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| Antologia della rivista "Rosso" (1973 - 1979) |
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Rompiamo il ghetto del quartiere Questa proposta di lavoro nasce da due fondamentali esigenze: la costruzione, sulla base di un’analisi della nuova composizione di classe e dell’impatto che su questa hanno i meccanismi della crisi, di un programma di lavoro territoriale per la situazione metropolitana. La diffusione e la stabilizzazione dell’organizzazione autonoma, nella costruzione di strutture territoriali di contropotere proletario. Ben difficilmente nelle metropoli il territorio si manifesta come quartiere operaio, omogeneo per composizione sociale e direttamente riconducibile all’esperienza di lotta delle fabbriche. Nel quartiere, nella zona si incrociano invece i meccanismi della disgregazione sociale e dell’allargamento di estrazione del plusvalore determinando un’ampia articolazione di figure sociali diverse. Gli operai della grande e media fabbrica, portatori delle tematiche del rifiuto del lavoro salariato o e dell’egualitarismo e interpreti della lotta contro la ristrutturazione sono garanti della continuità di un ciclo di grandi lotte; sotto il peso dell’attacco alla loro omogeneità in fabbrica non si presentano però come figura politica compatta capace di dirigere il salto di qualità della lotta nella crisi. Gli operai delle piccole fabbriche, strato che più direttamente vede minacciato il salario, oscillano tra un disperato tentativo di difesa del proprio posto di lavoro e una circolazione di lotta contro la cassa integrazione o i licenziamenti, ma anche contro l’aumento dello sfruttamento, contro gli straordinari, che è un importante terreno di coordinamento di forme di lotta e di obiettivi. Ma attraverso queste stratificazioni produttive si sono sviluppati orizzontalmente nuovi aggregati sociali, con rivendicazioni a volte del tutto originali. Innanzitutto le donne che si unificano direttamente rispetto alla specificità della loro repressione all’interno della generale regressività del sistema capitalistico. Non è più solo la richiesta del salario per la propria «indipendenza» e «l’uguaglianza» con gli uomini, ma è l’imposizione di se stesse come soggetto sociale, omogeneo per i bisogni, che si fa soggetto politico in lotta per una liberazione che è sovvertimento dell’ordine sociale presente. Poi il proletariato giovanile: i giovani diplomati, operai, disoccupati, studenti si presentano sulla scena come portatori di esigenze conseguenti, ma qualitativamente nuove rispetto a quelle emerse dalle lotte, dell’operaio-massa. È questo strato quello su cui la crisi ha inciso più crudelmente, ma è anche lo strato creato dalla crisi: dalla sua disgregazione attuale sorgono possibilità di aggregazione che sono subito totalizzanti nelle richieste e portatrici di richieste di potere. IL VOGLIAMO TUTTO della Fiat si trasforma in questi momenti nel PRENDIAMO TUTTO. Non ci interessa descrivere la deficienza dei movimenti nominati: conosciamo la tendenza di parte del movimento femminista a sostituire l’eversività rivoluzionaria dei bisogni in battaglie radicali per i diritti civili o peggio a trasformare il programma di liberazione con uno di integrazione riformista. Abbiamo visto anche la ribellione giovanile incanalata in finzioni ideologiche e controculturali o sfociante in ribellismo anarchicheggiante. Ci preme invece partire dalla definizione della composizione sociale e politica nel territorio per articolare il programma su cui aggregare e riunificare i vari strati di classe. Per questo riconosciamo alla crisi la sua terribile dote di riunificare i bisogni attaccando alla radice le condizioni di vita e su questo terreno intendiamo creare le nostre scadenze. La ricchezza di obiettivi e di esigenze espresse dagli strati emergenti non è immediatamente riconducibile a un programma unico di lotta: articoliamo intelligentemente il nostro lavoro politico, ma definiamo subito su quale terreno privilegiato possiamo costruire organizzazione e momenti di attacco contro il comando del capitale. 1. Il terreno salariale I meccanismi inflazionistici della crisi e la dilatazione della disoccupazione ripropongono in prima linea gli obbiettivi salariali. Sul territorio il recupero del salario si sviluppa forzatamente in forme di riappropriazione. Il problema è come dare a questa carattere di imposizione continua dei bisogni proletari contro il carovita e l’inflazione e farla uscire sia dalla semplice episodicità dell’esproprio per bande, sia dalla palude contrattualistica dell’autoriduzione. Il problema del salario si articola a nostro parere su due fronti: il fronte del carovita, dei prezzi e il terreno della garanzia del reddito, dell’assistenza sociale. . Sul primo versante ci sembra importante proporre forme di lotta che già si sono affermate in altre parti, come l’imposizione di prezzi politici attraverso picchetti, appropriazioni, rappresaglie contro la grande distribuzione. È da riprendere, oggi che il terreno contrattualistico praticato dai gruppi si sta bruciando, la pratica dell’autoriduzione delle bollette, estendendone la realizzazione con forme di lotta militanti. Va esteso, e strappato dal mercanteggiamento con la Giunta Rosa in cui lo ha precipitato Democrazia proletaria, il movimento di occupazione degli alloggi, gestendolo come appropriazione. Infine, come nuova pratica di potere proletario, va organizzata la tassazione degli abbienti del quartiere. Bisogna farne una forma di controllo pubblico, con la indicazione delle persone da tassare, l’imposizione della tassa a favore dei senza reddito del quartiere, il suo ottenimento ad ogni modo. Sul secondo terreno va aperta, appena il movimento sarà più esteso una vertenza con la regione Lombardia per costringerla a fornire assistenza sociale e garanzia di reddito a tutti i senza reddito. 2. La militarizzazione del territorio Liberiamo i quartieri dagli sgherri armati. Oggi sempre più il controllo politico sulla metropoli passa attraverso la militarizzazione del territorio con polizia, carabinieri, vigili trasformati in vigilantes, vigilantes privati; con la criminalizzazione e la conseguente repressione poliziesca delle lotte proletarie. Contro ciò è necessario articolare il programma di organizzazione militante delle nostre lotte con la decisione di difendere nel quartiere ogni compagno preso o caduto, per qualsiasi motivo, come militante comunista in lotta per il potere, e con la capacità di opporre a repressione rappresaglia. 3. Le organizzazioni politiche che nella metropoli si presentano come articolazioni dirette della delazione, dell’attacco antioperaio della repressione, non devono avere sedi nei nostri quartieri. 4. La droga pesante Gli spacciatori vanno eliminati. La droga pesante è diventata uno strumento di disintegrazione contro i giovani proletari; bisogna difendersene come dai mitra della polizia e con gli stessi metodi. Sedi di spaccio e spacciatori devono essere spazzati via. 5. Forme comunitarie di vita La tensione a forme associative di vita, alla festa come estrinsecazione della voglia di vivere e di trasformare i rapporti in volontà di riappropriarsi del proprio corpo e di tutte le sue possibilità di realizzazione, sono parte fondamentale delle esigenze espresse dal proletariato giovanile. È importante fornire strumenti e spazi adeguati: occupare centri del proletariato giovanile, dove sia possibile abitare, fare riunioni, fare feste. Questi centri, nella nuova coscienza della necessità di lottare per gli obiettivi prescelti e di costruire contropotere adeguato a conquistarli e mantenerli, possono diventare basi di partenza per le iniziative di lotta, per l’organizzazione proletaria nel quartiere, per la controinformazione sui meccanismi di repressione. Arriviamo dunque a parlare delle forme organizzative adeguate. Noi riteniamo che per sostenere l’impatto della crisi, per non soccombere alla repressione, per uscire dall’esemplarità sia necessario come sedi e forme stabili dell’organizzazione autonoma in grado di gestire oggi il programma esposto. Per questo se il coordinamento territoriale da costruire deve essere una struttura promozionale, attenzione massima deve essere posta sulla stabilizzazione decentrata delle strutture dell’autonomia. Bisogna tornare alla periferia, aggredire soggettivamente sul terreno materiale gli strati di classe emergenti, organizzarli e tornare a prendersi il centro della metropoli, massima rappresentazione del comando e del controllo capitalistico sulla città. Il territorio metropolitano è da ripercorrere rompendo la ghettizzazione del quartiere. Nelle zone dove siamo già presenti dobbiamo articolare il nostro intervento per coinvolgere gli strati sociali che ci interessano direttamente, creare delle strutture di discussione, organizzazione, aggregazione e lotta come i collettivi e i comitati territoriali. Ma all’“interno” di questi occorre costruire nuclei di militanti rivoluzionari in grado di sostenere il peso dell'intervento politico-militante e di centralizzarsi sulle strutture metropolitane. Il lavoro dei collettivi può essere articolato in commissioni sui temi principali emersi: caro vita, salario, forme comunitarie e gestione dei centri-controinformazione militante. All’interno delle zone vanno rinnovati gli strumenti di intervento: importante ci sembra allargare il concetto di ronda operaia che finora è stato legato al centro crumiraggio e alla circolazione delle lotte per le piccole fabbriche. La ronda deve diventare uno strumento permanente di esplicitazione del potere delle masse. Dal picchettaggio ai supermercati, alle appropriazioni, dalla propaganda alla informazione pubblica, all'individuazione e tassazione dei proprietari alla difesa delle autoriduzioni, al picchettaggio e alla pulizia delle fabbriche, dobbiamo costruire una continuità attraverso la ronda, momento soggettivo di aggregazione e di lotta. IL COORDINAMENTO METROPOLITANO PUÒ RAPPRESENTARE UNA STRUTTURA APERTA IN CUI RACCOGLIERE LE ISTANZE GIÀ ORGANIZZATE E DA CUI PROMUOVERE NUOVE REALTÀ. Per questo ci pare particolarmente importante che sfugga alla logica degli intergruppi e diventi effettivo strumento di lavoro. Nell’immediato quindi proponiamo di costituirlo con le forze che sono d’accordo in linea di massima con il programma esposto, salvo ulteriori arricchimenti e che si impegnino a costruire nelle situazioni in cui sono presenti, centri del proletariato giovanile e collettivi territoriali. da «Rosso Giornale dentro il movimento» - anno III - n. 8 nuova serie - 24 aprile 197 | ||
| Numero 19 di 99 |
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