Usa: la ripresa nel vicolo cieco

Usa: la ripresa nel vicolo cieco


«C’era, ma non si vedeva. O se si vedeva, eravamo di­soccupati». Così la raccon­teranno – questa ripresa negli USA- i proletari statunitensi fra un anno circa. Tanto infatti deve durare secondo i padroni di Washington. Alla stampa italia­na la ripresa economica negli Stati Uniti non dispiace. Per renderla perfetta basterebbe che qualche briciola della ripresa arrivasse in Europa. Invece, niente. Gli Stati Uniti restano cattivoni e continuano a tenersi tutto per sé. Dietro questo ra­gionamento c’è la convinzione che i margini di manovra del ca­pitalismo USA siano ampi e che un certo aiuto gli alleati europei se lo meriterebbero, invece di vedersi portar via capitali euro­pei sempre più attirati dagli alti interessi bancari degli Stati Uni­ti.

Vediamo perché la ripresa de­ve durare fino alla seconda metà del ’76. La svolta congiunturale va situata nell’aprile di quest’anno e parte con la deci­sione del governo di concedere immediatamente sgravi fiscali alle imprese. Ma qual’era la si­tuazione in quel momento? Da queste parti si è presto dimenti­cato che dal settembre del ’73 all’aprile di quest’anno la classe operaia negli Stati Uniti era passata attraverso la più forte recessione dai tempi della Grande Depressione degli anni ’30. La produzione era diminuita del 12,7 per cento, i licenziamenti e le sospensioni avevano raggiunto i due milioni e mezzo e la disoccupazione sfiorava il livello della vigilia della seconda guerra mondiale. I prezzi alimentari al minuto erano aumentati del 20 per cento nel ’73 e del 12,2 per cento nel ’74. Da questo livello e con sgravi fiscali di 22 miliardi di dollari per le imprese non po­teva essere difficile ottenere «un po’ di ripresa». Ma non tutte le ciambelle vengono con il buco. Mentre il governo preparava gli sgravi fiscali, si profilava la vittoria dei Vietcong e con que­sta la resa dei conti nell’intero sudest asiatico. Per limitare il danno il Pentagono doveva ven­tilare l’idea della «guerra nu­cleare limitata» nel caso che la Repubblica Democratica di Co­rea volesse favorire le forze rivo­luzionarie presenti nella Corea del Sud. Ma queste erano e re­stano faccende di generali. Il partito di Rockefeller ha punta­to e punta sull’approfondimento del controllo statunitense sulle aree rimaste sotto il suo domi­nio: Europa, Giappone, Asia sudoccidentale, America latina, Africa australe. Le prospettive di sfruttamento della forza-lavo­ro in queste aree è legata alla capacità di accumulazione capi­talistica all’interno degli Stati Uniti. La ripresa economica alla metà del ’75 doveva promuovere tale capacità aumentando la pro­duzione, e in subordine le espor­tazioni di merci senza tuttavia permettere un ciclo di lotte ope­raie nella ripresa economica. E secondo i padroni di Washington questo è possibile finché la disoccupazione rimane aita, cioè fino alla metà circa del ’76. In quel momento se la classe operaia «avanzasse prete­se» troverebbe pronta la doccia fredda di un’altra recessione.

Due elementi di questa situa­zione meritano particolare attenzione: la capacità di accu­mulazione di capitale da parte degli USA e la capacità di attacco della classe operaia sotto il comando USA.

Sia nel medio sia nel lungo periodo la capacità di accumu­lazione di capitale da parte degli USA è perlomeno debole. Per mantenere un saggio di crescita media del 4 per cento all’anno per i prossimi dieci anni gli USA hanno bisogno di più di 4 mila miliardi di dollari. Tra il 1955 e il 1964 sono bastati 760 miliardi di dollari e tra il 1965 e il 1974 ce n’è voluto il doppio. Mentre nel decennio scorso l’offerta di capitale è aumentata al saggio annuo del 6.7 per cento, nel prossimo dovrà aumentare al saggio annuo dell’8,7 per cento. Le strade maestre possono esse­re due per ottenere tale risulta­to: sgravi fiscali nei confronti delle imprese e declino della spesa pubblica da un lato, dre­naggio di capitali dall’estero dall’altro. Altre misure possono essere di aiuto, ma il ruolo dello Stato è decisivo nello sforzo di colmare il divario tra accumula­zione delle imprese e bisogno di capitali freschi. La situazione fi­nanziaria fallimentare della città di New York è solo un anticipo di quanto potrà capitare a molti altri governi locali che il governo federale non può permettersi di aiutare. L’indecisione sulla opportunità o meno di dichiara­re il fallimento della città di New York deriva dalla paura degli amministratori e della po­lizia di dover fronteggiare la ri­volta di centinaia di migliaia di disoccupati che rimarrebbero senza assistenza. Il primo espe­rimento degli amministratori — sulla pelle degli insegnanti di New York che al rientro si sono trovati addosso un carico di la­voro quasi doppio — è andato male. Come e più che altrove lo sciopero degli insegnanti di New York ha messo in guardia l’amministrazione locale e il go­verno federale da misure drastiche. Tuttavia sottrarre fondi ai servizi sociali e consegnarli alle imprese è negli USA di oggi una necessità capitalistica che non conosce mediazioni. L’inflazione degli ultimi 25 anni ha ridico­lizzato il sacrificio privato, il ri­sparmio familiare, la fiducia nelle obbligazioni e nei titoli di Stato. Il saggio di risparmio della famiglia statunitense è oggi in coda a quello degli altri paesi occidentali. Né è rimasto molto della famiglia tradiziona­le: nel ’75 la dimensione media della famiglia statunitense è sce­sa per la prima volta al di sotto delle tre persone. Se lo zio Sam vuole capitali traendoli dall’in­terno degli USA. deve essere sempre meno uno Stato rifor­matore; se li vuole dall’estero, deve rafforzare la presa sul proletariato sotto il suo comando. La buona volontà per percorrere queste due strade non sembra proprio mancargli.

I padroni USA sono divisi a proposito della capacità di attacco della classe operaia sotto il comando USA. Tutti concor­dano con Galbraith: «Caratteri­stica fondamentale dell’odierna società economica è il rifiuto da parte delle classi subordinate dei limiti prescrittivi a proposito del reddito e del consumo. A questo rifiuto si accompagnano rivendicazioni in fatto di produzione che non possono essere soddi­sfatte; da tali rivendicazioni de­riva l’«inflazione». Ma i rimedi sono incerti, almeno nel medio e nel lungo periodo. In passato la disoccupazione ha certamente intimidito le rivendicazioni di cui parla Galbraith — ma oggi riesce a farlo sempre meno e ci riuscirà ancor meno in futuro. È stato difficile nell’ultimo de­cennio fissare un livello di di­soccupazione che di volta in vol­ta non fosse tanto alto da massifificare i disoccupati e da unifi­carne le lotte né tanto basso da creare forte scarsità di manodopera con conseguenti forti ri­chieste salariali. Ma oggi fissare un tale livello di disoccupazione sta diventando impossibile negli USA. L’innovazione tecnologica continua inesorabilmente a ma­cinare posti di lavoro, né basta un saggio di crescita del 4 per cento all’anno — che è il massi­mo delle aspirazioni del capitale USA — per compensare tale erosione. Il saggio di disoccupa­zione dei giovani neri è superio­re al 50 per cento, anche se le cifre ufficiali parlano del «solo» 36 per cento; quello dei teen-agers bianchi è del 17 per cento. Tra il 1970 ed il 1980 il numero di persone comprese tra i 25 ed i 34 anni nelle forze di lavoro au­menta del 51 per cento, passan­do dal 17,7 a 26,8 milioni. Con uno Stato necessariamente teso a comprimere il sussidio di di­soccupazione ed a stroncare l’inflazione attraverso un pesan­te controllo dei salari. Il livello dello scontro di classe all’interno è destinato a salire. Su questo i padroni USA non hanno dubbi. Hanno qualche perplessità sul modo di affrontare lo scontro. L’unificazione del proletariato negli USA è avanzata in questi anni, la coesione di classe è maggiore che negli anni ’60, nessun Nixon è riuscito a battere gli operai e le operaie negli USA, mentre i padroni USA so­no stati battuti in campo aperto nel Sudest asiatico, lutto questo pesa e mantiene la classe diri­sente nell’incertezza. E indipen-Q’ntemente dagli stretti spazi di manovra, la classe dirigente USA non può bloccare l’oggetti-vità de’Ja.tendenza allo scontro.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 9 ottobre 1975, n.1

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