Portogallo. Contro l’offensiva socialdemocratica si consolida il potere proletario

PORTOGALLO.

Contro l’offensiva socialdemocratica si consolida il potere proletario

 

Le ore che in questo momento si stanno vivendo in Portogallo sono probabilmente decisive e cariche di tensione.

Quando i compagni leggeran­no questo articolo esso sarà for­se superato dal sopraggiungere di nuovi sviluppi.

L’offensiva controrivoluziona­ria, dopo aver gradatamente guadagnato terreno, si sviluppa ora in tutta la sua evidenza: in­staurazione di un nuovo corpo di polizia, limitazione dei potere del COPCON, occupazione delle emittenti radio-tv (tra cui Radio Rinascenza), stato di emergenza nelle caserme.

Ma anche nel campo proleta­rio vanno registrati positivi fatti suscettibili di ulteriori sviluppi: organizzazione clandestina dei militari di base nei SUV (Soldati Uniti Vinceremo), entrata in clandestinità di ufficiali rivoluzionari con relativo svuotamento delle armerie, radicalizzazione delle mobilitazioni proletarie di massa.

I termini dello scontro di clas­se, tra proletariato portoghese e
borghesia  internazionale,   sono ora estremamente nitidi e niente può essere dato già per scontato.

L’alternativa in gioco è tra rivoluzione e controrivoluzione; essa può oggi risolversi anche con uno scontro diretto tra mili­tari o mettere in moto un pro­cesso di resistenza armata che si sviluppa in guerra guerreggiata di lunga durata, in cui non è tanto l’esito delle battaglie ini­ziali a contare sulla vittoria finale.

Mantenere aperti grossi spazi rivoluzionari oggi è ancora pos­sibile. Permettere alla contro­rivoluzione di consolidarsi può significare far maturare le con­dizioni per una pesante sconfitta del proletariato. Queste condi­zioni non sono infatti oggi per la controrivoluzione ancora matu­re.

II grosso del MFA che si è schierato con l’ala moderata, è uno schieramento confuso, poli­ticamente e ideologicamente di­sorientato, privo ancora di una reale coesione politica e milita­re.

Lo stesso partito di Soares, vede convivere al suo interno di­verse anime, tra cui una genui­namente popolare soggetta a separarsi dal corpo del partito sotto l’incalzare di una seria ini­ziativa rivoluzionaria.

Come si è giunti a questa si­tuazione?

Qualcuno dirà che ciò era nei programmi dei militari che han­no abbattutto il regime fascista, nel quadro di una ristruttura­zione internazionale del capita­le. Noi non ci sentiamo di affer­mare la stessa cosa.

Lo stesso scontro e la divisio­ne in tre tendenze del MFA lo dimostra. Lo scontro tra le due superpotenze per contendersi l’egemonia sulla nuova realtà politica che si apriva è un altro elemento che perturba profon­damente qualsiasi soluzione di stabilizzazione politica nel lungo periodo.

La profondità della crisi eco­nomica e l’ascesa del proletaria­to portoghese in alternativa ad essa sono altre contraddizioni di fondo che non davano per niente per scontato fin dall’inizio che il processo aperto il 25 aprile del ’74 fosse di natura capitalistica.

Semmai è proprio nel quadro complesso di queste contraddi­zioni centrali che hanno dovuto giocare, e a dir la verità lo han­no fatto bene, le pesanti mano­vre internazionali collegate con quelle interne dello schieramen­to moderato. E questo non solo con il feroce boicottaggio econo­mico.

Si veda per esempio come Melo Antunes, con il suo «docu­mento dei nove», abbia saputo cogliere fino in fondo le con­traddizioni della politica di Cunhal, giocando di netto anti­cipo sulle indecisioni amletiche di Otelo de Carvalho e sugli ufficiali del COPCON.

La politica vérticistica del PCP, che con il suo efficiente impianto organizzativo e con l’appoggio di Vasco Gonsalves riusciva a controllare gran parte degli apparati statali e dell’in­formazione aveva creato un notevole malcontento all’interno dell’MFA.

Non è un mistero che il docu­mento di Melo Antunes sia stato firmato da molti ufficiali che avevano chiaramente detto di volersi battere per uno sbocco di tipo so******ta del processo rivo­luzionario.

Il successivo, quanto tardivo, «documento del COPCON» cercava di recuperare questo settore progressista separandolo da quello chiaramente controri­voluzionario, ma l’operazione è riuscita molto parzialmente, an­che perché la stessa imponente mobilitazione di massa che que­sto documento ha attivato man­cava di una reale coesione e compattezza su obiettivi che non fossero puramente difensivi.

Lo scatenamento tra i conta­dini del nord della violenta cam­pagna anticomunista è stato un deterrente di massa che ha pro­dotto una forza materiale molto più consistente.

La costituzione del Fronte Unitario attorno alla figura di Vasco Gonsalves per un governo provvisorio che tamponasse in qualche maniera l’avanzata del­la destra, è stato un segno decisi­vo di debolezza della sinistra ri­voluzionaria e degli organismi di «poderpopular».

Questa operazione non solo non è riuscita ad impedire la li­quidazione di Vasco e della 5a. divisione (quella preposta alla dinamizzazione), ma non è riu­scita neanche ad inchiodare il PCP, ad una alleanza, per quanto ambigua, rispetto al campo rivoluzionario.

Per Cunhal il rapido cambio di rotta ha significato rimanere in qualche modo a galla, per gli altri componenti del fronte la mancanza assoluta di qualsiasi iniziativa.

Ma è nella concezione stessa degli organismi di «poder popular» che all’interno della sinistra rivoluzionaria manca una chiara visione strategica del problema dell’organizzazione autonoma di classe.

Le Commissoes de Trabalhadores (di fabbrica) e de Moradores (di quartiere) sono ancora oggi troppo il riflesso delle diverse tendenze politiche che agiscono nel movimento. Esisto­no infatti diversi coordinamenti nazionali, regionali, provinciali di questi organismi diretti dai di­versi gruppi che li influenzano. Si tenga presente che anche il PCP è presente in questi organismi e ha un coordinamento nazionale di quelle egemonizzati dalla sua politica.

L’imponente manifestazione indetta da questa L’ommisoes il 20 agosto a Lisbona in appog­gio al «documento del COP­CON » ha risentito pur nella sua enorme positività, di questo ap­piattimento politico.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 9 ottobre 1975, n. 1

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