Note del sesto anno

Ricerca di una pratica di lotta

Note del sesto anno

 

Da sei anni ormai è comin­ciata la nostra storia nuova, quella che vogliamo costruire noi donne, sui nostri problemi, per la nostra liberazione, a modo nostro.      

Sei anni fa, ancora sull’onda delle lotte del ’68-’69, iniziammo a conoscere il femminismo, a praticare l’autocoscienza, ad incontrarci tra donne per capire la nostra oppressione, per sco­prirla in tutta la sua dimensione storica politica quotidiana e per­sonale. E fu una grande scoperta, fu l’entusiasmo per la libera­zione di tutte le energie, fu la totale disponibilità a trasformar­ci, a cambiare noi e il mondo che ci sta attorno, a scoprire una nuo­va pratica politica, a distrugge­re schemi, ruoli, istituzioni, lea­derismi, tutti i meccanismi del­la soggezione fisica psicologica ed economica che per secoli ci han­no castrato.

Dopo l’isolamento e le divisio­ni, creammo la fiducia reciproca, dopo essere state per secoli le escluse dalla storia, prendemmo coscienza che solo noi possiamo portare il mondo fuori dalla preistoria.

Il femminismo è la possibilità concreta di determinare e tra­sformare la nostra vita, di de­terminare, attraverso la nostra unione e lotta le modalità e i tempi della distruzione totale di tutto ciò che ci opprime.

Il piccolo gruppo d’autoco­scienza non è stata una pensata teorica a cui il movimento si è uniformato diligentemente; è sta­ta invece la necessità per tutte le donne di unirsi le une alle altre, di parlare di noi tra noi per strap­pare ad uno ad uno tutti i veli mi­stificatori sotto i quali millenni di patriarcato avevano sepolto le donne, metà dell’umanità.

Il parlare tra noi è stato ed è prendere coscienza delle forme specifiche: attraverso cui si realizza l’oppressione delle donne nella società patriarcale, è stato ed è l’atto attraverso cui il mo­vimento femminista è nato, esi­ste e cresce.

L’autocoscienza è l’esigenza di migliaia di donne di esprimersi politicamente, di far politica nei modi da loro decisi, di essere soggetti politici. Il piccolo gruppo di autocoscienza è stata la nostra prima esperienza politica autono­ma e nello stesso tempo è stato lo strumento con cui migliaia di donne si sono impossessate di un loro linguaggio, di una nuo­va cultura che le ha messe in grado di aggredire e smascherare l’ideologia maschilista dei ruoli sociali, della famiglia, del matri­monio e della maternità; che le ha messe in grado di denunciare l’esistenza di un lavoro non pa­gato, il lavoro domestico; l’iso­lamento nelle case che porta alla «isteria» e alla «nevrosi»; una sessualità non espressa, anzi sop­pressa dalla sessualità dominan­te genitale e maschile.

L’autonomia del movimento è sempre stato il nostro presuppo­sto: non aver altra scadenza che i propri bisogni; la politica dell’esperienza è pratica dei propri bisogni per trasformarli in desi­deri; autonomia dalla politica istituzionalizzata, dalle scadenze di altri o altre organizzazioni, fondare una nuova politica, una nuova pratica che non conosce deleghe e mediazioni, capi e «in­teressi generali» che non siano gli interessi di tutte noi.

L’esperienza dell’autocoscienza è diventata ormai patrimonio di migliaia di donne, si è quantitativamente diffusa e da anni ormai è parte del nostro vissuto. I piccoli gruppi di presa di coscienza sono stati il veicolo di diffusione di una profonda ana­lisi dell’oppressione femminile, non solo: sono stati anche l’ambito da cui sono uscite esigenze nuove di espressione e di organizzazione che hanno rivelato la insufficienza di questo strumento.

Insufficienza perché?

Perché l’autocoscienza, se da un lato dava a tutte noi una lucida comprensione della nostra oppressione, dall’altro ci lasciava isolate a gestirci un quotidiano sempre più contraddittoriamente odiato.

In quel momento, che è coin­ciso con una grossa crisi personale di molte di noi e con la crisi dei piccoli gruppi, in quel momento il movimento non ha sa­puto dare uno sbocco positivo alle svariate esigenze che dai pic­coli gruppi stessi uscivano ed è approfondita una differenziazio­ne di pratiche che da tempo vi­veva al nostro interno, arrivan­do all’isolamento e alla contrap­posizione di varie tematiche che invece il femminismo aveva espresso come totalità della con­dizione della donna.

L’individuazione di uno sfrut­tamento materiale nel lavoro do­mestico ha portato ad ipotesi organizzative tipo Lotta femminista (oggi sciolta nei vari Comitati per il salario).

La limitatezza di questa ipo­tesi è nel considerare le donne solo come «casalinghe», senza porre l’attenzione ai vari aspetti della nostra oppressione, che non è solo economica, ma anche fisica e psicologica.          

È il discorso di ritrovare la  nostra identità di persone, non solo di lavoratrici salariate, e il discorso di una nuova qualità di vita che queste compagne non fanno. Non ci basta distruggere i vincoli salariali del capitale in quanto ci ritroviamo noi stes­se creature del capitale. Anche sulla loro reale pratica vorrem­mo entrare nel merito: vi ritro­viamo la solita logica di gruppo, la riproposizione di strategie a lungo termine e mai invece quel­lo che ci interessa: modificare le nostre condizioni materiali da subito, partendo dai nostri bi­sogni.

Contemporaneamente  si è sempre più radicalizzata un’altra ipotesi di pratica femmini­sta che ha rifiutato, almeno nominalmente, l’organizzazione e l’esterno per approfondire, con la pratica dell’inconscio, l’esperienza iniziata con l’autocoscien­za, sviluppando l’analisi del rap­porto tra donne, dell’isteria, del­le nevrosi, dei sintomi del corpo e della sua espressività.

Questa pratica spesso si tra­sforma in intimismo, in dispe­razione, autocommiserazione e autodistruzione. Questa valanga di angoscia non può essere spo­stata né ghettizzandoci, né tanto meno continuando a cercare den­tro di noi l’origine di tutti i ma­li, senza distruggere l’esterno che ci obbliga in continuazione ad interiorizzare violenza ed oppres­sione.

L’inconscio modella il corpo e condiziona il nostro agire, d’ac­cordo; liberare il nostro corpo è ancorarsi alla materia, d’accordo; ma è materiale anche l’atto della vendita del nostro corpo che ogni giorno, operaia, puttana o casa­linga, dobbiamo fare per soprav­vivere. Liberare il nostro corpo deve significare liberarlo dalla schiavitù del lavoro, gigantesca barriera che incontriamo sulla nostra strada, che ci limita nel definire i tempi, i mezzi e i luo­ghi della nostra liberazione. La psicologia «femminile» della rassegnazione e dell’autocommi­serazione è lo sbocco più sempli­ce per le donne abituate da mil­lenni a vivere come «naturale» la loro condizione subalterna. È questo meccanismo che maggior­mente abbiamo interiorizzato, che dobbiamo spazzare via e che ritroviamo anche dopo anni di pratica dell’inconscio.

Queste, separazioni e polariz­zazioni di tematiche sono il moti­vo per cui non ci si può identifi­care in alcuna di queste pratiche perché lottiamo contro le separazioni che da sempre abbiamo  vissuto, tra noi ed il nostro corpo, tra noi e la nostra mente, tra noi e il mondo esterno; perché vogliamo individuare, oltre che problemi generali, anche forme di lotta nostre; perché vogliamo fare autocoscienza e contempora­neamente riappropriarci di tutto ciò di cui siamo state espropria­te (spazi, luoghi, corpo, emozio­ni oggetti…); perché vogliamo realizzare subito i nostri bisogni e trasformare i bisogni in soddi­sfazioni.

Vogliamo tutto e vogliamo creare le condizioni per averlo, perché siamo anche coscienti del fatto che c’è un capitale con tut­ti i suoi strumenti, stato e isti­tuzioni, che ce lo impediscono, nella misura in cui vogliono ob­bligarci in ruoli prefissati, ad una missione altruistica che è solo sfruttamento, all’ideologia del do­vere, del sacrificio, della rassegna­zione.

Contro tutto questo vogliamo essere capaci di tanta violenza da distruggere tutto ciò che ci op­prime, per realizzare la nuova sto­ria della nostra felicità e del no­stro godimento.

 

da «Rosso Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 8 nuova serie – 24 aprile 1976

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