Corpo, energia e rumore

Corpo, energia e rumore

 

Le persone nate prima del 1930 in Italia, specialmente in campagna, sono cresciute in mezzo a mazurche, valzer, marcette. Balli della domenica sull’ala o in una balera o in un’osteria, sempre con quei ritmi. Dopo la guerra gli americani hanno portato il boogie, tuttora una colonna portante di tutto il ballo campagnolo nelle balere. Insieme al boogie è passato il rock and roll. Il ritmo era identico, la gente se ne fregava che il nome fosse cambiato.

Anche oggi fuori Milano o Paullo o a Rivolta d’Adda c’è gente, sui trent’anni, che, balla il rock in modo degno di finire in un film americano d’epoca.

Quelli più giovani, ma non giovanissimi, diciamo da 22 a 25-27 anni si sono trovati per molti anni a subire l’influenza massiccia della canzonetta di stato nel momento della sua massima espansione.

Negli anni del boom Rita Pavone o Gianni Morandi vendevano come ridere un milione di dischi a 45 giri. Erano gli stessi anni del boom economico e dell’aggressività della destra (Tambroni – colpo di stato ’64); la musica leggera svolgeva il suo compito di ibernazione dei cervelli. I prodotti erano dolci, smielati; un incrocio fra melodie italiane e arrangiamenti di lusso ”all’americana”.

La tradizione del ritmo dalle mazurche al boogie si è dispersa nel processo di emigrazione massiccia e dì sfaldamento delle comunità rurali; cioè le nuove generazioni nate in città, nei ghetti di Torino o in quelli di Milano o Mestre, non hanno avuto intorno a lungo le strutture del divertimento, del tempo libero.

 

Il ballo nelle collettività di campagna è uno dei modi con cui si riesce a mantenere in vita la presenza del corpo nell’equilibrio dell’uomo.

Tutta la civiltà occidentale, tutto il mondo capitalista stanno compiendo un gigantesco FURTO a tutti gli uomini. Stanno rubandoci il corpo!

Mancanza di spazi verdi, sport inteso in modo passivo, microabitazioni, silenzio imposto dai muri leggeri, poco o niente spazio di gioco per i bambini.

Il corpo si muove sempre meno, è in un ambiente nocivo e assimila cibi di cattiva qualità; di fatto perde molto velocemente tutte le sue capacità sensitive e riduce quelle motorie.

Ballare è ovviamente solo una piccola cosa, anche se spesso l’unica espressione del corpo; il discorso comunque è più vasto e serve a vedere il senso di una musica e di una struttura sociale che ha mantenuto e lotta per conservare alla vita il proprio corpo.

Negli Stati Uniti bianchi e neri hanno sempre cantato e suonato e ballato molto e per lo più continuano a farlo.

La musica popolare nera, blues, il canto della vita di tutti i giorni, amore, lavoro, viaggi, alcool, e gospel, il canto di un cristianesimo africanizzato, emotivizzato e sentito sulla pelle, completamente umano, sono sempre stati una grossa parte della vita di un popolo emotivo, lontanissimo dal modo di pensare occidentale, realmente liberato, lontanissimo da tutte le angosce della civiltà occidentale. Le musiche campagnole dei bianchi, il country, segnavano il ritmo di una vita dentro al sogno americano di avventura giustizia e libertà; porci razzisti, spesso, ma per vera e profonda ignoranza dei termini dello scontro. I neri in modo magico e totale, i bianchi con un senso della collettività e di un concreto domani di speranza, vivevano con la giusta emotività la musica, più o meno, ma molto più profondamente come i nostri nonni e padri in campagna.

Negli Stati Uniti questo filo non si è spezzato anzi le nuove generazioni si sono godute il succulento incrocio fra le culture musicali bianche e nere, l’inurbamento, la diffusione della musica nera attraverso i mezzi di comunicazione di massa, i contatti fra bianchi e neri, hanno fatto nascere la musica elettrica, fatta con strumenti amplifiicati a volumi molto alti; l’unica risposta possibile, almeno all’inizio, all’offensiva del rumore della vita quotidiana. Il rumore uccide la sensibilità verso la musica; i corpi delle persone non sono più sensibili al suono di due chitarre di legno e di una fisarmonica. LA MUSICA DEVE FARE PIÙ ” RUMORE” DEL VERO RUMORE.

Solo così riconquista i corpi.

 

Gli anni precedenti al ’68 sono stati ricchissimi di musica a livello di studenti; tutti suonavano qualche cosa e c’erano un casino di spettacoli, feste, movimenti. La gente che suonava più o meno non suona più e una buona parte oggi fanno politica, a dispetto delle strutture parafasciste che gestivano la loro musica ai tempi del liceo.

Il messaggio del rock inglese e di quello americano rifiorito dopo i Beatles, dopo un periodo che gli americani chiamano ”l’invasione britannica”, sta più nel modo che nel senso. Cioè le parole e le indicazioni, a parte qualche rarissimo caso, sono meno importanti del SUONO, nel modo di cantare e suonare, delle inflessioni, dei timbri, degli strumenti; i Beatles si sono fatti capire perfettamente anche da chi non sapeva una parola d’inglese e non aveva la minima idea di cosa dicessero le parole. Il tipo di messaggio era nel mezzo usato, non esisteva in termini razionali, di discorso.

Esattamente lo stesso avvolgimento emotivo, che chiunque ha per qualche musica per un motivo; l’emozione comunicata era sempre la stessa: ENERGIA, spinta a fare, spinta a metter in discussione, spinta alla vita.

New York e la California hanno prodotto musicisti e poeti che hanno dato indicazioni, hanno denunciato le brutture della società americana in patria e fuori, hanno messo a nudo la mostruosità dell’uomo della civiltà industriale così come il modello di sviluppo lo sta forgiando.

Tutto sempre con l’occhio più attento alla emotività della comunicazione, alla sua possibilità di essere incisiva, che alla definizione più corretta di cose e fatti. Sono e vogliono essere menestrelli.

Rifiutano in ogni modo la figura di leader. Buona parte dei loro sforzi e molti testi sono spesi a far capire che quello che l’artista sta raccontando è esattamente un racconto, di una cosa vista da lui, e che il punto non è quello di essere contenti perché si riconosce nel cantante di successo un compagno di strada, ma quello di muoversi e fare, ognuno con se stesso e con gli altri.

 

Massimo Villa

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 9 – aprile 1974

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