Beat, pop, hippy

Li lasciamo alla borghesia?

 

Beat, pop, hippy

 

Bene, da anni ormai il fatto si allarga, coinvolge sempre più milioni di giovani (una minoranza, ma in aumento e consistente): scappano da casa e vanno in giro, si fanno crescere i capelli, litigano con i genitori e l’autorità, si vestono come cavolo gli pare e dicono che non faranno mai gli impiegati.

Chi sono? Sono studenti, nella maggioranza di origine piccolo borghese, ma ormai spesso e volentieri ci sono tra loro giovani dei quartieri proletari e operai. Perché fanno queste cose? Perché l’ideologia che ci propinano (farai carriera se studi, ti specializzerai in qualche mestiere se lavori con impegno) fa acqua da tutte le parti di fronte a una realtà di alienazione uguale per tutti. Ciò è qualcosa di molto intellettuale per tanti, di superficiale e temporaneo per moltissimi: ma è. Se ne parla molto, di queste cose, sui giornali borghesi e poco in quelli della sinistra rivoluzionaria (fa un po’ eccezione Lotta Continua): ma le masse ne parlano.

Questi fatti (i giovani con una loro «controcultura») vanno spiegati e la prima cosa da dire è che se certe cose succedono e coinvolgono milioni di giovani ci deve essere sotto qualcosa di importante, ci devono essere sotto esigenze reali. Quando questi giovani si ribellano alla famiglia e alla scuola, magari spesso in modo individualista, è perché capiscono che certi valori ormai fanno solo ridere: e qui hanno ragione. Quando fanno la loro musica e la concepiscono come un modo di stare insieme e di amarsi, e infatti si sta insieme spesso scontrandosi con la polizia per non pagare (per noi non deve essere una prestazione commerciale), vogliono un nuovo modo di concepire i rapporti con la gente, un nuovo modo di concepire l’arte e lo spettacolo come fatto collettivo: ed è un’esigenza giusta. Quando si vestono a modo loro chiedono una vita dove la fantasia e l’immaginazione abbiano spazio. E anche quando si drogano affermano disperatamente un’insoddisfazione: la vita in questa società è merda, e cercano qualcosa.

Tutto questo vuol dire: ormai anche per gli intellettuali e i giovani che dovrebbero avere un «avvenire» questo «avvenire» non c’è. C’è solo la monotonia e l’alienazione dello studio inutile, del lavoro per il padrone, il tempo libero irreggimentato. È da questa posizione spontanea di estraneità all’organizzazione capitalistica della società e ai suoi valori, alla sua cultura, che nasce la cosiddetta «controcultura» hippy, il fenomeno dei giovani che rifiutano quello che gli viene dato e cercano altro. In realtà, il più delle volte senza che lo sappiano, in loro c’è l’esigenza dei comunismo.

Ma i padroni sono furbi. L’esigenza di una società diversa è ancora troppo poco per diventare una reale alternativa: non è coscienza politica, non è azione, non è organizzazione, non è ancora niente. E quindi non è difficile fare dell’«underground», della musica pop un ennesimo veicolo di integrazione. Non siete contenti? Vi produciamo la musica come la volete, vi organizziamo i festival che volete, vi vendiamo vestiti in serie che sembrano unici, vi vendiamo un po’ di droga per evadere. Per i più arrabbiati si ammette la fuga dalla civiltà: se ne vanno in campagna a fare con qualche amico la vita comunitaria e hippy, e, visto che così la ribellione diventa evasione, i padroni pensano: qualche disoccupato in meno, qualche incazzato in meno.

Allora cosa concludiamo: pop, hippy, beat sono cose che non ci riguardano come rivoluzionari, ormai è tutto un affare della borghesia? Sarebbe una risposta imbecille, coerente con un certo atteggiamento verso la politica (intesa in modo luridamente professionale e specia-istico, privilegio di una casta di burocratini) che i gruppi extraparlamentari praticano largamente. Invece il problema è recuperare le giuste esigenze delle masse dei giovani studenti e proletari, cercare di legare questi embrioni di un nuovo sistema dì valori con la lotta operaia contro l’organizzazione del lavoro: e qui c’è tanto da fare, perché spesso gli operai sono imbevuti di pregiudizi borghesi anche se poi, nei fatti, li negano con lotte politiche di enorme significato.

 

«Controcultura» hippy e lotte operaie: sembra un accoppiamento che fa a pugni. Ma invece nelle lotte della classe c’è la risposta alle esigenze che stanno alla base di questi cosiddetti «fenomeni di costume». Negando la fabbrica, lo sfruttamento ripetitivo e monotono, gli operai rifiutano una certa divisione del lavoro: a noi la catena, ad altri il lavoro «intellettuale». Esprimono una cosa enorme: la volontà di riprendere in mano la politica, di riappropriarsi della cultura. Qui quello che dice la classe operaia può offrire una soluzione al fenomeno dei beats.

 

Il rifiuto della produzione così com’è oggi, il rifiuto dell’inserimento è un tema centrale del movimento hippy, che non a caso poi ricerca un «nuovo modo di realizzarsi» attraverso lavori comunitari artigianali e agricoli, cioè cerca di affrontare il problema ritagliandosi spazi necessariamente di élite; questo tema, a parte la soluzione reazionaria e intellettualistica, si può saldare alla lotta e a un programma operaio.

 

Il rifiuto della divisione tra specia-lizzati della cultura e della politica e masse, il rifiuto di questa cultura per un’esigenza di collettività e di autogestione si può e si deve unire al nuovo modo di intendere la politica e quindi la cultura che in questi anni vive nelle fabbriche.

 

La ricerca di un nuovo tipo di rapporti personali, di nuovi rapporti sessuali, connessa al rifiuto della fa miglia o viene unificata, usata dalla classe e dal suo modo di intendere la collettività, o finisce male. 

 

Controcultura è un termine ambiguo; ma nella lotta è chiaro che le masse operaie e studentesche devono, mentre negano fabbrica e scuola, affermare un nuovo modo di vivere, di far politica. La politica deve diventare qualcosa che esamina ogni atto della nostra giornata, vede come è condizionato dalla borghesia, cerca di mutarlo. Cioè, in un paese capitalista come l’Italia, rivoluzione e rivoluzione culturale coincidono; e se qualcuno ci viene a dire che siamo poco seri, gli ricorderemo che la rivoluzione, oggi, in occidente, con queste lotte operaie, sarà qualcosa di un po’ nuovo, diverso dalle rivoluzioni operaie del passato: qualcosa di più vicino, finalmente, al comunismo.

 

da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci – anno I – n. 3 – 16 aprile 1973

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