Repressione. Fanfani chiama: rispondono tutti

Repressione. Fanfani chiama: rispondono tutti

 

 Nel cielo della politica le responsabilità non paiono esistere. Tanassi sopravvive allo scandalo del SID così come molti suoi colleghi hanno superato indenni la questione dei fondi neri del petrolio. Tutti i giornali scrivono che Gioia è un ladro, ma Gioia viene riconfermato ministro e non cede una solo bricciola di potere. Una Watergate italiana non si avrà mai. L’attacco portato dall’operaio complessi­vo al cuore dello stato – alle sue riforme oltre che alla sua sostanza – è stato così repentino e violento da non lasciare al­cuna possibilità di ricambio dentro l’as­setto istituzionale costruito negli anni cinquanta e sessanta. I riformisti per primi si rendono dunque conto che la repubblica del capitale è troppo debole per poter sostenrere il peso di una lotta fratricida tra produzione e rendita, tra sviluppo e parassitismo. (Ecco la cautela del PCI). Contemporaneamente hanno la necessi­tà urgente e vitale di ‘ristrutturarsi’, di riacquistare controllo e consenso, la for­za infine di fare il ‘balzo in avanti’, indi­spensabile base di una nuova stabilità di medio periodo.

Non vi è la capacità di riformare partendo dal livello formale, di ripercorrere un new-deal degli anni settanta, ed i padroni de­vono risolvere il problema dell’unità nello sviluppo (compromesso storico). In questo quadro si inserisce il discorso di Fanfani sull’ordine pubblico, precedu­to da quegli abituali banditori che sono i procuratori generali. L’applicazione tecnica della legge forni­sce fino in fondo, esplicitamente la co­pertura ad una modifica strisciante delle norme in vigore, evitando lo scontro fron­tale e costringendo il movimento ad una logorante guerra di trincea ed alla diffi­coltà di trovarsi di volta in volta davanti l’intero spessore istituzionale. Gli unici colpevoli, gli unici criminali sono i soggetti politici delle lotte di questi anni. Le droghe sono permesse all’alta bor­ghesia e ai loro menestrelli dei salotti culturali romani, ma portano in galera il proletariato giovanile; si colpisce lo spacciatore di piccola tacca ma si lascia vivere il traffico organizzato dalla mafia e dalla D.C.

I furti ai supermercati sono puniti ma gli imboscatori di olio, i sofisticatori delle grandi industrie prosperano indisturbati. La violenza contro pubblico ufficiale comporta la galera (specie se come il compagno Pifano sì fanno scioperi extra-sindacali) ma nessun direttore di mani­comio o di carcere, come nessun agente, è finito dentro per aver accoppato per sadismo o per fanatismo qualche proleta­rio.

Gli occupanti di case hanno costante­mente di fronte il braccio armato dello stato, hanno ormai i loro morti ma le im­mobiliari hanno ancora il permesso di te­nere case vuote per alzare i prezzi. Tutte le forme di lotta infine, e quelle emergenti di avanguardie armate in par­ticolare ma anche le autoriduzioni e le spese di massa, sono state criminalizza­te sulla scia di quanto sperimentato in Germania.

L’omertà del braccio della giustizia per­mette inoltre di rivolgere contro il movi­mento il suo stesso rifiuto dello studio e della ‘carriera’ aziendale: i contratti a termine illegittimi (Standa, Alemagna ecc.) le assunzioni irregolari senza li­bretti, l’uso massificato e illegale di ven­ditori ed agenti hanno per soggetto o lo studente o il proletariato mobile e giova­ne e permettono enormi profitti ai grossi padroni senza produrre organizzazione operaia rivoluzionaria e senza che i mo­ralisti della ‘criminalità dilagante’ fiati­no, PCI compreso, o ancora si ricordi il la­voro a domicilio (la violazione delle nor­me che lo regolano non ha sanzione al­cuna, grazie ad una finezza legislativa) usato su larga scala dalla Fiat e perfino dalle aziende americane di calcolatori come la Hp o la IBM. Per non parlare del costo della vita e della cassa integrazio­ne in palese funzione anti-assenteismo ed antisciopero.

La polizia si specializza, si divide in corpi separati, si adegua al livello dello scontro di classe. Il carabiniere col pennacchio contro le leghe bracciantili, il nucleo anti­terrorismo contro l’autonomia operaia: l’uno e l’altro non hanno altra vita oltre quella che da loro la lotta di classe. E -per stare alle proposte di Fanfani – do­vrebbe crollare uno dei cardini fonda­mentali del codice penale: la direzione dell’inchiesta da parte del giudice ed il divieto di agire autonomamente per la polizia.

Se tale linea prevale si andrebbe assai oltre il fermo di polizia, ben potendo il ‘commissario’ indagare parallelamente al giudice. Sono passati due anni da quando il giudice Caselli, attuale capo­fila della repressione, scriveva su ‘Quale Giustizia’ (organo di ‘Magistratura de­mocratica’) che non si doveva lasciare mano libera alla polizia per la sua ten­denza a criminalizzare l’indiziato, ma al contrario il giudice doveva personalmen­te e sempre intervenire ad assicurare all’imputato, in ogni caso, il rispetto delle norme vigenti.

Sono passati due anni e pare già un se­colo: la lotta di classe ha già riunito il de­mocristiano Caselli al reazionario Fanfa­ni. Davvero basta una scintilla per incen­diare la prateria.

Ecco il senso del dibattito sull’ordine pubblico, condotto con unità di intenti dalle varie componenti dello stato, con una astuzia della ragione che impone al cervello capitalistico la scelta da farsi al di là della volontà soggettiva delle singo­le frazioni di potere.

Mai come in questo momento mafia e Sid, speculatori e parassiti sono stati così poco ‘arretrati’, così poco ‘fascisti’, per diventare strumento di sviluppo e di ri­strutturazione del capitale.

 

 

Da «Rosso. Giornale dentro il movimento», gennaio-febbraio 1975, n. 14

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