in un radiomessaggio alla nazione dopo la recente svalutazione del dollaro.       

Ironia della storia: è toccato proprio a lui – all’uomo che più di ogni altro, più di Eisenower o di Truman, più di Kennedy o di Johnson, ha simbolizzato la fede imbecille nello slogan « meglio morti che rossi» e nella necessità della guerra calda e fredda per salvar la patria dalle orde di Gengis Kahn, è toccato proprio a lui dire ai suoi compaesani che la guerra è stata più uno stimolo  necessario allo sviluppo capitalistico che una « necessità militare ». E l’ha dovuto dire perché questo stimolo non funzionava più. Anzi, incominciava a causare più danni che benefici tanto all’economia quanto al prestigio imperiale.

 

Da più di 30 anni l’economia capitalistica mondiale si è retta su un meccanismo molto semplice. La continua espansione dell’industria bellica ed aerospaziale statunitense forniva sia uno sbocco alla produzione eccedente il consumo e l’investimento produttivo sia un flusso continuo di innovazioni tecnologiche che venivano filtrate secondo le esigenze del Capitale, dall’industria bellica all’industria dei beni di consumo e di investimento.      

Il commercio internazionale diffondeva, sostenendoli e amplificandoli, i benefici di questa espansione agli altri paesi capitalisticamente avanzati. Gli USA fornivano a questi paesi beni a tecnologia avanzata (per lo più mezzi di produzione, oltre agli armamenti) e ricevevano in cambio beni di consumo che gli USA avrebbero potuto produrre solo a costi di molto superiori. Le borghesie degli altri paesi (Europa e Giappone in primo luogo) trovavano così uno sbocco crescente per le loro merci nei mercati statunitensi ed elevavano costantemente il livello tecnologico delle loro combinazioni produttive.

Il potenziale bellico che di pari passo si accumulava aveva poi una sua utilità particolare e immediata: quella di forzare il commercio internazionale su paesi capitalisticamente arretrati che da quel commercio ci smenavano (perché in cambio di preziose materie prime e semilavorate si vedevano rifilati prodotti che, lungi dal favorire, ne impedivano il decollo industriale) e quella di tener fuori dal «giro» nazioni che per ragioni ideologiche o per mero calcolo economico, non volevano entrare nel giro in posizione subalterna (paesi socia-listi veri e fasulli).

Ben meritava la borghesia statunitense la riconoscenza e la fiducia delle sue sorelle minori che da questi traffici ingrassavano a più non posso. Ben volentieri, quindi, queste lasciavano che fosse lei a decidere che cosa, come, quanto e dove si dovesse produrre, investire, consumare.     

Ma che bel castello, ma che bel castello...    

 

Era un castello di carta.         

La sorella maggiore approfittava della fiducia accordatale; in buona fede, intendiamoci, e a sentir lei nell’interesse di tutta la famigliola: ne era testimone papà Capitale. Ma pur sempre ne approfittava. Vedendo le sue sorelle minori ingrassare a più non posso per la semplicissima ragione che combinavano i mezzi di produzione a tecnologia avanzata con forza-lavoro meno pagata, cominciò a far visite sempre più frequenti a casa loro per succhiare anche lei questa linfa vitale. Commercialmente parlando, in cambio dei beni a tecnologia avanzata, cominciò a chiedere non i prodotti delle fabbriche delle sue sorelle ma le fabbriche stesse.

Dapprima nessuno protestò. Solo sorella Francia, maritatasi a tale Charles De Gaulle, ambizioso uomo d’armi, alzò un po’ la voce: disse che andando avanti così la linfa vitale l’avrebbe succhiata solo sorella USA; ma nessuno le diede ascolto: dopo tutto era perfettamente nel diritto di sorella USA richiedere in cambio dei beni che lei forniva i beni che più le accomodavano, fossero questi cravatte giapponesi, scarpe italiane o fabbriche francesi.

A un certo punto le cose cambiarono. Le sorelle minori cresciute abbastanza da potersi fabbricare da sé i beni a tecnologia avanzata, non ne vollero più sapere di vendere le loro fabbriche in cambio di qualche cosa che ritenevano di poter fare in casa (e a costi inferiori). C’è di più; le ingrate incominciarono a pretendere che sorella USA acquistasse i beni a tecnologia avanzata che le loro fabbriche stavano per sfornare.

— Ah sì! E ditemi, di grazia, che cosa volete in cambio di questi beni, visto che volete anche rifilarmi automobili, radio a transistor, ombrelli, scarpe, cravatte e altre giapponeserie e cianfrusaglie di Vigevano e dintorni?

— Ma è ovvio cara sorella! Rivendici le fabbriche che hai comprato da noi qualche anno fa, smetti di comprarne di nuove e se non basta vendici alcune delle fabbriche di casa tua.

— Questo mai, brutte ingrate! È così che mi volete ripagare dopo che per tanti anni vi ho aiutato a crescere, vi ho insegnato a badare a voi stesse...

— Appunto, ci hai insegnato a badare a noi stesse e adesso anche noi vogliamo fare né più né meno quello che tu hai sempre fatto.

Insomma, un canaio! Alla fine ci avrebbe pensato papà Capitale a trovare una soluzione di compromesso che riportasse almeno per un po’ la pace in famiglia. Ma, ahimè, ci sono delle complicazioni.

Com’è noto ogni borghesia si nutre una serpe in seno: il proletariato. Ogni borghesia è costretta a nutrirlo perché è da lui che trae quella famosa linfa vitale (il plusvalore) che tanto le piace e la fa ingrassare. Ma più cresce e invecchia la borghesia, più cresce e si rafforza questo suo figlio degenere; più aumentano le sue pretese e meno disposto diventa a farsi succhiare energia vitale.

Finché ad avere figli forti e pretenziosi eran solo la borghesia statunitense e poche altre le cose si potevan accomodare facilmente: si succhiava talmente tanta linfa dai figli deboli e poco pretenziosi che si poteva tacitare quelli forti con qualche briciola del bottino. Ma con la crescita delle altre borghesie anche i loro figli sono diventati forti e pretenziosi e così il problema si fa più complesso: come sempre quando la torta si fa più piccola, la lotta per beccarsene una fetta più grossa si fa accanita e le soluzioni di compromesso diventano difficili.

Si incomincia a litigare sul trattamento che ciascuna fa ai propri figli: qualcuna viene accusata di viziarli, altre di trattarli troppo severamente. Ogni borghesia ha un atteggiamento ambiguo verso i suoi nipoti. Da un lato sa che quelle sue sorelle che hanno figli forti e pretenziosi hanno meno linfa da succhiare e quindi han meno possibilità di romper le palle invadendo le case altrui con prodotti e capitali. Ma ogni borghesia sa anche che la grandezza della torta che tutte le sorelle insieme hanno da spartire dipende da quanta energia vitale ciascuna di loro riesce a succhiare ai propri figli; non a caso son tutte unite nel voler castigare quei figli più ingrati che tanto pretendono da sembrare intenzionati ad affamare le loro madri. Senza contare che questo sarebbe un pessimo esempio per tutti gli altri figli che potrebbero accorgersi che senza la mamma si vive meglio.

 

Fu così che una sera, papà Capitale, preoccupatissimo che la lite tra le sue figliole finisse col favorire la ribellione dei nipoti («Se questi poi fan fuori le loro madri, s’accorgono che il loro vero nemico sono io!»), spinse davanti alle telecamere un suo tirapiedi, tale Richard Nixon, a dire al mondo intero che era ora di finirla, che il castello di carta andava smantellato e un altro eretto al suo posto.

(«Ma guarda un po’ da che omino insignificante mi tocca farmi rappresentare: fronte bassa, povero di spirito e pure antipatico. Non dico di pretendere un Lorenzo il Magnifico come ai bei tempi della mia giovinezza... Ma almeno un Roosvelt, un Kennedy... Posso anche capire come una delle mie figlie più racchie si sia tirata in casa un gobbo, ma se la mia figlia maggiore, quella che più di ogni altra ha in mano le sorti e il prestigio della famiglia ha dei gusti così deteriori, vuol proprio dire che siamo vicini alla fine»).

«L’epoca della guerra fredda è finita. Ci ha aiutato a tirare avanti altri 30 anni. Adesso non serve più. Ultimamente abbiamo rimediato solo delle magre. A tenere metà dell’umanità nel «giro» controvoglia e tenerne un altro terzo fuori dal «giro» non ce la si fa più. E poi non ci conviene più. La linfa vitale si fa sempre più scarsa: non se ne deve più sprecare neanche una goccia. Dobbiamo usare tutta quella che c’è per estrarne dell’altra, anche dalle orde di Gengis Kahn. Così speriamo di tirare avanti per altri 30 anni. A morte la guerra, viva il Commercio! Buona notte. «L’omino grigio raccoglie mestamente le sue carte pensando alla figura da pirla che ci ha fatto (linfa vitale dalle orde di Gengis Kahn?! E chi mi crede più adesso, dopo che per venti anni ho detto che quelli volevan solo stuprare le nostre donne?) e si affretta a casa a veder Carosello che è già andato in onda.

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci» - anno I - n. 1 - 19 marzo 1973

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I consigli di fabbricaApr. 9, 2008

I consigli di fabbrica

 

Prima di tutto un numero: su un milione e mezzo di lavoratori delle aziende manifatturiere più importanti d’Italia ci sono sessantamila delegati. Sessantamila operai che si interessano della lotta aziendale, del rinnovo dei contratti nazionali e, ogni tanto, della situazione politica. Già basterebbe questo per rendersi conto che i CdF sono la realtà più importante nata dentro il movimento operaio in questi anni di lotta.

Proprio per questo tutti hanno delle idee in proposito:

 

il sindacato: prima (nel ’68) considerava i delegati come coloro che dovevano controllare nelle linee e nei reparti l’andamento della produzione (cadenze, carichi di lavoro etc.).

Nel ’69 e nel ’70, durante e dopo le grandi lotte d’autunno, i riformisti erano preoccupati di perdere il contatto con il movimento, è stato così che hanno intensificato la loro azione perché tutti i delegati e i Consigli si considerassero e fossero considerati le nuove strutture di base del sindacato.

Oggi, la CGIL specialmente è preoccupata di guastarsi gli accordi faticosamente costruiti con le componenti politico-sindacali del futuro centro-sinistra, ed è tutta occupata a garantire le rappresentanze sindacali dentro i Consigli di fabbrica, facendole nominare di fatto dall’apparato esterno. Addio democrazia operaia e democrazia sindacale: quando sono di ostacolo alla politica, quando possono mettere in dubbio la sempre più aperta collaborazione tra riformisti e borghesia, l’avvicinamento tra i vertici delle confederazioni. Allora, della democrazia operaia, non importa più niente a nessuno;

 

il padrone: prima non ne voleva neppure sentir parlare, poi, visto che c’erano, ha pensato bene di riconoscerne qualcuno, ma come «esperto». In questo ultimo periodo voleva prendersi la rivincita regolamentando, cioè inscatolando i Consigli. Ha cambiato idea di nuovo: gli operai e i Consigli sono troppo più forti di lui;

 

la sinistra extraparlamentare: è quella che ne ha dette più di tutti: all’inizio ha detto che erano un bidone sindacale per far accettare sotto sotto la cogestione dello sfruttamento; poi ha corretto il tiro attaccandoli perché «cercavano dl sostituirsi» e di reprimere la spinta dell’intera massa operaia. Dopo molto tempo, nel momento meno propizio di tutti questi anni perché il controllo riformista si è di nuovo consolidato, i gruppi di sinistra hanno scoperto i Consigli e il «lavoro politico» al loro interno, anche se inteso in modo molto ambiguo.

In realtà le cose non sono poi così difficili.

Quella del Consiglio è stata, tutto sommato, un’invenzione organizzativa del movimento dl massa.

Dopo l’autunno in fabbrica si passava dall’assemblea di reparto o di linea, dalla quale partiva il casino, al delegato controllato da queste assemblee, al Consiglio dl Fabbrica.

Perché un delegato per reparto?

Perché gli operai non contestano più solo i bassi salari e gli orari troppo lunghi; gli operai contestano anche l’uso che il padrone vuol fare di loro sottoponendoli a una organizzazione del lavoro rispetto alla quale si sentono del tutto estranei. Partire dal reparto poi vuol dire poter essere a contatto con l’assemblea, con la volontà spontanea degli operai, con le contraddizioni quotidiane che la vita dl fabbrica fa continuamente saltar fuori.

Il Consiglio potrebbe diventare allora lo strumento organizzativo a partire dal quale si rilancia continuamente e unitariamente la lotta all’organizzazione del lavoro.

I riformisti tendono, e ci sono in parte riusciti, a trasformare invece il Consiglio da strumento organizzativo della lotta operaia in organo tecnico competente a contrattare e a determinare in continuazione insieme al padrone tutti gli aspetti della produzione (tempi, carichi dl lavoro, orari, utilizzo degli impianti, ecc.).

Questa battaglia è ancora largamente aperta ed è fondamentale per tutti: dominare o egemonizzare o influenzare l’organizzazione operaia di base modellata sui ciclo produttivo, vuol dire per i riformisti estendere capillarmente il proprio controllo, impedire agli operai, a partire dalle radici, di ritrovarsi come massa organizzata autonomamente dal controllo della borghesia (che è il pericolo più temuto dal padroni perché rappresenta una contrapposizione di fatto all’attuale organizzazione dello Stato, del potere).

Da chi vincerà questa battaglia nei Consigli di Fabbrica e tra i delegati dipenderà se le masse potranno o no conservare, sviluppare ed esprimere in strutture organizzate di movimento i contenuti autonomi delle lotte. Si tratta insomma di un fatto: la capacità di integrazione della borghesia e dei riformisti dovrà rinunciare o no a estendere il suo controllo paralizzante fino alle «cellule elementari» della vita politica del movimento operaio?

Impedire questo disegno è un compito sul quale le avanguardie rivoluzionarie dovranno misurare la loro capacità dl muoversi realmente dentro le esigenze del movimento.

Riportiamo alcuni passi di un documento del Collettivo Politico Operaio dell’Alfa Romeo che chiariscono le funzioni dei CdF e il ruolo delle avanguardie comuniste che in essi operano.

 

Ma di fronte alla spinta che nasceva dalla classe operaia e che si esprimeva anche in obiettivi seri contro l’organizzazione capitalistica del lavoro (egualitarismo, lotta contro i ritmi, i tempi, nocività) la linea revisionista del P.C.I. egemone nel sindacato spostava questi obiettivi portando la spinta della classe operaia a livello di contrattazione col padrone e non di lotta contro il padrone, da obiettivi «contro» il sistema a obiettivi «nel» sistema e rendeva CdF puri organi che dovevano ratificare le direttive dei vertici svuotandoli del loro contenuto politico di organismi di massa per la lotta contro i padroni.

Noi siamo d’accordo con chi dice che i riformisti hanno dato luogo ai CdF sotto la spinta operaia per ingabbiare le lotte autonome e per tenere meglio sotto controllo la base.

Ma è anche vero però che la sinistra rivoluzionaria non ha saputo cogliere l’esigenza che scaturiva dalla classe operaia di partecipare in prima persona alle decisioni sugli obiettivi, forme di lotta ecc.

Il non aver capito fino in fondo che i CdF nascono anche da queste esigenze e che rispondono, in maniera sia pure illusoria, (con i limiti dati loro dal ruolo stesso di ingabbiamento della spontaneità per cui sono stati creati dai riformisti) a questa domanda della classe operaia di contare nelle scelte, crea all’interno di vari organismi della sinistra atteggiamenti scorretti.

Noi lavoriamo nel CdF per sviluppare la capacità delle masse stesse a dirigere la lotta, ad attaccare i progetti riformisti d’integrazione: bisogna cioè saper condurre dentro gli organismi di massa un’azione comunista di egemonia. È per questo che diciamo e sottolineiamo che non siamo organismo alternativo al sindacato e tanto meno al consiglio.

Il consiglio organizza i delegati in quanto operai riconosciuti dalle masse e ha radici nelle masse. Non può un’organizzazione d’avanguardia sostituirsi alle masse o usarle strumentalmente.

Una vera direzione comunista la si misura se sa crescere e svilupparsi con le masse e sa trasferire ad esse la direzione della lotta e non se si vuole sostituire in modo cretino e settario ad esse... A meno che quegli organismi che si dicono di massa non si considerino il sindacato di qualche gruppo politico cervellone di cui loro sono le braccia.

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci» - anno I - numero 4 - 7 maggio 1973

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Il blocco alla MirafioriApr. 9, 2008

Il Blocco alla Mirafiori

da un ciclostilato del Centro di documentazione di Torino

 

Pubblichiamo questo documento perché ci sembra essenziale per capire cosa è avvenuto alla Fiat e cosa significa per la classe operaia italiana.

Il testo è il risultato di registrazioni effettuate il 31 marzo 1973 con operai che sono stati protagonisti della lotta. È stato realizzato dal «Centro di Documentazione di Torino» che lo ha diffuso con un ciclostilato che riproduciamo qui integralmente. I titoletti sono della redazione.

 

L’INIZIO DELLA LOTTA

 

Abbiamo cominciato in tono minore, in un modo inferiore al ’69 con scioperi limitati e anche un numero di ore inferiore al ’69. I sindacati tenevano gli operai per le briglie per non farli andare troppo forte. Si pensava che era una strategia, una tattica per piegare il padrone. Si è andati avanti così, finché si mordeva proprio il freno. Poi ci sono stati quegli episodi in cui si è saltati fuori dalle ore sindacali, cioè si sono aumentate le ore. 

Poi ci sono stati gli scioperi articolati che non sono serviti ad unire gli operai. Si sono cioè divisi settori per settori, fabbriche per fabbriche, lavorazione per lavorazione, senza che la lotta risultasse più incisiva, e in questo modo si frustravano gli operai.

Il corteo, invece, dava uno spazio immenso, dava la possibilità agli operai di incontrarsi, di vedersi, di contarsi; lo sciopero articolato, come veniva fatto, non dava la possibilità di sapere chi scioperava dall’altra parte del muro, se scioperavano, se c’erano i crumiri; non ci legavamo per niente.

Questa cosa è andata avanti per un po’ ed è da notare che quando c’era il Consiglio di fabbrica e tutte le volte che si chiedeva agli operai se questa forma di lotta era giusta o sbagliata, sempre gli operai rispondevano che non era giusta, perché era una lotta che non gli dava nessuna carica di niente.

Se fatti bene gli scioperi articolati avrebbero colpito di più il padrone, ma questo non avveniva; allora gli operai sono tornati ad una lotta che li univa di più.

Intanto gli operai scoprivano tutti gli impedimenti che venivano dalla burocrazia che si ripercuotevano poi nel consiglio di fabbrica.

Nel mese di marzo si voleva andare in corso Marconi, e non ci siamo andati perché c’erano i cordoni sindacali che non ce lo hanno permesso, anche se gli operai gridavano: «Corso Marconi! Corso Marconi!».

Poi c’è stato il tentativo, non riuscito, di andare alla Fiat Motori Avio. Lì trovavano dei pretesti per dire che l’Avio era lontana ed era impossibile arrivarci, si diceva che all’Avio non c’era più nessuno. Il sindacato all’Avio diceva che noi non avevamo voglia di andare, e a noi diceva che all’Avio non c’era più nessuno. Così si scompaginavano le file e questo pesava. Puoi fregare gli operai una volta, ti può passare franca due, tre, quattro volte, poi alla fine anche il più spoliticizzato dice: «Qui mi state prendendo in giro! ».

Si è così arrivati a un punto in cui si facevano scioperi dove c’erano solo le avanguardie che facevano i cortei. Gli operai alla Mirafiori scioperavano compatti, tutti però con un senso di rilassamento. Sembrava che ci fosse una caduta, invece si capiva che c’era qualcosa che non funzionava, che era il modo di portare avanti la lotta che non pagava, non dava sbocchi. Era inutile prendere la parola nelle assemblee, perché passavamo per avventuristi completi... 

 

UN’ASSEMBLEA IMPORTANTE

 

Un giorno è capitata un’assemblea, un’assemblea non di quelle grosse, pubblicitarie, in cui parla il bonzo per tre ore e gli altri dicono tutto in 5 minuti, ma dove gli operai si fermano, salgono sui tavoli e incominciano a parlare. E si è detto che si andava male, si andava contro un muro di silenzio, di sfiducia: bisognava cambiar sistema. Altri compagni cominciano a fare il discorso della pulizia interna, cioè a dire che bisognava cominciare a chiarificare bene chi erano quelli che guidavano gli operai, chi erano i rappresentanti effettivi degli operai. Si parlava di una serie di delegati che non ci sono mai, una serie di delegati che conosciamo. Tanto è vero che si era anche proposto un comitato di lotta che scavalcasse anche il consiglio di fabbrica, che si era burocratizzato, cioè una rivoluzione culturale nei confronti del consiglio di fabbrica. È 5 mesi che lottiamo, ormai sappiamo chi è che ci guida, sappiamo chi sono i compagni di cui ci dobbiamo fidare, sappiamo chi sono i compagni che hanno tirato le lotte, a prescindere e siano delegati o no. Conosciamo un mucchio di gente che non sono delegati e cosa ce ne importa? Sono compagni con cui ci mettiamo d’accordo: «io parto di lì, tu parti di là, lui va a prendere quelli, l’altro parla con quegli altri, ecc…».

Noi non sappiamo chi sono, sono operai che nei 5 mesi di lotta sono alla testa.

Si stringono dei rapporti, immediati, di lotta, politici.

 

« SOTTO STIAMO FACENDO I CORTEI»

 

Abbiamo deciso di cambiare sistema di lotta. Un giorno c’era il consiglio di fabbrica interno e si è proposto di andare tutti al consiglio di fabbrica, per controllarlo, per vedere cosa c’è da cambiare. Si diceva:

«Ci alziamo e buttiamo fuori quelli che non servono» e via dicendo.

Si fa girare la voce per questo, lo si dice a tutti, perché il consiglio di fabbrica alla Mirafiori è una cosa che nessuno più sa che esiste, è una cosa staccata, burocratica: decidono tre ore, due ore, un’ora e nessuno sa perché. Siamo andati e a un certo punto vengono degli operai e dicono: «che cosa fate qua? di sotto gli operai stanno scioperando».

Di sotto gli operai scioperavano: era la rottura, proprio fra quelli che dirigono le lotte e quelli che invece le fanno.

Tanto è vero che poi arrivano altri operai e dicono: «ma cosa fate? Sotto stiamo facendo i cortei».

Dopo un po’ abbiamo sentito un boato enorme, è arrivato il corteo al consiglio. Battevano sui tamburi arrivando tutti incolonnati. Così qualcuno del consiglio ha fatto l’atto di andarsene, dicendo: «adesso ci picchiano».

Alcuni operai del corteo hanno preso la parola e hanno detto «basta» e si capiva che i tempi erano maturi per dare delle indicazioni diverse.

 

SI COMINCIA A PARLARE DI BLOCCO

 

È stato nel corso di un’assemblea durante lo sciopero di giovedì 23 marzo che per la prima volta si comincia a parlare di blocco merci.

Già gli operai dell’OFF. 89 (spedizioni) avevano buttato lì la proposta: «sarebbe bello fare il blocco merci», ma non avevano nessuna forza di farlo, perché l’officina è piccola, dispersa e non tutti scioperavano.

Andando in carrozzeria con gli altri in corteo l’idea ha preso corpo: «sarebbe bellissimo bloccare le merci, cioè la porta carraia (porta 11)».

In carrozzeria il blocco merci è stato accettato da tutti quelli che partecipavano al corteo (si era di pomeriggio, in un refettorio ed è lì che la cosa è stata decisa).

Si prendono dei contatti in tutte le carrozzerie, poi andiamo anche alla meccanica e informiamo i compagni della porta 18 e gli diciamo: «guardate, noi andiamo alla porta 11, troviamoci tutti lì, voi fate il giro di fuori, noi arriviamo da dentro e ci troviamo lì ». Dei compagni avevano già allora accolto la proposta.

Lunedì 26 facciamo il corteo e andiamo verso la 11. Come arriviamo alla 11 vediamo che i compagni della meccanica stavano arrivando da fuori: c’è stato un congiungimento. Abbiamo chiesto la chiave ai sorveglianti che non ce l’hanno data. Allora si è sfondato il cancello, i lucchetti sono saltati a colpi di martello e il cancello ha ceduto, i sorveglianti sono scappati. A questo punto c’è stato un po’ di sbandamento perché una parte voleva andare in carrozzeria a vedere se c’erano dei crumiri, una parte voleva stare li e abbiamo deciso di restare alla 11.

Un compagno prende la parola su un monticello di erbe e di sassi e dà alcune indicazioni e cioè: quelli della carrozzeria bloccano il cancello 11 e zero. Si parla del contratto e c’è un battibecco fra gli operai delle carrozzerie e alcuni delegati delle meccaniche. Gli operai delle carrozzerie dicono: per il contratto 5 livelli come si è deciso a Genova; mentre i delegati delle meccaniche dicono che 8 livelli vanno bene.

Il blocco ai cancelli dura un’ora o poco più, cioè la durata dello sciopero e si vedono già le file dei camion fermi.

Poi si è anche stabilito con gli operai della meccanica che per un giorno noi saremmo andati da loro e il giorno successivo loro sarebbero venuti da noi, per avere sempre un contatto continuo e uno scambio. Infine per la carrozzeria si decide che il luogo di riunione degli operai è il cancello 11: «convochiamoci sempre qua e poi decidiamo cosa bisogna fare». Anche questa è stata una proposta soltanto lanciata, e a volte succede che solo una proposta su mille è quella giusta.

L’indomani (martedì 27) lo sciopero era alle 15,30. Quelli delle carrozzerie avevano già cominciato alle 14,30, perché la FIAT aveva messo «in libertà una parte di operai dopo uno sciopero improvviso. Gli operai che non vanno a casa, vanno al piazzale, così quando gli operai della spedizione escono fuori dall’officina, vedo no che il piazzale è già bloccato. Avevano messo dei bidoni in mezzo alla strada, la lotta aveva preso piede, era sentita. Andiamo in giro coi megafoni e diciamo: «piuttosto che bloccare una strada, andiamo alla 11 dove confluiscono diverse strade e blocchiamo direttamente». Dalla 11 poi si va a bloccare la porta zero e la porta 10, in via Settembrini, che si trova proprio in faccia alla Meccanica. Dalla 10 si partiva poi per andare a fare assemblea alla Meccanica e si ribadiva la forma di lotta che avevamo scelto, si informavano gli operai della meccanica, si diceva che questa lotta cominciava ad andare bene, che gli operai erano soddisfatti di farla.

Così c’era uno scambio continuo e si vedeva che anche in Meccanica c’era un fermento terribile, anche se veniva bloccato dal PCI col discorso di non dare retta agli avventuristi. Il blocco a questi tre cancelli dura tutto il pomeriggio di martedì, fino alle 11.

Quel giorno avevamo deciso di parlare con tutti gli operai, così andiamo nei refettori, passiamo tavolo per tavolo, spiegando la forma di lotta nuova, sentendo cosa dicono tutti. Spiegavamo che c’erano le file di camion ferme, che facendo così bloccavamo tutto e soffocava ma la FIAT. Tutti capivano e si diceva: «facciamo i compagni e adesso, finito di mangiare andiamo a dare il cambio agli altri compagni che stanno bloccando i cancelli». Qualcuno diceva anche di andare avanti tutta la notte. Siamo andati anche ai refettori della Meccanica e tornando vedevamo dei compagni della Meccanica che si cambiavano e ci chiedevano: «dov’è la zero?». Invece di andare a casa andavano alle porte bloccate. Alle 11 ci siamo ritrovati alla porta zero e abbiamo parlato a lungo, con l’impegno di continuare il giorno dopo, magari correggendo il tiro, darsi i cambi con quelli della meccanica alle porte bloccate.

 

IL BLOCCO TOTALE

 

Non c’era ancora l’idea del blocco totale e nessuno pensava ancora che la bomba fosse così grossa. Intanto i sindacati continuavano a diffondere i volantini con due ore di sciopero, come se niente fosse successo. Il mercoledì continua il blocco sulle tre porte e intanto si comincia a parlare di bloccare tutte le porte della Nord. Il giovedì mattina il sindacato ha dichiarato 2 ore di sciopero. Gli operai cominciano, fanno i cortei, e in mattinata tutte e dodici le porte della Mirafiori Nord vengono bloccate. Sono ormai i picchetti il luogo dove si decide, si staccano le biciclette dalle rastrelliere e ci si tiene in contatto in questo modo, si organizzano le staffette tra un cancello e l’altro. L’organizzazione è nata da compagni che non si conoscevano, cioè si riconoscevano soltanto perché si sono sempre visti nella lotta. E ognuno si è preso la sua responsabilità, chi si è preso una porta, chi se ne è presa un’altra. Le staffette arrivavano e chiedevano: «Voi andate bene a gente? Ne volete di più? Vi manca qualcuno? Lo facciamo venire». E il cambio funzionava anche quando si doveva andare a mangiare, si facevano dei turni.

All’inizio il punto di llnente per gli operai è il cancello 11 e poi la porta zero e la 10.

Al secondo turno di giovedì la situazione è ancora migliore e si rifanno i picchetti. Impiegati, dirigenti della Mirafiori Nord e Palazzina, restano fuori dai cancelli. Il sindacato, il PCI e anche diversi delegati brillano per la propria assenza, sono spariti, emarginati dalla piega che ha preso la lotta. Facendo i giri nei refettori avevamo trovato due o tre di questi delegati che giocavano alle carte. Abbiamo deciso un’assemblea per le 5, e l’abbiamo detto apertamente di fare una pulizia radicale, ribadendo il concetto di smetterla con queste forme di impostura, di gente che conta soltanto nei consigli per alzare il dito e per far spostare l’asse della situazione in un senso che non c’entra per niente con la direzione che vogliono prendere gli operai. Ne abbiamo trovati in refettorio a giocare a carte, quindi quelli non contano, quelli sono da prendere a calci. 

È nata un’organizzazione autonoma e si è parlato nell’assemblea: «Mettiamoci d’accordo, ci vogliono compagni responsabili della porta, che siano rappresentativi della porta, non ci interessa se sono delegati o che non lo siano. Però che siano qualcuno e che gli operai facciano riferimento a loro. Ma nei picchetti, davanti alle porte, siamo tutti uguali, ci sono delle cose da fare e allora ci sono dei responsabili. Per esempio, telefoniamo alla porta 9 e risponde il guardione e diciamo: «Mi dia uno del picchetto»; il guardione fa: «Uno del picchetto» e viene il responsabile. Salta fuori così, perché è lui. Gli operai dicono: «Ooh, va un po’ a rispondere». Si sono creati di fatto i responsabili, non è stato un fatto burocratico, come quando ci sono le elezioni e si creano i responsabili. Generalmente per le comunicazioni si è in due, uno in bicicletta va a fare i giri e l’altro risponde al telefono. Ma non è il fatto che gli operai hanno delegato tutto ai primi della classe, è lui, parla al telefono meglio di noi, però lo sappiamo tutti quello che dice e come sono le cose. E allora abbiamo deciso che cosa bisognava fare, se bisognava tenere tutti dentro, se bisognava lasciar uscire le donne, se bisognava mandare fuori i capi.

Intanto i guardioni venivano trasformati in centralinisti e rispondevano a tutte le richieste: in fabbrica funzionano soltanto i servizi operai, compresa la mensa e il caffè. Alla porta 11 un gruppo di operai ferma il traffico e inizia una raccolta di fondi: nel giro di un’ora vengono raccolte 45.000 lire. Episodi di questo tipo si moltiplicano poi davanti ad altri cancelli.

 

AUTONOMIA OPERAIA E RIFORMISMO

 

Giovedì si era anche proposto di fare una conferenza stampa per prendere di petto la situazione, (ma era troppo tardi) per far capire che la situazione è in mano agli operai. L’Unità, sabato, scrive che la situazione è in mano al sindacato; ora bisogna dire chiaro che il sindacato con questa lotta non c’entra per niente. Il PCI ha cercato di infilare qualcuno in due o tre porte, però è emarginato dl fatto. Viene a dire: «Bisognerebbe aprire» e subito c’è un operaio che dice: «Se apri la porta, ti spacco il muso».

Alla sera alle 9 si fa un’assemblea alla porta zero e si dice: «Cosa si fa?» «Si continua». Non c’è stata nemmeno una esitazione ed è da notare che brillava nuovamente l’assenza del PCI. C’erano, ma in un angolo. Restavano passivi e aspettavano il momento di recuperare.

Anche in Meccanica la situazione comincia a cambiare. Per giovedì sono dichiarate 3 ore di sciopero, gli operai decidono di prolungarlo fino alla fine del turno.

Dalle Carrozzerie andiamo al cancello della 18; qui gli operai fanno salire su un bidone un compagno delle Carrozzerie per spiegare la situazione delle Carrozzerie. Perché in Meccanica i responsabili sindacali dicevano agli operai: «In Carrozzeria gli operai fanno casino, vogliamo fare anche noi casino come là?». Ma fra noi e la Meccanica ci divide solo una strada, una strada che

è stata tante volte attraversata dagli operai in questi giorni. Abbiamo chiesto un megafono per parlare e non ce l’hanno dato, per questo abbiamo dovuto sgolarci. Alla proposta di estendere il blocco anche alla Meccanica i responsabili sindacali della Meccanica dicevano: «Siete pazzi? Se facciamo il blocco domani, domani non ci pagano» (venerdì 30 è giorno di busta paga). La risposta degli operai delle Carrozzerie a questa domanda c’era già stata: domani si tengono fuori tutti gli impiegati tranne quelli della manodopera e poi vediamo se la Fiat non paga.

Tuttavia in Meccanica, anche se gli operai avevano deciso di continuare lo sciopero fino alle 11, i sindacati lo vogliono impedire. Ci sono scontri e si arriva anche alle vie di fatto per fare lavorare gli operai e per tenere la frana che scappava di mano. Giovedì sera in diverse officine della Meccanica si riprende il lavoro, mentre una parte di operai esce ed un gruppo ritorna davanti al cancello 11. Qui si fa la riunione. All’indomani esplode anche la Meccanica e nessuno più riesce a fermarla.

Venerdì mattina le porte della Mirafiori Nord vengono occupate pochi minuti dopo che gli operai sono entrati. Il tempo di cambiarsi, di rientrare e di andare alle rispettive porte: i cancelli vengono chiusi, la palazzina è bloccata. I picchetti hanno deciso: per entrare ci vuole il tesserino Fiat, il picchetto controlla; non entrano elementi non desiderati, gli impiegati, tranne gli addetti alle paghe, tutti i dirigenti, mentre vengono fatti entrare i lavoratori del servizio mensa. Questo controllo funziona alla perfezione.

(La sera precedente la Fiat aveva comunicato che non assicurava il pagamento della busta; ma già ne «La Stampa» di venerdì mattina aveva cambiato idea).

Intanto il blocco si è esteso venerdì all’inizio del turno a tutta la Mirafiori Sud, dove i primi cancelli ad essere chiusi sono quelli delle presse: 15, 16, 17.

È da notare che per venerdì le organizzazioni sindacali ed il consiglio di fabbrica hanno dichiarato 4 ore di sciopero, aggiungendo che per la Carrozzeria lo sciopero è alternato fra macchine piccole e macchine grosse in modo che il blocco si può realizzare. Per la Meccanica non si parla di blocco. Quando in Meccanica si iniziano le 4 ore, gli operai fanno il corteo, prima all’interno e poi all’esterno, fanno il giro completo della Mirafiori Nord passando davanti ai picchetti, ai cancelli con le bandiere rosse. Tornati indietro, decidono in assemblea di prolungare lo sciopero e di bloccare i cancelli. Di conseguenza tutti i cancelli della Mirafiori vengono chiusi. Al secondo turno il blocco è totale.

Ogni ora che passa si prendono delle decisioni nuove nei picchetti: ad esempio venerdì si decide che tutte le bibite possono entrare in fabbrica, tranne il vino, per non lasciare pretesti a nessuno.

Nei confronti degli esterni ai cancelli il punto di vista dei picchetti è omogeneo: niente fotografie, niente registrazioni, questa lotta si informa da sola. Gli esterni valgono come appoggio subalterno, in molti casi utile e apprezzato dagli operai e niente di più. Giovedì e venerdì non ci sono ai cancelli né i dirigenti sindacali, né i parlamentari: in questa occasione non ci sono. Ma intanto gli operai si sentono autosufficienti. Per gli operai la cosa non è grossa, non la sentono per niente grossa.

 

OCCUPARE MIRAFIORI NON È IMPOSSIBILE

Se andiamo indietro nel ’68-’69 e in quel periodo avessimo proposto di occupare Mirafiori, si sarebbe detto: «è impossibile, c’è un mare di porte (32)». Stavolta, si è occupato invece in un modo che sembrava quasi un gioco da bambini. C’erano dei compagni che dicevano: «restiamo tutta la notte». Noi non abbiamo mai detto no e siamo restati anche fino all’una, ma in realtà l’opinione degli operai ai picchetti era molto pratica, cioè di bloccare quando c’è la produzione e quando non c’è andare a letto e riposarsi per riprendere il giorno dopo. A volte da una porta dopo le 11 ci telefonavano e ci dicevano: «noi siamo solo in tre, voi cosa fate?». Noi dicevamo: «venite da noi»; e così si andava avanti finché c’era gente che voleva restare. Noi non dicevamo però: «alle 11 andate via»; perché, sempre per il problema del legame ombelicale di molti operai coi funzionari sindacali, telefonavano in lega e in lega dicevano: «andate via». Noi non dicevamo le stesse cose della lega. Siano quindi loro a dare indicazione di andare via, non noi dei picchetti. In tutti questi fatti loro sono stati persone non in causa e quando qualcuno di loro si faceva vedere, gli operai dicevano: questa lotta è nostra e voi non ci siete. Ci dicevate che noi con questa lotta avremmo spompato tutti, noi spompiamo voi.

Pensate che venerdì c’erano degli operai che dicevano: se non ci danno i soldi, non li prendiamo, li prendiamo poi lunedì e in questi due giorni ci aggiustiamo. E allora chi piega questa lotta?

 

COSA DEVE ESSERE IL CDF

 

Questa è fiducia che gli operai hanno in se stessi. Noi vogliamo far vedere chiaro che rappresentanti di operai, delegati, si diventa attraverso la trafila della lotta, non si arriva per una serie di raggiri politici e giochetti di sezione o di lega, che ti fanno delegato nella tale officina. Devi arrivare delegato quando ti sei fatto il culo, allora gli operai ti chiedono: cosa faccio? anche se non sei delegato. Sono venuti fuori perciò degli operai che dicevano: «al prossimo consiglio interno della Mirafiori, andiamo là in 300, quelli che siamo qui che facciamo le lotte e poi: tu, tu, tu e tu, fuori dalle palle; tu, tu, tu e tu, rimettiti lì. Via quelli che non ci sono. Dobbiamo cambiare questa direzione delle lotte che poi non è direzione per niente. Perché non ci sono io che do gli ordini e tu che dai gli ordini, sono gli operai autonomamente che decidono e se c’è qualcuno di noi che dirige a questo punto è bene accetto, perché siamo noi, gli operai, che portiamo avanti l’azione».

Ci siamo detti: perché non ci abbiamo pensato prima e siamo andati avanti così in questi 5 mesi? Però siamo ancora in tempo: i padroni stanno battendo la testa contro il muro. Con la FIAT bloccata il potere temporale del padrone d’Italia viene scosso.

 

(registrazioni effettuate sabato 31 marzo 1973)

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci - anno I - n. 3 - 16 aprile 1973

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