Il movimento c’è: facciamoci sentire

Convegno nazionale dei gruppi femministi

Il movimento c’è: facciamoci sentire

 

In queste pagine riportiamo la registrazione di una discussione tra alcune compagne femministe in merito al Convegno Nazionale di gruppi femministi italiani tenutosi a Pinarella di Cervia dall’1 al 4 novembre e che ha visto la partecipazione di ben 500 donne di tutte le città d’Italia.

Da questa discussione emergono, anche se in maniera non del tutto esauriente i temi principali affrontati dal Convegno: autocoscienza, sessualità, stare insieme tra donne, politicità del femminismo, autonomia. Emerge soprattutto la necessità di continuare, in questo periodo di dopo-convegno, la discussione sul femminismo come movimento politico, emerge la volontà di collegarsi e confrontarsi tra gruppi di autocoscienza, emerge l’urgenza di verificare il potenziale di lotta che un movimento di dimensioni tanto vaste può esprimere.

Tre anni di pratica di autocoscienza ci hanno dato la dimensione dell’oppressione sessuale che viviamo quotidianamente e per molte di noi tale pratica rimane uno strumento indispensabile ed irrinunciabile.

Tre anni di pratica di autocoscienza ci hanno fatto capire che tutto è politica: l’isolamento delle donne nelle loro case, l’aborto, la maternità, una sessualità castrata. Tutto è politica: anche il modo con cui si fa politica. E se da un lato oggi cresce l’urgenza dì darsi un’organizzazione di movimento è anche vero che tale organizzazione presuppone in noi la coscienza che il nostro femminismo non può essere solo il piccolo gruppo di autocoscienza. Per dare al nostro femminismo una dimensione di movimento politico e di lotta, che ci faccia conoscere la nostra forza, che ci faccia uscire dall’impotenza e dalla passività in cui ci hanno relegate, dobbiamo cominciare ad affrontare tutte il problema della «crescita del movimento che si pone in termini organizzativi: ma di quale organizzazione si tratta? Definirla implica definire il femminismo

 

Loredana

 

Sottosopra» 1974, pag. 102)

 

 

 

                                                                                                                

Sono andata al Convegno per tanti motivi: per prendermi una vacanza dai problemi di Milano, per stare con le donne, per sapere qualcosa delle altre situazioni.

Ero comunque una spettatrice, fuori dal movimento anche se con la voglia di esserci; e il modo con cui era stato organizzato il convegno, con poche che si dovevano interessare di tutto – ho capito poi il significato politico anche di questi fatti – il caos per le prenotazioni, la prima assemblea sull’ordine dei lavori inconcludente e piena di tensioni, tutto questo mi aveva fatto sentire ancora una volta espropriata della possibilità di agire: pensavo che avrei potuto conquistarla solo entrando nel «gruppo dirigente» delle «vecchie femministe» quelle che una guarda quando tenta di dire qualcosa.

D’altra parte durante il viaggio avevo sperimentato la difficoltà di essere accettata cercando di partecipare all’invenzione di una canzone – naturalmente non mi hanno cagata. Si ascoltavano solo tra di loro, avevano l’aria di essere autosufficienti il che mi aveva fatto piombare nella solita merda dell’esclusione.

Ma proprio l’esperienza della solitudine e della nullità che mi cadevano addosso senza possibilità di coperture, lontano da quelli per cui ero qualcuno per il solo fatto di esistere, senza pezze di appoggio sull’uomo o nel gruppo (che lì mi venivano a mancare) , proprio questa esperienza mi ha fatto capire che il processo di conquista dell’autonomia (per me iniziato col gruppo di autocoscienza col salto dal senso di colpa per le sfighe individuali alla coscienza della natura sociale dell’oppressione della donna) doveva essere consolidato uscendo dai confini del piccolo gruppo, del personale che non è ancora così politico, ma un nuovo ghetto per la maggioranza esclusa. Riuscire a trovare il modo per andare oltre, cioè una forma di organizzazione che, evitando i rischi dell’«intervento» tradizionale, diventava quindi vitale per me, come unica possibilità di trovare con altre donne il senso dell’identità personale nella lotta comune per l’appropriazione di quanto ci è stato tolto dalla società sessista, che ci impone che il nostro senso è quello di vivere per l’uomo e lui si piglia e usa la nostra sessualità, la nostra salute, il lavoro domestico, il nostro tempo; diventa importante trovare delle forme di organizzazione proprio per superare lo storico isolamento della donna, il nostro senso di inferiorità rispetto all’agire, le nostre paure e l’oggettiva difficoltà ad affrontare esperienze nuove in un mondo maschile. Questo l’ho capito pensando a come, insieme alle altre del gruppo di autocoscienza, eravamo arrivate al Convegno senza riflessione sull’esperienza di un anno di autocoscienza, del gruppo omogeneo rispetto al rapporto di lavoro, sull’utilità dell’autocoscienza mista, sull’applicazione del metodo «dal personale al politico» al fare politica.

Anche lì a Pinarella, come a Milano, la possibilità di arrivare ad un confronto su esperienze veniva castrato dalla presenza di un gruppo dirigente che di fatto tendeva ad incanalare il dibattito e ad imporre temi d’obbligo e cioè il proprio livello di esperienza, senza verificare quanto fosse condiviso dal movimento e quello che di diverso veniva espresso.

Così all’interno del gruppo di studio sulla sessualità veniva imposto il riferimento all’omosessualità che per la maggior parte di noi non rappresenta un’esigenza reale. Al di là di pochi interventi che mi sono serviti per avvicinare alcune donne (fuori dalla struttura del convegno) ho potuto verificare come la stessa situazione si proponesse nel gruppo di studio sull’autocoscienza: qui diventava indispensabile paralare di psicoanalisi in modo talmente intellettualizzato che quasi nessuna delle donne che avevano partecipato era riuscita capire il senso delle proposte fatte.

 

Giuliana

 

Sono andata al Convegno senza che prima né nel gruppo di autocoscienza né tra le insegnanti se ne parlasse e non a caso – senza assumerci la responsabilità di porta il livello del dibattito o delle cose che erano fatte ognuna nei propri ambiti. Infatti da parte nostra se ci sono stati ci sono stati solo interventi individuali senza riferimento a una precisa esperienza fatta insieme. Non c’era assolutamente l’impegno di portare al convegno cose propositive. E questo perché – e a Pinarella me sono resa conto – c’era una delega a qualcosa fuori di me, al movimento visto come il Collettivo di Via Cherubini –  e io poco c’entravo con quello che avveniva, col Convegno. Il Convegno per me è servito proprio a questo: a far emergere l’esigenza di una organizzazione di tipo diverso, superare questa fase che definirei di falsa non organizzazione perché nasconde una leadership di fatto. Da qui è nata l’esigenza di collegarsi tra piccoli gruppi proprio riappropriarsi del movimento, della politica femminista. Io sento di essere nel movimento nel momento in cui mi organizzo con quelle che come me hanno determinato esigenze politiche, con altri piccoli gruppi: in quel momento io – diciamo – rientro nel movimento, senza più sentirmi estranea al movimento.

La motivazione fondamentale per cui sono andata a Pinarella era quella di stare con le donne del mio gruppo di autocoscienza, con quelle che più conoscevo e anche per curiosità, per veder cos’era il movimento; curiosità vuol dire che non sapevo cosa era, che mi sentivo fuori. A Pinarella siamo state insieme in un certo modo diverso, costruendo in tre giorni passati insieme momenti che a Milano non viviamo mai tra di noi, momenti che vanno al di là della riunione, della comunicazione di emotività, di comunicazione col corpo, di divertimento insieme, superando la solita divisione tra vissuto e pensato, tra ragione ed emozione.

Al Convegno nonostante la discussione incasinatissima nei gruppi di discussione, c’è stato anche un momento di propositività, per cui non è che non sia servito far gruppi di discussione ecc. Si tratterebbe di entrare in merito al discorso sull’autocoscienza, sulla sessualità.

 

Angela

 

Anch’io sono andata con questa curiosità, per stare insieme noi dello stesso gruppo di autocoscienza, senza quindi nessun tipo di proposizione da parte nostra. Tre giorni passati insieme a 500 donne mi sono serviti moltissimo perché ho sperimentato che tra donne c’è una possibilità di comunicazione enorme. Il convegno è servito come stacco da un certo tipo di routine quotidiana, dal contesto in cui ogni donna è inserita normalmente e che ci rende difficile comunicare tra noi. Però c’è anche un altro aspetto se vogliamo negativo: tentavo spesso di estraniarmi dalla discussione, per non sentirmi addosso tutti i problemi, le tensioni che pure tra donne esistono. Nel senso che anche tra noi ci sono difficoltà di rapporto (lo si è visto alla festa) dove per esempio la presenza delle omosessuali mi bloccava ancora, anche se tra di noi sta avvenendo una discussione sull’omosessualità, su una maggiore disponibilità anche nei confronti del nostro corpo e di quello delle altre donne. Eppure lì ho capito che c’è sempre un salto, lo stesso blocco, che io provo nei confronti di un uomo quando lo guardo come sesso.

La discussione nel gruppo sull’autocoscienza è importante perché mi sembra che ci fossero posizioni molto diverse: da un lato il rinchiudersi sempre di più in una spirale di conoscenza tra se stesse; dall’altro lato la proposta di superare questo buttarsi addosso l’un l’altra queste tensioni: psicoanalizziamoci. Però a questo punto mi si deve dire a cosa si vuole arrivare: cioè la crescita politica anche individuale si ha perché individualmente ti metti in crisi o avviene attraverso un lavoro collettivo, anche di vita insieme?

 

Laura

             

Tutto il discorso viene fatto col presupposto che le donne non sono aggressive, che le donne semmai l’aggressività la subiscono, o che quantomeno quando sono aggressive è perché hanno comportamenti maschili e quindi in quanto tale devono eliminare tali comportamenti. Cosa che mi sembra sbagliatissima, perché tradotta sul piano politico si trasforma in un atteggia mento di accettazione di tutto, è ha teorizzazione della passività, è la rinuncia a combattere.

 

Angela

 

Io questa cosa l’ho capita proprio discutendo con gli uomini, soprattutto quelli che fanno politica in un certo modo. Anche loro non accettano proprio quelle donne che giudicano aggressive e che loro chiamano ”isteriche”.

Il cosiddetto ”isterismo” è una ”qualità” di solito attribuita alle donne e non si dice mai che un uomo è isterico. Quando mai un uomo è isterico? Questo mi fa molto pensare: mi fa pensare che esiste un tipo di donna che va tanto bene alla società che è proprio la donna passiva.

 

Giuliana

 

C’è un fatto: che al convegno il gruppo di discussione sull’autocoscienza è stato ”dirottato” dal Collettivo Milanese verso la discussione della loro ”linea” sulla psicoanalisi, per cui sembrava che tutte dovessimo metterci a fare psicoanalisi selvaggia.

 

Angela

 

Per quanto riguarda il nostro gruppo di autocoscienza scartata la proposta della psicoanalisi, perché abbiamo ancora un casino di cose da dirci, avevamo deciso di fare delle cose, cioè un esempio di partecipare a riunioni tra piccoli gruppi, a dibattiti, di inserirci il più possibile nel movimento, anche con ROSSO siamo disponibili e inoltre approfondire esperienze come quella del Collettivo Donne della Face Standard di drammatizzazione, sempre sul ”filone” del fare delle cose, che per noi significa creatività, maggiore liberazione.

 

Patrizia

 

Io al Convegno ci sono andata per vedere a che punto era arrivato il movimento; e ci sono andata per stare in un ambiente più disteso fuori dai soliti casini. Ho partecipato al gruppo sulla sessualità. Penso che il problema della sessualità sia stato ridotto molto: cioè si era ridotto tutto l’arco dei problemi connessi alla sessualità femminile ai rapporti tra le donne, ai rapporti omosessuali. E rispetto a questo io non ho trovato lo spazio per parlare della mia eterosessualità. Tra l’altro per me questo problema era del tutto nuovo, cioè non avevo mai avuto modo di seguire una discussione di questo genere; inoltre mi sembrava venisse proposto come soluzione a tutta un serie di contraddizioni che si hanno nei rapporti con gli uomini. Come se l’omosessualità fosse una soluzione ai problemi dell’eterosessualità, una soluzione – mi è sembrato – forse più a ”sinistra”, più ”femminista”. Relegandosi in questa omosessualità ”felice e senza contraddizioni” si tagliavano fuori tutta una serie di altre cose: come il rapporto di noi col nostro corpo, con le cose che ci circondano e con gli uomini.

 

Laura

 

In genere mi sembra che il movimento femminista lesbico non pone mai la sua omosessualità come soluzione. In genere è posto come scoperta di un determinato tipo di affettività fra donne e come rapporto col proprio corpo. Dato che in genere il rapporto uomo-donna è l’identificazione della donna nell’uomo sia a livello della sessualità che si esprime, sia a livello sociale che economico, l’affettività tra donne è l’identificazione della donna con se stessa che poi si traduce sul piano di una espressione anche sessuale.

 

Angela

 

La linea dell’omosessualità imposta non è che sia passata; c’è stato un recupero da parte di alcune di noi che hanno voluto riportare la discussione sulla sessualità. Intanto bisogna dire che eterosessualità od omosessualità sono entrambe due etichette imposte. Quello di cui noi parliamo è la sessualità. L’omosessualità è solo il rovescio della medaglia: perché o rapporti solo con donne, o rapporto solo con uomini, comunque si sviluppano meccanismi di coppia che non ci vanno bene. Il dibattito sulla sessualità è venuto fuori anche in termini di liberazione dei propri gesti, delle proprie esigenze. È chiaro che il femminismo, il rapporto con le donne, rivoluziona il concetto di sessualità che si ha in genere. Infatti si esprime sempre di più l’esigenza di passare da una violenza subita nel rapporto con l’uomo alla tenerezza.

Il problema forse sta nel movimento in generale che non ha approfondito molto cosa vuol dire sessualità. Il problema è che la scelta del maschio piuttosto che della donna come oggetto sessuale mi è stata imposta da questa ”civiltà”; non l’ho fatto in base ad una libera sessualità che si esprime, ed esprimendosi comprende in sé l’affettività che significa poi il piacere, il godere, la musica, la natura, tutto.

Questo discorso sulla sessualità ha scavalcato nettamente ogni imposizione di discussione sull’omosessualità in termini di etichetta.

Un’altra cosa importantissima: si rifiuta il rapporto sessuale maschile, perché in questo rapporto si è sempre avuta una posizione di oggetto e non di soggetto senza porsi il problema di come si può non essere più oggetto. Io non credo che sia impossibile perché ci si può riuscire chiarendosi cosa è la sessualità. Perché devo rifiutare il corpo di un uomo che magari è bello, bello quanto quello di una donna?

 

Laura

 

C’è una differenza. Proprio perché c’è il femminismo che ha come contenuto politico fondamentale quello della sessualità della donna, il rapporto sessuale con un’altra donna assume subito un carattere collettivo, è immediatamente socializzabile, molto più che il tentativo di vivere come soggetto un’esperienza sessuale con un uomo; dato che per l’uomo il sesso è uno strumento di potere.

Non si può quindi dimenticare, quando si parla di sesso, che il sesso è uno strumento di discriminazione; e questa cosa ha una dimensione storica e sociale – dove la questione sta sempre in chi il potere ce l’ha e in chi non ce l’ha – che non si può dimenticare. Se no si cade in un tipo di ricerca dello «star ben con uomini» e dello «star bene con donne» tal quale.

 

Gemma

 

Sono andata al Convegno Nazionale di Pinarella per cercare persone ed informazioni sul problema della politica e medicina facendo parte del gruppo del Consultorio della Bovisa. Con questo motivo principale ma non solo per questo: mi interessava vedere cosa veniva fuori da un incontro così allargato, nazionale per quanto riguarda il livello del movimento. Volevo anche conoscere altre esperienze di altre situazioni. A Pinarella sono stata molto bene, forse perché conoscevo molte delle donne presenti, soprattutto rispetto ad altri convegni femministi a cui aveva partecipato e dove ero stata malissimo forse perché non ero ancora dentro le cose, per il mio livello di arretratezza ecc.

Agli altri convegni avevo sempre la sensazione che quello di cui discutevamo aveva poca rilevanza per l’«esterno», per il «sociale». Pensavo: «cosa vado a dire alla mia amica, alle compagne di lavoro, agli uomini?». Invece a Pinarella questa parzialità, insufficienza del movimento non l’ho sentita; tutto era importantissimo, ogni tema una discusso aveva per me una rilevanza decisiva: l’autonomia dall’uomo e dai gruppi politici maschili, l’autonomia mia e del movimento.

Per quanto riguarda i contatti con le altre donne: avevo bisogno di informazioni, indirizzi, conoscere esperienze ecc., proprio per il lavoro del Consultorio; devo dire che questo mi è stato possibile fino ad un certo punto, perché le strutture del convegno non me ne hanno dato la possibilità. Tanto è vero che adesso dovrò andare a Roma, Padova ecc., a fare quello che a Pinarella non ho lo spazio di fare.

Io però non starei a sottolineare troppo le carenze del convegno che in effetti è stata una cosa grossissima prima di tutto perché ha rispecchiato il livello del movimento e sono state poste da parecchie donne presenti richieste fondamentali di discussione: uscita all’esterno, intervento, autonomia dall’uomo, dai gruppi politici, autocoscienza. Sono cose che magari lì sono state solo dette, ma da 500 donne che le riporteranno nelle loro città. Più che parlare ancora del Convegno forse è più importante sottolineare questa fase di dopo-convegno, come ci muoviamo adesso, dappertutto.

Dobbiamo arrivare a definire cos’è politica femminista, cosa di cui tutte al convegno avevano l’esigenza. È ovvio che dobbiamo superare la passività e il delegare, cose che a me proprio non vanno bene. Infatti se ce un motivo per cui non vado al Collettivo Milanese è perché lì vivo tutte le cose in maniera intimista, troppo da signore che non lavorano dalla mattina alla sera, mentre io lavoro dalla mattina alla sera e sono stufa. Un’altra cosa volevo dire sull’autocoscienza: per me è stata una cosa grossissima perché io prima vivevo la politica in maniera veramente traumatizzante, talmente terribile che neanche mi ci avvicinavo. Con tutti i casini che ne conseguono: passività, delega, vivere tutte le cose di dentro e poi rimanevo a casa a leggere e a star da sola. L’autocoscienza invece mi ha fatto capire che questa situazione di star male è data dalla struttura della società che si riflette anche nelle strutture politiche; ho capito che anche i gruppi politici sono formati su schemi maschilisti se io non c’entro dentro è anche qui una situazione di delega; ho capito anche che le contraddizioni che vivo io non sono solo mie ma di tutte le donne, che non era colpa mia, ma colpa di questa società che mi faceva vivere secondo modelli a cui mi dovevo adattare.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 13 – dicembre 1974

 

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