Crisi e petrolio. Bomba molotov del padrone 2° parte

Le proposte demagogiche per far presa sulla gente senza spaventare il ceto medio e distogliendo gli operai dalle più nette rivendicazioni di classe sono quelle sui prezzi: prezzi politici dei generi di prima necessità.

Su questo terreno non si deve scendere, serve solo a confondere la nostra politica con la loro e a coinvolgerci nella riuscita nulla di questo programma.

Richieste di questo tipo, in forma generalizzata, sono improponibili dato il particolare posto dell’industria italiana nella divisione capitalistica del lavoro sul mercato internazionale e dato l’assetto capitalistico della produzione: in questo momento una richiesta del genere è compatibile tutto sommato solo sulla base presa del potere, della rivoluzione socia-lista. 

Tenere bassi tutti quei prezzi, tenendo presente che i prodotti alimentari e l’energia sono proprio ciò che importiamo in maggiore misura,  significa solo che lo Stato e il Governo dovrebbero finanziare in perdita secca, portando quindi l’inflazione a livelli mai visti, tutte le imprese che producono e commerciano nei settori interessati.

A meno che non si creda possibile bloccare i prezzi al minuto suscitando un pauroso sconquasso tra i commercianti piccoli e medi, sconquasso anche questo del tutto impossibile da imporre alla borghesia se non con la violenza della rivoluzione sociale.

 

Bisogna allora scegliere altre strade per imporre una mobilitazione generale dentro la quale far crescere, senza demagogia (i cui risultati sono tanto rapidi quanto a doppio taglio), la contraddizione politica tra politica riformista esigenze di classe e militanti operai, soprattutto delegati.

La garanzia del salario in ogni caso, la garanzia del posto di lavoro, sono le due rivendicazioni centrali di questa fase da accompagnare alle richieste salariali misurate non astrattamente ma sulla base di reali disponibilità e incisività della lotta di massa e da accompagnare alla lotta di guerriglia in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro e gli effetti della ristrutturazione sui tempi, i ritmi, i carichi di lavoro e di mansioni.

Garanzia del salario deve voler dire bloccare i tentativi di ricatto sulla lotta attraverso l’uso della crisi; deve essere la fortificazione dalla quale poter ripartire fabbrica per fabbrica, reparto per reparto nel riproporre la linea egualitaria e la contestazione permanente dell’organizzazione della fabbrica capitalistica. 

La garanzia del salario accompagnata alla garanzia del posto di lavoro (che, in molti casi, deve essere assunta come rivendicazione sostenuta dai consigli di zona fino alle Federazioni e alle Confederazioni nei confronti del governo per essere efficace) è la risposta da dare al padronato, contro il tentativo di rompere la rigidità del mercato della forza-lavoro operaia.

Le richieste salariali, dicevamo prima, devono essere commisurate alla forza di attacco e di resistenza della massa operaia in una data fase. Giocare al rialzo tanto per farlo non serve a niente, gli operai per primi sanno se posseggono la forza per imporre una certa rivendicazione o se una richiesta è così alta da imporre sacrifici tali che l’insieme della classe si divide e tutti vengono trascinati alla sconfitta.

Vanno usati gli aumenti anche nella applicazione degli inquadramenti categoriali in modo da forzare l’applicazione in senso egualitario, correggendo le mancanze degli accordi nazionali. Bisogna insistere nella semplificazione delle voci su cui viene chiesto l’aumento per

aiutare la comprensione e la crescita di coscienza politica delle masse, sganciare le voci

salariali da ogni rapporto con la produttività e con le ore di sciopero.

Di fronte alle proposte ”generali” delle Confederazioni e del PCI sugli investimenti legati per lo più a cedimenti sull’orario, sugli straordinari, sulla turnazione, sull’utilizzo degli impianti va svolta un’azione politica in profondità che non si limiti al no poco e male organizzato. Vanno chiariti rapporti fra salario e disponibilità a prolungare l’orario lavorativo, fra lotta alla produzione e gli investimenti nelle zone di sottosviluppo, fra maggiore utilizzo degli impianti e minore occupazione nel medio periodo.

È proprio in questi temi che la generalità delle proposte dei riformisti svela il suo senso compromissorio con il padronato e disattento alle esigenze di classe.

Sulla questione delle lotte sociali si deve spingere al legame tra gli obiettivi sociali (tra sporti gratuiti ed efficienti, affitto proporzionale al salario ci sembrano i due temi più importanti per rispondere agli effetti della crisi sul salario e sulle condizioni di vita degli operai) e le piattaforme di fabbrica (l’esempio dell’Alfa per quanto riguarda i trasporti) e di zona (in grado cioè di legare la lotta su questo terreno delle grandi e delle piccole fabbriche e modo concreto di difesa dell’inflazione per quelle parti della classe che più hanno difficoltà nel difendersi dall’aumento dei prezzi).

Nei punti di maggior debolezza della classe, oltre alla lotta sociale puntando all’unificazione

Delle lotte per zona (rilanciando così la combattività anche in quelle aziende che già hanno concluso il contratto integrativo); ogni forza va spesa per il salario garantito e specialmente per la garanzia del posto di lavoro (a noi interessa se il padrone è effettivamente fallito: il capitale collettivo, lo stato, il governo devono garantire posto e salario ai lavoratori).

Concezione da sfatare è che non sia possibile la lotta di reparto e contro l’organizzazione del

lavoro nelle aziende medio-piccole: questo livello di lotta è essenziale da conquistare se si vuole impostare una politica operaia di lotta con caratteristiche di continuità.

Elemento essenziale di una politica di unità di classe in questa fase è poi l’assunzione da parte dei CdF delle aziende più significative e dei CdZ, degli obiettivi di lotta per il riconoscimento e l’assorbimento come operai a tutti gli effetti dei lavoratori degli appalti, delle imprese, dei lavoranti a domicilio e l’applicazione dello statuto dei diritti dei lavoratori sulla giusta causa anche alle aziende sotto i 15 dipendenti (tutto questo è decisivo anche per le parti forti della classe in un momento in cui i padroni minacciano la rigidità del mercato della forza-lavoro operaia).

Non in astratto, ma su questo insieme di obiettivi, va concepita l’azione delle avanguardie autonome a livello di massa e dentro i CdF.

Per quanto riguarda i CdF in questa fase, in cui di giorno in giorno sempre più decisa diventa la linea di cedimento dei vertici sindacali e più forte la strumentalizzazione dei CdF al loro interno, bisogna utilizzare tutti gli spazi per sviluppare le contraddizioni tra la linea dei riformisti e il settore dei delegati e militanti operai cresciuti alla scuola del ’69 e del ’70. Presupposto per questo è il continuo intervento di massa volto alla denuncia dei cedimenti dei vertici sindacali e alla propaganda e gestione di obiettivi di lotta che noi riteniamo corretti. Rimangono da battere le concezioni strumentali dell’intervento nei CdF che è ancora il modo di intervenire di gran parte della sinistra rivoluzionaria, tutto teso alla propaganda spicciola o alla agitazione di tematiche generali in occasioni di scadenze di movimento.

Noi siamo convinti che l’idea e la pratica dei CdF, in alcune situazioni migliori, sia l’idea e

la pratica della democrazia operaia, della organizzazione della massa operaia in modo antagonistico al controllo e alla gerarchia capitalistica. E siamo pure convinti che i delegati sono il prodotto come organizzazione di massa dell’ultimo ciclo di lotta operaia, ciò che concretamente e quindi, anche molto spesso contraddittoriamente, è rimasto come frutto umano di capacità politiche e di organizzazione dell’ultimo ciclo di lotte.

È decisivo allora non solo non abbandonare il terreno politico di lotta dei CdF; non solo rapportandocisi  come a un luogo in più nel quale far sentire la propria voce, ma battersi in prima persona e costruttivamente per impedire ogni forma di velata liquidazione.

Questo significa spingere gli operai organizzati autonomamente e larghe fette della sinistra dei delegati a costruire attorno o in sostituzione dei delegati i comitati di reparto che sviluppino le conoscenze e le lotte nella fabbrica in modo minuzioso e capillare, che creino nuove capacità politiche e teoriche dentro la classe riprendendo un’azione di ”formazione politica” sui temi più sentiti, operaio per operaio.

Che il ruolo dei delegati non sia secondario in questa fase l’ha dimostrato poi, a chi avesse dei dubbi, l’assemblea dei delegati del gruppo Fiat.

Allo stesso modo va data battaglia per edificare e sviluppare i CdZ in vista dell’unificazione delle scadenze di lotta; per allargare e controllare tramite i CdF delle singole fabbriche i coordinamenti di gruppo; per sviluppare i coordinamenti a consigli di fabbrica riuniti delle maggiori fabbriche in lotta e per convocare l’assemblea nazionale dei delegati (che se si aspetta il sindacato non si sa quando si riunirà).

Il tema delle alleanze e delle lotte sociali va riproposto puntando sulla unità di interessi di fondo che unisce, a partire dalle proprie contraddizioni specifiche, masse operaie e masse studentesche.

Per un lavoro sempre più dequalificato, ma che unisce sempre più gli operai, il padrone usa diversi criteri di valutazione per dividere e usa la scuola, dentro questo progetto di divisione, sia per contrapporre un’armata di disoccupati che cresce agli occupati; sia per stratificare impiegati, tecnici e operai; sia per ricattare di continuo quelli stessi che terminano gli studi e i proletari privilegiati che lavorano nella scuola con la prospettiva sempre più massiccia della disoccupazione.

Ciò su cui si deve puntare da parte operaia è favorire quegli specifici interessi delle masse studentesche che in questa fase tendono a mantenere rigido il mercato della forza lavoro e a contrastare un ingrossamento ulteriore dell’armata di riserva. Di fronte alle manovre tese a non incrementare la scolarizzazione di massa e a sviluppare la selezione, il punto centrale della lotta studentesca va individuato, oggi come non mai, nella lotta alla selezione. L’articolazione di questi obiettivi che va dalle interrogazioni programmate all’abolizione dei compitini, e delle misure disciplinari, al voto di gruppo, al controllo di massa degli scrutini, all’abolizione del segreto di ufficio, alla parola d’ordine generale dell’abolizione delle bocciature è l’interesse più vicino alle esigenze di lotta degli studenti, quello più direttamente e più immediatamente praticabile, quello più utile allo sviluppo della scolarizzazione di massa. È, infine quello più funzionale al mantenimento della rigidità del marcato del lavoro.

A partire da questo bisogna iniziare il confronto sulle rivendicazioni generali del movimento operaio e del movimento degli studenti su un programma generale che sviluppi la parole d’ordine egualitaria contro la selezione e per la scuola a tutti nella rivendicazione della scuola media unica ed eguale per tutti fino a 18 anni, senza bocciature, gratuita, con presalario agli studenti provenienti da famiglie a basso reddito, con classi al di sotto di 25 studenti.

Oltre a favorire a rigidità del mercato de lavoro un programma di questo genere impone uno sviluppo dell’edilizia scolastica e l’occupazione di migliaia di giovani laureati disoccupati, oltre a impedire alla borghesia di preparare nella scuola e utilizzare poi la divisione del proletariato e della classe operaia usando strumentalmente i diversi livelli di scolarità, mandando alcuni ad ingrossare le fila della disoccupazione, altri al lavoro precario, altri alle categorie più basse del lavoro ed altri ancora nelle più alte.

Ma combattere il riformismo solo sul piano delle lotte di fabbrica e di scuola non è sufficiente: il riformismo è anche un insieme di comportamenti, di ideologie, di modi diversi che tendono a perpetuare il dominio capitalistico sulla massa e le istituzioni che servono a mantenere questo dominio.

Proprio per questo il PCI imposta la campagna sul divorzio puntando quasi esclusivamente sulla mobilitazione antifascista.

Già sul terreno più propriamente politico il referendum deve essere per l’autonomia operaia e studentesca organizzata una scadenza da usare per attaccare non solo i fascisti e le ali più reazionarie della borghesia ma la DC nella sua interezza. Questo vuol dire svolgere di fatto una critica alla prospettiva del compromesso storico. Ma la concezione stessa della famiglia borghese va attaccata e va dimostrata la sua funzionalità all’oppressione della donne e dei giovani, alla trasmissione del dominio sociale, dell’autorità sui singoli individui, alla repressione dei bisogni sessuali delle masse. Il divorzio e il sì al divorzio è un aspetto puramente democratico-borghese di questa battaglia anche se essenziale perché colpisce interessi e concezioni della destra borghese, della Chiesa, della DC che tanta presa hanno ancor oggi su vasti strati di masse subalterne, e perché, la presenza stessa del diritto a divorziare fa sì che il nemico non potrà essere più individuata in una qualche mancanza di diritto (e la ”lotta per i diritti” è sempre nella cornice della democrazia borghese) ma nel dominio capitalistico stesso e nella istituzione familiare che è il suo prodotto e uno dei suoi maggiori sostegni.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 8 – 10 febbraio 1974

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