Il festival è morto facciamo festa alla metropoli

Il festival è morto

facciamo la festa alla metropoli

 

Al Lambro se ne sono viste di tutti i colori.

C’erano proprio tutti: dai com­pagni che ogni giorno fanno politica in quartiere ai fric­chettoni, dai giovani operai senza reddito, dai lotta-lotta agli scoppiati di brutto, dalle fem­ministe ai maschietti in pun­ta, dagli omosessuali ai radica­li. C’erano anche quelli che con le feste c’entrano poco e che erano venuti a far da spettatori.

Ma questa folla socialmente eterogenea ha trovato la sua o­mogeneità politica nel coagulo di rabbia e di rivolta e di voglia di vivere che fa del pro­letariato giovanile un soggetto politico antiistituzionale. I gio­vani incontrandosi in 100.000 hanno riportato amplificato al Lambro cumulo di contrad­dizioni quotidianamente vi­vono nei loro quartieri, nelle città, nelle metropoli del ca­pitale: la mancanza di reddi­to, il lavoro precario, i bassi salari, il carovita, la vita ghet­tizzata nei quartieri-lager, il piacere dello spinello e la mi­naccia dell’eroina, la voglia di rapporti nuovi e di vita in co­mune e la disintegrazione della vita sociale, il bisogno di potere e la repressione dello Sta­to.

 

IL FESTIVAL È MORTO, VIVA LA FESTA

 

Di fronte a questi bisogni il fe­stival si è presentato nelle sue vecchie vesti: la pretesa essere « festa americana », cioè festa alternativa dove il piacere di vivere si liberi dai vincoli della vita quotidiana, tanta mu­sica offerta ed imposta, la ri­gida organizzazione dall’alto del divertimento e (siccome siamo in Italia) qualche comi­zio qua e là, magari dal palco minore.

L’accettazione formale della politica e il rifiuto sostanziale di essa. Pensiamo alla giunta riformista che fa pagare l’affitto del parco Lambro e che all’ultimo momento ha negato l’allaccio dell’elettricità. Dove­va bastare questo per uscire dal ghetto e fare una manife­stazione tutti in città. E’stato scelto di rimanere e provvede­re a risolvere questo problema non come un fatto politico ma come un accidente organizza­tivo.

E poi la scadenza commercia­le in cui il CRAMPS può am­plificare la pubblicità alla sua distribuzione discografica, l’an­nuale uovo d’oro.

Le organizzazioni politiche da parte loro (e c’entriamo anche noi) colgono l’occasione per un po’ di finanziamento al lo­ro lavoro e ai loro giornali, gonfiando i prezzi agli stand, proprio come a un festival dell’Unità.

Ma l’uovo d’oro quest’anno si è rotto: il Lamber-ghetto-park non ha potuto contenere la ri­volta di migliaia di giovani pro­letari.

Un anno non è passato invano: le occupazioni di case, le appropriazioni nei supermerca­ti, le lotte per il salario, l’or­ganizzazione contro lo spaccio dell’eroina, i movimenti di li­berazione, l’esplosione del mo­vimento femminista sono en­trati come protagonisti in que­sta festa e hanno decretato la morte del Festival-Pop di Re Nudo.

Le contraddizioni sono esplose in modo violento: lo stand di Re Nudo col camion della Motta è stato razziato, il risto­rante del Lambro, la « Capan­na dello zio Tom », è stato sac­cheggiato, il supermercato di via Feltre all’apertura mattuti­na trovava già folti gruppi di compagni in attesa di fare la spesa… politica, la polizia e i caramba hanno trovato a fron­teggiarli migliaia di compagni decisi a bloccarli ad ogni costo. Il giudizio sui singoli episodi ci interessa poco, e comunque lo daremo poi, le conclusioni elle ci importano le ha tirate in buona parte l’assemblea di 20.000 e più compagni di lune­dì sera.

Una cosa è stata chiara a tut­ti: che i giovani proletari vo­gliono fare la festa per diver­tirsi, ma anche per affermare i propri bisogni. E questi van­no contro l’ordine della metro­poli capitalistica, contro il la­voro della fabbrica del capita­le contro la repressione della cultura dei padroni. A tutto questo i giovani proletari vo­gliono fare la festa.

La tensione a uscire dal parco Lambro, visto ormai come un ghetto, e a portare la festa nel­la città, contro la città, è la conquista di questo Festival. Fare la festa a chi li vede co­me un’ulteriore occasione com­merciale e li ghettizza in luridi parchi magari accettando che lì dentro si fumi e si balli nudi, questa è l’indicazione di migliaia di giovani.

C’era la voglia di rompere il flusso dell’offerta prefabbricata dall’ altro, di autogestire e organizzare il divertimento, la musica, la lotta.

Tutto ciò lo scriviamo ora, lo abbiamo capito dentro al Fe­stival.

Ma anche noi, anche i compa­gni dell’autonomia di Milano, eravamo cascati nella logica del Festival. Noi che siamo presenti nei quartieri e nelle fabbriche nell’organizzazione delle lotte quotidiane, arrivato il grande baraccone ci siamo trasformati in direttori del circo. Facciamo di ciò autocritica. Ma se la lotta di molti compagni ci ha imposto di prendere coscienza di ciò che stava accadendo fin dai primi giorni e di tornare così dentro il movimento, chiarezza va fat­ta sulla miseria politica di quei gruppi che senza nulla com­prendere si aggiravano alla ricerca disordinata del provo­catore e pensavano di risolve­re (loro che ci accusano di militarismo) le contraddizioni a suon di chiavi inglesi.

 

MISERIE E RICCHEZZE DEL MOVIMENTO

 

Fin qui abbiamo tentato di estrarre i contenuti positivi di ciò che è accaduto a Lambro. Ma non abbiamo le fette di salame sugli occhi. Il movimento che si è espresso quanto è ricco è altrettanto povero nella confusione nella scelta degli obiettivi: è un obiettivo sbagliato assaltare lo stand di Re Nudo, è sbagliato permettere che alcuni sprechino la roba buttandola via, è sbagliato organizzare la partecipazione di una massa maggiore di giovani all’appropriazione e alla distribuzione della merce, dividendo le forze in vari gruppetti.

La carenza nel dare indicazioni su come si doveva svolgere l’autogestione del Festival; l’aver impedito che vi fossero manifestazioni autoorganizzate ( si portasse fino in fondo la critica agli organizzatori del Lambro, il rifiuto di un progetto organizzativo che serpeggia dentro i giovani è il riflesso della mancanza di coscienza di quale sia il livello di scontro con lo stato e di quanta organizzazione occorre al proletariato per affrontarlo, è la sopravvalutione di una spontaneità che non sempre è efficace nello scontro le istituzioni del capitale.

La ricchezza è contenuta nella capacità di rottura che i giovani proletari hanno dimostrato, nella critica senza pietà a cui hanno sottoposto le organizzazioni, nell’immensa vitalità con cui hanno riaffermato l’interezza dei propri bisogni anche tra i palchi, gli stand e gli alberi rinsecchiti del parco Lambro.

 

APPROPRIAZIONE E CONTROPOTERE

 

Lo slogan che faceva rimbombare la spianata del Lambro, era: ”Esproprio esproprio” e l’esproprio è stata la principale forma di lotta nei quattro giorni del Festival.

I corvi gracchiano dal palco che l’esproprio non risolve la questione della lotta contro il capitale. Bella mistificazione!

L’esproprio è un episodio di lotta esattamente come la ronda operaia o una manifestazione di piazza: ma è una forma di lotta che paga subito ed allude al terreno strategico della riappropriazione.

Appropriazione è la capacità proletaria di organizzare la conquista diretta dei propri o­biettivi: del paniere dei beni, delle case, dei centri sociali, della riduzione dell’orario di lavoro, del salario, la capa­cità di imporre la scelta comu­nista di vita, di affermare la forza dei bisogni sempre più ampi contro l’oppressione sem­pre più soffocante.

Appropriazione per noi signifi­ca costruire con la lotta quo­tidiana la propaganda, l’organizzazione, la forza armata di massa capace di spezzare la catena dell’ordine capitalistico e imporre il potere proletario. Vuol dire essere in grado di colpire le istituzioni dello Stato, organizzazioni delle grandi imprese e amplificare questa indicazione nella crescita del movimento, nella estensione della rete di organizzazione militante all’interno delle metropoli, delle fabbriche, dei paesi.

Tutte ciò non si fa con un atto ”una tantum ”. L’indicazione venuta da molti compa­gni nel festival di tornare a portare nei quartieri i contenuti espressi nelle appropriazioni nell’assemblea è un programma di lavoro politico e discontinuità. E’la consapevo­lezza della necessità di riunificare in forme di lotta e di organizzazione i bisogni espressi dal proletariato giovanile al Lambro, con le lotte degli o­perai contro il lavoro, con le lotte dei disoccupati per il salario con l’attacco dei carce­rati allo Stato repressivo, con il rifiuto dell’oppressione maschilista da parte delle donne.

Torniamo nei quartieri e nelle fabbriche perché il fiore di rivolta sbocciato al Lambro si moltiplichi in cento fiori di organizzazione, in mille episodi di appropriazione, in solide basi di contropotere. In capacità di organizzare are per il prossimo anno una grande festa:la nostra festa
contro la metropoli.

 

 da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III supplemento n.11-12 1976

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