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| Antologia della rivista "Rosso" (1973 - 1979) |
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Movimento e carceri Che il movimento delle carceri non sia espressione isolata di un ribellismo individuale, ma movimento di lotta derivante da una situazione di scontro generale di classe, lo dimostra il fatto che il suo inizio in forma embrionalmente organizzata e comunque con proteste e rivolte non sporadiche, si situa nel 1969. Se le prime proteste, con rivolte spontanee, riguardavano essenzialmente problemi e esigenze primarie, come il troppo caldo d'estate, il cibo cattivo ecc.; ad ogni nuova sommossa nelle carceri si sono andati configurando obiettivi politici generali e un discorso politico di più ampio respiro. Il momivento delle carceri ha seguito insomma l'evoluzione del movimento di classe, con i ritardi e le deformazioni ovvie in una situazione di massimo isolamento, controllo e repressione, in cui l'organizzazione è cosa estremamente difficile. Questo, se pur favorito dal passaggio delle carceri di molti militanti della sinistra rivoluzionaria, non può essere semplicemente attribuito a ciò, ma alle contraddizioni di classe che coinvolgono sempre maggiori strati di proletariato, in forma di coscienza di lotta, in forma di coscienza comunista. Nel luglio 1972 i detenuti di Regina Coeli, danno esplicitamente volto di classe alla loro rivolta, esponendo un lenzuolo con la famosa scritta: « Quelli che faranno giustizia saranno gli operai, con noi forse l'avrete vinta, con loro no! L'unica vera vittoria ci può venire dalla classe operaia, dalla sua liberazione ». Nel 1973-74 il movimento delle carceri si è esteso, coinvolgendo numerosissime case di pena: Forti, Perugia, S. Gimignano, Rebibbia, Peserò, Genova, Torino, Cagliari, Asti, Napoli, Milano, Novara, Siracusa, Nuovo, Spoleto, Firenze, Prosinone, Palermo, L'Aquila, e ancora molti altri. Gli obiettivi sono nella generalità dei casi: l'abolizione della carcerazione preventiva, l'abolizione della « recidiva », l'abolizione del concetto di « pericolosità sociale », riforma del regolamento carcerario, abolizione delle leggi del codice fascista, miglioramenti nel trattamento carcerario, rapporti eterosessuali. Non deve ingannare l'aspetto, come dire... « riformista » di queste richieste. Nulla è più lontano di una mentalità riformista del contenuto di queste lotte, condotte da chi direttamente ha scelto lo scontro con lo Stato e le sue leggi, sia pure spesso individualmente. In realtà le condizioni bestiali in cui sono tenuti i carcerati, la presenza di una regolamentazione fascista, ben articolata con l'ordine civile borghese, sono motivi sufficienti per capire l'urgenza di una riforma del codice carcerario e l'abolizione di alcuni istituti fascisti. D'altra parte, mentre la consapevolezza che la lotta nelle carceri è lotta antiistituzionale viene pagata dai rivoltosi con i duri pestaggi da parte delle guardie carcerarie, delle pesanti condanne (fino a 6 anni), e degli assassinii perpetrati dai poliziotti, il riformismo mostra la sua vera faccia di gendarme di ogni spinta rivoluzionaria e viene approvato, col beneplacito del P.C.I, e sotto un ministro socialista, il raddoppio della carcerazione preventiva. Zagari l'ha chiamata « un'anticipazione delle riforme ». E' in questo clima che matura in molti compagni delle carceri, la consapevolezza della necessità di costruire organizzazione capace di scontrarsi con i livelli di repressione armati dello stato, organizzazione dentro e fuori le carceri. Questa consapevolezza segue a un livello di crisi in cui tutte le contraddizioni si sono fatte più violente, in cui lo scontro tra classe e stato, si sta spostando su livelli più alti. E' da questo punto di vista che noi dobbiamo vedere e criticare gli episodi legati all'esperienza dei NAP: gli atti dimostrativi con altoparlante ed esplosivo davanti alle carceri e la rapina a Firenze, in cui due compagni sono stati deliberatamente assassinati dalla polizia. Noi pensiamo che questi compagni (e che siano compagni comunisti, non ci piove, Giuseppe Romeo era ben conosciuto nel quartiere Forcella di Napoli, e Luca Mantini era un compagno noto in tutto il movimento a Firenze), siano partiti da un giusto punto di vista: che lo scontro nelle carceri è scontro antiistituzionale e che è necessario costruire livelli di organizzazione armata contro lo Stato armato del Capitale. Dove sta il loro errore, e la critica è rivolta per la crescita del movimento, non certo per coprirsi le spalle da un passato un po' troppo « rivoluzionario », come è caso di Lotta Continua; è la valutazione dei livelli dati di movimento e dell'obiettivo. Il movimento sta crescendo, è vero, a livello dì massa e di avanguardia, verso una situazione di diffusione e innalzamento dello scontro, ma oggi non permette di gestire ancora ogni azione armata come terreno privilegiato di lotta politica e di unificazione. Così l'azione propagandistica dei NAP, se ha trovato del consenso all'interno dele carceri, si è certo scontrata con l'isolamento all'esterno. Analogamente noi non ci scandalizziamo e strappiamo i capelli perché alcuni compagni tentano un esproprio: è questa una forma di finanziamento che le organizzazioni clandestine comuniste hanno praticato fin dal partito bolscevico. Ma non possiamo pensare che l'esproprio sia elemento centrale di un programma politico e obiettivo di lotta anticapitalistica. Certo i compagni hanno pagato troppo caro questo errore e noi non dimenticheremo certo chi sono gli assassini. Ma noi oggi pensiamo che il movimento dei carcerati abbia una vastità di prospettive assai più ampia di quella indicata. Il terreno di insubordinazione sociale dì massa che si sta sviluppando in Italia è fertile di possibilità organizzative. Dentro ad esso, come sua componente, di un movimento operaio che si è socializzato, il movimento delle carceri può assumere una sua configurazione specifica e i compagni che escono dalle carceri possono farsene interpreti e collegarlo a tutte le altre istanze di massa che emergono. Già esempi di lotte nelle carceri che sono immediatamente congiungibili alle lotte operaie, perché dello stesso segno, sono quelle contro il lavoro sottopagato nelle carceri. Esempi di scioperi vi sono stati a Spoleto, Alessandria, Orvieto, S. Vittore. Scioperi contro un lavoro pagato 500 lire al giorno, fino a un massimo di 20.000 al mese, e che spesso va a sostenere la produzione di fabbriche, che da ciò traggono un'arma di ricatto verso i propri operai. Ad Alessandria per esempio i carcerati lavorano per la Girardengo e a S. Vittore per l'AGFA, LUX e TICINO. A questo terreno da oggettiva, unità con le lotte per il salario della classe operaia vano saldati tutti i contenuti politici emersi nelle lotte di cinque anni nelle carceri. Come scrivono i compagni del Collettivo carceri di Firenze « Ai compagni detenuti non mancano la volontà e la capacità autonoma di lotta e di organizzazione; ma allo stato attuale è assolutamente necessario il collegamento concreto con le avanguardie degli operai, dei disoccupati, dei proletari dei quartieri che ugualmente subiscono nel proprio processo di vita e di organizzazione la violenza dello Stato e la coercizione del sistema ». L'estendersi delle lotte di autoriduzione appropriazione, insubordinazione di ogni tipo, la possibilità di aggregarle intorno a forme stabili di organizzazione e, a partire dal movimento, di innalzare e generalizzare le forme di lotta, sono una proposta pratica per dare continuità all'intervento politico di tutti i compagni e terreno di collegamento concreto. da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1974, n. 13 | ||
| Numero 16 di 99 |
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