Dove passa la repressione

Dove passa la repressione

 

E’ ormai impossibile, proprio per la caren­za dei livelli organizzativi del movimento, fare un bilancio tecnico dell’ondata di per­quisizioni ed arresti decisa dalla magistra­tura contro la sinistra rivoluzionaria. Riusciamo a coglierne gli aspetti più cla­morosi, quali l’arresto di Curcio e France­schi e l’assassinio del compagno Fabrizio Ceruso a S. Basilio, ma rischia di sfuggirci l’ampiezza e l’articolazione di questo at­tacco.

Rischia di sfuggirci è ovvio, non tanto sul piano della denuncia formale, democraticistica, degli « abusi del potere », quanto sul piano, più reale, della risposta da dare. Lo stato ha ormai portato alle sue estreme conseguenze la subordinazione del potere giudiziario al progetto di distruzione di ogni forma di resistenza dell’autonomia ope­raia. Ma lo ha fatto senza optare per il fascismo, l’arretratezza. Tanto che vengo­no oggi colpiti, in una esemplare applica­zione della teoria degli opposti estremismi, l’assenteismo operaio, la lotta armata per il comunismo, i vaneggiamenti di Edgardo Sogno e le malcelate speranze golpiste di tanta parte dell’esercito italiano o più in particolare del Sid.

Sottovalutare le contraddizioni del potere sarebbe sciocco. Giudici come Calamari, generali come Maletti, sindacalisti como Sartori, industriali come Monti, ministri come Togni, Tanassi e La Malfa hanno an­cora un potere immenso. Un potere contro il quale la parte dello stato più decisa a varare nella realtà delle cose le nuova maggioranza, non esita, spregiudicatamente, a scagliare la stessa sinistra estraparlamentare. Così che i due nemici delle riforme, del dominio « socia-lista » sulla classe ope­raia si distruggono a vicenda in una lotta continua, dura e soprattutto controllata. Alle dirette dipendenze dei vari Andreotti e Taviani repentinamente divenuti con­sci della necessità dell’antifascismo — lo speciale nucleo antiterrorismo ed i giudici scavano come talpe marxiane per fare af­fiorare d’improvviso il tanto sospirato ri­lancio del profitto.

Hanno distrutto, per esempio, e senza l’om­bra di una prova, il Collettivo Politico La Comune di Lodi, bollandolo come una se­zione delle Brigate Rosse. Hanno reso la vita impossibile a compagni come Saba, colpevoli di continuare a muo­versi, e con successo, pare, nell’area del­l’autonomia operaia. Hanno coperto con centinaia di denunce i dirigenti dei gruppi locali (valga per tutti l’esempio di Varese) per bloccarne il lavoro. Tutto questo senza neppure la noia, il pe­ricolo politico di affrontare un processo, che, nella situazione attuale si trasformeranno in un processo al regime. Niente processo a Lollo, niente processo a Fer­rari, Curcio e Franceschini, niente pro­cesso a Saba e neppure all’ormai storico Valpreda.

Ed accanto a questa repressione, sostenuta da tutto l’arco delle forze democratiche, si preparano la riforma del codice penale, la crisi petrolifera, la cassa integrazione, i de­creti delegati, l’attacco al potere dell’ope­raio massa.

Ecco. Cogliere l’apertura riformistico-repressiva del progetto capitalistico ci per­mette e di capire il senso delle ultime lotte e di individuare sul piano politico la no­stra difesa della depressione: l’attacco, cioè.

Non soltanto però l’attacco al cuore dello stato dei compagni delle Brigate Rosse. Non è quello il cuore dello stato, ma il passato della repubblica! Piuttosto i fazzoletti rossi di Mirafiori, l’ap­propriazione degli operai Alfa, la rivolta di S. Basilio, dove finalmente la tematica dell’attacco al lavoro ed al bisogno si ra­dicava in un concreto, palpabile livello di movimento.

Alla crisi dell’autonomia della magistratu­ra, clamorosamente evidenziata dal caso Sossi, lo stato ha risposto raccogliendo la sfida ed entrando nel gioco direttamente, con tutto il suo peso.

Ad  una prossima  crisi del  potere giudiziario   non   potremo   più   arrivare   sulla   base delle   contraddizioni   ma   solo   sulla   base della   lotta. I   compagni  arrestati  riusciremo a  liberarli solo dimostrando la capacità dell’autonomia dì riprodursi ed ingrandirsi non sulla base della soggeitività, ma su quella dell’oggettività della necessità della violenza operaia.

I cani poliziotti, gettati a seguire la pista delle « Brigate Rosse », non si sono trovati di fronte a una banda di specia-listiti del ra­pimento, da scoprire. Si sono trovati di fronte a un terreno nuovo di lotta politica, che si manifesta nelle sue varie forme, e vi si sono impantanati. Le iniziative armate, dagli incendi delle macchine dei capi alla punizione dei diri­genti, dal rapimento di Amerio all’incendio del deposito della Face Standard, si sono moltiplicate; hanno incominciato a ferire a fondo il corpo dello Stato del capitale. Cosi i cani poliziotto vengono sguinzagliati a caso, contro il movimento, a colpire ogni militante « sospetto ». Basta dire che è uno di Brigate Rosse, non occorre provarlo, per mettergli le manette, sotto l’accusa di co­stituzione di bande armate. Se riuscissero a mettere le mani su Rosaria Sansica le at­tribuirebbero gli attentati degli ultimi due anni. Ora hanno gettato in galera per la seconda volta il compagno Giovanbattista Lazagna insieme al compagno Levati e fer­mato altri 5 compagni. Riprendiamo la lotta per far uscire i com­pagni arrestati: Lazagna e Levati liberi!

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», ottobre 1974, n. 12

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