Crisi del petrolio. Bomba molotov del padrone 1° parte

 

Crisi e petrolio. Bomba molotov del padrone

Testo di una relazione in discussione al coordinamento milanese dei CPO.

 

”Difendi la tua spesa: chiama il governo, telefona al…”. Così Rumor si era presentato alla gente per dar fiducia col blocco dei prezzi. Oggi al telefono di Rumor non risponde più nessuno. I prezzi crescono più di prima: l’indice del ”costo della vita”, che dice molto meno di quanto succede in realtà, è salito dal novembre ’72 al novembre ’73 del 1O,7% e soltanto in quest’ultimo mese dell’1,1%. Ora il governo potrebbe forse suggerire di telefonare ai malvagi sceicchi o di sprecare una chiamata alle compagnie petrolifere: lì pare che stia tutto il malanno.

L’uomo della strada non ci capisce più niente siamo andati avanti fino adesso a petrolio e all’ultimo momento si scopre che non ce n’è più. L’economia mondiale sembra che vada a scatafascio perché nessuno ci ha pensato prima, alla scarsità del petrolio: una roba come quando uno si scorda di far benzina. Ma le cose non stanno così.

Le previsioni di una carenza di petrolio per i prossimi anni sono infondate. 

D’altra parte il rapporto tra le riserve accertate e la produzione annua nel Medio Oriente è di 70 a 1 e nel resto del mondo è di 32. Inoltre proprio nei primi giorni del dicembre 1973 il movimento delle navi cisterna dei porti dei paesi produttori di petrolio è cresciuto rispetto all’anno scorso del 40%.

Il petrolio c’è, e visto che scarseggia, ci sarà anche qualcuno a volerlo far scarseggiare. Questo qualcuno sono prima di tutto le gigantesche compagnie petrolifere che hanno il monopolio del mercato.

 

Le compagnie petrolifere, la scarsità di petrolio e i prezzi

 

Abbiamo già detto che proprio quando si parlava di mancanza di petrolio in realtà era in aumento il numero delle navi cisterna che partiva dai porti dei paesi produttori.

Il petrolio però veniva e viene imboscato; viene fatto mancare. Perché?

Innanzitutto perché questo è un ottimo sistema per imporre prezzi più alti nei paesi che consumano, per aumentare cioè profitti, i guadagni dei petrolieri.

Se il prezzo salisse solo a vantaggio degli sceicchi, come dice qualcuno, le compagnie petrolifere dovrebbero perdere soldi e non guadagnare, perché avrebbero solo un costo maggiorato. In realtà i prezzi aumentano più di quanto vada in tasca agli arabi: è questo ”di più” che gonfia il portafoglio delle compagnie del petrolio.

Infatti nel terzo trimestre del 1973 la EXXON, la più grande delle compagnie, ha fatto 698 milioni di dollari di profitto, con un aumento dell’80%, la Mobil ha avuto il 64% in più di profitto, la Gulf il 91, la Shell (miserabile) solo il 23%

Verso la fine degli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60 sembrava che il predominio delle grandi compagnie potesse essere scosso con adeguate iniziative concorrenziali (spesso europee) che stabilissero condizioni più vantaggiose per i paesi produttori.

Sentita aria di minaccia al loro incontrastato dominio, le ”sette sorelle” (le compagnie più forti) hanno spezzato le gambe a qualsiasi possibilità di far loro concorrenza: nel giro di dieci anni dal 1960 al 1970 hanno fatto scendere il prezzo del petrolio del 30%

Adesso, libero il campo dai concorrenti, il prezzo del petrolio, sotto la spinta delle compagnie (e anche sotto la spinta degli Stati Arabi) continua a crescere. (Se avessero voluto tener bassi i prezzi sarebbe bastato investire di più nel Medio Oriente dove i costi di produzione del petrolio sono minori).

Fino a quest’ultima crisi i costi di produzione del petrolio erano tanto bassi che sfruttare altre fonti di energia non era più conveniente.

Ma le compagnie e gli USA sanno che in futuro la loro dipendenza dal petrolio del Medio Oriente crescerà: e non è una politica, ”previdente” dipendere molto da una fonte di energia sottoposta al rischio permanente di una rivoluzione araba che spazzi via ogni legame con l’imperialismo. Tanto più che forzatamente, anche se gradualmente, bisognerà che ci si sganci dal petrolio come fonte quasi esclusiva di energia.

 

Come fare, allora, nello stesso tempo, a sganciarsi dal solo petrolio e dalla dipendenza dal petrolio del Medio Oriente?

Cercando alternative in altre fonti di energia. Ma prima bisogna che lo sfruttamento di queste altre fonti di energia diventi economicamente conveniente. C’è un solo mezzo per fare questo: far crescere il prezzo del petrolio a un livello tale da rendere possibile attraverso la ricerca e gli investimenti la competitività delle altre fonti.

Guarda caso per lo sfruttamento delle altre fonti di energia è necessaria una quantità di capitali tali da investire e una ricerca così vasta che le compagnie petrolifere sono già oggi le più avanzate nel settore. 

Il prezzo del petrolio cresce quindi anche perché possano diventare redditizi altri modi di produzione di energia.

Il profitto di oggi (prezzi alti) e quello di domani (competitività e quindi vendibilità di altri tipi di energia) è il motore della ascesa dei prezzi.

”La colpa è degli sceicchi”. Questa è la frase che per giorni e giorni è passata sui giornali più reazionari. Noi non abbiamo nessuna simpatia né per gli sceicchi, né per lo Scià, né per Sadat, né per Gheddafi: tra loro corre la differenza (importante, ma non sufficiente a considerarli alleati del proletariato) che corre fra una borghesia compradora e redditiera legata mani e piedi all’imperialismo e una piccola borghesia burocratica e nazionalista che cerca la via dello ”sviluppo”, attraverso il capitalismo di Stato. In entrambi i casi le masse proletarie, semiproletarie e sottoproletarie sono sfruttate e oppresse dai borghesi, pur se in modo diverso.

Tuttavia le responsabilità arabe sono state esagerate per nascondere il ruolo delle compagnie e degli USA nella faccenda del petrolio. Gli stati Arabi hanno ovvi motivi per alzare i prezzi, ma in sostanza i paesi produttori di petrolio hanno semplicemente cercato di riprendersi quello che l’inflazione internazionale gli aveva mangiato.

 

La questione di Israele non è certo riducibile alla questione del petrolio. La lotta tra paesi arabi e Israele è legata alla oppressione delle masse palestinesi dentro e fuori Israele e al legame tra queste masse e le masse arabe diseredate. D’altra parte Israele ed Egitto per molto tempo (e oggi però sempre meno) hanno rappresentato gli interessi concorrenziali delle due superpotenze Usa e Urss in Medio Oriente per il dominio di questo settore, (oggi invece il tentativo di ”costruire la pace” è necessario alla politica di ‘‘coesistenza” e spartizione del mondo delle due superpotenze e, al tempo stesso, è necessaria agli Usa per rafforzare i legami con i paesi arabi produttori di petrolio.

La presenza di Israele in ogni caso è funzionale a mantenere sotto pressione i paesi produttori di petrolio, impegnandoli continuamente ad usare gran parte della loro forza economica nel confronto militare con lo stato ebraico.

 

Gli Usa sono il paese capitalistico più autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento di petrolio. Ne importano un terzo del loro fabbisogno e solo dal 3 al 7% dal Medio Oriente. In futuro dipenderanno dal Medio Oriente sempre di più. Proprio per questo gli Usa sono interessati a sviluppare fonti di energia alternative (alcune delle quali, petrolio, carbone, scisti, proprio sul loro territorio) che possono essere rese competitive dall’aumento del costo del petrolio mediorientale.

Ma ci sono ragioni politiche generali molto più importanti: gli Usa sono stati, in quanto paese imperialista più potente, il poliziotto di tutto il sistema: le contraddizioni economiche e sociali più gravi si sono scaricate addosso agli Usa come effetto delle lotte di liberazione dei popoli oppressi del mondo, Vietnam in testa.

Queste difficoltà sono state oltretutto aggravate dall’espansione economica del Giappone e della CEE, che cercavano di ”ridurre le distanze” rispetto agli Usa.

Gli Usa allora hanno prima svalutato il dollaro favorendo le esportazioni e rendendo più difficili le importazioni.

Oltre tutto gli Usa hanno dichiarato l’inconvertibilità del dollaro che significa rendere carta straccia l’enorme cumulo di debiti con l’estero degli Stati Uniti. (In precedenza qualsiasi banca centrale volendo cambiare i suoi dollari poteva averne in cambio oro da parte della banca Usa).

 

Per rafforzare ulteriormente la loro egemonia sul mondo gli Usa usano la crisi del petrolio scaricando maggiori costi e quindi maggiori difficoltà sull’Europa e sul Giappone. Europa e Giappone dipendono molto più degli Usa dal petrolio arabo. Aumenti di prezzo così rapidi e forti pongono fine a una importante condizione dello sviluppo capitalistico di queste economie: l’energia a basso costo.

Il dollaro ha così riconquistato le posizioni perdute e la bilancia commerciale è in attivo (le esportazioni cioè vanno bene) dopo il deficit segnato per la prima volta in questo secolo negli

anni scorsi.     

 

Crisi petrolifera, lotte operaie e lotte del terzo mondo

 

Le ragioni però degli aumenti dei prezzi (inflazione) e della crisi energetica (recessione controllata) sono insufficienti se non se ne ricercano le origini nello scontro internazionale fra operai e borghesia nei paesi occidentali e masse popolari e imperialismo nel terzo mondo.

Nell’arco degli anni ’60 la classe operaia internazionale aveva eroso molte posizioni di forza della borghesia a partire dal piano salariale (meno profitto per i padroni) fino a quello dell’organizzazione del lavoro (difficoltà nell’uso della forza lavoro per il padrone e ancora meno profitto) e a quello del comando capitalistico dentro la fabbrica (indebolimento della gerarchia di potere che dovrebbe garantire stabili livelli produttivi).

A questo attacco operaio la borghesia ha risposto colpendo nel punto di maggior debolezza (la divisione degli operai e delle loro organizzazioni tra nazione e nazione) e aprendo così oggi una fase politica di ”riassestamento”, di ricostruzione dei rapporti di forza a lei più favorevoli.

L’inflazione internazionale che la crisi del petrolio acuisce è un grandioso strumento che il padronato di tutto il mondo utilizza per ridimensionare i salari e riallargare i profitti manovrando sui prezzi.

Ricostituire i profitti e mangiare i salari non basta. Bisogna colpire più a fondo la classe operaia, utilizzando l’inflazione per costringerla al lavoro (ripresa produttiva, aumento nei livelli di sfruttamento) contenendola nei punti di maggior forza (cassa integrazione, blocco delle assunzioni, ridimensionamento delle fabbriche giganti, spinta all’automazione e alla parcellizzazione nei settori con tempi di lavorazione ”larghi”), ricattandola dando elasticità alla forza lavoro (ampliamento dell’armata  di riserva attraverso la crisi dei settori più deboli, meno concorrenziali e/o meno concentrati). Per operare tutto ciò la borghesia internazionale usa la crisi energetica come ”recessione controllata” adatta a colpire la garanzia del salario, l’orario di lavoro, la garanzia del posto di lavoro, i livelli di occupazione, la contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro (e cioè l’indisponibilità operaia ai livelli di sfruttamento decisi dal padrone), il potere operaio in fabbrica contro la gerarchia del comando capitalistico.

Inoltre l’assetto imperialistico stesso, di dominio dei paesi sottosviluppati è profondamente mutato sotto i colpi portatigli dalle masse semiproletarie, sottoproletarie e proletarie del terzo mondo.

Da tempo il colonialismo (dominio politico e militare diretto) è stato spazzato via. Lo si è

sostituito con una forma economicamente evidente ma politicamente meno aperta di dominio (dominio politico esercitato dalle borghesie compradore, redditiere, piccole burocratiche dei paesi del terzo mondo).

Questo dominio deve essere imposto comprando queste stesse borghesie, cioè mantenendole o foraggiandole. Tanto più le masse oppresse premono tanto più il prezzo di costo di queste borghesie tende a salire.

Di fronte ai maggiori prezzi dei prodotti manufatti importati dai paesi imperialisti, di fronte alle svalutazioni de dollaro, di fronte a costi sempre più alti della repressione militare, le borghesie asservite più o meno strettamente agli imperialisti si fanno ”ripagare” delle loro minori entrate alzando i prezzi delle materie prime esportate dai loro paesi.

Tra l’estate del ’72 e l’autunno nel ’73 i prezzi della lana, del cotone, del frumento, dello zucchero, del rame, della carta si sono più che raddoppiati; quelli dell’oro e della gomma triplicati; quelli dello zinco e altri metalli quadruplicati, il prezzo del petrolio è salito dell’85°/o

Di questi aumenti si avvantaggiano i gruppi finanziari e industriali imperialistici direttamente presenti nel settore e le borghesie dominanti dei paesi dai quali questi prodotti provengono. Quest’ultimo è un prezzo che il sistema imperialista, Usa in testa, ha convenienza a pagare se vuole mantenere e rafforzare il suo dominio sul ”mondo sottosviluppato”.

La necessità di rispondere agli attacchi portati dalla classe operaia dei paesi imperialistici e dai popoli oppressi dei paesi dominati dall’imperialismo causa grandi sconvolgimenti sull’intera situazione internazionale e sul mercato mondiale.

L’inflazione generale non può andare a vantaggio di tutti i gruppi capitalistici, per alcuni l’aumento generale dei prezzi è prima di tutto profitto, per altri è innanzitutto costo maggiorato. La ”recessione” provocata dalla crisi energetica è di per sé un’eccezionale ristrutturazione che, mettendo a dura prova la struttura industriale di ogni paese, la seleziona fortemente preparando una generale e nuova spartizione del mercato mondiale tra i gruppi più potenti. Questi ultimi sopravvissuti e cresciuti dentro la crisi, avranno campo libero nell’allargamento del mercato che si verifica non solo nella loro ma in tutte le nazioni dato che ovunque il mercato sarà duramente sfoltito dalla presenza dei gruppi capitalistici meno agguerriti nella concorrenza.

 

La borghesia italiana e l’attacco alla classe operaia e all’insieme del proletariato

 

Il primo tipo di scontro è quello che oppone la grande borghesia ai nuclei più forti e significativi della classe operaia (un milione e mezzo di operai di grande fabbrica).

Innanzitutto l’attacco padronale cerca di portare indietro il settore trainante di classe (operai dell’auto, della petrolchimica e della chimica). E i padroni sanno valutare rapporti di forza: l’attacco, anche se durissimo, non può essere portato in modo frontale e distruttivo. Proprio per questo non si opera con licenziamenti in massa ma con misure più indolori (cassa integrazione, blocco delle assunzioni, contenimento delle richieste salariali, della contrattazione integrativa, uso della crisi per accentuare la pressione al lavoro attraverso straordinari, nuovi modelli di turnazione e quindi maggiore utilizzo degli impianti).

Nel frattempo si procede all’intensificazione dell’automazione nei punti della produzione colpiti dalle lotte; si parcellizzano maggiormente lavorazioni nelle quali fino ad oggi i tempi erano piuttosto larghi; si conducono esperimenti di rotazione, ricomposizione e arricchimento delle mansioni e lavorazioni a isole; si spezzano le catene etc.

Il padrone tende a cambiare la fisionomia della classe operaia che fino ad oggi ha ininterrottamente lottato dal ’67.

Colpire la classe operaia forte è poca cosa se non si lancia parallelamente e in grande stile una manovra che la separi profondamente dalle quote deboli di classe operaia.

Nelle aziende da ristrutturare per renderle competitive, in un’ampia fascia di aziende medio-piccole, gli operai sono costretti a subire un attacco frontale. Per la loro maggiore debolezza queste parti di classe operaia possono difendersi molto meno dalle parti forti sul piano delle condizioni materiali di vita. La loro risposta in termini di difesa del salario dall’erosione dell’inflazione è forzatamente contenuta dal ricatto del licenziamento e dalla chiusura della fabbrica oltre che dalla esigua forza sindacale. Il blocco delle rivendicazioni salariali nella contrattazione integrativa ne risulta quindi agevolato. Lo straordinario allarga l’orario vanificando molta parte delle conquiste nazionali della classe.

Nelle aziende ”artigiane” si può praticare impunemente il ”licenziamento selvaggio” visto che il licenziamento stesso non è neppure protetto dallo statuto dei lavoratori sulla giusta causa.

La classe operaia occupata vede restringersi i suoi margini di manovra e di riposta dura dall’allargamento previsto dell’armata di riserva dei lavoratori disoccupati. La previsione di 6/7 milioni di disoccupati nella Comunità Economica Europea tende a gonfiare l’offerta di lavoro in modo da premere non solo sui salari degli occupati, ma sulla stessa rigidità del mercato della forza lavoro, ponendo le basi per un uso elastico della forza-lavoro da spostare di settore in settore, (specie al Nord dove qualsiasi espansione della produzione a cui corrisponde una ripresa della domanda di lavoro vede immediatamente una relativa carenza di operai).

 

L’ingrossamento dell’armata di riserva non viene però perseguito solo, o principalmente, attraverso il ridimensionamento della occupazione operaia. Artigiani, piccoli commercianti, contadini semi-indipendenti vedono aumentare i loro costi senza poter rivalersi completamente sui prezzi. La loro espulsione dai relativi settori viene accelerata.

In questi casi quindi l’ingrossarsi della armata di riserva dipende dall’attacco sferrato dal capitale al semiproletariato col duplice intento di allargare la propria quota di mercato e di creare nuova disoccupazione.

Sul sottoproletariato inflazione e crisi tendono ad agire nel senso di allargare questo strato minandone ancor più gli stessi livelli di sopravvivenza e costringendolo a diventare più attivo nella ricerca di lavoro (ingresso nell’armata di riserva). Anche gli strati di nuovo proletariato privilegiato interno al pubblico impiego (impiegati statali e parastatali, insegnanti etc.) si troverà di fronte all’aggravarsi delle condizioni materiali.

Questa parte di lavoratori è stata per tanto tempo fatta crescere e privilegiata dal Governo da un lato, per coprite fette di disoccupazione con un lavoro molto controllato, dall’altro per impedire una saldatura col movimento di classe.

Il rischio da parte padronale è ben calcolato: la tradizionale politica sindacale è sempre stata quella dell’autonomia o cislina di destra (feudo DC). La minaccia di spostamento a destra è stata contenuta con una gestione ”in secondo tempo” della strategia della tensione atta a contenere la manovra più apertamente reazionaria dopo aver provocato e colpito la sinistra. La liquidazione del centrismo ha tagliato le gambe, togliendogli di sotto i piedi la greppia governativa, ai tentativi della destra di reinserirsi stabilmente nell’area di potere, arma essenziale e vera garanzia per acquistare credibilità su questi strati .

Il disegno di coinvolgere le forze sindacali nel contenimento e nell’attacco al ”parassitismo” di questi settori relativamente nuovi di proletariato mira poi a ricattare il sindacato (”volete troppo, anche finanziare i parassiti, non si può voler questo e la ripresa degli investimenti”), proibendogli di perseguire una qualsiasi politica di avvicinamento e di integrazione tra i proletari relativamente privilegiati e classe operaia. La borghesia può quindi colpire questi strati, aggravarne le condizioni di vita; mirare attraverso ciò al blocco della spinta egualitaria, anti-gerarchica e all’aumento di produttività, sperando nello stesso tempo di non pagare nessun prezzo politico.  

 

Nuovi equilibri di classe in Italia?

 

Con l’attacco articolato contro la classe operaia e il proletariato in generale la borghesia cerca di stabilire nuovi rapporti di forza a lei favorevoli.

Il primo passo è il ridimensionamento (e non l’annullamento poiché questo è reso impossibile dalla forza operaia) della lotta di fabbrica e delle lotte proletarie.

Al tempo stesso la borghesia cerca la sua unità nella lotta antio-peraia e la trova: su questo programma tutti i grandi gruppi industriali del paese si trovano d’accordo.

Gli elementi di divisione vengono però riattivati dalla stessa durezza della crisi: è aperta la gara a chi si rafforza di più e specie a chi rafforza ulteriormente la possibilità di usare lo stato e la politica economia governativa a suo favore.

La crisi mette in discussione l’assetto dell’industria petrolifera (che si vorrebbe concentrare nell’Eni)  e quello della chimica (all’interno del quale la Montedison cerca di diventare il vero e proprio ”ente chimico” del paese; incorporazione dell’Anic e lotta alla Sir, lotta per l’appoggio e il finanziamento da parte dello Stato).

L’industria dell’auto, settore trainante dello sviluppo capitalistico in questi anni, vuole assolutamente usare la crisi per ridefinire e quindi ingrandire la sua quota di mercato internazionale, per fare questo può usufruire di condizioni favorevoli (produzione di auto di piccola cilindrata) ma deve al tempo stesso garantirsi un minor incremento dei salari diretti. Cerca di ottenere ciò attraverso la pressione per una politica accentuatamente riformista che consenta un controllo più alto sulle lotte delle grandi corporazioni e un dirottamento degli aumenti salariali diretti in aumenti di salario reale (politica dell’edilizia, dei trasporti pubblici, della società, dell’agricoltura).

Montedison e Fiat unite nella lotta agli operai hanno obiettivi e priorità diverse nell’uso della crisi: la prima spinge perché l’appoggio dello Stato (capitale e collettivo) sia usato per rilanciarla sul mercato internazionale, l’altra spinge perché lo Stato, il governo si orientino ad un riassetto generale delle infrastrutture sociali del paese che assicurino un tenuta reale, concorrenziale, nei confronti dell’ascesa del costo del lavoro (politica più aperta al discorso col movimento operaio riformista).

È attorno a questo scontro che si coagulano forze diverse. Da una parte le ali più retrive della borghesia disposte ad appoggiare la Montedison pur di salvaguardare rendite, parassitismi burocratici, inefficienze statali, etc. etc.; dall’altra le ali più progressiste della borghesia intenzionata a rilanciare il loro stesso sviluppo economico in settori privilegiati della stessa politica riformista di parte operaia (edilizia, trasporti, sanità, agricoltura, sud).

La base di massa del dominio capitalistico in Italia, il ceto medio, già disgregato nella sua unità, viene ora ulteriormente colpito dalla crisi. Il risparmiatore, il commerciante, l’artigiano, il contadino, e, in parte, anche i liberi professionisti, vengono colpiti dalla stretta inflazione-recessione, ricevendo danno più che vantaggio dalla generale ascesa dei prezzi.

Anche questo processo tuttavia rischia di non venir pagato politicamente dalla borghesia.

La gestione della strategia della tensione, dicevamo, ha permesso prima di provocare e la sinistra, colpirla e ricattarla; poi, buttando sul piatto le responsabilità fasciste, ha consentito il contenimento e l’arresto dello spostamento a destra che si allineava fra ampi settori del ceto medio.

Centrismo e costruzione di una destra politicamente individuabile nella DC con alla testa Andreotti permettono oggi al partito di maggioranza di raccogliere adesioni anche là dove la politica governativa non costituisce più nessun aiuto nel sopportare le conseguenze della crisi.

Nel breve periodo la ”destra economica” della borghesia tenderà a rafforzarsi: speculazione finanziaria, edilizia e fondiaria vengono incrementate dalla corsa ai beni-rifugio per salvarsi dalla labilità dei valori monetari.

Nel medio-lungo periodo però questi stessi strati non potranno rafforzarsi, ma solo indebolirsi.

Non è un caso che da più parti si affermi la necessità non più solo politico-sociale ma economica, di un ”nuovo meccanismo di sviluppo”. Quali sono le ragioni di fondo che spingeranno per l’attuazione nel medio periodo di questo ”nuovo meccanismo di sviluppo?”.

Due elementi tra loro legati e, in ultima analisi, determinati dall’imponente ciclo di lotte operaie che si è verificato in Italia.

Livelli troppo alti di inflazione rispetto alle altre nazioni industrializzate dell’Europa e del mondo rischiano di ritornare come un boomerang su chi li utilizza per accrescere i profitti e di premere sui costi aziendali sia come crescita dei prezzi in genere, sia come pressione sul costo del lavoro. Questo, ovviamente, impedisce l’affermazione dell’azienda sul mercato internazionale e apre varchi alla concorrenza sul mercato interno.

Sul lato del puro e semplice contenimento duro dei salari il padronato non può sperare di passare. Una politica di attacco di questo genere, senza contropartita né economica né politica, presuppone uno scontro aperto con la classe operaia e con il sindacato riformista, con il PCI. Presuppone in sostanza, vista la sorte di tentativi non portati fino alle estreme conseguenze (centrismo), una specie dì strategia golpista.

Si dovrà allora cercare di rimuovere le cause della particolare acutezza dell’inf/azione rispetto agli altri paesi capitalistici.

In primo luogo sta la ”ripresa produttiva”. Senza ”ripresa”, aumento della produzione, della produttività e cioè dello sfruttamento, qualsiasi cura anti-inflativa non può aver senso.

Una forte ripresa può sviluppare le esportazioni e pagare le importazioni (prodotti agricoli, fonti energetiche, materie prime, mezzi di produzione ad alto contenuto tecnologico).

Se non si riuscisse a riequilibrare il deficit pauroso della bilancia commerciale e di quella dei pagamenti l’inflazione internazionale si scaricherebbe sempre più duramente sull’Italia, un’enormità di capitali verrebbe distolta dall’investimento e dalla produzione per il mercato interno, una quantità di monti salari e stipendi dovrebbe essere compressa sempre più. Se si volesse che la domanda interna non creasse tensioni aggiuntive (posto che ad essa non si possa adeguare la produzione di merci), la disoccupazione minaccerebbe di crescere in modo intollerabile per gli equilibri politici complessivi.

La necessità della ripresa produttiva non ha che un preciso corrispettivo: la necessità di uno stretto rapporto di collaborazione tra Stato, governo e movimento operaio riformista.

Deroghe sull’orario di lavoro, nuove turnazioni, maggiore utilizzo degli impianti, controllo delle rivendicazioni salariali, freno all’indisponibilità operaia alla produzione e alla sua gerarchia: queste la assicurazioni che i riformisti devono dare per la ”ripresa produttiva” se non vogliono, come non vogliono, accettare la scommessa dello ”scontro finale” tra proletari e borghesia.

E però ripresa produttiva da sola non significa ancora fare i conti fino in fondo con la crisi. Non solo perché bisogna pur dare qualche contropartita a tanta disponibilità del movimento operaio.

È una necessità ormai razionalizzare, investire, creare ancora maggior spazio all’intervento dei grandi gruppi capitalistici nell’edilizia (abitativa, scolastica, ospedaliera), nel settore dei trasporti collettivi, nella sanità, nella distribuzione, nell’agricoltura, nei settori energetici, nel Mezzogiorno.

Per alcuni buoni motivi: per espandere settori e fette di mercato dai quali trarre profitto da incamerare direttamente nel portafoglio del grande capitale contribuendo così, ed è l’unico modo, a sbloccare la situazione di totale stallo degli investimenti in questi settori oggi tanto mal ridotti da parassitismi, rendite, insufficienze, da risultare così bloccati nell’espansione che la loro unica funzione sembra quella di creare inflazione aggiuntiva e spinte vertiginose al ribasso dei salari e degli stipendi.

Non avviarsi su questa strada lo ripetiamo rischia di gonfiare l’inflazione a livelli intollerabili, di portare a una recessione, con connessa disoccupazione, di dimensioni tali da escludere il grande capitale dalla concorrenza sul mercato internazionale, di spingere a una pressione salariale violenta e concentrata proprio là dove il grande capitale vuole bloccarla e cioè nelle grandi concentrazioni industriali.

Oltre a ciò, per mettere in moto la stessa ripresa produttiva generalizzata, il binario auto-petrolio più autostrade non basta più. Proprio questo è il settore più colpito dalla crisi.

A tutto il sistema e agli stessi grandi gruppi serve entrare e dare impulso a settori capaci di trainare la ripresa produttiva e, al tempo stesso, capaci di contenere le spinte ”esterne” sul salario riducendo i ”deficit” paurosi della bilancia dei pagamenti e di quella commerciale.

Questo è anche il senso del tentativo del governo Rumor.

Esso si articola politicamente su due presupposti: l’unità della grande borghesia per uscire dalla crisi (unità della DC e dello schieramento di governo) e la collaborazione col riformismo operaio garante del controllo sulla classe.

Sono perciò questi stessi presupposti a rivelare le incrinature del progetto Rumor. Esso deve da una parte fare i conti con i diversi indirizzi strategici perseguiti dai grandi gruppi capitalistici e dalle forze che attorno a essi si aggregano ma nel contempo queste incrinature comportano una azione di governo incerta e lenta provocando irritazione nei collaboratori (confederazioni e PCI), non disposti a giocarsi il rapporto con la classe, specie nelle grandi concentrazioni, per un piatto di lenticchie.

Rumor e la DC sono chiamati attraverso un periodo medio, contrastato e irto di contraddizioni a scegliere o un’azione decisa di maggior apertura al PCI e ai sindacati, o una ritirata che proponga l’arroccamento e lo scontro duro con la classe e i riformisti. 

È nostra convinzione che le caratteristiche di forza operaia presenti nel paese sono tali da

sconsigliare a chiunque non sia alla totale ”disperazione politica” il perseguire la seconda via: l’Italia non è il Cile.

 

Il movimento operaio riformista di fronte alla crisi

 

Confederazioni e PCI sono tutti e due impegnati a impedire un esito drammatico alla crisi. La convinzione di fondo è quella che uno scontro duro tra classe operaia e borghesia non promette niente di buono: mina l’unità ella classe operaia riducendola alla ristretta massa degli operai di grande fabbrica, fa schierare definitivamente gli ”alleati”, (il ceto medio produttivo), in un unico blocco reazionario con la borghesia.

Per scongiurare un disastro simile è necessaria una politica di compromesso che unisca tutti i settori di ”popolo” progressisti e costringa gli stessi grandi gruppi capitalistici a perseguire una politica di progresso sociale e di democrazia che spiani la via alla graduale conquista del so******mo. Nell’immediato tutto ciò significa prendersi sulle spalle il peso di una proposta politica generale che sia in grado, contemperando interessi diversi, di far uscire il paese dalla crisi.

Innanzitutto si vuole garantire una ripresa produttiva capace di delimitare l’inflazione e la recessione, cioè livelli intollerabili di disoccupazione.

Le concessioni sulla ”ripresa produttiva” vengono presentate come politica in positivo che privilegia, a scapito delle vertenze generali sul salario, le richieste di investimenti, specie nel Sud (mettendo insieme due esigenze, quella largamente improbabile, di una estensione dell’occupazione al Sud, e quella, effettiva, di investire laddove l’offerta di lavoro è più ampia, il ricatto sulle lotte più immediato, la tradizione immediata di lotte più debole).

Altra concessione di questo tipo, anch’essa ”scambiata” con le promesse di nuovi investimenti e di una nuova politica economica, è la linea sull’orario di lavoro e sull’utilizzo degli impianti (quest’ultima anch’essa giustificata con il pretesto dell’aumento dell’occupazione). Gli accordi alla Marelli e alla Breda, le proposte di 6×6 all’Alfa, il recupero dei sabati lavorativi, l’ampliamento dei comandati, le deroghe sugli straordinari, la proposta di una nuova turnazione, costituiscono in concreto i contenuti di questa politica.

Lo sviluppo del salario va invece contenuto, per non gravare troppo sui costi del lavoro omettendo in forse la stessa ”ripresa”. Maggior durezza è però consentita al sindacato visti i paurosi aumenti di prezzo e le spinte operaie che rischiano di togliergli credibilità. Questa tendenza risulta confermata dalla indisponibilità sindacale a una vertenza generale per la rivalutazione dei salari, dalle richieste in termini quantitativi molto spesso esigue, dagli accordi fin qui firmati e dal numero di aziende che hanno firmato il contratto integrativo con pochissime o persino senza ore di sciopero. La politica di controllo sulle lotte e sulle rivendicazioni, l’accento posto sugli investimenti al sud, dovrebbero consentire, secondo Confederazioni e PCI, maggiori opportunità alla ripresa degli investimenti e quindi crescita dei livelli di occupazione. Per mesi, oltretutto, questa politica veniva perseguita giustificandola con la necessità di usare le forze e la disponibilità alla lotta del movimento per spuntare un buon accordo per la vertenza sui redditi deboli. In effetti l’accordo (pensioni, assegni familiari, disoccupazione) è stato raggiunto senza un’ora di lotta e la sua definizione, non ancora ultimata dal governo, in alcune parti (questioni normative come l’unificazione dei contributi in agricoltura, dove si va ad intaccare un feudo DC) e in altre parti ultimata solo a fine gennaio. Le pensioni d’invalidità saranno riviste in modo restrittivo; l’aggancio al salario è stato ridotto a una promesse.

Anche in questo caso quindi le ”scuse” delle Confederazioni, le preoccupazioni per i redditi deboli e cioè per le quote deboli del proletariato (pretesto per tirare in lungo con l’aperture delle lotte nei punti forti per gli operai) hanno rivelato la loro funzione: compromesso e cedimento ai padroni sulle rivendicazioni di classe per ottenere in cambio una politica generale non apertamente reazionaria e disponibile a un confronto sui temi della nuova politica economica, del nuovo modello di sviluppo, dei consumi sociali, degli investimenti al Sud.

È proprio su questo terreno generale e interclassista che il PCI vuole spostare lo scontro e ottenere risultati. In effetti la sua è una politica realista sul medio e lungo periodo. Gli stessi atteggiamenti e proponimenti governativi, accettandone solo in parte le linee direttrici, mostrano la credibilità delle proposte stesse e la indispensabilità del PCI per portarle fino in fondo senza lasciarle a mezza strada così da renderle inefficaci come il governo RUMOR sta facendo. 

Non è solo la ripresa produttiva che sta a cuore al PCI . Anzi, essa ha, secondo i comunisti, precise condizioni da esaudire per essere efficace e stabile. La prima è una diversa politica estera. Su questo piano il PCI è andato assai avanti. Sono lontanissimi i tempi della lotta alla Nato, alla rnilitarizzazione europea, alla CEE, ai rapporti con gli USA. Il PCI di fronte alle manovre USA che tendono a ridimensionare il ruolo dell’Europa, sta diventando il primo della classe fra gli europeisti (anche perché gli altri europeisti mietono un insuccesso dietro l’altro).

Un’Europa né filosovietica né filoamericana, militarmente e politicamente autonoma, aperta alla collaborazione anche coi paesi dell’est, fautrice di una politica diversa nei confronti del terzo mondo, che assicuri stabilmente energia e materie prime in cambio di un aiuto all’industrializzazione di questi paesi.

Una politica estera dell’Italia, propone poi il PCI, più aperta nei confronti degli Arabi, più chiusa nei confronti di Israele, più disposta, al modo di Brandt, ad aprirsi ad est. Qui il PCI coglie un grosso successo politico: le sue proposte vecchie di anni devono essere riprese dal governo per ”cause di forza maggiore”. Quando Moro ha dovuto chiedere il ritiro di Israele da tutti i territori occupati, la borghesia italiana ha misurato la lungimiranza del gruppo dirigente del Partito comunista.

L’altro termine di confronto tra PCI, borghesia e governo è quello della politica economica. Anche qui il PCI da anni aveva denunciato un modello di sviluppo tutto centrato attorno all’auto e ai consumi privati.

La ”crisi energetica” e, in realtà, la crisi generale del Paese, gli hanno dato piena ragione. Le famose ”riforme di struttura” si rivelano oggi l’unico mezzo serio per rimuovere, nel lungo periodo, le cause ”aggiuntive e nazionali” dell’inflazione e del deficit di bilancia commerciale; l’unico mezzo per svalorizzare la forza lavoro togliendole di dosso ”cause esterne” aggravanti della spinta salariale; l’unico mezzo per allargare l’area di intervento, e quindi i profitti, dei grandi gruppi capitalistici, trascinandosi dietro una ripresa produttiva generalizzata; l’unico mezzo per dare all’industria nazionale un ruolo nei settori tecnologicamente più avanzati (proposte per gli insediamenti industriali nel Sud, per le infrastrutture urbane e agricole, per l’edilizia, la sanità, la scuola, l’agricoltura, le fonti d’energia, la ricerca scientifica).

All’interno della sua linea il PCI deve esorcizzare due pericoli: le spinte alla lotta dura provenienti da alcuni settori della classe operaia, e i tentativi revanscisti della desta borghese.

Dal primo cerca di uscire delegando più al sindacato le mobilitazioni di missa, cercando di dar sfogo controllato alle pressioni di alcune federazioni di categoria (FLM) senza intervenire duramente nel dibattito, recuperando ogni cosa nella gestione della politica.

I tentativi revanscisti della destra borghese, il PCI ha tentato, senza successo, di affossarli, affossando il referendum sul divorzio. Questa scadenza appare pericolosa sia per il governo Rumor, di cui mette in dubbio la stabilità, sia per il compromesso storico, vista l’ampiezza dello schieramento anti-divorzista, che vede unita la DC con l’MSI.

Fallito il tentativo di ”saltare” il referendum, il PCI chiama alla mobilitazione anti-fascista. Coglie quindi esattamente il senso che al referendum vuole dare la destra borghese, senza però attaccare, nel suo insieme, la politica DC, cercando anzi di utilizzare le contraddizioni interne sul tema dell’antifascismo. Al tempo stesso articola la politica di alleanze non solo sul piano economico (concessioni al ceto medio produttivo) e sul piano politico (proposta di compromesso con la DC), ma anche sul piano culturale (affermazione della necessità del divorzio per salvaguardare i più autentici valori della famiglia).

 

Le difficoltà del movimento e gli obiettivi di questa fase

 

L’erosione del salario, le differenziazioni nel rispondere all’attacco inflativo a seconda della diversa forza relativa delle diverse parti della classe, l’attacco agli orari e la diffusione dello straordinario, la minaccia al salario stesso e al posto di lavoro, la ristrutturazione che tende a sconvolgere la stessa composizione di classe, la divisione della classe sul piano internazionale: queste sono le difficoltà oggettive di fronte alle quali si trovava lotta.

Frutto e aggravante di queste difficoltà è la linea di cedimento imposta dalle Confederazioni e accettata, anche se con grosse contraddizioni, dalle federazioni di categoria. L’assommarsi di queste difficoltà, che vedono lo scontro col governo limitato dalla copertura riformista e l’attacco operaio al capitale spezzettato da una linea rinunciataria, dividono anche gli operai dagli studenti, non offrendo alle masse studentesche il sicuro punto di riferimento determinato in passato dalla travolgente iniziativa della massa operaia in lotta.

Sul piano generale il bandolo della matassa è in  mano ai rifornisti. Su questo punto è inutile illudersi. Il che non significa rinunciarci. Vuol solo dire che la strada per imporre una seria e duratura lotta generale contro padroni e governo per non pagare la crisi, è lunga e contrastata, e bisogna scegliere attentamente le mosse per sollecitarla.

Innanzitutto ciò che, sul piano degli obiettivi, vota una iniziativa generale a sicura inefficacia, se non come arma di pressione generica, del tutto funzionale alla linea di compromesso sui temi della politica economica propri del PCI, è proprio l’insieme delle proposte confederali.

Siamo al solito polverone di richieste fatte un po’ in modo demagogico per mobilitare le masse su obiettivi astratti e distoglierle da quelli concreti, un po’ per imporre al governo un confronto-incontro più serio e deciso sulle proposte dei .riformisti. Tutto sommato quelle serie, tra le proposte dei riformisti, sono quelle del tutto coerenti con a loro linea di cedimento su questioni essenziali della vita operaia in fabbrica barattate con un programma capace di parare gli effetti distruttivi della crisi e rilanciare la produzione (investimenti, riforme, Sud, politica energetica).  Vai alla seconda parte

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