Niente sesso: siamo operai

Niente sesso: Siamo OPERAI

 

Pubblichiamo la relazione introduttiva ad un incontro sul rapporto tra rivoluzione sociale e rivoluzione sessuale al quale hanno partecipato i compagni dei CPO, alcune femministe milanesi, alcuni compagni del FUORI! (Fronte Omosessuali Rivoluzionari) e un gruppo di studenti del Coordinamento Collettivi Autonomi.

Per motivi di spazio siamo costretti a rimandare ad un prossimo numero gli interventi più significativi del dibattito.

 

Se è difficile individuare nella famiglia un luogo di scontro e un contenuto politico, figurarsi nel sesso.

Non c’è niente da discutere. È la cosa più personale che esista, quello dove l’uomo e la donna manifestano la loro irriducibile naturalità. Una cosa fuori dei condizionamenti storici, totalmente estranea allo scontro di classe, al rapporto di sfruttamento, alla politica.

Tabù da sempre, a casa e a scuola, il sesso è rimasto tale anche per la sinistra di classe e per la classe operaia. In fabbrica non si parla di sesso. Sul sesso si scherza. Ma il silenzio comincia a divertare pesante da quando chi si sente oppresso da un certo modo di fare il sesso ha fatto esplodere sotto gli occhi di tutti le contraddizioni che al sesso sono legate. Prima o poi bisognerà prenderle in considerazione per vedere se c’entrano e come c’entrano con la lotta di classe.

Veniamo ai fatti.

Non sembra che il rapporto sessuale tra uomo e donna sia esattamente una cosa tra eguali. L’uomo è cacciatore, si sceglie la sua donna. Lui è attivo, lei passiva. Si gradisce ancora molto che la donna sia vergine. Deve essere sempre piacente e desiderabile, secondo precisi canoni culturali (si trucca, dimagrisce ecc.). Non importa, poi, che raggiunga l’orgasmo: il 60 per cento delle donne non ha mai provato o prova raramente piacere nel coito; di loro si dice che sono malate di frigidità. L’infedeltà dell’uomo è meno grave di quel la della donna. Per lui c’è sempre la comoda soluzione della prostituzione e della masturbazione. Per le donne no: o non sanno o non vogliono, o non riescono. La natura lega la sessualità alla riproduzione. La volontà dei due quasi sempre no. A causa di questa perversione ”contro natura” in Italia ogni anno muoiono circa 20 mila donne per procurato aborto illegale. Quasi sempre lui l’aveva lasciata libera di decidere. L’uso degli anticoncezionali si diffonde fuori legge e quasi sempre senza adeguato controllo medico. È comunque affare da donne.

In Italia più di 2 milioni e mezzo di omosessuali (è un calcolo per difetto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) o reprimono ogni impulso sessuale, o battono nelle latrine, nei cinema o nei parchi, o cercano incontri nei locali ghetto. Affrontano sempre e comunque lo scontro durissimo con gli altri, indipendentemente dalla posizione politica.

Anche nei gruppi della sinistra rivoluzionaria gli omosessuali continuano a militare accanto agli altri nella più assoluta… riservatezza.

Le poche comuni esistenti e le case dei compagni più ”comprensivi” sono spesso occupate da giovani che cercano un posto dove scopare. I genitori non sono così sciocchi da pensare i propri figli in stato di incontinenza; però a casa non vogliono. Anche nelle coppie più felici prima o poi si insinua il tarlo della gelosia. Sembra insanabile la contraddizione tra il voler garantire a se la più totale autonomia e il pretendere dall’altro la più assoluta fedeltà, in teoria uno basta all’altro. In realtà si cerca sempre qualcosa di più.

Ciò che emerge qui chiaramente è che anche per il sesso c’è una norma rigida che afferma:

— la donna, per sua natura, deve vivere la sessualità come passività, cioè subordinata all’uomo;

— ogni rapporto che non sia tra persone di sesso diverso è contro natura;

— la sessualità deve esplicarsi quando il rapporto può essere condotto fino al raggiungimento della finalità che la natura gli impone (procreazione); cioè nella coppia monogamica adulta, (la sessualità coincide con la riproduzione).

Tutto il resto è sottoposto alla disapprovazione sociale, quindi, alla repressione.

E non c’è sostanziale differenza di giudizio tra borghesia e classe operaia. Anzi in quest’ultima la condanna è spesso più dura, la reticenza più tenace, la repressione più autoritaria. E mentre sul cottimo, sul salario garantito e su sindacati e padroni si accetta il confronto, su queste questioni è dogma che ciascuno può pensarla come vuole.

L’opinione corrente è che esiste una normalità in senso biologico e la morale corrente non è nient’altro che la difesa di questa presunta normalità biologica, rivelata dal senso del piacere, da un aspetto emotivo che perciò non può essere ideologico.

Ma le contraddizioni emerse all’interno dell’attività sessuale, il rapporto di dominio dell’uomo sulla donna, di possesso dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli, di repressione ed emarginazione degli omosessuali e dell’omosessualità in generale hanno fatto scoprire quanto sia duro per alcuni il fardello di questa ”naturalità”. Gli oppressi hanno deciso che è ora di metterla in discussione.

 

Dai sacri testi: un contributo all’analisi

 

Marx non si è occupato molto di sesso. Nel lontano 1884 ha scritto che dal rapporto sessuale «si può giudicare ogni grado di civiltà dell’uomo… il rapporto dell’uomo alla donna è il più naturale rapporto dell’uomo all’uomo. In esso si mostra dunque, fino a che punto il comportamento naturale dell’uomo è divenuto umano». È il primo calcio al dogma della naturalità. Se il rapporto sessuale tra l’uomo e la donna rivela quanto e come l’uomo ha trasformato il suo rapporto con la natura vuol dire che esso non è affatto immutabile e astorico.

Ma l’indicazione più fertile a questo proposito in Marx è da ricercarsi nella teoria dell’alienazione.

Se è vero che la realtà è determinata da rapporti di produzione, questi non possono essere sganciati dalla produzione delle idee che sono un’emanazione più o meno immediata delle relazioni materiali tra gli uomini.

I pensieri individuali si conformano alle idee che un dato contesto sociale esprime e queste idee sono determinate da una particolare struttura della società. L’uomo allora non è più prigioniero solo delle sue condizioni oggettive, ma anche di se stesso, di ciò che è divenuto a causa delle sue condizioni. La maggior parte di ciò che pensa di sé e degli altri è ideologia.

Marx però non si è occupato dell’alienazione nella sfera sessuale: il problema è rimasto aperto.

Il primo a raccogliere la palla, dopo Marx, è Freud. La sua attenzione è rivolta tutta alla dimensione psico-sessuale della realtà. Prima, fra tutte le sue scoperte, è quella dell’inconscio: le vere forze, i veri desideri, le vere paure che spingono gli uomini ad agire non sono quelli che appaiono direttamente dalle loro parole e dalle azioni ma sono nascoste sotto di esse. Alla base del comportamento individuale ci sono sempre gli istinti profondi dell’individuo (le forze libidiche).

Sul piano sessuale le cose stanno in questi termini:

— I bambini piccoli hanno una sessualità; cioè la sessualità si manifesta molto prima che l’individuo possa riprodurre. Non c’è quindi identità naturale tra sesso e riproduzione.

— La vita sessuale del bambino consiste nell’attività di una serie di pulsioni parziali che, indipendentemente l’una dall’altra, cercano di conseguire piacere in parte sul proprio corpo, in parte su oggetti esterni (polimorfismo perverso). La sua esplorazione sessuale, poi, non si riallaccia alla differenza dei sessi (bisessualità naturale). La polarità sessuale interviene solo più tardi.

— C’è una significativa concordanza tra perversioni e pulsioni infantili. Le perversioni non sono altro che pulsioni parziali divenute esclusive nella vita adulta. Questa selezione si verifica anche per la sessualità definita normale; cambiano solo le pulsioni privilegiate o rimosse.

— La sessualità infantile viene repressa e la meta finale è, da un lato, l’unificazione dei singoli oggetti delle pulsioni parziali in al primato della genitalità e, con questo, l’assoggettamento della sessualità alla funzione riproduttiva.

— La morale sociale non è la difesa della naturalità (che in quanto tale non avrebbe bisogno di una morale per difendersi) ma il risultato delle misure repressive prese contro i bambini piccoli e contro le espressioni della sessualità naturale per indirizzarle verso il momento riproduttivo. Inizialmente il conflitto si manifesta come antagonismo tra i desideri del bambino e i divieti dei genitori. Successivamente diventa conflitto tra istinto e moralità.

Anche gli impulsi sessuali che gli individui rivelano nella vita conscia, pertanto, sembrano essere soggetti a modificazioni storiche. Anche per questo aspetto della sua vita, l’uomo subisce il condizionamento e la repressione delle istituzioni della società a partire dalla famiglia.

È allora giocoforza che un movimento rivoluzionario tenga conto dell’intervento della struttura sociale anche nella sfera istintuale.

A questo punto la palla passa a Reich. Pur collocandosi nella tradizione marxista egli afferma che la rivoluzione sociale è solo un presupposto ma non la condizione sufficiente della rivoluzione sessuale.

Alle scoperte di Freud, Reich aggiunge quelle derivate dall’indagine sulla attività sessuale dei suoi pazienti. In pratica scopre che nessuno scarica nell’attività sessuale tutta l’eccitazione accumulata. C’è in tutti una tendenza a respingere gli impulsi istintivi che blocca molta dell’energia sessuale generata dal corpo.

L’effetto più importante della repressione sessuale è che essa finisce per paralizzare gli istinti ribelli, non allineati alla norma, perché ogni forma di rivolta è vissuta con ansia e produce un’inibizione generale delle facoltà critiche. A guardar bene infatti l’autorità dei genitori sui figli si impone e si manifesta sostanzialmente nella repressione della loro sessualità: succhiare, osservare e giocare con le proprie feci, osservare e toccare le zone erogene del corpo degli adulti, toccarsi i genitali. È questa anche la prima e fondamentale esperienza d’autorità.

Così si fornisce all’individuo la struttura psichica e lo schema di comportamento che sono alla base dell’accettazione dell’autorità e della subordinazione alla «realtà sociale».

Sulla scorta delle acquisizioni freudiane Reich completa la teoria dell’alienazione con la dimensione psicologica. La applica alla sfera della sessualità: le emozioni, come le idee, sono socialmente determinate. Le condizioni materiali esterne non solo determinano le idee e i pensieri che viviamo a livello conscio, ma anche i desideri inconsci.

Una volta che una certa moralità è divenuta norma di comportamento, cioè, essa viene vissuta anche come istinto: l’individuo riceve e reagisce a certi stimoli e ne respinge altri in accordo alla moralità introiettata.

Ciò significa che una certa struttura sociale non solo crea un’ideologia e una coscienza morale a difesa dei comportamenti socialmente accettati ma, a monte di questi, crea anche dei modelli di comportamento e di desiderio come naturali per gli uomini che la compongono.

Non solo ci comportiamo in un certo modo e pensiamo che sia «bene» così, ma lo desideriamo anche «istintivamente».

E il fine di tutto questo processo?

È la subordinazione del principio del piacere alla realtà sociale, trasformando, col consenso della sua volontà, la finalità individuale dell’attività sessuale in una prestazione socialmente utile.

Ciò avviene attraverso la desessualizzazione parziale dei corpo, cioè la limitazione ad una sola parte del corpo perché il resto possa essere usato come strumento di lavoro, da un lato; dall’altro organizzando l’esercizio della sessualità entro rapporti di dominio che introducono già nei rapporti primari tra gli individui lo schema della gerarchia di potere, che domina la vita della società divisa in classi.

La società non è solo capitalista. È anche sessorepressiva.

La teoria però, al solito, non ha cambiato nulla. Anzi, la borghesia è riuscita a farne uno strumento più perfezionato di controllo. Ci sono voluti i movimenti di liberazione della donna e degli omosessuali perché cominciasse a farsi strada l’idea che i rapporti sessuali e i modi di viverli non sono assoluti, unici, eterni, immutabili, ma sono invece forme diverse di vivere la sessualità, caratteristiche di epoche storiche diverse e condizionate dalle necessità dei vari ordinamenti sociali.

Ad un’analisi anche grossolana non può sfuggire che la condizione di passività della donna, la sua maniera di vivere la sessualità, non è che lo specchio della sua totale subordinazione all’uomo. La società non è solo sessuorepressiva è anche ma maschilista.

A proposito dell’omosessualità, poi, Kinsey parla chiaro: il 46 per cento degli adulti americani ha avuto rapporti con i due sessi; ci sono casi numerosissimi di inversione sessuale negli istituti di segregazione (carceri, ospedali psichiatrici ecc.); c’è il pericolo di inversione in certe età critiche e le preoccupazioni sollevate nelle madri dai medici, c’è infine l’omosessualità latente, palese in moltissimi rapporti umani. Allora, dove va a finire la naturalità del rapporto eterosessuale?

Ma anche tutte le espressioni della sessualità definita normale non sfuggono ai condizionamenti. A grattare bene la miseria sessuale vien fuori dappertutto.

 

La sessualità: una parabola storica

 

Nella nostra società la sessualità è una sola: eterosessuale, ai fini della procreazione ed è comunque affare da adulti. Tutto il resto è perversione.

All’interno del rapporto sessuale esiste una posizione di dominio (il maschio) e una subordinata (la donna) che si esprimono nella differenza tra ruolo attivo e ruolo passivo sia nella fase di approccio (corteggiamento e scelta del partner) sia durante l’atto sessuale (rapporto penetratore-penetrata) sia nella finalità dell’alto (conclusione del coito con l’orgasmo maschile). Ma è sempre stato cosi?

Analizzando le pulsioni sessuali residue al processo di repressione, nelle manifestazioni ”normali” e ”perverse”, lo sviluppo della sessualità dalla fase infantile a quella adulta e l’evoluzione dei sistemi di parentela dalle primitive organizzazioni sociali ad oggi se ne deduce che la situazione attuale non è che il quadro finale di una parabola storica che sembra andare da uno scambio sessuale promiscuo e in discriminato alla monogamia, attraverso una serie di divieti sociali successivi.

E l’analisi comparata mostra una significativa corrispondenza tra la prassi sessuale dominante in ciascuna epoca storica e la corrispondente forma di organizzazione sociale, dal primitivo collettivismo al prevalere dell’uso privato della proprietà.

Il dominio sessuale si afferma energicamente nella coppia monogamica con la totale sottomissione del sesso femminile al sesso maschile in funzione di una paternità incontestata che permetta di affermare il diritto ereditario del patrimonio familiare.

Da questo nascono tutte le limitazioni e i divieti ai rapporti sessuali che non rientrano nella logica della costituzione della famiglia monogamica, diventate ormai l’istituzione fondamentale della società divisa in classi.

L’imposizione del rapporto eterosessuale e la sua limitazione all’interno della monogamia è la forma storica corrispondente ad una struttura sociale fondata sulla logica della proprietà privata e sulla divisione in classi.

Parallelamente allo sviluppo storico va anche indagato il processo di organizzazione degli istinti che passa attraverso il vissuto personale, sotto l’urto con la realtà sociale e con la morale corrispondente. Per questa morale il bisogno sessuale non sarebbe altro che la legge naturale prestabilita in funzione della procreazione. A ciò corrisponde l’organizzazione della sessualità sotto il primato della genitalità. Gli istinti vengono sottomessi al primato della genitalità non solo privilegiando i rapporti tra genitali e rimuovendo gli altri, ma anche imponendo il coito come uso privilegiato dei genitali e rifiutando le altre forme.

L’organizzazione sociale degli istinti culmina pertanto nella loro subordinazione alla funzione procreativa. Da principio autonomo, base del comportamento umano (principio del piacere) la sessualità si trasforma in mezzo per raggiungere un fine (principio di prestazione).

Le pulsioni ”perverse” (il bacio, il contatto tra bocca e genitali ecc.) vengono accettati solo nel ruolo di contributi preparatori o intensificanti nel compimento dell’atto sessuale normale.

E qui va fatta una distinzione tra il piano storico e quello personale.

Storicamente la riduzione della sessualità a sessualità procreativa monogamica si realizza in pieno solo quando l’individuo diventa un soggetto-oggetto di lavoro; mentre la norma diventa struttura psichica dell’individuo attraverso la repressione famigliare della sessualità infantile che è la condizione preliminare per raggiungere questo risultato.

 

Famiglia e repressione sessuale

 

Se la famiglia è il luogo dove è socialmente permesso di soddisfare i bisogni sessuali e dove si realizza la socializzazione primaria dei figli, uno dei suoi compiti fondamentali, se non proprio quello principale, è quello della repressione sessuale.

Vediamo cosa succede.

Intanto come mai da creature infantili con disposizioni bisessuali vengono fuori uomini e donne? Uomini e donne non vuol dire solo la capacità di vivere la sessualità unicamente nei confronti del sesso opposto, ma anche di viverla secondo un certo ruolo: attivo e passivo, dominante o dominato.

Apparentemente i ruoli sessuali sono ”naturali”, cioè sono biologicamente determinati. Alcuni nascono uomini e altri donne. Al pene corrisponde, biologicamente, la tensione verso l’altro sesso e la psicologia maschile.

Il contrario è per la donna.

Se li guardiamo bene, però, scopriamo che le componenti culturali (psicologiche) dovute all’educazione sono fondamentali. Uomini e donne si diventa, spesso in contraddizione con gli attributi biologici (è il caso dell’omosessualità). E non si diventa neanche una volta per tutte (lo dimostra l’inversione sessuale); né si diventa esclusivamente uomini o donne (la componente omosessuale è presente in tutti anche se allo stato di latenza).

Se è dalla famiglia che escono maschietti e femminucce vuol dire che nella famiglia affonda la psicologia di uomini e donne. In famiglia avviene un processo di «ruolizzazione» psichica a livello inconscio, determinato dallo schema dei rapporti vissuti tra genitori e figli (triangolo edipico) e alimentato, poi, dalla generalità dei rapporti sociali.

Il modello di riferimento per l’assunzione dell’identità psichica è la prima relazione di fronte a cui si trova il figlio: il rapporto tra il padre e la madre. È un rapporto fondato sulla disuguaglianza tra il padre dominatore e la madre subordinata, è il primo rapporto ineguale legato alla polarità dei sessi e dei ruoli.

Attraverso un processori identificazione o con la madre o col padre e con i ruoli che essi rappresentano, in lui viene repressa una delle valenze sessuali possibili e imposta l’acquisizione di un ruolo specifico (unisessualizzazione). Ciò che determina l’inversione sessuale non è che l’assunzione del ruolo opposto a quello definito normale.

Il processo di unisessualizzazione, poi, avendo come modello di riferimento il rapporto tra padre a madre comporta anche che il figlio, nel rimuovere una delle possibilità, aderisca ai modelli psicologici di comportamento del ruolo assoluto e rifiuti quelli del ruolo rimosso.

Il maschio – ad esempio – non solo proverà piacere nel rapporto con la donna ma anche vivendo il ruolo attivo rispetto alla passività femminile.

Il processo di alienazione di uno dei ruoli sessuali trasforma anche o stesso ruolo assunto, secondo i modelli stabiliti socialmente.

A questo punto diventa cruciale approfondire la questione omosessuale.

Abbiamo visto che non è possibile stabilire una contraddizione biologica tra la pulsione omosessuale e quella eterosessuale. Coesistono in ciascun individuo almeno nell’esperienza infantile, o nello stato di latenza.

Abbiamo visto anche che nel rapporto eterosessuale c’è una situazione di dominio del padre sulla madre.

Per garantire questo schema di dominio bisogna non solo che l’uomo assuma il ruolo della sessualità dominante, ma anche che rimuova quello della sessualità dominata. Il contrario succede per la donna.

Pertanto l’affermazione dell’eterosessualità rende indispensabile la rimozione dell’omosessualità per garantire oltre alla procreazione, la riproduzione dello schema di dominio. L’eterosessualità famigliare, allora, differenziando, selezionando e distribuendo i ruoli sessuali, non solo assicura la riproduzione dei figli ma è anche alla base della riproduzione del rapporto di dominio.

 

Dirompenza delle pulsioni e dei ruoli subordinati

 

Se la norma sessuale è così opprimente chi la metterà in crisi?

Come sempre, quelli che da questa norma sono più oppressi.

È vero che la repressione sessuale è condizione comune. Però all’interno di questa condizione i ruoli relativamente privilegiati e i comportamenti adeguati alla norma non hanno interesse nell’immediato a metterla in crisi.

Nell’immediato gli uomini in primo luogo, e gli eterosessuali poi, hanno invece interesse alla difesa di comportamenti e istituzioni generati dall’ordine patriarcale borghese.

Sono invece coloro che in quest’ordine occupano posizioni e/o aderiscono a comportamenti perversi (le donne, gli omosessuali, i giovani) i soggetti storici che possono, grazie proprio al loro ruolo specifico e al comportamento che ne deriva, mettere in crisi lo schema. Le donne, contro il ruolo maschile, possono mettere in crisi il rapporto di dominio uomo-donna.

Gli omosessuali, contro la norma eterosessuale, possono mettere in crisi la polarità dei ruoli. Gli omosessuali denunciano, con la loro stessa presenza, la rimozione della componente omosessuale negli eterosessuali o l’unisessualità che domina il nostro sistema sessuale e rappresenta uno degli aspetti fondamentali delta repressione sessuale.

Contro una sessualità impiegata a scopo utilitario, poi, tutte le cosiddette ”perversioni” sostengono la sessualità come fine a se stessa: costituiscono la ribellione al «principio di prestazione» in nome del «principio del piacere»

Almeno nell’immediato con gli altri, con i ”normali” c’è lo scontro.

Per i ”normali” l’interesse sta nello scoprire come i ruoli generati a livello psicologico si trasferiscano nei rapporti umani e specificamente in quelli sessuali, come tendano a riprodurre anche in questo ambito l’antagonismo tra classe dominante e classe dominata, come, d’altro canto, le posizioni di relativo privilegio siano funzionali alla sopravvivenza del generale processo di alienazione e come, infine, ciò sia alla base dell’insoddisfazione anche dei loro rapporti.

 

Movimenti di liberazione e movimento operaio

 

La sinistra ha fino ad oggi rimandato a dopo la «presa del potere» ogni discorso su come sarà la vita comunista. Da più parti si sono levate condanne di «piccolo borghese» contro i movimenti di liberazione. La questione sessuale viene relegato tra le cosiddette contraddizioni secondarie o nella sovrastruttura.

I movimenti di liberazione, invece, negano l’astratto determinismo secondo cui, una volta fatte cadere dalla rivoluzione proletaria le strutture del capitalismo, le sovrastrutture alienanti della società borghese non lasceranno all’uomo nessuna traccia della loro negatività.

Rimandare tutto a dopo significa trascurare di fare già oggi non solo quello che è possibile, ma quello che l’oppressione rende ormai irrinunciabile.

Se i rapporti di produzione so******ti dovranno essere un nuovo modo di vita, la loro qualità esistenziale dovrà essere costruita già nella lotta per la loro realizzazione. Non fosse altro che perché chi questi bisogni avverte già non è più disposto a mettersi in lista d’attesa: il bisogno di cambiare rappresenta la vita stessa delle donne e degli omosessuali.

Non sarà quindi la scelta arbitraria dei gruppi o una loro linea più o meno correttamente rivoluzionaria intorno alle forme di oppressione che non sono immediatamente riconducibili al rapporto di sfruttamento operaio-padrone a fissare una scadenza in cui anche le contraddizioni «secondarie» troveranno asilo politico all’interno della strategia rivoluzionaria.

È solo l’emergenza autonoma delle forze organizzate sulle contraddizioni specifiche a stabilire la scadenza.

E il movimento operaio deve fare i conti con questi altri momenti del movimento. Va evitata, però, ogni confusione. Per rimanere alla contraddizione più macroscopica – il rapporto uomo donna – è evidente che nell’immediato la classe operaia maschile ha interesse a mantenere in piedi un’istituzione borghese e una condizione di privilegio sulla classe operaia femminile. Lo stesso può dirsi del rapporto tra eterosessuali e omosessuali.

Qui infatti la contraddizione non si apre immediatamente tra due classi con interessi contrapposti.

L’unità d’opposizione passa al di sotto e attraverso i conflitti di classe. Se questo non è chiaro, siamo al solito pasticcio: non si sa chi lotta contro chi.

Tra gli appartenenti a questi movimenti non c’è identità di classe; c’è solo identità nell’oppressione subita. La loro opposizione in quanto oppressi non è immediatamente opposizione al nemico di classe, ma a tutti coloro che si identificano con l’ideologia della classe dominante che è ciò che consente l’oppressione.

Non sono quindi immediatamente riconducibili allo scontro di classe cosi come è stato inteso fino ad oggi dal movimento operaio.

Da questo scaturisce autonomia dei movimenti di liberazione. Movimento operaio e movimenti di liberazione sono destinati a rimanere, in questa fase storica, momenti autonomi.

Ma nella misura in cui tali movimenti disvelano fenomeni di oppressione generale il movimento operaio deve prendere posizione. Ci sono altri piani in cui lo scontro col nemico di classe si colloca. Vanno scoperti e analizzati.

Fino ad oggi anche la sinistra ha tenuto separata la sfera pubblica da quella privata. La sfera pubblica è quella in cui si fa la lotta di classe. La sfera privata, invece, riguarda i problemi personali che ciascuno risolve per conto suo e che non hanno rilevanza politica.

Il pericolo che si nasconde in questa separazione è evidente. Infatti, se nelle strutture sociali legate alla produzione l’antagonismo di classe è esplicito (e neanche questo basta a fare immediatamente in un operaio un rivoluzionario), nelle istituzioni che determinano la «socializzazione» del l’individuo (famiglia, scuola, mezzi d’informazione di massa, organizzazione del tempo libero, consumi ecc.) il fatto che l’antagonismo non sia né immediato né esplicito fa sì che proprio attraverso questi strumenti si diffondano le idee della classe dominante.

Ed è proprio questo che consente l’adattamento della classe operaia alle condizioni di vita generate dallo sfruttamento. In fabbrica è dura ma a casa c’è sempre la moglie da… ”scopare”.

Si verifica, quindi, una pesante contraddizione tra il livello di coscienza della classe operaia determinato dallo scontro in fabbrica che ha innescato un processo di radicalizzazione rivoluzionaria parallelo al passaggio dell’organizzazione capitalistica del lavoro alla sua fase di maturità, almeno nei paesi occidentali, e la coscienza che la classe ha dei suoi bisogni fondamentali, coscienza cresciuta a livello storico e che tende a soggiogare la classe all’ideologia borghese.

E ciò che diventerà sempre più pesante con lo sviluppo del capitalismo nei paesi occidentali non sarà tanto il raggiungimento di obiettivi di tipo quantitativo come nel passato (occupazione, salario ecc.). Certo il padrone non smetterà di combatterci anche su questo piano ma questi obiettivi saranno comunque assicurati alla classe operaia dell’occidente avanzato.

Diventerà sempre più pesante invece garantirsi obiettivi di tipo qualitativo per cambiare la vita in fabbrica, fuori, nei rapporti personali, a letto. Il ciclo di lotte iniziato col ’68 si è qualificato fondamentalmente per l’attacco che la classe operaia ha sferrato all’organizzazione capitalistica del lavoro. Oggi è tempo di capire che fuori dai cancelli della fabbrica c’è l’organizzazione capitalistica della vita, che non è l’unica possibile, che bisogna pensare a costruire qualcosa di diverso.

E allora bisogna cominciare a cogliere i nessi politici che ci sono tra l’oppressione della donna e della sessualità, da una parte, e la società fondata sullo sfruttamento dall’altra.

Bisogna scoprire come le attuali strutture istituzionali, la famiglia in primo luogo, generano le strutture psichiche, il desiderio, la norma morale e qual è il ruolo che tutto questo gioca nei rapporti sociali. Perché il cambiamento radicale che deve trasformare la società deve penetrare fino ad una dimensione dell’esistenza umana che la teoria marxiana non ha considerato.

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 11 – giugno 1974

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