Referendum e famiglia

Referendum e famiglia

 

Il referendum è un’arma della Dc. La DC vuole contare la schiera dei reazionari, degli anticomunisti, dei ”moralizzatori” fanatici, dei cercatori di streghe. Li vuole contare per potere imporre meglio la sua politica antioperaia, dei prezzi alti e dei salari inadeguati, di servizi pubblici promessi e mai visti, della repressione terroristica centro i contestatori del regime.

Il successo della Dc al referendum la rafforzerebbe nell’ottenere una politica ancor più cedevole dal PCI, una gestione delle lotte ancora più moderata da parte delle confederazioni sindacali.

La DC con il chiasso contro i ” distruttori della famiglia” tenta di tenere insieme il suo carrozzone elettorale, proprio quando la parte meno agiata del ceto medio (piccoli commercianti, artigiani e piccoli imprenditori, contadini) riscuotendo sul portafoglio le conseguenze della crisi comincia a chiedersi se la DC sia o non sia il migliore Partito del mondo.

Peccato per Fanfani: la contromossa al referendum e a questo pericoloso gioco con la palude reazionaria gli operai l’hanno trovata con la lotta di fabbrica di fine febbraio, ben prima dei comizi dei loro dirigenti.

Col referenduin si contano le schede di carta, con le ore di sciopero si contano i profitti mancati.

Se la lotta operaia regge ed avanza, il referendum è gia perduto per la DC prima di contare le schede, e le schede stesse saranno influenzate da chi nel paese conta davvero di più.

Crisi di governo e referendum sono due facce dello stesso tentativo ricattatorio nei confronti della lotta operaia e nei confronti delle organizzazioni sindacali e del PCI.

Proprio per questo il rilancio del programma operaio dentro la nuova fase di lotte è la più concreta risposta al referendum.

Ma lo scontro non si risolve neppure con la vittoria del divorzio: i riformisti tentano di rispondere ai ricatti della DC abbassando il tiro delle lotte operaie, proclamando scioperi generali di sole quattro ore per richiedere una politica diversa dal governo, tentando di impedire una vera generalizzazione del movimento, non ponendo con forza gli obiettivi operai della garanzia del salario e del posto di lavoro, della parificazione della contingenza, del blocco delle tariffe pubbliche, dei trasporti gratis e dell’affitto proporzionale al salario.

Allo stesso modo i riformisti fanno la battaglia per il divorzio: per introdurre qualche modifica che risolva i casi più penosi dei ”drammi familiari”, per rendere più accettabile, con una riforma, la famiglia borghese.

Per il riformismo il problema è sempre lo stesso: per risolvere i problemi del proletariato basta qualche modifica: modificare l’organizzazione del lavoro come modificare la famiglia.

La risposta dei rivoluzionari è diversa: anche noi lottiamo per i miglioramenti immediati e anzi per miglioramenti ben più consistenti, ma in nessun modo crediamo di poter risolvere così i nostri problemi. L’operaio ridotto a una parte della macchina non può liberarsi cambiando qualcosina ma solo liberandosi dal lavoro che lo costringe ad essere parte della macchina, costruendo una fabbrica e una società dove il lavoro non è una tortura forzata per sopravvivere ma una attività manuale e intellettuale insieme; senza comando di altri, capace di realizzare tutti i bisogni umani.

”Gli operai nella fabbrica non ci vanno per fare le inchieste, ma perché ci sono costretti. Il lavoro non è un modo di vivere ma l’obbligo di vendersi per vivere. Ed è lottando contro il lavoro, contro quésta vendita forzata di se stessi che si scontrano contro le regole della società. Ed è lottando per lavorare meno per non morire più avvelenati dal lavoro che lottano anche contro la nocività. Perché nocivo è alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, nocivo è seguire i ritmi, i modi della produzione, nocivo è fare i turni, nocivo è andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare in fabbrica” (Assemblea Autonoma di Porto Marghera).

Ma allo stesso modo della fabbrica, dello sfruttamento del padrone sull’operaio il padrone organizza tutta la nostra vita Costringe tutti a rinunciare ai propri bisogni.

Organizza la famiglia in modo da inculcarci il terrore dei nostri bisogni sessuali e per farci credere che solo la consacrazione di DIO e dello STATO rende legittimo l’amore sessuale tra le persone.

I figli dipendenti dal padre e della madre vengono abituati a credere che la volontà del padre è legge, cominciano ad abituarsi a subire l’autorità.

È così che si preparano i futuri operai: pronti a sopportare per tutto il giorno operazioni di cui non gli importa niente senza soddisfare altri loro bisogni essenziali, pronti a sopportare il comando dei capi e dei dirigenti.

È anche per come è fatta la famiglia che solo a prezzo di dura lotta e di faticosi convincimenti che i proletari cominciano a pensare che questo lavoro fa schifo e non è giustificato da altro che non sia il portafoglio e il potere del padrone, che l’autorità e la legge non sono da apprezzare o da tollerare ma da odiare con tutta la forza perché espressione di una classe nemica che li sfrutta.

Alla borghesia non piace per niente l’amore. Lo tollera solo dentro la famiglia perché così una serie di lavori non vengono pagati perché la donna li ”deve” fare per ”amore”. Pulite il sedere ai bambini, lavare le mutande al marito e tutto il resto, rendere ”mangiabili” le cose che si possono comprare con i pochi soldi del salario, rendere ”abitabili” le case strette, scomode, affondate tra mille altre che possono essere affittate con i soliti pochi soldi del salario. È proprio per questo, per dare la garanzia che questi lavori siano fatti gratis per non costruire asili mense, scuole e tutto il resto pubblici e gratuiti, che si deve assicurare col matrimonio e con la famiglia la sottomissione della donna all’uomo.

Alla borghesia non piace l’amore. O dentro la famiglia o ridotto direttamente a soldi, a prostituzione, a pornografia. Così ci fa vivere in un modo difficile, noioso perché dovuto od orrendo e schifoso uno dei bisogni più grandi degli uomini.

A noi il divorzio non basta. I comunisti sono contro la famiglia borghese. Il comunismo è una società dove nessuno è oppresso e represso, dove i nostri bisogni saranno liberamente soddisfatti, dove l’amore non si conta a soldi, a case pulite, a lavori non pagati, a comandi subiti, a donne ridotte ad operaie della casa senza altri diritti per tutta la vita.

L’amore nella società borghese è vissuto come cosa dovuta, angosciosa se non viene consacrata dalla legge, come una cosa, tanto poco libera e soddisfacente espressione di noi stessi, da essere contornata di mille difficoltà e problemi sessuali (dalla frigidità all’impotenza, alla difficoltà dell’orgasmo nella donna, all’orgasmo improvviso degli uomini ecc.).

 

IL COMUNISMO È LA SOCIETÀ UMANA DOVE IL COMANDO DI ALCUNI SU TUTTI NON C’È PIÙ, DOVE IL LAVORO NON È NECESSARIO PER NON MORIRE MA ESPRESSIONE DELL’INSIEME DEI NOSTRI BISOGNI E DELLE NOSTRE CAPACITÀ, DOVE IL SESSO È UN ATTO CHE CI SODDISFA, CHE SI COMPIE LIBERAMENTE, CHE

ESPRIME LA NOSTRA VOLONTÀ E IL NOSTRO BISOGNO DI AMARE ALTRE PERSONE SENZA DOVERLE RENDERE NOSTRI SCHIAVI O NOSTRI ACQUISTI.

 

Collettivi politici operai di Milano e Varese

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 9 – aprile 1974

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