Lotta armata lotta di massa

Lotta armata lotta di massa


 

Portare il fuoco in fabbri­ca», «lotta annata per il potere proletario» sono pa­role d’ordine  che hanno fatto capo a recenti episodi che ne­cessitano di puntualizzazione.

Gli opportunisti si sono sca­gliati contro questi episodi nella maniera più ottusa: hanno ad­dirittura la bieca presunzione di non far discutere le masse at­torno a questioni che riguarda­no le prospettive stesse del pro­cesso rivoluzionario, e che altri proletari come in Portogallo, vi­vono in prima persona.

In realtà gli avventuristi sono coloro che propongono prospet­tive false alla classe operaia, e non organizzano neanche la forza materiale di massa in grado dì sostenere le loro ipotesi.

Quali masse, con quali stru­menti politici e militari, soster­ranno l’ipotizzato «governo delle sinistre» dalle reazioni della borghesia, se questa capacità non viene organizzata fui da oggi o addirittura viene total­mente distrutta nella coscienza operaia? E per chi vede nel «golpe» reazionario la contrad­dizione principale: quale radi­camento sta ponendo tra le masse, per cominciarne a colpi­re le basi, per determinare quella che dovrà essere la conti­nuità dell’azione armata?

Ora rispetto a queste azioni e alle indicazioni di «lotta arma­ta» che da esse scaturiscono, ci sembra che vadano rimesse al posto giusto le reali condizioni in cui sta avvenendo oggi lo scontro di classe e su cui esso si svilupperà nel lungo periodo.

La «lotta armata» è una fase avanzata dello scontro di classe, la cui apertura è determinata dalla maturazione di sufficienti rapporti di forza e di un’orga­nizzazione rivoluzionaria, il partito, che ha reale e profonda unità con le strutture di contro­potere proletario in grado di guidare, di reggere e alla fine di vincere lo scontro.

Le azioni di cui discutiamo non possono rappresentare la maturità della «lotta armata», ma ne possono rappresentare i primi embrioni soltanto se pro­cedono di pari passo con il farsi carico delle difficoltà e delle contraddizioni che da qui al lungo periodo vivrà ancora il movimento di massa.

Né tantomeno chi compie queste azioni è «un’unità arma­ta operaia» perché falseremmo il concetto stesso di contropote­re proletario, di consiglio rivo­luzionario, di soviet, come strutture politiche e militari della classe che in dialettica con il partito determinano le fasi stèsse dello scontro.

Esprimere una certa pratica rivoluzionaria è sempre neces­sario, ma il nostro compito è quello di innescare nel movi­mento un processo di massa di ben più ampia portata che sia in grado non soltanto di disarti­colare pedine padronali, ma di contrastare l’intero progetto re­pressivo che oggi viene articola­to insieme ai riformisti all’interno stesso della classe.

Dall’organizzazione dei comi­tati di reparto, come strumenti politici in mano agli operai per praticare il rigetto dei ritmi, degli accordi sindacali, della mobilità, dei trasferimenti, sa­pendo essi stessi farsi carico delle risposte da fornire di volta in volta alle rappresaglie disci­plinari; all’organizzazione sul territorio delle strutture del contropotere proletario in grado di garantire il salario operaio con l’imposizione di nessun pa­gamento di fitti, bollette, tasse, generi di prima necessità in­nanzitutto agli operai colpiti da cassa integrazione, licenzia­mento, disoccupazione, e con il pagamento di un’unica autori­duzione di questi servizi per gli altri proletari.

Rispetto a questi compiti non ammettiamo nessuna divisione organizzativa dei ruoli, perché è proprio questo il terreno diffici­le su cui si ricostruisce nella crisi l’offensiva operaia..

È dentro questo processo di massa che va gettata una prati­ca non solo d’avanguardia, ma delle masse sull’uso della forza operaia.

Già nelle lotte di fabbrica e territoriali va data una conti­nuità strategica, di crescita, di salti in avanti di questa pratica.

È nell’organizzazione operaia di massa, che comprende la fabbrica e il territorio, e che noi possiamo prefigurare nel medio periodo, che questa pratica vi­ve, si sviluppa, diventa esercizio diretto del contropotere proleta­rio.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 29 novembre 1975, n. 4

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