Gli americani nel mediterraneo

Gli americani nel mediterraneo


 

Dice la stampa borghese che Kissinger ha ripreso l’iniziativa nel bacino del Mediterraneo. Durante l’ultima fase della guerra nel Vietnam e dopo la guerra del Kippur l’aveva infatti perduta. Oggi invece la diplo­mazia americana è riuscita a chiudere la diatriba cipriota, imponendo il fatto compiuto e ristabilendo buoni rapporti con Grecia e Turchia; è riuscita ad isolare la rivoluzione palestinese ed anzi ad implicarne le avan­guardie armate in una orrenda sanguinosa rissa in Libano; è riuscita ad imporre il ricatto dell’isolamento e la minaccia della guerra civile alla rivoluzio­ne portoghese.

Dunque per Kissinger le cose si sarebbero messe al meglio.

Ma a che prezzo? Quali sono le nuove contraddizioni che si aprono?

Sono esse più o meno avanza­te dal punto di vista della lotta di classe in questo importante settore del mercato mondiale?

Se guardiamo le cose da vici­no ci accorgiamo che l’ottimi­smo dei padroni non è molto motivato. Certo, in Grecia e Turchia le classi dirigenti capitalistiche sono riuscite a passare indenni attraverso la tragedia cipriota: qualche trasformazione di superficie, da Papadopulos a Karamanlis, qualche mutamen­to nello stato maggiore turco, sembra, e basta. Ma dentro queste vicende la lotta di classe ha cominciato ad emergere, la democrazia ha mostrato di non essere un vestito adatto per una classe operaia già sviluppata ma trattenuta nella più spaventosa miseria. Certo, la pressione eco­nomica europea, la più schifosa «ingerenza negli affari interni» del Portogallo, il finanziamento e l’addestramento militare degli squallidi resti del salazarismo, sono riusciti a far ripiegare il movimento rivoluzionario porto­ghese: ma qui la nuova sinistra operaia non è stata battuta. Per la prima volta nella storia delle rivoluzioni operaie in Europa, riaperta dal ’68, la nuova sini­stra non si è presentata solo come movimento ma come orga­nizzazione di potere, ed essa mantiene aperto il fronte delle lotte, si arma, coinvolge in una volontà di lotta sempre più radi­cale settori sociali amplissimi.

È tuttavia nel Medio Oriente che le contraddizioni rivelano ancora il punto della loro massi­ma intensità. Sadat ha venduto il proletariato palestinese, ha accettato in cambio un biglietto di ingresso nell’orbita del neo­capitalismo occidentale, ma è stato costretto a prendersi in casa i «i tecnici civili» americani per garantirsi non i confini ma le scelte di politica interna. Con questa scelta di Sadat le cose si chiariscono: la borghesia araba ed egiziana conquista ‘una visio­ne di classe, si riconosce nell’in­ternazionale capitalista, amica dunque e tributaria dell’impe­rialismo americano, e nemica, sfruttatrice e repressiva del pro­letariato palestinese. Liquidando definitivamente il nasserismo Sadat ha scelto il suo nemico: sul piano interno ed esterno esso è il proletariato arabo. La reto­rica borghese dei «confini sacri» ha lasciato spazio alla volontà quotidiana dello sfruttamento bottegaio e dello sviluppo del portafoglio. I «tecnici civili» americani sono stati chiamati a difendere la borghesia da un proletariato armato. È qui, in questa situazione, che il massi­mo delle contraddizioni si rivela. Mai come oggi il proletariato palestinese ed arabo hanno bisogno della nostra solidarietà. Gli americani nel Mediterraneo, quegli stessi «tecnici civili» che massacrarono i combattenti del­le guerre di liberazione proleta­rie nel Vietnam, sono ora qui nel Mediterraneo, a qualche centinaia di chilometri da noi. Siamo certi che esse costituiran­no presto un obiettivo privilegia­to delle esercitazioni del proleta­riato arabo armato, così come lo furono per i proletari vietnamiti. Per noi tutto ciò è esemplare ed indicativo. Da sempre abbia­mo saputo che la lotta anti-imperialista è lotta rivoluzionaria di classe: ma tutto ciò è stato spesso troppo avvolto da nebbie ideologiche. Oggi il maturare della lotta di classe nel Mediter­raneo ci mostra che la lotta di classe è immediatamente lotta antimperialista, che la «pax americana» è tutt’intera pace per lo sfruttamento. Queste cose dobbiamo vederle chiare, distin­te, precise, come nel mirino di un fucile.

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 9 ottobre 1975, n. 1

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