BLOG IN COSTRUZIONE

 

 

                       Vai al libro » 

 

 

Per migliorare la fruibilità del nostro lavoro, mettiamo a disposizione del lettore un’antologia tratta dalla collezione completa di «Rosso», allegata al volume in DVD.

Si tratta d’una selezione, cronologica e ragionata, degli articoli che, secondo la nostra analisi, hanno maggiormente segnato la produzione teorica in rapporto alle diverse fasi politiche, al plastico attraversamento delle categorie, alle cronache di lotta, ai passaggi più critici del conflitto sociale dispiegato negli anni 1973-1979. Se si considera Avete pagato caro non avete pagato tutto non come un testo a sé, bensì come un’introduzione a questa miscellanea telematica, si potrà avere una migliore visione d’insieme, utile a condurre il ragionamento sui binari di un ordinato procedere.

Per questo, abbiamo individuato sette temi-guida corrispondenti ad altrettante sezioni che implementeremo settimanalmente:

 

Al tema Inchiesta e Cronache affidiamo le diverse storie che documentano l’estensione della produzione oltre i cancelli della fabbrica fordista e l’emersione di un altro soggetto antagonista nei comparti della fabbrica diffusa.

 

Autonomia restituisce il controverso processo d’elaborazione di una proposta politica generale, a partire dalla nascita delle prime realtà autonome fino al controverso dibattito sul problema dell”’organizzazione”.

 

Nella sezione intitolata La politica e il potere sono raccolti alcuni dei più efficaci interventi di critica del PCI e del Sindacato, e i materiali che chiariscono i rapporti coi Gruppi.

 

Per l’importanza attribuita alle soluzioni linguistiche e alle opzioni espressive, la sezione Movimenti giovanili e ”controcultura” comprende i contribuiti sul nuovo proletariato metropolitano, sulle forme di auto-organizzazione e sull’espressione d’inediti bisogni.

 

Rosso-Internazionale include i contenuti che affrontano i principali argomenti di politica estera, temi su cui la rivista tende a misurarsi con una particolare attenzione per l’area dell’Europa mediterranea.

 

Alla contraddizione espressa dal femminismo, a questa differenza nella differenza, è dedicata la sezione Critica della famiglia e questioni di genere, completata da materiali riferibili all’emersione dell’attivismo omosessuale.

 

Con il termine Forza indichiamo i problemi cruciali legati all’espansione dei bisogni e all’estensione delle pratiche d’insubordinazione. Per troppo tempo, una storiografia neo-inquisitoria ha inchiodato la questione alla rappresentazione, volutamente indistinta, degli atti di violenza. Ben oltre l’inefficace e testimoniale dicotomia violenza-nonviolenza, la forza – tanto quella agita, quanto quella subita – è parte d’un contesto. Ed è al contesto specifico che va riconsegnata come elemento di complessità.

 

Questa proposta è solo una delle possibili piste attraverso l’archivio della rivista di via Disciplini. Si tratta della specifica prospettiva con cui abbiamo ripercorso il cammino compreso tra la fondazione della testata e il putsch «7 Aprile», tra le lotte a Mirafiori e la fondazione delle radio libere, tra le ristrutturazioni in fabbrica e la crisi del movimento. Si tratta di un modo di vedere le cose, relativo e parziale come tutti i punti di vista. L’eventualità di altre letture e la plausibilità d’infinite variazioni non sono in alcun modo inficiate. Alla fine, la ricchezza di «Rosso» e la sua capacità di parlare al presente risiedono proprio in una molteplice eccedenza di toni, contenuti, linguaggi, accessi e linee di fuga, nei cui caleidoscopici risvolti i dettagli si fanno punti di forza e i grandi tracciati della trasformazione si scompongono in mille sentieri.

E allora, a ciascuno la sua strada nella comunanza del percorso.

 

 

 

Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita      

 

 

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

INCHIESTA E CRONACHE

Dietro le quinte della crisi monetaria (1973)

 

Il blocco alla Mirafiori (1973)

 

I consigli di fabbrica (1973)

 

La riforma universitaria (1973)

 

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia (1974)

 

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico (1974)

 

Territorio: nuova dimensione dell’autonomia operaia (1974)

 

Movimento e carceri (1974)

 

Sette anni di lotta nelle patrie galere (1975)

 

Intervista con un operaio Alfa (1975)

 

La multinazionale Fiat si ristruttura (1975)

 

S. Vittore: la pena e’ sempre massima (1975)

 

Queste case non basta occuparle (1975)

 

Questo stato e’ malato: che crepi (1975)

 

Per noi e’ appropriazione (1975)

 

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi (1975)

 

Rompiamo il ghetto del quartiere (1976)

 

La pace sociale non passa a Mirafiori, alla Stura, alla Materferro (1977)

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Dietro le quinte della crisi monetaria

Dietro le quinte della crisi monetaria

 

Una lite in famiglia

 

« Il 1973 può essere l’inizio di una nuova era di prolungata e crescente prosperità per gli Stati Uniti. A differenza di quanto è avvenuto in passato, questa era di  prosperità non dipenderà dallo stimolo artificiale della guerra». Sono parole di Nixon in un radiomessaggio alla nazione dopo la recente svalutazione del dollaro.       

Ironia della storia: è toccato proprio a lui – all’uomo che più di ogni altro, più di Eisenower o di Truman, più di Kennedy o di Johnson, ha simbolizzato la fede imbecille nello slogan « meglio morti che rossi» e nella necessità della guerra calda e fredda per salvar la patria dalle orde di Gengis Kahn, è toccato proprio a lui dire ai suoi compaesani che la guerra è stata più uno stimolo  necessario allo sviluppo capitalistico che una « necessità militare ». E l’ha dovuto dire perché questo stimolo non funzionava più. Anzi, incominciava a causare più danni che benefici tanto all’economia quanto al prestigio imperiale.

 

Da più di 30 anni l’economia capitalistica mondiale si è retta su un meccanismo molto semplice. La continua espansione dell’industria bellica ed aerospaziale statunitense forniva sia uno sbocco alla produzione eccedente il consumo e l’investimento produttivo sia un flusso continuo di innovazioni tecnologiche che venivano filtrate secondo le esigenze del Capitale, dall’industria bellica all’industria dei beni di consumo e di investimento.      

Il commercio internazionale diffondeva, sostenendoli e amplificandoli, i benefici di questa espansione agli altri paesi capitalisticamente avanzati. Gli USA fornivano a questi paesi beni a tecnologia avanzata (per lo più mezzi di produzione, oltre agli armamenti) e ricevevano in cambio beni di consumo che gli USA avrebbero potuto produrre solo a costi di molto superiori. Le borghesie degli altri paesi (Europa e Giappone in primo luogo) trovavano così uno sbocco crescente per le loro merci nei mercati statunitensi ed elevavano costantemente il livello tecnologico delle loro combinazioni produttive.

Il potenziale bellico che di pari passo si accumulava aveva poi una sua utilità particolare e immediata: quella di forzare il commercio internazionale su paesi capitalisticamente arretrati che da quel commercio ci smenavano (perché in cambio di preziose materie prime e semilavorate si vedevano rifilati prodotti che, lungi dal favorire, ne impedivano il decollo industriale) e quella di tener fuori dal «giro» nazioni che per ragioni ideologiche o per mero calcolo economico, non volevano entrare nel giro in posizione subalterna (paesi socia-listi veri e fasulli).

Ben meritava la borghesia statunitense la riconoscenza e la fiducia delle sue sorelle minori che da questi traffici ingrassavano a più non posso. Ben volentieri, quindi, queste lasciavano che fosse lei a decidere che cosa, come, quanto e dove si dovesse produrre, investire, consumare.     

Ma che bel castello, ma che bel castello…    

 

Era un castello di carta.         

La sorella maggiore approfittava della fiducia accordatale; in buona fede, intendiamoci, e a sentir lei nell’interesse di tutta la famigliola: ne era testimone papà Capitale. Ma pur sempre ne approfittava. Vedendo le sue sorelle minori ingrassare a più non posso per la semplicissima ragione che combinavano i mezzi di produzione a tecnologia avanzata con forza-lavoro meno pagata, cominciò a far visite sempre più frequenti a casa loro per succhiare anche lei questa linfa vitale. Commercialmente parlando, in cambio dei beni a tecnologia avanzata, cominciò a chiedere non i prodotti delle fabbriche delle sue sorelle ma le fabbriche stesse.

Dapprima nessuno protestò. Solo sorella Francia, maritatasi a tale Charles De Gaulle, ambizioso uomo d’armi, alzò un po’ la voce: disse che andando avanti così la linfa vitale l’avrebbe succhiata solo sorella USA; ma nessuno le diede ascolto: dopo tutto era perfettamente nel diritto di sorella USA richiedere in cambio dei beni che lei forniva i beni che più le accomodavano, fossero questi cravatte giapponesi, scarpe italiane o fabbriche francesi.

A un certo punto le cose cambiarono. Le sorelle minori cresciute abbastanza da potersi fabbricare da sé i beni a tecnologia avanzata, non ne vollero più sapere di vendere le loro fabbriche in cambio di qualche cosa che ritenevano di poter fare in casa (e a costi inferiori). C’è di più; le ingrate incominciarono a pretendere che sorella USA acquistasse i beni a tecnologia avanzata che le loro fabbriche stavano per sfornare.

— Ah sì! E ditemi, di grazia, che cosa volete in cambio di questi beni, visto che volete anche rifilarmi automobili, radio a transistor, ombrelli, scarpe, cravatte e altre giapponeserie e cianfrusaglie di Vigevano e dintorni?

— Ma è ovvio cara sorella! Rivendici le fabbriche che hai comprato da noi qualche anno fa, smetti di comprarne di nuove e se non basta vendici alcune delle fabbriche di casa tua.

— Questo mai, brutte ingrate! È così che mi volete ripagare dopo che per tanti anni vi ho aiutato a crescere, vi ho insegnato a badare a voi stesse…

— Appunto, ci hai insegnato a badare a noi stesse e adesso anche noi vogliamo fare né più né meno quello che tu hai sempre fatto.

Insomma, un canaio! Alla fine ci avrebbe pensato papà Capitale a trovare una soluzione di compromesso che riportasse almeno per un po’ la pace in famiglia. Ma, ahimè, ci sono delle complicazioni.

Com’è noto ogni borghesia si nutre una serpe in seno: il proletariato. Ogni borghesia è costretta a nutrirlo perché è da lui che trae quella famosa linfa vitale (il plusvalore) che tanto le piace e la fa ingrassare. Ma più cresce e invecchia la borghesia, più cresce e si rafforza questo suo figlio degenere; più aumentano le sue pretese e meno disposto diventa a farsi succhiare energia vitale.

Finché ad avere figli forti e pretenziosi eran solo la borghesia statunitense e poche altre le cose si potevan accomodare facilmente: si succhiava talmente tanta linfa dai figli deboli e poco pretenziosi che si poteva tacitare quelli forti con qualche briciola del bottino. Ma con la crescita delle altre borghesie anche i loro figli sono diventati forti e pretenziosi e così il problema si fa più complesso: come sempre quando la torta si fa più piccola, la lotta per beccarsene una fetta più grossa si fa accanita e le soluzioni di compromesso diventano difficili.

Si incomincia a litigare sul trattamento che ciascuna fa ai propri figli: qualcuna viene accusata di viziarli, altre di trattarli troppo severamente. Ogni borghesia ha un atteggiamento ambiguo verso i suoi nipoti. Da un lato sa che quelle sue sorelle che hanno figli forti e pretenziosi hanno meno linfa da succhiare e quindi han meno possibilità di romper le palle invadendo le case altrui con prodotti e capitali. Ma ogni borghesia sa anche che la grandezza della torta che tutte le sorelle insieme hanno da spartire dipende da quanta energia vitale ciascuna di loro riesce a succhiare ai propri figli; non a caso son tutte unite nel voler castigare quei figli più ingrati che tanto pretendono da sembrare intenzionati ad affamare le loro madri. Senza contare che questo sarebbe un pessimo esempio per tutti gli altri figli che potrebbero accorgersi che senza la mamma si vive meglio.

 

Fu così che una sera, papà Capitale, preoccupatissimo che la lite tra le sue figliole finisse col favorire la ribellione dei nipoti («Se questi poi fan fuori le loro madri, s’accorgono che il loro vero nemico sono io!»), spinse davanti alle telecamere un suo tirapiedi, tale Richard Nixon, a dire al mondo intero che era ora di finirla, che il castello di carta andava smantellato e un altro eretto al suo posto.

(«Ma guarda un po’ da che omino insignificante mi tocca farmi rappresentare: fronte bassa, povero di spirito e pure antipatico. Non dico di pretendere un Lorenzo il Magnifico come ai bei tempi della mia giovinezza… Ma almeno un Roosvelt, un Kennedy… Posso anche capire come una delle mie figlie più racchie si sia tirata in casa un gobbo, ma se la mia figlia maggiore, quella che più di ogni altra ha in mano le sorti e il prestigio della famiglia ha dei gusti così deteriori, vuol proprio dire che siamo vicini alla fine»).

«L’epoca della guerra fredda è finita. Ci ha aiutato a tirare avanti altri 30 anni. Adesso non serve più. Ultimamente abbiamo rimediato solo delle magre. A tenere metà dell’umanità nel «giro» controvoglia e tenerne un altro terzo fuori dal «giro» non ce la si fa più. E poi non ci conviene più. La linfa vitale si fa sempre più scarsa: non se ne deve più sprecare neanche una goccia. Dobbiamo usare tutta quella che c’è per estrarne dell’altra, anche dalle orde di Gengis Kahn. Così speriamo di tirare avanti per altri 30 anni. A morte la guerra, viva il Commercio! Buona notte. «L’omino grigio raccoglie mestamente le sue carte pensando alla figura da pirla che ci ha fatto (linfa vitale dalle orde di Gengis Kahn?! E chi mi crede più adesso, dopo che per venti anni ho detto che quelli volevan solo stuprare le nostre donne?) e si affretta a casa a veder Carosello che è già andato in onda.

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci» – anno I – n. 1 – 19 marzo 1973

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

I consigli di fabbrica

I consigli di fabbrica

 

Prima di tutto un numero: su un milione e mezzo di lavoratori delle aziende manifatturiere più importanti d’Italia ci sono sessantamila delegati. Sessantamila operai che si interessano della lotta aziendale, del rinnovo dei contratti nazionali e, ogni tanto, della situazione politica. Già basterebbe questo per rendersi conto che i CdF sono la realtà più importante nata dentro il movimento operaio in questi anni di lotta.

Proprio per questo tutti hanno delle idee in proposito:

 

il sindacato: prima (nel ’68) considerava i delegati come coloro che dovevano controllare nelle linee e nei reparti l’andamento della produzione (cadenze, carichi di lavoro etc.).

Nel ’69 e nel ’70, durante e dopo le grandi lotte d’autunno, i riformisti erano preoccupati di perdere il contatto con il movimento, è stato così che hanno intensificato la loro azione perché tutti i delegati e i Consigli si considerassero e fossero considerati le nuove strutture di base del sindacato.

Oggi, la CGIL specialmente è preoccupata di guastarsi gli accordi faticosamente costruiti con le componenti politico-sindacali del futuro centro-sinistra, ed è tutta occupata a garantire le rappresentanze sindacali dentro i Consigli di fabbrica, facendole nominare di fatto dall’apparato esterno. Addio democrazia operaia e democrazia sindacale: quando sono di ostacolo alla politica, quando possono mettere in dubbio la sempre più aperta collaborazione tra riformisti e borghesia, l’avvicinamento tra i vertici delle confederazioni. Allora, della democrazia operaia, non importa più niente a nessuno;

 

il padrone: prima non ne voleva neppure sentir parlare, poi, visto che c’erano, ha pensato bene di riconoscerne qualcuno, ma come «esperto». In questo ultimo periodo voleva prendersi la rivincita regolamentando, cioè inscatolando i Consigli. Ha cambiato idea di nuovo: gli operai e i Consigli sono troppo più forti di lui;

 

la sinistra extraparlamentare: è quella che ne ha dette più di tutti: all’inizio ha detto che erano un bidone sindacale per far accettare sotto sotto la cogestione dello sfruttamento; poi ha corretto il tiro attaccandoli perché «cercavano dl sostituirsi» e di reprimere la spinta dell’intera massa operaia. Dopo molto tempo, nel momento meno propizio di tutti questi anni perché il controllo riformista si è di nuovo consolidato, i gruppi di sinistra hanno scoperto i Consigli e il «lavoro politico» al loro interno, anche se inteso in modo molto ambiguo.

In realtà le cose non sono poi così difficili.

Quella del Consiglio è stata, tutto sommato, un’invenzione organizzativa del movimento dl massa.

Dopo l’autunno in fabbrica si passava dall’assemblea di reparto o di linea, dalla quale partiva il casino, al delegato controllato da queste assemblee, al Consiglio dl Fabbrica.

Perché un delegato per reparto?

Perché gli operai non contestano più solo i bassi salari e gli orari troppo lunghi; gli operai contestano anche l’uso che il padrone vuol fare di loro sottoponendoli a una organizzazione del lavoro rispetto alla quale si sentono del tutto estranei. Partire dal reparto poi vuol dire poter essere a contatto con l’assemblea, con la volontà spontanea degli operai, con le contraddizioni quotidiane che la vita dl fabbrica fa continuamente saltar fuori.

Il Consiglio potrebbe diventare allora lo strumento organizzativo a partire dal quale si rilancia continuamente e unitariamente la lotta all’organizzazione del lavoro.

I riformisti tendono, e ci sono in parte riusciti, a trasformare invece il Consiglio da strumento organizzativo della lotta operaia in organo tecnico competente a contrattare e a determinare in continuazione insieme al padrone tutti gli aspetti della produzione (tempi, carichi dl lavoro, orari, utilizzo degli impianti, ecc.).

Questa battaglia è ancora largamente aperta ed è fondamentale per tutti: dominare o egemonizzare o influenzare l’organizzazione operaia di base modellata sui ciclo produttivo, vuol dire per i riformisti estendere capillarmente il proprio controllo, impedire agli operai, a partire dalle radici, di ritrovarsi come massa organizzata autonomamente dal controllo della borghesia (che è il pericolo più temuto dal padroni perché rappresenta una contrapposizione di fatto all’attuale organizzazione dello Stato, del potere).

Da chi vincerà questa battaglia nei Consigli di Fabbrica e tra i delegati dipenderà se le masse potranno o no conservare, sviluppare ed esprimere in strutture organizzate di movimento i contenuti autonomi delle lotte. Si tratta insomma di un fatto: la capacità di integrazione della borghesia e dei riformisti dovrà rinunciare o no a estendere il suo controllo paralizzante fino alle «cellule elementari» della vita politica del movimento operaio?

Impedire questo disegno è un compito sul quale le avanguardie rivoluzionarie dovranno misurare la loro capacità dl muoversi realmente dentro le esigenze del movimento.

Riportiamo alcuni passi di un documento del Collettivo Politico Operaio dell’Alfa Romeo che chiariscono le funzioni dei CdF e il ruolo delle avanguardie comuniste che in essi operano.

 

Ma di fronte alla spinta che nasceva dalla classe operaia e che si esprimeva anche in obiettivi seri contro l’organizzazione capitalistica del lavoro (egualitarismo, lotta contro i ritmi, i tempi, nocività) la linea revisionista del P.C.I. egemone nel sindacato spostava questi obiettivi portando la spinta della classe operaia a livello di contrattazione col padrone e non di lotta contro il padrone, da obiettivi «contro» il sistema a obiettivi «nel» sistema e rendeva CdF puri organi che dovevano ratificare le direttive dei vertici svuotandoli del loro contenuto politico di organismi di massa per la lotta contro i padroni.

Noi siamo d’accordo con chi dice che i riformisti hanno dato luogo ai CdF sotto la spinta operaia per ingabbiare le lotte autonome e per tenere meglio sotto controllo la base.

Ma è anche vero però che la sinistra rivoluzionaria non ha saputo cogliere l’esigenza che scaturiva dalla classe operaia di partecipare in prima persona alle decisioni sugli obiettivi, forme di lotta ecc.

Il non aver capito fino in fondo che i CdF nascono anche da queste esigenze e che rispondono, in maniera sia pure illusoria, (con i limiti dati loro dal ruolo stesso di ingabbiamento della spontaneità per cui sono stati creati dai riformisti) a questa domanda della classe operaia di contare nelle scelte, crea all’interno di vari organismi della sinistra atteggiamenti scorretti.

Noi lavoriamo nel CdF per sviluppare la capacità delle masse stesse a dirigere la lotta, ad attaccare i progetti riformisti d’integrazione: bisogna cioè saper condurre dentro gli organismi di massa un’azione comunista di egemonia. È per questo che diciamo e sottolineiamo che non siamo organismo alternativo al sindacato e tanto meno al consiglio.

Il consiglio organizza i delegati in quanto operai riconosciuti dalle masse e ha radici nelle masse. Non può un’organizzazione d’avanguardia sostituirsi alle masse o usarle strumentalmente.

Una vera direzione comunista la si misura se sa crescere e svilupparsi con le masse e sa trasferire ad esse la direzione della lotta e non se si vuole sostituire in modo cretino e settario ad esse… A meno che quegli organismi che si dicono di massa non si considerino il sindacato di qualche gruppo politico cervellone di cui loro sono le braccia.

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci» – anno I – numero 4 – 7 maggio 1973

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il blocco alla Mirafiori

Il Blocco alla Mirafiori

da un ciclostilato del Centro di documentazione di Torino

 

Pubblichiamo questo documento perché ci sembra essenziale per capire cosa è avvenuto alla Fiat e cosa significa per la classe operaia italiana.

Il testo è il risultato di registrazioni effettuate il 31 marzo 1973 con operai che sono stati protagonisti della lotta. È stato realizzato dal «Centro di Documentazione di Torino» che lo ha diffuso con un ciclostilato che riproduciamo qui integralmente. I titoletti sono della redazione.

 

L’INIZIO DELLA LOTTA

 

Abbiamo cominciato in tono minore, in un modo inferiore al ’69 con scioperi limitati e anche un numero di ore inferiore al ’69. I sindacati tenevano gli operai per le briglie per non farli andare troppo forte. Si pensava che era una strategia, una tattica per piegare il padrone. Si è andati avanti così, finché si mordeva proprio il freno. Poi ci sono stati quegli episodi in cui si è saltati fuori dalle ore sindacali, cioè si sono aumentate le ore. 

Poi ci sono stati gli scioperi articolati che non sono serviti ad unire gli operai. Si sono cioè divisi settori per settori, fabbriche per fabbriche, lavorazione per lavorazione, senza che la lotta risultasse più incisiva, e in questo modo si frustravano gli operai.

Il corteo, invece, dava uno spazio immenso, dava la possibilità agli operai di incontrarsi, di vedersi, di contarsi; lo sciopero articolato, come veniva fatto, non dava la possibilità di sapere chi scioperava dall’altra parte del muro, se scioperavano, se c’erano i crumiri; non ci legavamo per niente.

Questa cosa è andata avanti per un po’ ed è da notare che quando c’era il Consiglio di fabbrica e tutte le volte che si chiedeva agli operai se questa forma di lotta era giusta o sbagliata, sempre gli operai rispondevano che non era giusta, perché era una lotta che non gli dava nessuna carica di niente.

Se fatti bene gli scioperi articolati avrebbero colpito di più il padrone, ma questo non avveniva; allora gli operai sono tornati ad una lotta che li univa di più.

Intanto gli operai scoprivano tutti gli impedimenti che venivano dalla burocrazia che si ripercuotevano poi nel consiglio di fabbrica.

Nel mese di marzo si voleva andare in corso Marconi, e non ci siamo andati perché c’erano i cordoni sindacali che non ce lo hanno permesso, anche se gli operai gridavano: «Corso Marconi! Corso Marconi!».

Poi c’è stato il tentativo, non riuscito, di andare alla Fiat Motori Avio. Lì trovavano dei pretesti per dire che l’Avio era lontana ed era impossibile arrivarci, si diceva che all’Avio non c’era più nessuno. Il sindacato all’Avio diceva che noi non avevamo voglia di andare, e a noi diceva che all’Avio non c’era più nessuno. Così si scompaginavano le file e questo pesava. Puoi fregare gli operai una volta, ti può passare franca due, tre, quattro volte, poi alla fine anche il più spoliticizzato dice: «Qui mi state prendendo in giro! ».

Si è così arrivati a un punto in cui si facevano scioperi dove c’erano solo le avanguardie che facevano i cortei. Gli operai alla Mirafiori scioperavano compatti, tutti però con un senso di rilassamento. Sembrava che ci fosse una caduta, invece si capiva che c’era qualcosa che non funzionava, che era il modo di portare avanti la lotta che non pagava, non dava sbocchi. Era inutile prendere la parola nelle assemblee, perché passavamo per avventuristi completi… 

 

UN’ASSEMBLEA IMPORTANTE

 

Un giorno è capitata un’assemblea, un’assemblea non di quelle grosse, pubblicitarie, in cui parla il bonzo per tre ore e gli altri dicono tutto in 5 minuti, ma dove gli operai si fermano, salgono sui tavoli e incominciano a parlare. E si è detto che si andava male, si andava contro un muro di silenzio, di sfiducia: bisognava cambiar sistema. Altri compagni cominciano a fare il discorso della pulizia interna, cioè a dire che bisognava cominciare a chiarificare bene chi erano quelli che guidavano gli operai, chi erano i rappresentanti effettivi degli operai. Si parlava di una serie di delegati che non ci sono mai, una serie di delegati che conosciamo. Tanto è vero che si era anche proposto un comitato di lotta che scavalcasse anche il consiglio di fabbrica, che si era burocratizzato, cioè una rivoluzione culturale nei confronti del consiglio di fabbrica. È 5 mesi che lottiamo, ormai sappiamo chi è che ci guida, sappiamo chi sono i compagni di cui ci dobbiamo fidare, sappiamo chi sono i compagni che hanno tirato le lotte, a prescindere e siano delegati o no. Conosciamo un mucchio di gente che non sono delegati e cosa ce ne importa? Sono compagni con cui ci mettiamo d’accordo: «io parto di lì, tu parti di là, lui va a prendere quelli, l’altro parla con quegli altri, ecc…».

Noi non sappiamo chi sono, sono operai che nei 5 mesi di lotta sono alla testa.

Si stringono dei rapporti, immediati, di lotta, politici.

 

« SOTTO STIAMO FACENDO I CORTEI»

 

Abbiamo deciso di cambiare sistema di lotta. Un giorno c’era il consiglio di fabbrica interno e si è proposto di andare tutti al consiglio di fabbrica, per controllarlo, per vedere cosa c’è da cambiare. Si diceva:

«Ci alziamo e buttiamo fuori quelli che non servono» e via dicendo.

Si fa girare la voce per questo, lo si dice a tutti, perché il consiglio di fabbrica alla Mirafiori è una cosa che nessuno più sa che esiste, è una cosa staccata, burocratica: decidono tre ore, due ore, un’ora e nessuno sa perché. Siamo andati e a un certo punto vengono degli operai e dicono: «che cosa fate qua? di sotto gli operai stanno scioperando».

Di sotto gli operai scioperavano: era la rottura, proprio fra quelli che dirigono le lotte e quelli che invece le fanno.

Tanto è vero che poi arrivano altri operai e dicono: «ma cosa fate? Sotto stiamo facendo i cortei».

Dopo un po’ abbiamo sentito un boato enorme, è arrivato il corteo al consiglio. Battevano sui tamburi arrivando tutti incolonnati. Così qualcuno del consiglio ha fatto l’atto di andarsene, dicendo: «adesso ci picchiano».

Alcuni operai del corteo hanno preso la parola e hanno detto «basta» e si capiva che i tempi erano maturi per dare delle indicazioni diverse.

 

SI COMINCIA A PARLARE DI BLOCCO

 

È stato nel corso di un’assemblea durante lo sciopero di giovedì 23 marzo che per la prima volta si comincia a parlare di blocco merci.

Già gli operai dell’OFF. 89 (spedizioni) avevano buttato lì la proposta: «sarebbe bello fare il blocco merci», ma non avevano nessuna forza di farlo, perché l’officina è piccola, dispersa e non tutti scioperavano.

Andando in carrozzeria con gli altri in corteo l’idea ha preso corpo: «sarebbe bellissimo bloccare le merci, cioè la porta carraia (porta 11)».

In carrozzeria il blocco merci è stato accettato da tutti quelli che partecipavano al corteo (si era di pomeriggio, in un refettorio ed è lì che la cosa è stata decisa).

Si prendono dei contatti in tutte le carrozzerie, poi andiamo anche alla meccanica e informiamo i compagni della porta 18 e gli diciamo: «guardate, noi andiamo alla porta 11, troviamoci tutti lì, voi fate il giro di fuori, noi arriviamo da dentro e ci troviamo lì ». Dei compagni avevano già allora accolto la proposta.

Lunedì 26 facciamo il corteo e andiamo verso la 11. Come arriviamo alla 11 vediamo che i compagni della meccanica stavano arrivando da fuori: c’è stato un congiungimento. Abbiamo chiesto la chiave ai sorveglianti che non ce l’hanno data. Allora si è sfondato il cancello, i lucchetti sono saltati a colpi di martello e il cancello ha ceduto, i sorveglianti sono scappati. A questo punto c’è stato un po’ di sbandamento perché una parte voleva andare in carrozzeria a vedere se c’erano dei crumiri, una parte voleva stare li e abbiamo deciso di restare alla 11.

Un compagno prende la parola su un monticello di erbe e di sassi e dà alcune indicazioni e cioè: quelli della carrozzeria bloccano il cancello 11 e zero. Si parla del contratto e c’è un battibecco fra gli operai delle carrozzerie e alcuni delegati delle meccaniche. Gli operai delle carrozzerie dicono: per il contratto 5 livelli come si è deciso a Genova; mentre i delegati delle meccaniche dicono che 8 livelli vanno bene.

Il blocco ai cancelli dura un’ora o poco più, cioè la durata dello sciopero e si vedono già le file dei camion fermi.

Poi si è anche stabilito con gli operai della meccanica che per un giorno noi saremmo andati da loro e il giorno successivo loro sarebbero venuti da noi, per avere sempre un contatto continuo e uno scambio. Infine per la carrozzeria si decide che il luogo di riunione degli operai è il cancello 11: «convochiamoci sempre qua e poi decidiamo cosa bisogna fare». Anche questa è stata una proposta soltanto lanciata, e a volte succede che solo una proposta su mille è quella giusta.

L’indomani (martedì 27) lo sciopero era alle 15,30. Quelli delle carrozzerie avevano già cominciato alle 14,30, perché la FIAT aveva messo «in libertà una parte di operai dopo uno sciopero improvviso. Gli operai che non vanno a casa, vanno al piazzale, così quando gli operai della spedizione escono fuori dall’officina, vedo no che il piazzale è già bloccato. Avevano messo dei bidoni in mezzo alla strada, la lotta aveva preso piede, era sentita. Andiamo in giro coi megafoni e diciamo: «piuttosto che bloccare una strada, andiamo alla 11 dove confluiscono diverse strade e blocchiamo direttamente». Dalla 11 poi si va a bloccare la porta zero e la porta 10, in via Settembrini, che si trova proprio in faccia alla Meccanica. Dalla 10 si partiva poi per andare a fare assemblea alla Meccanica e si ribadiva la forma di lotta che avevamo scelto, si informavano gli operai della meccanica, si diceva che questa lotta cominciava ad andare bene, che gli operai erano soddisfatti di farla.

Così c’era uno scambio continuo e si vedeva che anche in Meccanica c’era un fermento terribile, anche se veniva bloccato dal PCI col discorso di non dare retta agli avventuristi. Il blocco a questi tre cancelli dura tutto il pomeriggio di martedì, fino alle 11.

Quel giorno avevamo deciso di parlare con tutti gli operai, così andiamo nei refettori, passiamo tavolo per tavolo, spiegando la forma di lotta nuova, sentendo cosa dicono tutti. Spiegavamo che c’erano le file di camion ferme, che facendo così bloccavamo tutto e soffocava ma la FIAT. Tutti capivano e si diceva: «facciamo i compagni e adesso, finito di mangiare andiamo a dare il cambio agli altri compagni che stanno bloccando i cancelli». Qualcuno diceva anche di andare avanti tutta la notte. Siamo andati anche ai refettori della Meccanica e tornando vedevamo dei compagni della Meccanica che si cambiavano e ci chiedevano: «dov’è la zero?». Invece di andare a casa andavano alle porte bloccate. Alle 11 ci siamo ritrovati alla porta zero e abbiamo parlato a lungo, con l’impegno di continuare il giorno dopo, magari correggendo il tiro, darsi i cambi con quelli della meccanica alle porte bloccate.

 

IL BLOCCO TOTALE

 

Non c’era ancora l’idea del blocco totale e nessuno pensava ancora che la bomba fosse così grossa. Intanto i sindacati continuavano a diffondere i volantini con due ore di sciopero, come se niente fosse successo. Il mercoledì continua il blocco sulle tre porte e intanto si comincia a parlare di bloccare tutte le porte della Nord. Il giovedì mattina il sindacato ha dichiarato 2 ore di sciopero. Gli operai cominciano, fanno i cortei, e in mattinata tutte e dodici le porte della Mirafiori Nord vengono bloccate. Sono ormai i picchetti il luogo dove si decide, si staccano le biciclette dalle rastrelliere e ci si tiene in contatto in questo modo, si organizzano le staffette tra un cancello e l’altro. L’organizzazione è nata da compagni che non si conoscevano, cioè si riconoscevano soltanto perché si sono sempre visti nella lotta. E ognuno si è preso la sua responsabilità, chi si è preso una porta, chi se ne è presa un’altra. Le staffette arrivavano e chiedevano: «Voi andate bene a gente? Ne volete di più? Vi manca qualcuno? Lo facciamo venire». E il cambio funzionava anche quando si doveva andare a mangiare, si facevano dei turni.

All’inizio il punto di llnente per gli operai è il cancello 11 e poi la porta zero e la 10.

Al secondo turno di giovedì la situazione è ancora migliore e si rifanno i picchetti. Impiegati, dirigenti della Mirafiori Nord e Palazzina, restano fuori dai cancelli. Il sindacato, il PCI e anche diversi delegati brillano per la propria assenza, sono spariti, emarginati dalla piega che ha preso la lotta. Facendo i giri nei refettori avevamo trovato due o tre di questi delegati che giocavano alle carte. Abbiamo deciso un’assemblea per le 5, e l’abbiamo detto apertamente di fare una pulizia radicale, ribadendo il concetto di smetterla con queste forme di impostura, di gente che conta soltanto nei consigli per alzare il dito e per far spostare l’asse della situazione in un senso che non c’entra per niente con la direzione che vogliono prendere gli operai. Ne abbiamo trovati in refettorio a giocare a carte, quindi quelli non contano, quelli sono da prendere a calci. 

È nata un’organizzazione autonoma e si è parlato nell’assemblea: «Mettiamoci d’accordo, ci vogliono compagni responsabili della porta, che siano rappresentativi della porta, non ci interessa se sono delegati o che non lo siano. Però che siano qualcuno e che gli operai facciano riferimento a loro. Ma nei picchetti, davanti alle porte, siamo tutti uguali, ci sono delle cose da fare e allora ci sono dei responsabili. Per esempio, telefoniamo alla porta 9 e risponde il guardione e diciamo: «Mi dia uno del picchetto»; il guardione fa: «Uno del picchetto» e viene il responsabile. Salta fuori così, perché è lui. Gli operai dicono: «Ooh, va un po’ a rispondere». Si sono creati di fatto i responsabili, non è stato un fatto burocratico, come quando ci sono le elezioni e si creano i responsabili. Generalmente per le comunicazioni si è in due, uno in bicicletta va a fare i giri e l’altro risponde al telefono. Ma non è il fatto che gli operai hanno delegato tutto ai primi della classe, è lui, parla al telefono meglio di noi, però lo sappiamo tutti quello che dice e come sono le cose. E allora abbiamo deciso che cosa bisognava fare, se bisognava tenere tutti dentro, se bisognava lasciar uscire le donne, se bisognava mandare fuori i capi.

Intanto i guardioni venivano trasformati in centralinisti e rispondevano a tutte le richieste: in fabbrica funzionano soltanto i servizi operai, compresa la mensa e il caffè. Alla porta 11 un gruppo di operai ferma il traffico e inizia una raccolta di fondi: nel giro di un’ora vengono raccolte 45.000 lire. Episodi di questo tipo si moltiplicano poi davanti ad altri cancelli.

 

AUTONOMIA OPERAIA E RIFORMISMO

 

Giovedì si era anche proposto di fare una conferenza stampa per prendere di petto la situazione, (ma era troppo tardi) per far capire che la situazione è in mano agli operai. L’Unità, sabato, scrive che la situazione è in mano al sindacato; ora bisogna dire chiaro che il sindacato con questa lotta non c’entra per niente. Il PCI ha cercato di infilare qualcuno in due o tre porte, però è emarginato dl fatto. Viene a dire: «Bisognerebbe aprire» e subito c’è un operaio che dice: «Se apri la porta, ti spacco il muso».

Alla sera alle 9 si fa un’assemblea alla porta zero e si dice: «Cosa si fa?» «Si continua». Non c’è stata nemmeno una esitazione ed è da notare che brillava nuovamente l’assenza del PCI. C’erano, ma in un angolo. Restavano passivi e aspettavano il momento di recuperare.

Anche in Meccanica la situazione comincia a cambiare. Per giovedì sono dichiarate 3 ore di sciopero, gli operai decidono di prolungarlo fino alla fine del turno.

Dalle Carrozzerie andiamo al cancello della 18; qui gli operai fanno salire su un bidone un compagno delle Carrozzerie per spiegare la situazione delle Carrozzerie. Perché in Meccanica i responsabili sindacali dicevano agli operai: «In Carrozzeria gli operai fanno casino, vogliamo fare anche noi casino come là?». Ma fra noi e la Meccanica ci divide solo una strada, una strada che

è stata tante volte attraversata dagli operai in questi giorni. Abbiamo chiesto un megafono per parlare e non ce l’hanno dato, per questo abbiamo dovuto sgolarci. Alla proposta di estendere il blocco anche alla Meccanica i responsabili sindacali della Meccanica dicevano: «Siete pazzi? Se facciamo il blocco domani, domani non ci pagano» (venerdì 30 è giorno di busta paga). La risposta degli operai delle Carrozzerie a questa domanda c’era già stata: domani si tengono fuori tutti gli impiegati tranne quelli della manodopera e poi vediamo se la Fiat non paga.

Tuttavia in Meccanica, anche se gli operai avevano deciso di continuare lo sciopero fino alle 11, i sindacati lo vogliono impedire. Ci sono scontri e si arriva anche alle vie di fatto per fare lavorare gli operai e per tenere la frana che scappava di mano. Giovedì sera in diverse officine della Meccanica si riprende il lavoro, mentre una parte di operai esce ed un gruppo ritorna davanti al cancello 11. Qui si fa la riunione. All’indomani esplode anche la Meccanica e nessuno più riesce a fermarla.

Venerdì mattina le porte della Mirafiori Nord vengono occupate pochi minuti dopo che gli operai sono entrati. Il tempo di cambiarsi, di rientrare e di andare alle rispettive porte: i cancelli vengono chiusi, la palazzina è bloccata. I picchetti hanno deciso: per entrare ci vuole il tesserino Fiat, il picchetto controlla; non entrano elementi non desiderati, gli impiegati, tranne gli addetti alle paghe, tutti i dirigenti, mentre vengono fatti entrare i lavoratori del servizio mensa. Questo controllo funziona alla perfezione.

(La sera precedente la Fiat aveva comunicato che non assicurava il pagamento della busta; ma già ne «La Stampa» di venerdì mattina aveva cambiato idea).

Intanto il blocco si è esteso venerdì all’inizio del turno a tutta la Mirafiori Sud, dove i primi cancelli ad essere chiusi sono quelli delle presse: 15, 16, 17.

È da notare che per venerdì le organizzazioni sindacali ed il consiglio di fabbrica hanno dichiarato 4 ore di sciopero, aggiungendo che per la Carrozzeria lo sciopero è alternato fra macchine piccole e macchine grosse in modo che il blocco si può realizzare. Per la Meccanica non si parla di blocco. Quando in Meccanica si iniziano le 4 ore, gli operai fanno il corteo, prima all’interno e poi all’esterno, fanno il giro completo della Mirafiori Nord passando davanti ai picchetti, ai cancelli con le bandiere rosse. Tornati indietro, decidono in assemblea di prolungare lo sciopero e di bloccare i cancelli. Di conseguenza tutti i cancelli della Mirafiori vengono chiusi. Al secondo turno il blocco è totale.

Ogni ora che passa si prendono delle decisioni nuove nei picchetti: ad esempio venerdì si decide che tutte le bibite possono entrare in fabbrica, tranne il vino, per non lasciare pretesti a nessuno.

Nei confronti degli esterni ai cancelli il punto di vista dei picchetti è omogeneo: niente fotografie, niente registrazioni, questa lotta si informa da sola. Gli esterni valgono come appoggio subalterno, in molti casi utile e apprezzato dagli operai e niente di più. Giovedì e venerdì non ci sono ai cancelli né i dirigenti sindacali, né i parlamentari: in questa occasione non ci sono. Ma intanto gli operai si sentono autosufficienti. Per gli operai la cosa non è grossa, non la sentono per niente grossa.

 

OCCUPARE MIRAFIORI NON È IMPOSSIBILE

Se andiamo indietro nel ’68-’69 e in quel periodo avessimo proposto di occupare Mirafiori, si sarebbe detto: «è impossibile, c’è un mare di porte (32)». Stavolta, si è occupato invece in un modo che sembrava quasi un gioco da bambini. C’erano dei compagni che dicevano: «restiamo tutta la notte». Noi non abbiamo mai detto no e siamo restati anche fino all’una, ma in realtà l’opinione degli operai ai picchetti era molto pratica, cioè di bloccare quando c’è la produzione e quando non c’è andare a letto e riposarsi per riprendere il giorno dopo. A volte da una porta dopo le 11 ci telefonavano e ci dicevano: «noi siamo solo in tre, voi cosa fate?». Noi dicevamo: «venite da noi»; e così si andava avanti finché c’era gente che voleva restare. Noi non dicevamo però: «alle 11 andate via»; perché, sempre per il problema del legame ombelicale di molti operai coi funzionari sindacali, telefonavano in lega e in lega dicevano: «andate via». Noi non dicevamo le stesse cose della lega. Siano quindi loro a dare indicazione di andare via, non noi dei picchetti. In tutti questi fatti loro sono stati persone non in causa e quando qualcuno di loro si faceva vedere, gli operai dicevano: questa lotta è nostra e voi non ci siete. Ci dicevate che noi con questa lotta avremmo spompato tutti, noi spompiamo voi.

Pensate che venerdì c’erano degli operai che dicevano: se non ci danno i soldi, non li prendiamo, li prendiamo poi lunedì e in questi due giorni ci aggiustiamo. E allora chi piega questa lotta?

 

COSA DEVE ESSERE IL CDF

 

Questa è fiducia che gli operai hanno in se stessi. Noi vogliamo far vedere chiaro che rappresentanti di operai, delegati, si diventa attraverso la trafila della lotta, non si arriva per una serie di raggiri politici e giochetti di sezione o di lega, che ti fanno delegato nella tale officina. Devi arrivare delegato quando ti sei fatto il culo, allora gli operai ti chiedono: cosa faccio? anche se non sei delegato. Sono venuti fuori perciò degli operai che dicevano: «al prossimo consiglio interno della Mirafiori, andiamo là in 300, quelli che siamo qui che facciamo le lotte e poi: tu, tu, tu e tu, fuori dalle palle; tu, tu, tu e tu, rimettiti lì. Via quelli che non ci sono. Dobbiamo cambiare questa direzione delle lotte che poi non è direzione per niente. Perché non ci sono io che do gli ordini e tu che dai gli ordini, sono gli operai autonomamente che decidono e se c’è qualcuno di noi che dirige a questo punto è bene accetto, perché siamo noi, gli operai, che portiamo avanti l’azione».

Ci siamo detti: perché non ci abbiamo pensato prima e siamo andati avanti così in questi 5 mesi? Però siamo ancora in tempo: i padroni stanno battendo la testa contro il muro. Con la FIAT bloccata il potere temporale del padrone d’Italia viene scosso.

 

(registrazioni effettuate sabato 31 marzo 1973)

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci – anno I – n. 3 – 16 aprile 1973

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico

Crisi: cosa prepara il cervello capitalistico

 

Per cominciare è da dire che, rispetto al tipo di previsioni che eravamo venuti facendo l’anno scorso all’inizio di questa nuova esperienza di movimento, esse sono risultate sostanzialmente corrette anche se, come sempre, la realtà è infinitamente più ricca della teoria. E innanzitutto direi che il primo elemento che è apparso in maniera del tutto chiara è la non specificità della crisi italiana. Infatti la crisi italiana è risultata in quest’ultimo anno essere sempre di più un aspetto, una faccia della crisi generale che investe il modo di produrre capitalistico in questa fase storica.

 

La dimensione della crisi

 

Se stiamo semplicemente ai dati materiali della crisi ci accorgiamo che questi semmai sono più favorevoli, per quanto riguarda la situazione italiana rispetto a quanto avviene in tutti gli altri paesi capitalisticamente avanzati. Ciò riguarda sia la dimensione del prodotto nazionale lordo sia i dati relativi all’inflazione e quelli della bilancia dei pagamenti e quindi all’interconnessione internazionale del mercato capitalistico.

Va quindi sottolineata la dipendenza sempre più pesante dell’andamento della crisi italiana dall’insieme dei rapporti di classe che costituiscono sviluppo e crisi capitalistica sul livello internazionale. Le ragioni della crisi vanno dunque riportate e sempre meglio identificate sul livello internazionale, che diventa quello decisivo. Ciò è sempre stato vero, nello sviluppo capitalistico una volta che si sia usciti dall’accumulazione primitiva: ma lo specifico della nostra epoca consiste nel salto di qualità nell’interdipendenza e nella dipendenza dell’economia capitalistica italiana dal mercato mondiale. Vale a dire che tutte le coordinate esterne sono diventate interne, che non si fa più politica economica in Italia se non le si tiene presenti in maniera fondamentale.

Ora, l’interconnessione tra le economie capitalistiche si è sviluppata a partire dagli anni ’60 in maniera sempre più stringente dentro quella che è la tipica dialettica dello sviluppo capitalistico. Si è verificato cioè non solo un tentativo di ristrutturazione e di perfezionamento delle strutture produttive interne dei singoli paesi, bensì prima di tutto in questa fase un tentativo di pianificazione del mercato mondiale a partire dai punti più alti dello sviluppo tale da offrire una possibilità di controllo e risposta sempre più efficaci contro la circolazione internazionale delle lotte di classe operaia. Come sempre anche in questo caso, è evidentemente l’altezza delle lotte di classe operaia che determina un perfezionamento della struttura capitalistica tale da fissare una continuità del controllo. Ma la continuità delle lotte ha avuto una costanza e un’efficacia, che nel momento stesso in cui veniva formalmente perfezionandosi il meccanismo di controllo, di nuovo esso ha vissuto una situazione di precarietà e di crisi.

Quindi ci troviamo di fronte a una incentivazione continua del rapporto, di controllo a partire dall’area capitalistica avanzata e contemporaneamente a un approfondimento degli antagonismi che si rispecchiano in tutta la loro complessità sull’intera area che il processo capitalistico ha tentato esso stesso di unificare.

Fermiamoci comunque sul primo aspetto. Oggi la consapevolezza capitalistica della necessità di un controllo integrato, comincia sempre di più a svilupparsi in forme che tentano di ritrovare una interna coerenza. È in proposito molto chiaro quanto sta avvenendo sul piano europeo dove dopo una lunga fase polemica tra USA e CEE, viene affermandosi – in questi ultimi mesi – un tentativo di determinazione e di riordinamento dell’intervento, di unificazione del progetto capitalistico di controllo. Questo processo si rileva in una serie di dati materiali estremamente precisi; in particolare si può osservare quanto sia proceduto il coordinamento delle politiche monetarie e in generale di tutte le misure politiche conseguenti alla crisi del petrolio. Da questo punto di vista l’Italia viene riassorbita dentro un livello di controllo diretto monetario, che riguarda, attraverso le condizioni di prestiti e crediti, tutte le altre componenti capitalistiche dello sviluppo; i recenti accordi con la Germania hanno significato essenzialmente un reinserimento politico dell’Italia dentro questi livelli. Si ricomincia anche a parlare di una ricollocazione dell’Italia all’interno del serpente monetario, cioè di una fascia fissa di variazioni negli andamenti della moneta.

Ora tutti questi dati servono semplicemente a sottolineare che l’Italia non è il Cile, che l’Italia è un paese capitalisticamente sviluppato totalmente compreso dentro una capacità di controllo capitalistico che si riferisce ai più alti livelli di classe, che di fronte alle lotte italiane si propone immediatamente il problema della lotta di classe dell’operaio multinazionale.

Ma se questo è il punto di vista capitalistico, tanto più deve essere il nostro.

Siamo al centro di un ciclo di lotta internazionale, sull’intera area dei paesi capitalistici avanzati, e dobbiamo quindi evitare qualsiasi illusione di vivere in un’isola, di confrontarci con l’anello più debole della catena, illusioni queste che purtroppo la propaganda neorevisionista tenta sistematicamente di introdurre all’interno del movimento.

Si diceva: la crisi è condotta a questi apici dall’intensità della lotta operaia, o se volete, molto più materialmente dall’incontenibile processo di crescita salariale, quindi marxianamente dalla nuova irreversibile capacità operaia di soddisfare nuovi bisogni. Il capitale si era abituato a far corrispondere la sua capacità di controllo a un meccanismo riformistico incessante: in fondo la caratteristica fondamentale del neocapitalismo e di tutto quello che era stata la ristrutturazione dello stato dell’economia capitalistica dopo la seconda guerra imperialista era stata indubbiamente la capacità di riassorbire la pressione operaia dentro uno schema riformista che riproduceva il controllo nel momento stesso in cui soddisfaceva alcuni nuovi bisogni fondamentali emergenti attraverso le lotte della classe operaia.

In realtà la crisi scoppia quando questo meccanismo e questa coincidenza tra meccanismi di riproduzione del dominio capitalistico e riformismo cominciano a non funzionare più. Elemento centrale della crisi è senza dubbio l’aumento del prezzo del petrolio, ma solo in quanto esso rivela ed incentiva l’aumento dei prezzi di tutte le materie prime: rivela cioè la prima affermazione vincente di un processo di lotte ormai incontrollabili nei paesi del terzo mondo, in tutte quelle aree che accerchiavano l’Europa.

Da questo punto di vista non sarà mai sufficientemente esaltato il ruolo fondamentale giocato dalla rivoluzione cinese e di tutto che quello essa trascina con sé all’interno dei paesi del terzo mondo. Il capitale a questo punto non può rispondere che con meccanismi riformistici, tentando di legittimare il ruolo di nuove borghesie nazionali capitalistiche: anche a costo di riceverne contraccolpi fortissimi, come appunto dall’aumento dei prezzi di tutte le materie prime, fondamentale condizione per l’apertura di processi di sviluppo dei paesi del terzo mondo. È tutto questo che blocca uno dei meccanismi fondamentali che appunto permettevano la coincidenza della riproduzione dei meccanismi di sfruttamento e di un certo riformismo da parte dello stato pianificato contemporaneo. Lo blocca perché praticamente toglie la possibilità di trasferire l’aumento dei costi della forza lavoro all’aumento dei costi dei prodotti, impedisce cioè quella manovra monopolistica classica che permetteva appunto il riformismo e che era quella di ristabilire un equilibrio tra l’aumento del costo dei prodotti e l’aumento del costo della forza lavoro. L’altro fatto che è assolutamente sostanziale è il livello, come prima si ricordava, delle lotte operaie nella loro quantità e nella loro qualità. Nella loro quantità: come nuovi bisogni che si richiede di soddisfare dal punto di vista del salario cioè della quantità di beni (di reddito) che deve essere distribuita verso la classe operaia e verso i settori del proletariato ad essa collegati; dall’altra parte in termini qualitativi: vale a dire che proprio questi nuovi bisogni cominciano a rompere l’immenso peso di consuetudini repressive, e soprattutto di quella consuetudine diuturna al lavoro capitalistico che proprio l’affermazione di questi nuovi bisogni e il loro soddisfacimento, attacca e rompe. Il lavoro comincia a diventare odioso in quanto non corrisponde più a un bisogno di sviluppo dei singoli strati operai.

 

La crisi degli strumenti di controllo

 

Il cumularsi degli effetti delle lotte dei proletari del terzo mondo e delle lotte operaie metropolitane, nella loro quantità e qualità, non determina solo la crisi dei più classici meccanismi economici del monopolismo. Esso determina anche la crisi dei meccanismi politici del neocapitalismo. In tutti i paesi capitalistici avanzati si assiste al disfacimento delle politiche di controllo, sia che esse si valessero di strumenti monetari e fiscali, sia che giocassero sulla ristrutturazione tecnologica, sia che si affidassero al gioco politico istituzionale (politica dei redditi).

Si è parlato in proposito di crisi della «forma denaro», e può ben essere vero nel senso cioè che ciò è andato in crisi è il rapporto generale fra misura dello sfruttamento e capacità capitalistica di controllo delle quantità di beni da distribuire all’interno del ciclo riproduttivo del capitale.

Ma vediamo le cose ad una ad una. Praticamente in tutti i paesi capitalistici i vecchi strumenti monetari risultano quasi completamente inefficaci alla restaurazione della crisi ed anche a una reazione sulla crisi; gli strumenti fiscali di interventi sul reddito risultano anch’essi totalmente incapaci di incidere in maniera sostanziale nella distribuzione dei redditi e nella manovra di controllo complessiva.

Questi sono elementi estremamente importanti e che comportano la crisi della struttura statale. Qui non si tratta più di ritardi o deformazioni o cose del genere: in realtà è la stessa dinamica delle classi, l’emergere di interessi radicalmente contrastanti rispetto all’interesse generale, che si consolida in tale maniera da rendere assolutamente impossibile un uso comunque definitivo di questo tipo di strumento d’intervento e di riassetto.

D’altra parte enormi difficoltà trova anche l’altro sistema classico di intervento del capitalismo sulla crisi, cioè l’intervento ristrutturante. Tra noi, secondo me, parliamo troppo di ristrutturazione. Tutte le volte che interviene una modificazione qualsiasi all’interno del processo produttivo, qualcuno dice «ristrutturazione».

Ma, questo è nient’altro che la mobilità caratteristica dell’organizzazione capitalistica della produzione. Non possiamo eguagliare la ristrutturazione a quella che è semplicemente la manovra di controllo e alla continuità della innovazione capitalistica. La ristrutturazione è qualcosa di più: è un nuovo modo di controllare la classe attraverso un salto tecnologico, un’innovazione tecnologica effettiva che abbia una reale capacità moltiplicativa di controllo all’interno dell’intero tessuto di classe. L’esempio classico di innovazione è l’inserimento della linea di montaggio che modifica, scompone, ogni elemento di precedente organizzazione di classe, attraverso l’imposizione di una base materiale tecnica estremamente elevata. Oggi invece il processo di ristrutturazione non provoca nessuna seria modificazione dello sviluppo. Si è fatto un gran discorrere sulla chimica, sulla ristrutturazione che avrebbe comportato la chimica sul piano generale, ma dobbiamo dire che, a tre o quattro anni di distanza dall’inizio di queste discussioni, ben poco si è realizzato, se non appunto in termini di modellistica estremamente astratta ed ideologica. Si è parlato poi a dismisura del tipo di ristrutturazione che poteva intervenire attraverso i processi di automatizzazione spinta, tali da determinare salti qualitativi nel modo stesso di condurre la produzione. Anche su questo terreno ci troviamo alla fine di fronte a qualche esempio estremamente interessante ma tutt’altro che capace di rappresentare una tendenza inarrestabile con conseguenza di modifica strutturale dei coni portamenti di classe operaia.

Quindi ristrutturazione sì, ma appunto dentro livelli che non sono comunque decisivi in relazione al potenziale tecnico e al potenziale capitalistico oggi in riferimento della crisi.

Da ultimo è in crisi il sistema del consenso e dei meccanismi allestiti alla sua restaurazione. Non è questo il luogo per ripercorrere descrittivamente le figure dalla crisi della politica dei redditi lungo gli anni ’60-’70. Ciò che interessa sottolineare è che questa crisi non tocca solo i rapporti fra le due classi di lotta ma coinvolge e implica i «cittadini»; la finzione democratica stessa, si riproduce attraverso tutte le variegate articolazioni della società del capitale. La socialdemocrazia come politica emblematica della soluzione dei contrasti di classe, attraverso il consenso dinamico della società, ha raggiunto da questo punto di vista, il più alto livello di inverosimiglianza.

Dunque da un lato ci troviamo di fronte a questo approfondimento della crisi e a questa sua riproduzione generale attraverso i rapporti tra mondo sviluppato e nuove ondate di lotta dei paesi del sottosviluppo, dall’altra a una crisi interna e alla incapacità capitalistica nella situazione attuale di risolvere con gli strumenti tradizionali.

 

Cosa prepara il cervello capitalistico?

 

Vediamo allora – ovviamente semplificando – quali sono i due tentativi fondamentali che sono stati messi in atto dentro la fase attuale dal punto di vista del cervello capitalistico complessivo per la soluzione della crisi. C’è stato da un lato un discorso che è emerso durante il periodo nixoniano, soprattutto attraverso l’iniziativa kissingeriana, e che è stato ripreso dai ceti capitalistici degli altri paesi: era un discorso che vedeva dentro la riorganizzazione nel mercato mondiale la possibilità di assetto transitorio e di blocco momentaneo della crisi. Praticamente si diceva: il tentativo di integrazione (di consolidamento integrato) della aree marginali, l’area del petrolio essenzialmente, e la possibilità di trasferire questi sovraprofitti dei petrolieri in riciclaggio verso i paesi di alto sviluppo, avrebbero probabilmente permesso una ripresa di margini di riformismo e di intervento all’interno dei singoli paesi.

È questa un’ipotesi che vedeva il mantenimento degli equilibri attuali nella crisi all’interno di una possibilità d’allargamento del mercato capitalistico e di consolidamento delle aree marginali, di riorganizzazione interna del mercato capitalistico per sotto-sistemi, dove la nazione forte, la Germania (nella fattispecie per l’Europa); consolidava i suoi rapporti con gli stati che gli stavano intorno dal punto di vista finanziario, da un punto di vista produttivo, ecc. Questo tipo di ipotesi è marciata abbastanza a lungo ed è una ipotesi dentro la quale si è collocato fino in fondo il discorso del compromesso storico in Italia.

Il compromesso storico in Italia avrebbe avuto da questo punto di vista alcuni vantaggi, quali l’inserimento di alcune forze fondamentali al controllo della classe operaia nell’apparato di governo, dall’altra parte avrebbe avuto il vantaggio – in questa situazione – di essere garantito su livelli internazionale integrati, subcomandati, e di riuscire quindi a darsi senza pericoli troppo pesanti all’interno di un’area regionale controllata, per condizioni finanziarie, militari, ecc. a tutti i livelli, in ogni momento.

È fuor dubbio che questa tesi sia marciata, abbastanza lungamente fino a coinvolgere in dichiarazioni estremamente precise anche tutta una serie di rappresentanti del ceto politico ed economico italiano.

C’è però un’altra linea che sta venendo fuori sempre più pesantemente ed è una linea che appunto il rinnovamento della leadership americana (ed anche francese e tedesca) sta riproponendo sul piano europeo e mondiale. È una linea che non vuole la possibilità in tempi brevi di una soluzione transitoria di questo passaggio critico nei termini prima prospettati; vede invece la necessità di un intervento recessivo sul livello mondiale, estremamente pesante, entro termini brevi. È se si vuole la linea emersa in maniera decisamente unanime dentro il dialogo degli economisti della casa bianca, immediatamente ripresa dentro tutti i livelli del controllo finanziario del mondo capitalistico avanzato. Al suo emergere sono subito seguite una serie di misure a carattere deflattivo, con qualche tentativo di accentuazione della crisi in termini ideologici e panici.

Ora è necessario fare attenzione: l’ipotesi deflattiva e recessionistica ha sempre fatto parte dell’armamentario congiunturale del capitale, ma anch’essa ha in questo caso fatto un salto avanti, perché è chiaro che se i rapporti di classe sono così tesi quanto dicevamo, l’uso di una politica deflattiva e recessionistica non è facile, supera i limiti tradizionali del rischio calcolato, si addentra in una sfida pensate con le forze di classe, comporta una ripresa di rischio, un affidamento all’uso della forza anche sul piano internazionale. Ed è quanto stiamo vedendo nell’ultimo periodo, in seguito al nuovo corso diplomatico di Ford-Kissinger. Quello che ora vorrei chiarire è che ci muoviamo su un piano di ipotesi. Tutta la nostra discussione deve su questa ipotesi provarsi, perché è chiaro che il passaggio della ipotesi recessiva (in termini duri) significa la strozzatura fondamentale di ogni iniziativa riformistica, significa quindi intensificazione dei livelli di lotta di classe, e da parte capitalistica di tutte le misure repressive e di attacco.

Probabilmente all’interno del ceto capitalistico l’esistenza di questi due punti di vista troverà una serie di meccanismi fluidificanti e alcuni accomodamenti: ma questo non significa che con tutta probabilità la seconda linea, quella direttamente recessiva, non sia destinata ad imporsi. Tuttavia, nelle more della decisione e nei tempi dell’aggravarsi della crisi, soprattutto nei paesi dove più alti sono i livelli di lotta di classe operaia e più ristretti i margini di decisione capitalistica. è dato attendersi per un certo periodo un aggrovigliarsi delle due tendenze. Questa considerazione vale soprattutto per l’Italia. Qui l’articolazione delle due tendenze, quella riformistica e quella senz’altro recessionista, si darà in maniera nuova rispetto al passato. Come è già stato ricordato da molti compagni, in una situazione per più versi molto contraddittoria, il tentativo capitalistico sarà quello di aggravare la crisi sociale più che la crisi produttiva; si assisterà a tentativi di introdurre nuove divisioni all’interno del proletariato; insomma l’approfondimento della crisi generale passerà attraverso una fase di crisi sociale, un consolidamento delle scissioni interne al corpo di classe, prima di incidere in termini meramente recessivi. Dobbiamo quindi tenere d’occhio soprattutto il rapporto fra crisi economica e manovra di divisione di classe: questo sembra il terreno privilegiato della manovra padronale. In questo senso i padroni italiani hanno bisogno dei comunisti: non come forza di governo ma come reale, effettiva forza di opposizione democratica. Essi debbono mediare quelle divisioni critiche che il capitale è costretto ad imporre. Essi debbono di nuovo rappresentare la specificità subordinata della situazione italiana.

Questo può essere dunque il tipo di mediazione che il modello di sviluppo e di crisi capitalistica trova oggi da noi nel tentativo di ristabilire propri equilibri rispetto alla necessità deflattiva imposta nel medio periodo dal livello internazionale del capitale. Se è vero questo, ne vengono tuttavia alcune conseguenze estremamente pesanti all’interno e complementari all’iniziativa di mediazione. Da un lato infatti, questa scissione capitalistica del sociale, questa diffusione della crisi sul terreno sociale, questa rottura del rapporto sociale di produzione (così come era stato reinventato dall’unità delle lotte), dall’altro un’accettazione degli strumenti del terrorismo di stato, della capacità dello Stato come rappresentante collettivo del capitale di penetrare sistematicamente ogni livello sociale nel tentativo appunto di differenziarlo e di romperlo continuamente.

Se dunque da un lato abbiamo visto la tematica del compromesso storico rientri in gioco, vicina a questo, compagni, c’è ben altro: c’è un tentativo di trasposizione sistematico e continuo della crisi economica in crisi sociale, tale che produrrà senz’altro la necessità di accentuare la verticalità repressiva del sistema. Questo sul piano interno. Ma è chiaro che sul piano internazionale i rapporti tra le situazioni di alcune aree decentrate, in cui i termini della crisi

sociale vengano accentuati (al massimo quali che siano gli espedienti politici usati), e le garanzie internazionali del comando che i capitalisti chiederanno per gestire queste situazioni, diventeranno anch’essi estremamente drammatici, soprattutto. In una situazione come quella italiana dove la linea immediatamente recessiva non è possibile, dove è necessario sviluppare una crisi sociale di divisione e di rottura dei livelli di classe, dove la mediazione e la partecipazione comunista per garantire questo compito transitorio.

Dal punto di vista dell’iniziativa soggettiva questa discrepanza (che non è oggettiva, determinata cioè dai livelli di capitale, ma soggettiva e politica, determinata cioè dalla qualità delle lotte operaie), va tenuto presente come luogo privilegiato d’attacco.

 

I problemi di fronte a noi

 

Giungiamo così ad alcune considerazioni che vengono immediatamente all’occhio sullo stato del movimento e sulle conseguenze che si danno a questo proposito.

Sono abbastanza convinto che sul piano del movimento ci troveremo di fronte ad un allargarsi della forbice tra un tentativo massiccio di classe di mantenere e di sviluppare la lotta sul salario, su quelli che sono i contenuti determinati della resistenza di classe, e quella che è la consapevolezza delle avanguardie della necessità di sviluppare un attacco contro gli strumenti più specifici che il capitale viene sviluppando oggi per la repressione e il blocco della crisi.

Credo che ci troveremo nei prossimi anni di fronte ad un ulteriore, pesantissima crisi dei livelli dell’autonomia data, in quanto essa rivela e non può che rivelare, la sua formidabile tenuta sul piano del rapporto della lotta tra le classi ma poca o nessuna capacità di assumere i livelli più alti della riorganizzazione statale del comando come obiettivo delle sue lotte.

Ed è questo allora il problema sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione in inizio di dibattito.

Credo, riassumendo e concludendo, che l’intera dimensione della crisi sul livello mondiale stia accentuando quello che è disparità tra capacità operaia di mantenimento di certi livelli di forza e capacità capitalistica di repressione che sempre di più, sia pur in maniera ambigua, tenta vie recessive e che dentro lo sviluppo di questa via recessiva non può che rafforzare l’iniziativa del terrorismo statale, non può che rafforzare l’urgenza del dominio per linee verticali sulla società. Credo che di fronte a questo, i livelli dell’autonomia dimostrino una loro insufficienza radicale e che perciò il dibattito debba essere portato fin da ora e in maniera sistematica da un lato sulla necessità di costruire forme di lotta di massa adeguate all’attacco capitalistico che stiamo subendo, dall’altro attorno alla necessità dell’organizzazione d’attacco operaio sia contro l’accentuazione del terrorismo di stato sia contro le mediazioni internazionali del controllo capitalistico sulla situazione della lotta di classe in Italia.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 12 – ottobre 1974

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia

Alfa Romeo

Un salto qualitativo dell’autonomia operaia

 

La vertenza dell’Alfa Romeo è chiusa! Come ogni lotta ci ha insegnato molto di più in unità e coscienza di classe.

Capire una lotta, comprendere i legami con la vita di tutti i giorni, essere in grado di vedere come lo scontro su degli obiettivi sindacali, inserito in un momento economico (la crisi) diventa poi di fatto uno scontro di potere tra operai e padroni, avere la capacità di costruire sui nuovi livelli di coscienza e di lotta espressi dall’organizzazione operaia, tutto questo per noi è politica: politica dell’autonomia operaia.

Per i padroni fare politica vuol dire scontrarsi con gli operai in tutti i paesi del mondo, trovare il modo migliore di coinvolgerli nei loro programmi di sviluppo sociale, di contenere la spinta delle lotte operaie, di reprimerle la dove è possibile, di spezzarle là dove gli operai sono talmente forti da poter soppiantare la borghesia dal suo piedistallo.

Politica dell’autonomia operaia è dunque scontro diretto con i padroni per il potere di decidere cosa produrre, come lavorare, come vivere. E i padroni allo scontro diretto sono già preparati con le loro strutture statali: esercito, giustizia borghese, prigioni, polizia e burocrazia statale.

Ma vi è anche la politica del riformisti, cioè di quei partiti popolari o addirittura a forte componente operaia la cui linea fondamentale consiste nell’evitare lo scontro diretto tra operai e padroni modificando le strutture statali in senso meno reazionario e togliendo agli obiettivi operai ogni elemento di contrasto.

Nella lotta che abbiamo portato avanti in questi mesi tutto questo c’è dentro.

 

Gli obiettivi operai e la piattaforma sindacale

 

Al momento della elaborazione della piattaforma vi erano tre posizioni all’interno della fabbrica:

a) chi diceva che non bisognava chiedere aumenti salariali, (perché altrimenti aumentavano i prezzi), che bisognava puntare soprattutto sugli obiettivi sociali da portare avanti in sede di partiti di governo e di opposizione. Era la linea del PCI e della parte del sindacato ad esso più strettamente collegata;

b) chi diceva che bisognava chiedere aumenti salariali, ma in quantità limitata, in modo che il padrone ci desse tutto quello che chiedevamo. Inoltre bisognava puntare sugli obiettivi sociali che dovevano essere caricati sul bilancio aziendale e sugli investimenti al sud. Si poneva l’obiettivo del salario garantito e quello ”padronale” del ”6 per 6”. Era la linea sindacale che voleva la lotta, senza incidere troppo sugli interessi dei padroni (sopratutto la FIM portava avanti questa posizione);

c) la terza posizione, comune alla maggioranza degli operai, era quella che oscillando tra la possibilità di evitare la lotta e la necessità di realizzare obiettivi concreti sui piano salariale e sociale, voleva ottenere aumenti salariali proporzionali all’aumento del costo della vita, di porre il problema dell’inquadramento unico introducendo gli scatti automatici, modificare sostanzialmente l’ambiente di lavoro; voleva trasporti gratis, investimenti al sud senza cedimenti.

Fu imposta la seconda linea (Carniti dovette parlare un’ora prima di strappare un applauso!).

 

La prima fase della lotta

 

La lotta inizia con un corteo interno al Centro Direzionale. La presenza operaia è massiccia e pure forte, anche se inutile, è il servizio d’ordine della FLM per impedire che gli impiegati crumiri e i dirigenti siano buttati fuori dagli operai. La presenza operaia è notevole ogni volta che c’è un obiettivo di lotta significativo; fiacca nelle altre occasioni. La linea del PCI continua a seminare disfattismo dicendo che gli operai non vogliono lottare. Forte è la pressione sugli operai per manifestazioni di pura propaganda sull’opinione pubblica per evitare in ogni modo momenti di scontro. Nonostante tutto ciò, continui cortei interni spazzano crumiri, impiegati e quando la ”vigilanza” dei riformisti è meno forte, anche qualche dirigente. Lo scontro politico tra chi ha paura della lotta e chi vuole, è continuo.

 

Il quadro politico

 

Il quadro politico che fa da cornice all’inizio della lotta è quello del blocco ”fasullo” dei prezzi del primo nuovo governo di centro-sinistra, dell’opposizione diversa del PCI e dell’appoggio delle organizzazioni sindacali a quel governo. Tutto questo grava come una cappa di piombo sulla classe operaia al punto che uno dei più fedeli militanti del PCI, in sede di Federazione milanese, si rivolta contro la linea ufficiate che non vuole che la lotta parta prima del gennaio 1974, dicendo ai funzionari di andare loro in fabbrica a frenare gli operai. La conferenza di produzione tra PCI-PSI-DC è il prodotto di questo clima. La cosiddetta crisi energetica, la ventilata crisi dell’automobile creano un clima di incertezza e di paura tra gli operai. La crisi del governo Rumor, lo scandalo dei petrolieri, la scoperta dei complotti fascisti, la decisione della DC di andare al Referendum, ribaltano a favore della classe operaia il quadro politico che prima padroni e governo avevano curato artificiosamente. Il PCI e il sindacato cambiano tatticamente atteggiamento nei confronti del governo: si arriva allo sciopero generale di 4 ore: per i problemi sociali e per i prezzi politici dei beni di prima necessità. All’interno del potere democristiano vi è il siluramento di Luraghi alla direzione dell’Alfa e la sua sostituzione con un funzionario fedele. I padroni si allarmano per l’obiettivo del salario garantito contenuto nella piattaforma Alfa.

 

Emerge la linea politica dell’autonomia operaia

 

Il giorno della rottura delle trattative il governo decide un ulteriore aumento dei prezzi e lo stato maggiore del sindacato è tutto a Roma al tavolo delle trattative. È il momento buono e la classe operaia supera ogni esitazione: guidata dalla avanguardie rivoluzionarie occupa l’autostrada dei laghi facendo due giorni di sciopero totale. L’entusiasmo è alle stelle e la partecipazione è altissima. Altissimo è anche il panico dei sindacalisti e dei riformisti che cercano di riportare la lotta su binari più ”civili”. La manovra non passa anche se quella forte spinta non riesce ad imprimere una svolta alla lotta.

La sinistra di fabbrica si coalizza attorno alla parola d’ordine: rivalutazione degli obiettivi e scioperi a scacchiera con il blocco delle merci. Il consiglio di fabbrica è spaccato ed arriva quasi alla votazione di questi obiettivi.

L’esplosione della forza operaia non avviene solo all’Alfa. Dalla Fiat all’Alfa Sud, da Genova a Palermo è tutto un fiorire di iniziative autonome della classe operaia.

In contrapposizione a questo comportamento operaio vi è la rigidezza della struttura sindacale che blocca lo scontro e cerca di deviarlo su iniziative di dibattito tra partiti con l’assemblea aperta. Sono due linee politiche diverse all’interno della classe operaia che si fronteggiano: la prima, non egemone, emerge solo nei momenti favorevoli, la seconda incombe sempre come una rete che tiene legata la forza operaia e le impedisce di misurarsi con i padroni.

La seconda rottura di trattative vede un quadro diverso della situazione. I padroni fanno quadrato attorno all’Intersind per impedire che passi il salario garantito: il «Corriere della Sera» dedica persino un articolo di fondo alla questione.

La volontà delle masse si era già espressa in precedenza; ora il fatto nuovo è rappresentato dall’atteggiamento del sindacato: tiene nascosta la rottura per 4 giorni e poi si organizza a gestire la risposta operaia. Capovolge tutti i suoi principi organizzativi (le decisioni dal vertice alla base) passando dalla convocazione di assemblee decisionali su obiettivi immediati di lotta alla accettazioni in C.d.F. della linea di lotta dura con sciopero a scacchiera e blocco delle merci di giorno e di notte. L’esecutivo del CdF, prima chiuso rigidamente, si apre al contributo anche dei compagni rivoluzionari.

Due elementi fondamentali hanno contribuito a questo clamoroso cambiamento: da una parte la sfida di Petrilli che ha mostrato come l’intransigenza delle Partecipazioni Statali nei confronti delle richieste operaie si saldi al disegno politico di Fanfani che col Referendum tenta di spostare a destra l’asse politico e ricattare sempre più pesantemente la classe operaia e le sue organizzazioni storiche; dall’altra la grande forza che la classe operaia ha espresso ”in proprio”, cioè anche al di fuori della direzione sindacale e che ha spaventato non poco i sindacalisti. Tutto ciò ha costretto il sindacato a cavalcare la tigre. Ma anche in questa fase le due linee politiche di cui dicevamo prima, quella dell’autonomia operaia e quella del riformismo sindacale, si combattono.

Il corteo al Centro Direzionale si trasforma in una pulizia completa dei crumiri e dirigenti, compreso il presidente Guani che viene circondato da un migliaio di operai e assillato di domande e da frasi come «sfruttatore», «agente di Fanfani», ecc. Il servizio d’ordine sindacale questa volta non c’è, anche se è il sindacalista a ”disimpegnare” Guani. La raccolta dei soldi per la manifestazione di Roma (poi annullata) si trasforma in incasso del pedaggio destinato alle autostrade IRI. Il blocco delle portiere è subito attuato dagli operai come blocco totale sia in entrata che in uscita delle merci. Il discorso del prezzi politici di prima necessità viene trasformato dalle discussioni degli operai (ed anche dall’episodio ristretto del la spesa per il picchetto gratis al supermercato) in un principio di attuazione della diminuzione dei prezzi. Così l’obiettivo della casa viene vissuto da decine di famiglie dell’Alfa all’interno della lotta per l’occupazione delle case di via C. Marx e del Gallaratese. La proposta sindacale dell’occupazione della fabbrica durante la Pasqua viene ridicolizzata dagli operai che, se organizzati bene, l’avrebbero attuata fino alla conquista degli obiettivi. Il blocco delle merci, che già qualcuno cominciava a dire che era solo simbolico, è stato invece un grande momento di organizzazione e di mobilitazione. Ogni reparto, a rotazione, doveva garantire il picchetto di notte. E poche sono state le volte in cui vi erano meno di cento operai. La difesa da eventuali attacchi fascisti era garantita. Lo sciopero a scacchiera che continuava a permettere la piena produzione nelle ore di lavoro, fu trasformato in uno sciopero in cui con due ore di sciopero, la produzione invece di sei ore, era di 4,2 e in certi casi anche di un’ora al giorno. Anche l’Assemblea aperta non è andata secondo le aspettative riformiste. Il ministro della sanità Vittorino Colombo non ha potuto parlare perché subissato di fischi e accompagnato alla porta da un corteo di operai (altro che compromesso storico).

 

Il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie

 

All’interno della atmosfera di lotta tendente ad accettare lo scontro duro con i padroni qual è stato il ruolo specifico degli opeai rivoluzionari?

L’esplosione di lotta è stato il frutto dell’iniziativa delle avanguardie autonome che hanno saputo esprimere con la proposta di obiettivi adeguati, la volontà delle masse.

Sono stati i compagni dell’Assemblea Autonoma, del Collettivo Politico Operaio e di Lotta Continua a meglio realizzare la direzione politica che gli operai si aspettavano in quel momento. Ma quando si trattava di esercitare in modo organizzato e continuo questa direzione politica si è visto che la capacità di riempire gli stessi spazi politico-organizzativi lasciati aperti dal sindacato, non era più la stessa. La capacità di inserirsi a livello organizzativo nella direzione della lotta, con la definizione della scacchiera incisiva sulla produzione, con l’organizzazione a livello di massa del picchetto notturno vedeva l’Assemblea Autonoma e il CPO in testa alla sinistra di fabbrica. Quando però il momento diventò cruciale, in seguito alla 3ª rottura delle trattative, la direzione politica che gli operai si aspettavano non vi fu. L’ipotesi della occupazione di fabbrica fu trasformata dal sindacato in un obiettivo ad effetto pubblicitario, quale la Pasqua in fabbrica. Nessuna delle componenti della sinistra di fabbrica seppe rappresentare la direzione politica per un livello di scontro così alto.

 

Gli obiettivi raggiunti

 

Gli obiettivi che secondo noi erano prioritari in questa lotta erano: salario garantito, salario, trasporti gratuiti.

Il salario garantito che sindacato e partiti di sinistra sbandierano come vittoria è garantito solo a parole. Noi non siamo stupidi come tanti che, siccome lo sono, dicono che la nostra critica è perché la garanzia del salario è solo al 90°/o. Non è la quantità in sé per sé, anche se 150.000 ore per 20.000 lavoratori e visti i tempi che corrono nel settore auto (vedi Fiat) non sono la luna; è la motivazione politica, i motivi per i quali si potrà attingere da questo monte ore che sono una sconfitta di principio. È specificato nell’accordo che il salario garantito ottenuto subentrerà «ogni qual volta che la direzione aziendale sarà costretta a sospendere per motivi tecnico-organlzzativi».

Questo vuol dire che se sciopera la verniciatura e sospendono l’abbigliamento, siccome la sospensione è dovuta a motivi di lotta e non tecnico-organizzativi all’abbigliamento non spetterà il salario garantito. E la direzione ha principalmente usato negli ultimi anni la sospensione proprio per impedire le lotte di reparto e mettere gli operai gli uni contro gli altri.

Sul salario abbiamo avuto praticamente tutto quanto si era richiesto a… novembre dell’anno scorso. Visti i livelli di lotta bisognava rivalutare gli obiettivi salariali. Senz’altro se avessimo chiesto di più avremo superato le 21.000 mensili. Si tratta ora dì avere la capacità di vedere come avere più soldi (ad esempio dall’applicazione dell’inquadramento unico impostandolo in modo da poter raggiungere tutti i livelli più alti che sono anche quelli che hanno il salario più alto).

Obiettivi sociali: abbiamo ora 600-700 milioni per realizzare case e trasporti, però manca a livello dei problemi territoriali un qualsiasi organismo in grado di dire come spendere questi soldi, ma soprattutto in grado di coordinare le fabbriche e le scuole per esempio sul problema dei trasporti, per impostare forme di lotta adeguate e tali da farci avere anche gli obiettivi sociali, minimamente in grado di gestire la lotta dell’occupazione delle case che settanta famiglie di operai dell’Alfa stanno conducendo.

 

Perché è una vittoria

 

Per gli operai questa lotta rappresenta una vittoria perché per la prima volta in quattro anni di lotte dure, vi è una vicinanza tra obiettivi richiesti e risultato. Nelle lotte passate, lo scarto era molto più grande. L’altro elemento positivo è rappresentato dalle ore di sciopero spese. Anche qui per la prima volta in quattro anni non abbiamo superato le 200 ore dì sciopero, ma sono state sufficienti 100, usate in modo ”diverso”. Per gli operai rivoluzionari è stata una grossa vittoria politica l’essere riusciti a far riprendere in mano a tutti gli operai, la capacità di gestire in prima persona la propria lotta. Anche se la battaglia sugli obiettivi era stata persa, rimane fermo questo punto che dal lontano 1969, sembrava definitivamente perduto.

 

Prospettive

 

Il livello di scontro si alza sempre di più e la capacità di lotta espressa dalla classe operaia deve trovare rispondenza nelle avanguardia rivoluzionarie. L’esempio della mancata occupazione di fabbrica e la sconfitta nella battaglia sugli obiettivi, devono farci riflettere. Sempre di più la classe operaia, nella sua espressione politica dell’autonomia, esprime delle esigenze ad un livello di lotta, che necessitano una capacità organizzativa complessiva.

Capacità organizzativa a livello di reparto per riuscire ad affermare gli obiettivi operai dell’egualitarismo, della lotta per la salute, del salario garantito, della lotta ai ritmi, alla repressione padronale, dell’antifascismo militante. Ogni operaio diventa sempre più cosciente che di fronte all’attacco sempre più frontale dei padroni, diventa problematico difendere i propri interessi con il metodo degli «accordi» e dei «compromessi». Si chiudono sempre più gli spazi istituzionali risposta dura alla sfida dei padroni. Ma questo ci porta al di fuori degli strumenti tradizionali, dei governi favorevoli alla classe operaia, di nuove maggioranze, di votare bene, ecc. per metterci su quello della lotta fino alle estreme conseguenze. Occorre quindi superare la delega per affrontare in prima persona il destino della classe operaia e della società intera. Occorre una capacità organizzativa a livello dì fabbrica capace di rappresentare la direzione politica dell’autonomia operaia in lotta contro i padroni e contro la linea riformista. È necessario anche un minimo di coordinamento nazionale che permetta il confronto delle esperienze particolari e la elaborazione di una linea politica strategica che scaturisca dallo sviluppo concreto della lotta di classe.

 

Assemblea Autonoma

Collettivo Politico Operaio

Alfa Romeo

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 10 – maggio 1974

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi

NAPOLI: IL MOVIMENTO DEI DISOCCUPATI ORGANIZZATI

 

Fuori i soldi per il resto sbrigatevela voi


I disoccupati organizzati hanno scelto di nuovo la linea della lotta violenta nelle  strade.

Il 29 novembre saputo del­l’accordo truffa sul collocamen­to, i disoccupati hanno risposto con blocchi stradali per tre giorni in diversi punti del centro cittadino sino agli scontri in piazza Mazzini: gomme bru­ciate, pullman dirottati ed usati come barricate, sassi contro la celere che risponde sparando con pistole e raffiche di mitra. È dentro i fatti degli ultimi giorni che si vede il salto com­piuto dal movimento negli ulti­mi sei mesi. Dopo la fase della rabbia spontanea e di­sorganizzata, nella settimana rossa di lotta i disoccupati scel­gono il terreno della violenza organizzata come forma di lotta di massa.

Oggi, dunque, in concomitanza con lo scontro per i con­tratti nelle fabbriche a Napoli, il movimento dei Disoccupati Organizzati si prepara ad una resa dei conti con il padrone, lo stato. C’è chi si meravi­glia della realtà del movimento dei disoccupati: in realtà a Na­poli i cosiddetti emarginati sono impiegati in decine di attività produttive come il lavoro preca­rio nelle ditte (edili ed alimen­tari); il lavoro a domicilio, il la­voro, in piccole imprese inte­grate (scarpe ecc.), lavoro nero. Lavoro o no vogliamo campare; questo è il bisogno che c’è nella lotta dei disoccupati oggi: una vita decente senza subire il ri­catto del lavoro.

Non si tratta ora di esaltare un movimento, che, come in passato; dopo momenti duri di scontri è rifluito sul binario morto delle marce e delle tende per il lavora. La contraddizione fra chi vuole lavoro e chi prati­ca la lotta per il salario garanti­to è tuttora aperta nel movi­mento dei Disoccupanti Organizzati. Su questo siamo molto chiari: o l’uso della propria for­za si lega ad obbiettivi e forme di lotta che paghino o si rischia di parlare a nome di un movi­mento che va in un vicolo cieco.

Del resto la giunta di sinistra non garantisce livelli di occupa­zione, ma solo la «moralizzazio­ne della vita pubblica e tende ad eliminare quelle sacche di reddito garantito dalle clientele elettorali per non creare una nuova sacca di reddito impro­duttivo che aggraverebbe il già fallimentare bilancio dell’ammi­nistrazione provinciale e comu­nale. PCI e sindacato si sono inseriti sempre su questa debo­lezza del movimento per ripor­tarlo sui binari consueti delle lotte pacifiche e sempre perden­ti. L’esempio più chiaro sono i 700 strappati con la lotta da Vico 5 santi. Il PCI e Democra­zia Proletaria con una evidente manovra elettorale, in seguito agli scontri di piazza Dante, spingono i centri di potere lega­ti alia DC, ad accettare l’assunzione dei 700, fuori dai meccanismi clientelari. Riformisti vecchi e nuovi mirano a sostituirsi alla DC nel meccanismo di assegnazione dei posti, cioè nella ristrutturazione del mercato del lavoro. È di questi giorni la «grande vittoria» sbandierata dalla maggioranza del Consiglio dei delegati dei Disoccupati Organizzati sulla riforma del collocamento chf prevede un nuovo centro meccanografico ed una nuova graduatoria^enerale.

Di fronte ai proletari disoccupati che chiedono un salario che comunque garantisca loro una vita decente, Pci, sindacato e giunta di sinistra fanno questo discorso: «volete campare? Bene! però dovete piegarvi al ricatto di dover lavorare per vivere, di piegarvi ad un qualsiasi lavoro».

La vertenza Campania non è neppure un polverone. In realtà non c’è neppure un posto di lavoro da contrattare.

Stato, padroni e sindacato lo dicono chiaramente: se vogliamo investire capitale lo facciamo per espellere lavoro e non per aumentare imposti nelle fabbriche.

A parlare di miliardi sono rimasti soltanto i gruppi.

Oggi, per noi proletari di­soccupati si tratta di capovolge­re tutto questo: i padroni sono disposti a darci i soldi pur di fermare la nostra lotta; allora noi vogliamo lottare per soddi­sfare i nostri bisogni con forme di lotta vincenti e che paghino subito. Vogliamo imporre il no­stro Potere Proletario perché siamo un settore di massa del proletariato. Due sono le cose che ci permettono di imporre il nostro programma di potere.

L’uso della violenza: lo ab­biamo fatto in questi giorni: blocchi stradali mobili, gruppi organizzati di compagni ‘che hanno affrontato lo scontro con la polizia. Era stato già fatto il 29 settembre, quando dopo l’ennesimo bidone in prefettura furono spaccate le vetrine in via Roma piene di oggetti di lusso.

L’appropriazione: per noi im­porre il Potere Proletario signi­fica accettare la provocazione del padrone che ci mette da­vanti case di lusso sfitte, supermercati pieni di viveri a caro prezzo, che vorrebbe farci pa­gare a pre/zo aumentato luce acqua gas telefono, che mette in cassa integrazione e chiude le fabbriche mentre i disoccupati si organizzano.

A questo punto possiamo de­finire un programma di lotta per i prossimi mesi: sussidio garantito fino all’avviamento al lavoro: non pagamento di bol­lette (luce acqua ecc.), tasse, affitto, trasporti, autoriduzione dei prezzi dei generi di prima necessità; assistenza sanitaria gratuita.

In un programma operaio d’attacco va stabilito ogni rap­porto tra chi lotta in fabbrica e i disoccupati. Si tratta di opporsi fermamente in fabbrica e fuori alla mobilità, ai licenziamenti, ai trasferimenti: di praticare forme di lotte che vanno verso la riduzione drastica della gior­nata lavorativa. 35 ore pagate 40 significa per l’Italsider la 5a squadra, la possibilità anche minima di nuovi posti; si tratta di trovare nelle lotta di appro­priazione la capacità di organizzare operai e disoccupati sul territorio.

DISOCCUPATI DELLE LISTE ZERO UNO

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 20 dicembre 1975, n. 5

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Per noi e’ appropriazione

I PADRONI E GLI OPPORTUNISTI SONO SPAVENTATI

Per noi e’ appropriazione


Le colonne dell’Unità e dei suoi supplenti locali, dal Paese al Manifesto erano particolarmente inquiete Venerdì 14. La cronaca turbo­lenta della sera precedente ha fatto scatenare la fervida fanta­sia dei redattori.

Poche ma efficaci parole come nelle più sante tradizoni del migliore giornalismo.

Saccheggio e rapina, furto e assalto nonché razzia.

Teppisti quindi banditi, rapi­natori praticamente fascisti, suggerisce qualche cortigiano come al solito più realista del re.

Poi una rapida carrellata sul­l’ammontare dell’estorto, cioè del bottino o refurtiva propria­mente detta.

Non è la recensione di un film di Peckmipah. Non è il Muc­chio Selvaggio. Billy the Kid non c’entra anche se nei panni di Pat Garret più di un articoli­sta della sedicente sinistra non stenderebbe a ritrovarvisi.

Non ci interessa indagare. Il compito di fare luce lo lasciamo volentieri alla questura e ai suoi aficionados di A.O. sempre validi in queste occasioni, come dimo­strano recenti avvenimenti mi­lanesi.

Ci interessa piuttosto ragio­nare sui fatti, andare al di là di etichettare comportamenti ed azioni per i quali con puntuale mo­notonia si fa il nome di «quelli di via dei Volsci», del «covo di delin­quenti comuni» come usa dire un noto boia fucilatore di partigiani.

CHI RUBA, A CHI?

Il grido di dolore per i profit­ti di Cefis è decisamente scom­posto e va ben al di là della semplice indignazione. La gente per bene, i mass-media si sen­tono scoperti, presi con le mani nel «sacco».

L’equazione dei valori, stu­dio-lavoro-soldi-dischi e vestiti e tempo libero, non funziona. Non solo incontra estraneità e rifiuto ma viene attaccata.

«Usate tutti i mezzi per con­vincerci a comprare quello che volete ai prezzi di rapina che voi fissate. Ora se di soldi se ne vedono sempre meno noi non siamo certo disposti a rinuncia­re!»

L’ideologia del sacrificio è al­leata della sconfitta e c’è sem­pre meno da prendere se non si vuole tutto. E quindi un atto d’accusa quello messo in pratica da dieci, cinquanta o cento giovani proletari.

Ma c’è dell’altro. Ad esempio il «non professionismo» messo, in mostra. Sicuramente c’è chi avrà da ridirci sopra ma i pa­droni della merce in vendita hanno ben poco da rallegrarse­ne.

Frasi come «tutti giovanissi­mi», «c’erano diverse ragazze», «notate giovani donne» ecc. ecc. non sono quelle che favoriscono sonni tranquilli.

Finché il proletariato «under 21» agiva isolato, operava indi­vidualmente, la sua azione di disturbo era ritenuta «sopporta­bile». Questo ora non è più dato. Un comportamento d’ap­provazione che diventa di mas­sa, nei bilanci ci va stretto, non è più programmabile, colpisce dove e come vuole, è insomma molto efficace.


SPESA POLITICA

Titola a tutta pagina un gior­nale della sera a Roma. «A Montesacro assaltata la Standa — Al Trionfale il magazzino Consorti» spiega il Messaggero e fa seguire la cronaca dei «due preoccupanti atti di saccheggio di massa».

Scrive il giornale in cronaca cittadina: «Alle 18,40 ai magaz­zini Standa di piazza Talenti, una trentina di giovani alcuni con i fazzoletti rossi che copri­vano parte del viso, hanno in­vaso il settore abbigliamento si­tuato al piano terreno del ma­gazzino. Gridando «tutto questo ci appartiene perché è del pro­letariato» e lanciando manife­stini in cui si giustificava l’in­tervento hanno cominciato ad arraffare giacconi, pellicce, pantaloni e gonne.

«Hanno infilato tutto dentro dei grandi sacchi scuri — ha detto un commessoso — di quelli che sevono per raccoglie­re la spazzatura.

C’erano diverse ragazze».

Naturalmente la clamorosa invasione, alcuni cantavano o ritmavano slogan, ha provocato un fuggì fuggì generale tra i clienti.

Prima di uscire i giovani hanno lanciato dei manifestini. Si rivolgono «a tutto il proleta­riato giovanile».

Pochi minuti dopo, probabil­mente un altro gruppo che agi­va in contatto con il primo, è entrato cantando inni e slogan sulla base musicale di «Pueblo unido» nel negozio Consorti, specializzato nella vendita di dischi ed apparecchi stereofoni­ci. Si è ripetuta più o meno la stessa scena. Alcuni citando slogan contro il capitalismo si sono impossessati di posters, molti dischi, di un giradischi con amplificatore e di un appa­recchio stereo. «Non ce l’abbia­mo, con voi — ripetevano ai commessi — non vi succederà niente se state buoni».

Prima di andarsene hanno tagliato i fili dei due telefoni e si sono allontanati portandosi via il tutto nei soliti sacchi scuri della spazzatura».

Fin qui le righe di un giorna­le. Nel resoconto entra comun­que di diritto tutto il casino sol­levato dagli enti di informazio­ne, tutto lo spazio che quotidiani e settimanali, radio e tv hanno rivendicato come «parte civile» nel processo al «proletariato giovanile».

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 29 novembre 1975, n. 4

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Questo stato e’ malato: che crepi

SALTANO I BILANCI DEGLI ENTI PUBBLICI

Questo stato e’ malato: che crepi


Ai padroni e ai loro servi­tori, che vedono un futuro in cui noi siamo ridotti a lavori da barboni e alla fame, dobbiamo rispondere con una pesante richiesta di «salario so­ciale». Riprenderci quello che ci tolgono con l’inflazione e con il pagamento salato dei servizi (luce, gas, telefoni) attraverso la richiesta di soddisfacimento dei nostri bisogni. Non ce ne im­porta niente dei passivi degli enti locali o dello Stato; voglia­mo sussidi di disoccupazione, ospedali, case, scuole, strutture sociali adeguate. Se si entra, come il PCI, nell’acccttazione della logica del bilancio passivo si arriva alla paralisi: ciò che sta ora avvenendo per gli ospe­dali. Il collasso definitivo del si­stema ospedaliero italiano è previsto: le mutue sono piene di debiti e trascinano nel vortice anche gli ospedali che nel di­cembre del ’73 avevano un cre­dito verso gli enti assistenziali di 2100 miliardi di lire, salito nel marzo del ’74 a 2.500 mi­liardi. Intervenga lo Stato … a noi ciò che interessa è che il fabbisogno sanitario italiano è molto al disotto del limite giu­dicato ottimale dall’organizzazione mondiale della sanità.

In Italia secondo le ultime statistiche esistono negli ospe­dali pubblici circa 463.000 posti letto, con un rapporto di 8,57 posti letto per mille abitanti, mentre il rapporto giudicato ot­timale è di 12 posti letto per mille abitanti. D’altra parte co­noscendo gli ospedali del nord, che spesso hanno proprio i 12 posti letto per mille abitanti, ci si rende conto che questo rap­porto non è sufficiente. Non parliamo poi della Campania che ha 2,8 posti letto per mille abitanti o della Calabria che ne ha 3,3. Ad Avellino la situazio­ne poi è agghiacciante: 0,65 po­sti letto per mille abitanti.

Gli ospedali del sud sono cer­tamente quelli più soffocati dai debiti, ma anche quelli lombar­di hanno crediti dalle mutue che nel 1973 ammontavano a 472 miliardi e 286 milioni.

La situazione degli enti locali è altrettanto fallimentare: 20 mila miliardi di debiti. La DC in alcune situazioni, come a Torino, aveva trovato il trucco per pareggiarli: gonfiava le en­trate e riduceva le spese (natu­ralmente solo sulla carta). Certo che solo una vocazione al suicidio, può far pensare di voler mettere le mani in situazioni di questo genere, infatti lo Stato non ha potuto «riconoscere» il disavanzo e il Comune è stato così escluso da un possibile in­tervento. La vocazione che ha il PCI di risolvere i problemi dei padroni non desiste neppure di fronte al fatto che a Torino gli istituti di credito da tempo chiedono all’amministrazione di « rientrare ».

Accettando tutto del sistema — come fa il PCI — si è co­stretti ad accettare anche l’esi­stenza dei tassi usurai delle banche. La Cassa di Risparmio, feudo lottizzato della mafia DC, ha realizzato nel ’74 pro­fitti per 400 miliardi di lire. Quindi gli enti locali che sono costretti ai prestiti sono anche obbligati a pagare tassi d’inte­resse altissimi. Il governo preme per contenere la spesa pubblica e soprattutto quella degli enti locali. Al 31 dicembre del 1974 sono stati concessi mutui per 4293 miliardi. Nel 1975 il go­verno ha deciso di non consen­tire alcuna copertura di nuovi bilanci, rendendo non più sostenibile la situazione degli enti locali.

Finora questo sistema econo­mico, sia quello liberale che quello delle corporations mul­tinazionali ha soddisfatto i bi­sogni voluttuari, lasciando com­pletamente scoperte tutte le aree sociali. Ora certi economisti pensano che si potrebbe trarre profitto anche dai servizi: fa­cendo pagare care le bollette e l’assistenza. La FIAT che si mette a costruire ospedali, e al­tre soluzioni altrettanto brillanti che non rinunciano alla logica dello sfruttamento e del profit­to. La nostra risposta è: i servi­zi dello stato o dell’amministra­zione li paghiamo quanto stabi­liamo noi e vogliamo il soddi­sfacimento dei bisogni sociali a livelli adeguati, anche se con ciò deve saltare il bilancio dello stato.


 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 29 novembre 1975, n. 4

Torna alla sezione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento