Mir, Mir… Mirafiori

L’Italia, il Cile e le ragioni di Enrico

 

Mir, Mir… Mirafiori


 

Solo Un Giorno Prima Del Golpe…

 

Un solo giorno prima del golpe l’Unità intervista un dirigente del Partito Comunista Cileno. Questo uomo tranquillo tranquillo dice che il golpe non ci sarà per­ché Unità Popolare è forte, forti sono la classe operaia e le masse popolari che lo sostengono. Il dirigente però insiste nell’affermare la necessità di spingere al « com­promesso » con la DC, per riagganciare i ceti medi e i settori più arretrati delle masse popolari in modo da paralizzare le iniziative eversive (scioperi degli autotra­sportatori per esempio). Si tratta, insomma, di occu­pare il centro, ago della bilancia dei rapporti di forza tra proletari e borghesi. Questa tattica avrebbe consen­tito secondo il PCC di trascinarsi dietro anche le resi­due parti della borghesia nazionale (imprenditori e bor­ghesia burocratica) isolando le forze imperialiste e la borghesia cilena direttamente al loro servizio.

Questo ragionamento del PCC in sostanza vuoi dire: primo, i nuclei più consistenti della classe operaia cile­na non sono, da soli, sufficientemente forti e politica­mente omogenei da poter unire senza compromessi poli­tici (alleanza con la DC) le parti meno forti del prole­tariato e l’insieme dei contadini e del sotto-proletaria­to; secondo, la classe operaia non è sufficientemente forte da scontrarsi nello stesso tempo contro imperia­listi e borghesia nazionale schierati insieme.

 

MORTE DELLE «ALLEANZE»…

 

In realtà solo in occasione delle elezioni di Allende la DC si è schierata con la sinistra dietro una forte spin­ta della mobilitazione popolare. Ma la pressione im­perialistica (questione del rame e isolamento del Cile da parte degli USA) e la conseguente crisi economica, di fronte a una pressione di classe che non è andata affievolendosi, ha spostato l’insieme della borghesia na­zionale, ceto medio compreso, a destra, e a fianco delle forze più reazionarie. Il compromesso con la DC in Cile è diventato così impossibile.

Il governo Allende ha tentato il compromesso e non gli è riuscito. La forza, l’estensione e la maturazione poli­tica della classe operaia erano tali sì da esercitare una forte pressione di lotta ma non erano sufficienti a pie­gare hi uno scontro frontale diretto l’insieme dei nemi­ci. Allende era il risultato e non la causa di un deter­minato rapporto di forza: di qui la sua politica contraddittoria di mobilitazione controllata delle masse di ac­ceso riformismo e di continua mediazione con i reazionari.

Dire che se ci fosse stato un partito rivoluzionario e il fucile insieme in mano agli operai tutto si sarebbe risolto, è come dire: se mio nonno avesse avuto le rotelle sarebbe stato un tram.

Bisogna appunto spiegare perché gli operai non ave­vano il fucile e non si può sostituire alla spiegazione del fatto il desiderio di un fatto immaginario (l’esisten­za di un partito rivoluzionario guida reale della classe). Proprio per questo le polemiche della sinistra rivoluzio­naria italiana se tanta forza danno nell’emozione, sul de­siderio della lotta decisiva, tanto poca forza danno per la ragione. Il golpe è il passaggio obbligato in Cile che mette fuo­ri giuoco il ruolo di ago della bilanica dei ceti medi, riduce lo scontro, lo sviluppa a confronto finale tra ope­rai e padroni; lo rende sempre più omogeneo al tipo di scontro interno ai paesi imperialisti.

Non è un caso che subito dopo il golpe lo scontro ha visto operai armati e studenti armati contro i golpisti e i borghesi: non è la fine, la conseguenza del fallimento di Unitad Popular; è l’inizio di una nuova coalizione di classe operaia e studenti uniti contro la borghesia. L’Uni­tà Popolare in Cile è morta, viva l’« unità operaia »!

 

LE RAGIONI DI ENRICO…

 

Enrico Berlinguer (sia reso omaggio alla sua intelli­genza politica, senza ironia) ha scritto per « Rinascita » una dettagliata confutazione del dogmatismo (« avete rinnegato i sacri testi del marx-leninismo! ») e del volon­tarismo (« siete dei velleitari, non armate il popolo, sare­te sconfitti dalla fascistizzazione »).

Sul piano internazionale, Berlinguer dice: dal Cile ca­piamo che la nostra linea è giusta. Lotte più ampie e forti per la coesistenza, per la pace, per la libertà devo­no svilupparsi per impedire che interessi imperialistici su una particolare nazione siano tanto forti da impedire lotta nazionale profondamente riformatrice (che questa lotta sia fatta col fucile per il PCI al limite è accettabile, come dimostra la posizione del partito sul Vietnam).

La lotta internazionalistica è identica per Berlinguer in Cile e in Italia: la lotta per la pace e la coesistenza è una condizione irrinunciabile per rendere possibile una politica riformatrice in ogni singola nazione. L’in­sufficienza di questa lotta rende ancora possibile pesanti interferenze come quella USA in Cile: la politica del PCI tende a mobilitare le masse perché la coesistenza pacifi­ca sia imposta da tali rapporti di forza da dissuadere gli imperialisti da questi interventi.

Al tempo stesso nella politica nazionale il PCI riven­dica la sua originalità e la sua forza. Berlinguer può dire: la classe operaia e il suo partito in Italia sono ben più forti che in Cile; la loro politica ne risulta ben più articolata e cosciente del complesso dei rapporti di for­za. Altro che velleitarismo e avventurismo risponde Ber­linguer a Lotta Continua o al Manifesto. In Italia la bor­ghesia ha più volte provato a fare come in Cile: il PCI, la classe operaia, la politica di alleanza con i ceti medi ha sconfitto questi tentativi. Ha provato nel ’48 l’atten­tato a Togliatti, nel ’53 legge truffa, nel ’60 Tambroni, nel ’64 il Sitar, nel ’73 Andreotti. Il PCI in Italia ha per 25 anni dimostrato che la democrazia conquistata dalla Resistenza non si può toccare. Il fascismo non è prati­cabile contro gli operai guidati dal PCI e dalla sua poli­tica. La convivenza è obbligata: se allora la classe ope­raia sa unire il proletariato intero, il sottoproletariato, il ceto medio produttivo attorno a sé, diventa la classe dirigente del paese e la borghesia deve adattarsi alla ege­monia politica della classe operai, che guida le più vaste masse popolari. Se invece la classe si isola, getta allo sbaraglio della politica classe contro classe (muro con­tro muro), i nuclei operai della grande industria rischia­no di coagulare ceto medio e grande borghesia contro di sé perdendo la possibilità di vincere. Costruire questi rapporti di classe tra operai e ceto medio produttivo e settori delle masse popolari significa per Berlinguer (vi­sto che le classi e gli strati sociali non esistono astrat­tamente ma attraverso le loro espressioni politiche) rapporti DC e PCI, nuovo compromesso storico che cementi anche culturalmente un blocco popolare (comu­nisti e cattolici).

Non bisogna avere paura di dire che, dal punto di vista della statica fotografia dell’equilibrio tra le classi in generale, Berlinguer ha ragione: i 9 milioni di voti lo attestano, le critiche che si muovono al PCI devono esse­re comprese come critiche che si muovono a livello di coscienza media delle masse.

Una sola cosa può concretamente negare la politica del PCI; i nuclei fortissimi ma ristretti della classe operaia di grande concentrazione (contro il lavoro e non per il lavoro più professionalizzato, contro la delega e non per la politica delle istituzioni fuori dalla classe, contro le divisioni tra lavoro intellettuale e manuale e non per il loro rapporto più produttivo).

E questo è il senso e il futuro dello sviluppo della clas­se operaia. Da questa forza che cresce inesorabilmente con il capitale stesso nasce la possibilità dell’unità della classe; di trascinare insieme alla classe gli studenti della scuola di massa per la prima rivoluzione veramente co­munista della storia del mondo.

Questo è il processo che inizia negli anni ’60, che alla fine degli anni ’60 si concretizza nel più straordinario ciclo di lotte della classe operaia dentro i paesi imperia­listi. Il « potere popolare » dei cordone(*) in Cile ha dentro questa realtà.

Il prossimo ciclo di lotta dovrà misurarsi con una co­sciente capacità di internazionalismo; di essere operaio dall’Italia al Cile, di affermare senza residui la politica di classe contro classe. Chi sarà più internazionale avrà partita.

Proprio per questo « Armi al MIR » va benissimo ma è la parola d’ordine della resistenza di oggi. Ciò che va preparato e va preparandosi dentro la storia è MIR, MIR, MIR… MIRAFIORI: questa è un’arma che nessuno può dare ma che la classe operaia può prendere.

In Cile una tattica di terza internazionale (alleanza e concessione ai ceti medi) si è rivelata perdente: per la buona ragione che gli alleati non ci stanno. E gli allea­ti non ci stanno per un’altra buona ragione: che gli ope­rai non hanno più la forza riflessa che gli deriva da dirompenti contraddizioni interne alle diverse borghe­sie imperialistiche. Il ciclo di lotte degli anni ’60, l’offen­siva operaia della fine degli anni ’60, insieme alle lotte antimperialistiche dei semiproletari e dei sottoproletari del terzo mondo, ha creato come conseguenza una inter­nazionale borghese che si esprime nella nuova politica di « coesistenza pacifica », di « mondo multipolare » al posto della totale egemonia USA contrapposta all’URSS. I diversi aguzzini si uniscono contro il ciclo di lotte internazionali, contengono, limitano le loro debolezze.

Dal Cile si impara non solo e non tanto che l’unica via è il fucile (perché mai questa verità dimostrata da cen­tinaia di esperienze storielle, per assurdo da Zapata a Lenin a Mao, al Vietnam ecc., non è così ovvia per le masse?), si impara piuttosto che l’unica via è quella di un nuovo ciclo di lotte di cosciente dimensione interna­zionale caratterizzata da un ben più profondo carattere classista, operai contro padroni.

 

(*) Ndr: testuale nell’articolo originale

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1973, n. 7

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