«…e abortirai con dolore»

«…e abortirai con dolore»

MOLTO  PRIMA  DELLA  MANIFESTA­ZIONE

Già da due anni, alcune donne avevano deciso di incontrarsi per affrontare, par­landone insieme, una discussione sul rapporto che la donna vive con la medi­cina e le sue istituzioni. La scelta di pren­dere coscienza e iniziare un intervento su questo tema non era senz’altro una scelta parziale; principalmente per due motivi: perché sempre la Scienza ha contribuito a definire l’inferiorità della donna, attribuendole un destino fisiologi­co predeterminato e ideologicamente mi­stificato (madre, psichicamente debole, età), e rifiutandole sempre la pratica stessa della scienza (infermiera, ostetri­ca, tecnico, inserviente); e perché sem­pre la donna ha vissuto aspetti fonda­mentali del suo essere donna in modo subordinato alla medicina, ignara ed ignorante del proprio corpo e di se stessa come persona, incapace di prendere in mano la sua condizione storica e quoti­diana di oggetto oppresso (mestruazioni e sessualità, parto, maternità aborto). Tutti i pensieri e le scoperte fatte tra noi abbiamo voluto vederli realizzati nella pratica: perciò è nato il Centro di medici­na delle donne alla Bovisa a Milano. Il significato di questa iniziativa sta ben oltre il fatto che essa si pone come realtà alternativa, contro la medicina ufficiale e le strutture del sistema; essa rappresen­ta qualcosa di veramente rivoluzionario nella misura in cui noi come dorme sulle nostre esigenze, come soggetti in prima persona del nostro far politica, ci siamo organizzate. Un modo nuovo di far politi­ca.

PRIMA DELLA MANIFESTAZIONE CONSULTORIO E ABORTO

Proprio perché ci siamo mosse su con­traddizioni e su bisogni che sono reali, ancora quando il Centro non era aperto, moltissime donne non ci hanno cercato per condividere il lavoro e l’iniziativa, ma perché rispondessimo a loro esigenze materiali. E l’aiuto e la solidarietà che queste donne ci chiedevano riguardava molto spesso un identico problema: come abortire nel miglior modo possibile con la minor spesa possibile o molto più drammaticamente come abortire… co­munque.

Di fronte a queste richieste abbiamo avu­to sempre grossi problemi come femmi­niste: non potevamo garantire nulla che potesse diminuire la drammaticità di questo intervento che la donna subisce sul suo corpo: non avevamo ancora strutture mediche che garantissero non solo l’esecuzione dell’intervento, ma un minimo di assistenza sanitaria prima e dopo.

Quanto potevamo fare era dividere inte­ramente l’esperienza della compagna, farle sentire la presenza di altre donne che erano con lei solidali. E certo questo non era per niente gratificante, ma assai contraddittorio nella misura in cui ci sen­tivamo di svolgere un ruolo assistenziale e d’altro canto volevamo creare una unità più forte, che potesse anche rivoltarsi all’esterno, contro le strutture della no­stra oppressione: medici, ginecologi, cliniche etc.

Dal punto di vista tecnico-medico erava­mo in contatto con il CISA, l’unica orga­nizzazione che garantiva un prezzo ‘po­litico’ dell’intervento, un minimo di assi­stenza sanitaria e la possibilità di gestire autonomamente i rapporti con le donne.

LA MANIFESTAZIONE A MILANO

Ecco perché, dopo i fatto di Firenze, ci siamo ritenute direttamente colpite dalla repressione poliziesca: la nostra rabbia che per anni abbiamo dovuto reprimere per poterci garantire l’illegalità del poter abortire, la nostra rabbia è scoppiata fuo­ri. ‘Non vogliamo abortire, vogliamo l’aborto’ si gridava alla manifestazione: infatti siamo contro l’aborto perché è sempre violenza sul nostro corpo, perché deresponsabilizza il maschio e perché significa che non siamo libere di sceglie­re la maternità. Ma vogliamo la depena­lizzazione dell’aborto perché cessi la speculazione degli aborti clandestini ‘legalizzati’, perché non vogliamo più ri­schiare la vita e la galera per arricchiere il capitale. Non vogliamo più delegare a legislatori, magistrati e parlamentari le decisioni più o meno paternalistiche e il­luminate sul nostro corpo. Vogliamo af­fermare il diritto delle donne di prendere in mano in prima persona il proprio desti­no.

La manifestazione ha rappresentato per noi molte cose: il ributtare al potere poli­tico la responsabilità del problema abor­to, di cui si è fatta interamente carico la donna, che da sola, divisa nella sua esperienza individuale, colpevole e col­pevolizzata, ne sopportava tutta la porta­ta.

L’essere state capaci di uscire all’ester­no, anche se in una verifica parziale mi­nimale e tradizionale di anni di pratica politica diversa come può essere una manifestazione, unite come movimento delle donne, unite su un discorso che presentava contenuti alternativi molto grossi, capaci della intera gestione della manifestazione.

ED ORA… CONTINUIAMO A FARCI SENTIRE

La manifestazione è stata altresì una ri­sposta ad una scadenza posta dall’ester­no sì, ma a cui abbiamo risposto con ca­pacità di organizzazione e capacità di analisi. L’analisi appunto vede come obbiettivo intermedio la depenalizzazione dell’aborto, ma non perde di vista il fatto che il problema dell’aborto, come il pro­blema della liberazione della donna han­no a monte cause ben più remote, economiche sociali e politiche che qualsiasi ri­forma non potrà rimuovere: se sabato 18 gennaio è stato un momento anche molto bello ed entusiasmante del processo lungo e faticoso di reinvenzione di una politica femminista, dobbiamo continua­re a pensare alla crescita del movimento e a darci una organizzazione di movi­mento.

UNA COMPAGNA FEMMINISTA

DEL ‘CONSULTORIO PER UNA

MEDICINA DELLA DONNA’

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», gennaio-febbraio 1975, n. 14

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