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Antologia della rivista "Rosso" (1973 - 1979)

Ma che cos’è la famigliaApr. 4, 2008

Pubblichiamo, per ragioni di spazio, una parte del documento sulla famiglia del coor­dinamento lavoratrici ALFA-FACE-IBM, che ci sembra contribuisca a impostare nei suoi termini generali alcune questioni centrali sulla famiglia - Su altri aspetti, come ad es. quello giuridico, torneremo nel prossimo numero.

 

Ma che cos’è la famiglia

 

E'   nello  stesso  tempo  facile  e  difficile parlare della famiglia: in qualche modo ce l'abbiamo tutti, l'abbiamo avuta o stiamo ap­pena per fondarla. Sembra una cosa tanto quotidiana, tanto normale che quasi ci stu­pisce sentirla nominare all'interno di un di­scorso politico. Perché la famiglia, la no­stra famiglia, è una cosa privata, un nostro problema personale, in quanto tale possono sorgere dei conflitti con i genitori, con la moglie, col marito, con le zie, con i nostri figli. Ma questo è normale, « è sempre stato così » e ognuno se lo risolve per conto suo. Purtroppo...

Fuori della famiglia viviamo il lavoro, la fabbrica, l'ufficio, gli amici e compagni, la politica, i problemi sociali, i problemi econo­mici; dentro la famiglia possiamo denudar­ci dei nostri ruoli professionali e sociali, possiamo mostrarci in modo « umano », con le nostre emozioni, le nostre ansie, possia­mo sfogarci, possiamo fare quello che ci pare, perché tanto rimarrà « in famiglia ». E' ora che ci rendiamo conto di quale fre­gatura sta sotto questa scissione della no­stra vita. E, quindi, vogliamo capire qual'è la funzione reale che ha tutt'ora la famiglia in relazione allo sfruttamento complessivo al quale siamo sottoposti giorno per giorno. Vogliamo capire perché c'è, a chi serve...

La famiglia, sia come istituzione materiale e giuridica, sia come ideologia, è uno dei maggiori agenti del capitale per fare fun­zionare il processo di sfruttamento. Con questo non vogliamo mettere in dubbio la sincerità e il bisogno che ognuno di noi esprime nell'affetto, nell'amore che sente per suo marito, per sua moglie e per i suoi figli, anzi. Ma proprio perché siamo in ge­nere costretti a soddisfare i nostri bisogni affettivi soltanto all'interno della famiglia succede che spesso non riusciamo più a trattare con amore le persone che ci stanno più vicine.

Definendo la famiglia come « agente del capitale », come istituzione che fa piena­mente gli interessi della borghesia, ci rife­riamo innanzitutto a una serie di funzioni che la famiglia svolge, che sono insieme inscindibile di aspetti oggettivi-economici e e di aspetti soggettivi-affettivi: l'accettazione dell'autorità, della gerarchla sociale che impariamo a respirare in famiglia come l'aria (quindi senza neanche accorgecene); la di­visione del mondo in affari pubblici e poli­tici e in affari privati e personali; il vivere gli altri non come persone autonome, in base a come si esprimono, ma invece sem­pre come persone che hanno determinati ruoli: sono bambini e quindi innocenti, cre­tini, incapaci; sono donne e quindi deboli, emotive e passive, sono uomini e quindi for­ti, attivi, aggressivi, sono vecchi e quindi senili, inutili o ridicoli ecc.; infine la divisio­ne della società in classi che il rapporto di autorità e subordinazione in famiglia ci pre­para ad accettare e la divisione degli uo­mini in ruoli sociali che ci divide ulterior­mente tra uomini, donne, bambini e vecchi all'interno della stessa classe. E' per questo che il discorso politico sulla famiglia ci sembra altrettanto rivoluzionario che quello sulla fabbrica, è per questo che la contrapposi­zione tra « famiglia borghese », da abolire e « famiglia sociali.sta », da costruire, cosi come è stata posta nella tradizione del mo­vimento operaio, è revisionista nel vero sen­so della parola, cioè rappresenta la pene­trazione dell'ideologia borghese nel prole­tariato

I. FUNZIONE ECONOMICA ED IDEOLOGI­CA: PRODUZIONE E RIPRODUZIONE DEL­LA FORZA LAVORO.

Se la famiglia non esistesse bisognereb­be inventarla. Pensandoci un po', non fa neanche tanto ridere... Il mondo che cono­sciamo e la società capitalistica in particolar modo, è caratterizzato dalla divisione del lavoro che è nello stesso tempo, appun­to perché capitalistica, una divisione gerar­chica per età, sesso e ruolo sociale...

Il mondo familiare, a sua volta, è carat­terizzato dalla divisione dei ruoli: il padre che lavora e porta i soldi, la madre che accudisce ai bambini, i bambini che devo­no obbedire, il nonno che fondamentalmen­te è superfluo e così via.

E questo ci sembra del tutto naturale. Quando poi conosciamo la realtà fuori della nostra famiglia, guarda caso, troviamo an­che lì le funzioni suddivise, per classi, per sesso, per età, per gerarchla, soldi, potere. E, quasi quasi, ci sembra di nuovo naturale! E così, coll'apprendimento della gerarchla dei ruoli in famiglia, ci fanno facilmente cre­dere che questa divisione del lavoro è una cosa che c'è sempre stata, che ci deve in qualche modo essere, perché, intanto «è sempre stato così ». Non è forse sempre stato vero che ««chi non lavora non man­gia? » — che « la donna ha la vocazione per la casa e per i bambini? » — Che « l'uomo è portato ad assumersi posti di comando e di responsabilità »?

Questi pochi esempi mostrano abbastanza quale è il ruolo che ha la famiglia nel con­dizionamento ideologico di noi tutti.

La funzione principale della famiglia è quella della produzione e riproduzione della forza lavoro, sia materialmente per quanto riguarda la nascita e l'allevamento dei figli, la cura e il nutrimento dei vari membri della famiglia che si vendono sul mercato del lavoro, sia dal punto di vista psicologico/af­fettivo per quanto riguarda l'educazione, la sessualità, i bisogni affettivi. L'organizzazio­ne familiare fornisce al capitale giorno per giorno dei lavoratori regolarmente nutriti e vestiti in modo modesto ma decente, ses­sualmente soddisfatti, ma non troppo, per non turbare la puntualità e il ritmo del la­voro, ordinati e rassegnati per quanto ri­guarda la gerarchla in fabbrica e fuori.

Insomma: delle persone mediamente in­tegrate. E inoltre assicura la continuità di tutto ciò per le future generazioni.

Tutto questo avviene in modo privatiz­zato, affidato al lavoro delle donne, che riproducono la forza lavoro come madri e casalinghe; un lavoro pesante, non sala­riato, socialmente non riconosciuto, e poco gratificato. Affidando questo lavoro alle don­ne che lo compiono privatamente dentro la famiglia, si soddisfano varie esigenze del capitale:

- si può tenere basso il costo della forza lavoro: infatti, se i beni e i servizi per la riproduzione della forza lavoro possono es­sere forniti a minor costo con il lavoro della casalinga, il padrone potrà tenere relativa­mente bassi i salari.

- molti bisogni che vengono soddisfatti nella famiglia privatamente potrebbero es­sere soddisfatti socialmente, ma fin'ora, per vari motivi, che sono insieme di ordine eco­nomico e di ordine ideologico, conviene te­nere in piedi l'organizzazione della famiglia nucleare, ciascuna con la sua casa, i suoi mobili, i suoi elettrodomestici, le sue attrez­zature per i bambini. Questa organizzazione permette, innanzitutto, di tenere circa la me­tà della popolazione (le donne) in uno state quasi assistenziale; inoltre la socializzazio­ne di questi servizi richiederebbe delle ri­forme di struttura notevoli.

Non solo. La piccola famiglia nucleare, tipica del capitalismo avanzato, composta  da genitori e figli, è diventato importante come nucleo di consumo. Questo ha una duplice conseguenza: se pensiamo all'esi­genza del capitale industriale di produrre e vendere sempre più prodotti per poter realizzare i suoi profitti, capiamo immedia­tamente l'utilità di questa organizzazione: ogni piccolo nucleo compra e consuma il suo televisore, la sua lavatrice, i suoi gio­cattoli ecc. Centrale per (ideologia del consumo, che viene presentata come un vero e proprio stile di vita, è la donna-casalinga, che gestisce il salario del capo-famiglia La pubblicità punta innanzitutto su di lei: la donna-casalinga, priva di qualsiasi auto­nomia, priva di salario, priva di un lavoro creativo, normalmente frustrata e annoiata, viene chiamata a vivere in positivo la sua subordinazione. La « giusta » scelta dei vari prodotti viene suggerita come sua particola­re specializzazione; la miseria e la limita­tezza, l'assurdità e la fatica ripetitiva, in­somma l'imbecillità del lavoro domestico, così come è, viene indorato come vocazione della donna. In tal modo viene insieme uti­lizzata e rinforzata la struttura familiare esi­stente: l'identità della casalinga si basa sulla sua casa, la sua lavatrice, la sua televisione. Ma questo non è soltanto un problema della casalinga; insieme a lei tutti i componenti della famiglia ricevono una lezione fonda­mentale di « proprietà privata », e, magari, più siamo sfruttati, espropriati, proletariz­zati, più ci aggrappiamo a quelle poche cose che sono « nostre ».

In questo senso l'istituzione della fami­glia, che nella borghesia, senz'altro, fun­ziona nel senso di tramandare la proprietà privata materialmente, funziona nelle classi subordinate, in modo da conservare l'idea della proprietà privata. Questo aspetto è fon­damentale, perché un sistema, basato sulla proprietà privata, può funzionare solo nella misura in cui, in qualche modo, ci credono anche quelli che di fatto non possiedono niente.

— La produzione di un certo tipo di forza lavoro, adatto alle esigenze del capitale, anche a livello personale, soggettivo. Il ca­pitale necessita di lavoratori efficienti, as­sidui, che accettino il loro sfruttamento sen­za ribellarsi, che sono puntuali, ordinati, egoisti, crumiri e interessati a tutt'altro che ai propri interessi. E anche in questi compiti la famiglia si mostra all'altezza: attraverso l'interiorizzazione dei ruoli nei rapporti fa­miliari riesce a produrre degli individui che già prima di entrare in ufficio o in fabbrica, sono condizionati e preparati per il ruolo sociale e lavorativo di subordinati che li aspetta.

II. RAPPORTI TRA PERSONE =  RAPPORTI DI SCAMBIO

Se cominciamo a considerare la famiglia  in questi termini, cioè non soltanto come un insieme di singole persone, ma come una  struttura dentro la quale, nostro malgrado, tutti noi siamo condizionati in un certo mo­do, dobbiamo renderci conto, che vi trovia­mo gli stessi rapporti di produzione, descrit­ti da Marx per la società capitalistica intera. Non solo esistono rapporti di classe, « l'uo­mo è il borghese, la donna è il proletario », dice Engels, ma gli stessi rapporti fra le persone sono diventati rapporti fra cose, fra merci.

... Proprio attraverso i valori che ci ven­gono dati in famiglia, cominciamo a vivere i rapporti con gli altri in una ottica di scam­bio: « io ti do questo, ma soltanto se tu mi dai quest'altro in cambio ». « Quanto ab­biamo fatto per te, e tu non ci dai neanche questo e quest'altro » è una formula ri­corrente tra genitori e figli. E di fatto, il rapporto genitore-figlio è sempre un rap­porto di possesso. Il genitore ha l'autorità, il denaro, la sua forza, il suo potere di adulto da imporre al bambino. La donna ha un rapporto di scambio materiale-affet­tivo col suo uomo, vive in quanto la sua fa­miglia ha bisogno di lei. In questo modo im­pariamo fin da piccoli a gestire le nostre emozioni, i nostri affetti come una torta, una fetta di qui, una fetta di là, ma guai se non ci viene restituita! Tutto ciò non è privo di violenza, anzi... la violenza che ci viene fatta, che noi ci facciamo e che facciamo sugli altri è sempre quella stessa violenza che troviamo anche fuori di casa nostra, nella lotta di classe, nella scuola, nella fabbrica. In qualche modo sembra addirittura che proprio nella nostra sfera privata, a casa, in famiglia, dove uno se l'aspetterebbe di meno, scarichiamo molta della violenza che nella vita pubblica non osiamo esplicitare; spesso è più facile, vie­ne più naturale, bastonare i figli che contrapporsi al capo-ufficio...

III.   AUTORITÀ'   E   FAMIGLIA

La società borghese, fin dalla sua na­scita, si basa sulla libertà e uguaglianza formale di tutti gli individui; non usa più la violenza fisica immediata, la costrizione, la schiavila e la proprietà personale della gen­te come ad esempio nel feudalismo. Insomma « tutti siamo liberi di dormire sotto i ponti ». Ma se non esiste la violenza fisica immediata come, ad esempio, nel feudali­smo, ci deve pure essere qualche altra cosa per far sì che gli individui, tutti noi, in linea di massima, agiamo contro i nostri interessi. Perché non è mica il mio interes­se reale produrre profitti per il padrone, non è mica il mio interesse, maltrattare i miei familiari, non è comunque il mio in­teresse farmi trattare male da loro e ac­cettare la cosa come naturale. Ma come mai succede? La spiegazione non è sem­plice, proprio perché tocca dei meccanismi dentro di noi molto profondi nei quali l'isti­tuzione della famiglia ha avuto e ha tutt'ora una funzione importantissima: l'accettazione dell'autorità, l'accettazione della gerarchia sociale e in ultima analisi l'accetta­zione della nostra subordinazione come una cosa voluta da noi stessi... Il bambino piccolo che rifiuta la sporcizia, laddove, con un minimo di buon senso, sap­piamo quanto in fondo gli piacciono le poz­zanghere, i ragazzi a scuola che si metto­no l'uno contro l'altro, e tutti contro le ragazze, in una competizione assurda per recitare dei contenuti che con la loro vita reale hanno poco da fare... Come mai?

Cosa c'entra la famiglia in tutto questo? C'entra, eccome. Essa costruisce dentro di noi quel tipo di coscienza che al mo­mento buono ci dice: bisogna fare, biso­gna obbedire, bisogna innanzitutto non fa­re ... Tutti conosciamo in qualche modo questa voce interna che ci da la istruzioni, che vince, quando in fondo abbiamo poca vo­glia di fare certe cose. E da dove viene, se non dai nostri genitori? Ancora una vol­ta: non perché ne abbiamo avuto di par­ticolarmente cattivi o repressivi sono loro, comunque e in genere, che ci hanno diretto, impedito, ordinato e molte volte sof­focato col loro « amore ». Esattamente co­me loro l'avevano imparato nella loro fami­glia, con le migliori intenzioni.

Fin, dai primi anni di vita, il bambino fa sue le principali norme e leggi della società in cui viviamo e agisce in base a esse. La persona che impone al bambino queste re­gole è per certi versi il padre, l'autorità del padre, che gli deriva dal fatto che lui, all'in­terno della famiglia ha il potere, porta i soldi, è il «capo-famiglia ». Il padre è la per­sona che ha la sua identità fuori dalla fami­glia, nel lavoro, nella sfera pubblica e quindi è lui, innanzitutto, che porta le leggi della società dentro la famiglia, è lui che rappresenta le norme e l'autorità. Identifi­candosi col padre, il bambino si identifica anche con le leggi e le norme che lui rap­presenta. Le prime volte bisogna imporre al bambino: no, questo è proibito! — Ecco, questo bisogna fare! (magari con qualche sberla, perché il bambino è piccolo e « non capisce comunque ») — dopodiché, se l'edu­cazione è riuscita, il bambino fa da padre che comanda, senza che ci sia più bisogno di sberle e grida, il bambino fa delle cose (e comincia ad irnporle magari ad altri bam­bini) che dichiaratamente non capisce, non sa perché le fa! Altre cose, altri atteggia­menti, impara, identificandosi con la madre, oggi come prima, la donna è subordinata e presta dei servizi; questa è una realtà che non sfugge I bambino. Vedendo i suoi geni­tori, il bambino percepisce la subordinazione della madre e quindi della donna, tant'è ve­ro che i divieti e gli ordini della madre ven­gono più difficilmente presi sul serio...

Quindi il bambino non solo interiorizza, fa sua in prima persona, le leggi e norme sociali, ma interiorizza fin da subito anche tutta la gerarchla. Una volta identificatosi col padre, con i genitori, e quindi con le norme sociali e la loro gerarchla, una volta vissuti gli altri in base alle funzioni e ruoli che svolgono, il bambino tenderà, in futuro, a riprodurre automaticamente gli stessi mec­canismi. In seguito, nella sua vita, di fronte alle autorità di vario tipo, che incontrerà: il professore, il comandante, il giudice oppu­re la legge, il capo, lo stato ecc., può succe­dere che mostri una grande disponibilità.

Questo processo, dentro il quale noi ve­niamo « socializzati » per il nostro futuro funzionamento in questa società, è tipica­mente borghese, e il luogo dove avviene tutto ciò, anche malgrado i suoi componen­ti, è la famiglia. Perciò, lasciare fuori da una strategia rivoluzionaria questo contesto è grave. Ancora una volta, il nemico di classe non è solo fuori, in fabbrica, nello stato, si è proprio bene infiltrato dentro di noi. Se non capiamo questo, non capiremo mai per­ché è cosi difficile fare la rivoluzione e non sapremo neanche come farla!

IV. PERCHE' LE LENZUOLA SPORCHE DEVONO ESSERE LAVATE IN CASA.

Lo sviluppo del capitalismo ha portato ad una sempre crescente socializzazione della produzione e della vita pubblica: la grande fabbrica, gli edifici, i viaggi di massa, i mass media, i supermercati ecc. Nello stesso tem­po però, tutta una parte importante della nostra vita è rimasta confinata in un ambito del tutto isolato, privato: la famiglia. Questa contraddizione non è casuale e non è nean­che di poca importanza. Anzi, anche qui ab­biamo da fare con una contraddizione fon­damentale della società borghese, fondamentale perché tutto il sistema regge nella misura in cui essa si perpetua. E si perpe­tua in funzione della legge del profitto. La vita pubblica, la produzione e l'amministra­zione a livello politico, sociale e statale ve­nivano gestiti razionalmente, con calcolo e freddezza, in modo impersonale. Tutti i bi­sogni « individuali » della gente, borghesi compresi, venivano confinati nell'ambito pri­vato, nella famiglia. La classica ideologia puritana spaccava l'uomo in due: la figura professionale, politica e pubblica che deve funzionare, senza fare trapelare qualsiasi « debolezza umana » da un lato, e l'essere umano con tutte le sue emozioni, la sua ses­sualità, la sua aggressività. Le due sfere però venivano rigorosamente divise: gli affa­ri pubblici erano pressoché tabù in famiglia, tanto la moglie doveva essere tenuta lonta­na dalle tempeste fuori casa e i bambini non capivano ma ancora di più era escluso che i problemi personali, che venivano im­mediatamente identificate con quelli familia­ri, potessero trapelare o fare parte della vita pubblica. « Le lenzuolo sporche » dovevano essere lavate in casa. In famiglia si può di­re tutto, esiste una specie di omertà difensi­va contro tutto il resto, ma guai se le notizie, le emozioni superano l'ambito privato; che cosa diranno i vicini?

Questa è l'impostazione che ha dato la borghesia — ma ne siamo stati vittime tutti. Anche perché non si tratta, ancora una vol­ta, solo di ideologia o di buona volontà; di­fatto le cose stanno in modo che pratica­mente rimane pochissimo spazio fuori dal­l'ambito familiare per soddisfare certi biso­gni .Per chi rifiuta la norma, ci sono pesan­ti sanzioni: solitudine, paura della vecchiaia, isolamento, insicurezza ecc. Ovviamente la situazione non è uguale per tutti: gli spazi di relativa libertà variano a seconda l'appar­tenenza di classe, e all'interno di essa a se­conda del sesso, dell'età ecc. Nella misura in cui aumenta la costrizione materiale, eco­nomica, nella società capitalistica così come è, le persone sono maggiormente costrette a relegare il soddisfacimento dei loro bi­sogni nella sfera familiare. Con un lavoro pesante di 8 ore, con la pendolarità e altri inconvenienti come nervosismo, stanchezza e scoraggiamento generale, il sogno diventa facilmente la «pace» in famiglia; almeno li si spera di poter trovare quello che viene solitamente negato. Che poi la si trovi rara­mente viene vissuto come eccezione alla re­gola, per forza.

E' l'accettazione di fondo di questa sepa­razione tra pubblico e privato, tra razionale e irrazionale, tra politico e privato che va attaccato e non tanto la singola persona che ripiega sulla sua famiglia come soluzio­ne dei suoi problemi. Proprio perché i bi­sogni sono reali, solo che la famiglia è la risposta sbagliata alle nostre esigenze.

La separazione tra pubblico e privato ci fa poi vivere il SESSO come il più « nostro » dei fatti nostri. E questo falso rispetto del privato serve a mascherare il pesantissimo condizionamento che accompagna ogni in­dividuo fin dalla nascita e che consegue a una vera e propria « politica » sessuale che, pur mutando nelle forme per adattarsi alle diverse esigenze della borghesia, mantiene delle caratteristiche costanti.

L'idea di fondo è che il principio del pia­cere è scandalosamente incompatibile col principio di prestazione e di scambio. Un in­dividuo dominato dalla voglia di trarre gu­sto dalla vita si rifiuta di quantificare i suoi bisogni, è imprevedibile, ingovernabile, biz­zarro. Chi riesce, anche tra i più democratici, ad immaginare come potrebbe es­sere senza provare una sorda resistenza? Non c'è niente che ci faccia paura e vergogna come l'immaginazione della no­stra libertà. Bisogna che la realtà ci presenti come impossibile il principio del piacere, perché la realtà è la più educativa delle teorie. Bisogna trovare un ambito si­curo, attendibile, capace di portare fino in fondo quel progetto di alienazione sessuale senza il quale non è possibile riprodurre su larga scala la tipologia psicologica dello schiavo moderno. Questo ambito privilegiato è la famiglia Perché nella famiglia il sesso diventa « lecito », e il principio del piacere prende quella particolare forma distorta che è l'« unione della carne e dello spirito » a fini procreativi, quindi, ovviamente limitata agli adulti e alla coppia etero-sessuale. E un adulto è comunque qualcuno che è già pas­sato per le mani di una educazione familia­re. Qualcuno che ha potuto succhiare il seno materno solo finché da latte e che quando ci sostituirà il pollice verrà sgridato perché « deforma la bocca », qualcuno che non può toccarsi, masturbarsi, annusarsi; qualcuno che va straniato progressivamente dal pro­prio corpo fino a provare ribrezzo e vergo­gna della carne altrui in generale e che vivrà la proria dimensione fisica con un profondo senso di colpa. Qualcuno che deve imparare a distaccarsi dai propri oggetti di amore e a incanalare i propri istinti sessuali dentro l'assunzione di un ruolo. Qualcuno che se è maschio dovrà mutilare, violentare, distrug­gere la sua emotività e poi tutto ciò che può scatenargliela; e se è donna, rappresentare il simbolo stesso di questa mutilazione, di­ventare carne, preda, tentazione, impossibi­lità di autonomia perché al massimo funzio­ne dell'altrui autonomia.

Ogni adulto che si ritrova finalmente con­cessa la sua parte di sesso ci arriva quando il disastro è già stato consumato. Ci arriva timoroso, con un profondo senso di colpa e di inadeguatezza e, insieme, con una smi­surata a avidità che lo rendono invidioso di ogni godimento, geloso e possessivo. Pron­to perciò a nascondersi, a normalizzarsi e a normalizzare i figli e tutti qli altri che non sono ancora pronti », come gli adolescenti. E chi li educa che dovrebbe essere edu­cato, che dovrebbe già nel bambino poter vedere l'enormità della propria alienazione. Ma il portatore, relativamente privilegiato, del modello di sessualità imposto dal sistema non è di norma colui che sa « vedersi ». Ec­co perché, una critica della famiglia, che metta gli individui con i loro bisogni da una parte e il capitale dall'altra, è una critica, che pur colpendo nel segno, ha il fiato cor­to. La famiglia non è « una », è fatta « una » con quella particolare violenza che è il po­tere di un sesso su un altro. Perché è anco­ra oggi (oppressione sessuale della donna a santificarla dentro il doppio lavoro e dentro la famiglia. Perché è in quella particolare forma di rinuncia, tutta femminile, al posses­so del proprio corpo, che nascono passività, sottomissione, il non sapere pensare per proprio conto e quella vocazione romantica alla servitù di un uomo che in buona fede passa per « Amore ».

Paradossalmente, la donna cosi desessualizzata e violentata entra in contatto con la realtà, attraverso il suo sesso, il suo es­sere donna che la condiziona passo per pas­so. La donna è sempre e ovunque in questa società un'oggetto sessuale; rispetto alla sua utilità sessuale viene qualificata (la donna « vecchia » per es. vale senz'altro di me­no). E la sua « bellezza », questa cosa così deperibile e soggetiva, viene quantificata e ridotta a metro della sua accettabilità so­ciale.

La donna rimane oggetto nella misura in cui ogni autonoma espressione della sua sessualità le viene impedita. Cosi l'ideala vi­sta per sempre la possibilità, così priva di ri­schi per cui lei è « scopata », « chiavata » e « messa sotto ». E riscattata poi attraverso il benevolo amore di un uomo che si ab­bassa per lei, e per lei soltanto, attraverso il matrimonio, a considerarla sua pari, a in­serirla nel « mondo » così come prima ha fatto su.o padre, in cambio, naturalmente, di una somma di servizi eseguiti con amore e quindi ovviamente, non pagati.

Ecco perché nella famiglia, nella coppia che ci viene presentata come unita bisogna saper vedere distinto. Bisogna continuare a vedere la contrapposizione e l'unità im­possibile tra la donna da un lato deformata sessualmente nel modo che sappiamo, che simbolizza la ricomposizione di tutta la sfera emotiva per l'uomo — e dall'altro lato l'uo­mo, ridotto a quel che sappiamo nella pro­duzione capitalistica, che dovrebbe ricom­porre tutta la sfera sociale, pubblica per la donna. Così vuole l'ideologia dell'unione matrimoniale — la brutta realtà che conosciamo un po' tutti. L'ideologia della « naturalità « di questo stato di cose è dura da abbattere, anche perché il fatto della procreazione, il fatto che sono bene o male le donne che fanno i figli, è un dato naturale, sul quale facilmente si costruiscono discorsi reazio-nari. Dato il loro ruolo « oggettivo» di casa­linghe e madri, data la secolare oppressione sessuale, dato lo stato di ignoranza in cui sono state tenute con la violenza, le donne per prime, spesso sono conservatrici e rea­zionarie. Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia: proprio per il fatto che sono loro al centro di tutta l'organizzazione familiare, proprio per il fatto che loro sono l'anello più « debole », proprio perché le varie forme del­la oppressione sono tutte sovrapposte nel loro ruolo — l'oppressione di classe, di ses­so e di età — sono loro, sono le donne, in­nanzitutto, che hanno l'interesse oggettivo di rovesciare questa condizione.

                                          GRUPPO DI STUDIO SULLA FAMIGLIA

IN COLLABORAZIONE COL

COORDINAMENTO   LAVORATRICI

ALFA - FACE – IBM

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», maggio 1974, n. 10

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