Illegalità delle lotte fonte del diritto

Illegalità delle lotte fonte del diritto

 

 

La conclusione sostanzialmente positiva per il movimento dei processi agli occupanti delle case IACP ed oggi arrestati durante l’autoriduzione dei prezzi al supermercato SMA di viale Padova ha dimostrato come l’unità di classe costringa a recepire come legali forme di lotta tradizionalmente illegali.

È abbastanza inutile rifare la storia di questi processi, delle consuete prevaricazioni poliziesche, al tentativo fallito di criminalizzare la protesta proletaria: questo compito è stato già egregiamente assolto dalla stampa quotidiana ed, oralmente, dalle centinaia di compagni presenti attivamente alle singole udienze.

Ci preme piuttosto partire da questa vittoria politica per aprire un dibattito sul problema più generale della repressione oggi, ed in particolare della repressione delle lotte di avanguardia, dai sabotaggi agli scontri armati.

Per la verità l’ipotesi stessa di una repressione come fatto estraneo all’assetto giuridico-politico dell’Italia repubblicana e come tendenza involutiva rispetto ad una contrapposta legalità democratica, ci pare falsa, scorretta e frutto di un’analisi errata della fase odierna dello scontro di classe.

I sostenitori del golpe strisciante della minaccia fascista alle stesse libertà borghesi come ipotesi di breve periodo del capitale non perdono l’occasione di sottolineare la recrudescenza della ”repressione”.

Ogni decisione antioperaia diventa il parto di giudici o funzionari ”fascisti” cui immediatamente si contrappongono le minoranze di sinceri democratici e gli inevitabili ”appelli”, in un complessivo revival del fronte popolare che non poteva mancare in questo periodo di generale rilancio degli anni Trenta.

Il risultato è quello di creare degli emblemi di una democrazia capace di rinnovarsi al suo interno e dunque degna di fiducia, in un quadro di avallo dell’ideologia della tripartizione dei poteri, cara e abbandonata nonostante tutto.

In realtà non è vero affatto che a forme clamorose di repressione corrisponda la reazione in agguato, tesa a preparare fascismo e dittatura. Sembra anzi essere vero il contrario!

Il primo governo di centro-sinistra sorgeva sulle ceneri del governo Tambroni e seguiva di pochi giorni l’eccidio di Reggio Emilia: lo presiedeva il sen. Fanfani, allora promotore di grandi nazionalizzazioni, e lo seguiva con interesse Togliatti, il quale dichiarava, ironico ed acuto, di non votare a favore per non far crollare subito l’esperimento. In Emilia si è avuto il patto di compartecipazione, la fine del latifondo e il salto verso la fabbrica verde proprio contemporaneamente alle condanne durissime (quelle di oggi, al confronto, sono inesistenti!) dei braccianti comunisti e i licenziamenti comunicati a centinaia per volta.

E mentre tutti uniti si ricostruiva la ricchezza dei padroni distrutta dalla guerra, creando insieme il boom economico, i partigiani venivano spesso condannati all’ergastolo: valga per tutti l’esempio del deputato comunista Moranino, costretto ad espatriare a causa delle sue attività di comandante partigiano.

Ogni volta cioè l’attacco repressivo ha spianato la strada non alla reazione, ma alla ristrutturazione, colpendo le avanguardie più decise proprio nel momento in cui gli investimenti e il cambiamento radicale del processo produttivo distruggevano le antiche e consolidate forme organizzative, rendendo difficili le lotte d’attacco e permettendo il controllo della situazione.

Pensare di difendere i compagni incriminati creando illusori fronti antifascisti, significa non aver capito che l’ormai celebre ”cane morto” della situazione non è il PCI (o meglio la sua linea) ma i fascisti. Vien da pensare che abbia aderito alla sinistra extraparlamentare e ne elabori la linea il buon Tecoppa delle favole lombarde, il quale, condannato dal tribunale a mesi 6 di reclusione per furto, udita la sentenza rispose ”non accetto”.

L’attacco profondo, dritto al cuore dello stato, dell’operaio massa con gli scioperi selvaggi, l’assenteismo, la mobilità, il rifiuto del lavoro, ha saputo riunificare tutte le componenti del capitale, decise a sconfiggerlo per sopravvivere.

Ed oggi gli giocano contro il compromesso storico, il nuovo modo di lavorare, gli investimenti al sud, la ristrutturazione del terziario, la distribuzione delle scuole, lo scorporo del ciclo in una miriade di micro-reparti dove le tradizionali forme di lotta si spuntano e la figura del capo scompare ormai incorporato nella macchina.

Il PCI si rivela fin d’ora un partito di governo nel senso che opera e partecipa alle decisioni in tutti i centri più vitali dello Stato, così come ci si presenta oggi: nei sindacati, nei comuni, nelle università, nelle cooperative, nelle fabbriche, nelle regioni, nei centri studi, ecc. Ed il vecchio trucco: ”attenti ai fascisti, tutti al lavoro!” si rivela in Italia una inesauribile fonte di profitto.

Ma ritorniamo alla repressione. Essa esiste solo nella misura in cui il movimento è debole; così come le forme di lotta e l’organizzazione delle lotte sono illegali nella misura in cui non si generalizzano e non diventano comportamento di massa. Il problema della repressione può essere risolto solo in termini interni al movimento operaio, solo con l’attacco alle istituzioni e non con richieste di legalità.

Negli anni ’30 erano puniti a norma di codice penale lo sciopero e il picchetto, il volantinaggio e la manifestazione: ma erano anche una necessità materiale della classe operaia e sono entrati nell’area dei diritti politici, col suggello finanche della corte costituzionale. L’illegalità delle lotte è, a tutti gli effetti, una fonte del diritto!

Oggi sono una necessità materiale per l’operaio e il proletario altri comportamenti, quali il sabotaggio, lo scontro violento contro l’apparato di controllo (sia nella forma del lavoro vivo che in quella del lavoro morto!), l’appropriazione diretta della ricchezza prodotta, l’autoriduzione. Come necessità materiale possono difendersi, divenire comportamento complessivo, vincere la repressione e far saltare insieme il piano del capitale.

I processi da cui siamo partiti (SMA, occupanti delle case IACP) sono stati vinti proprio perché il movimento si è riconosciuto in quelle lotte, le ha riconosciute, le ha fatte proprie, le ha legalizzate. E sul piano giuridico sono scoppiate le contraddizioni del capitale, fino all’affermazione della non punibilità a norma di legge dei compagni. L’illegalità delle lotte è fonte di diritto!

Al contrario l’opportunismo, i tentennamenti, le divisioni interne alla sinistra in altri processi (Ognibene, rapina di Bologna) hanno consentito, al di là della conclusione del processo, la condanna esemplare delle avanguardie. Le avanguardie infatti possono pagare sulla loro pelle le debolezze altrui.

Sotto processo è l’autonomia operaia in tutte le sue forme, il potere operaio di distruggere la macchina dello stato. Sotto processo è la possibilità del tecnico di Milano di sabotare i calcolatori financo di Hong Kong, del proletario di prendersi le case e di non pagare i costi sociali, dell’operaio frammentato e diviso di riunificarsi bloccando lo sviluppo e distruggendo le macchine.

Ad accusare è il potere del capitale unificato.

Solo riconoscendo come proprie tutte le lotte d’attacco, vincenti e perdenti, giuste e sbagliate, facendone patrimonio del movimento operaio, costruendo su quelle basi l’organizzazione, è possibile vincere.

 

da «Rosso contro la repressione. Giornale dentro il movimento» – anno 3 – n. 15 – marzo aprile1975 

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