Informazione e appropriazione

BOLOGNA

Informazione e appropriazione

 

Riportiamo alcuni passi di due documenti elaborati da un collettivo di compagni di Bologna che stanno concretamente lavo­rando su una ipotesi di realizzazione di una emittente radio di movimento. Questi compagni ricercano « momenti di verifica di una possibilità di individuazione di un terreno reale e presente nel quale tale iniziativa verrebbe a cadere e ad in­cidere; di individuazione di terreni specifici di pratica sui quali misurarsi (politica in senso stretto ma in relazione alla crescita e all’estensione di un tessuto urbano di lotte; informazione; pratiche significanti: musica, letteratura ecc.) e della presenza, nel movimento, di livelli minimamente ar­ticolati dì analisi e di pratica su questi ter­reni e di strutture (collettivi di contro­informazione, musicali, artistici ecc.) già in grado di operare concretamente a que­sti livelli e quindi di verificarsi com­plessivamente in questo progetto, con­tribuendo alla sua strutturazione pratica (contributi specifici sul loro discorso e sulla loro pratica, ed elaborazione comples­siva del « taglio ») e teorica (suo riferi­mento complessivo all’area dell’autonomia operaia) ».

A)    INFORMAZIONE E APPROPRIAZIONE

La premessa da cui partiamo è la tendenziale  estensione  del  settore  di  produ­zione   di   informazioni   e   la   sua   integrale sussunzione nel processo di produzione di merci… da cui consegue in primo luogo la sussunzione   del   lavoro tecnico-scientifico dentro  il processo  produttivo  e  quindi  la proletarizzazione   oggettiva   dei   lavoratori intellettuali;   in  secondo  luogo  la  centrali­tà delle operazioni di immissione e decifra­zione  delle  informazioni produttive  dentro il processo produttivo,  e quindi la  centra­lità politica dei settori del lavoro tecnico-scientifico nel corpo di classe; in terzo luo­go la grande estensione delle capacità tec­niche — ed anche politiche — e delle pos­sibilità di sovversione  e di organizzazione che questi nuovi settori vengono ad acqui­stare (…).

Sulla   scena   emerge   oggi   un   settore di proletariato, la forza-lavoro tecnico-scien­tifica che ha le capacità (del cui control­lo il capitale le espropria ma che le restano come mere capacità « tecniche ») di appro­priarsi, dì sovvertire e trasformare quanto all’uso e quanto alla funzione gli strumenti informativi, gli strumenti di circolazione del­l’informazione. Intervenire nel flusso di produzione-clrcolazione-decifrazione delle infor­mazioni è un modo di intervenire sull’uso capitalistico della informatizzazione del pro­cesso produttivo, e un modo di colpire l’uso antioperaio che questo processo deve avere nel piano capitalistico (…).

A questo punto dovrebbe apparire chia­ro che un progetto di intervento sugli stru­menti dell’informazione, per trasformarli  in strumenti di appropriazione di massa del­l’informazione, non si presenta come pro­getto di lotta ‘per la libertà di informazio­ne’: questo è infatti (almeno nella misura in cui viene assunto isolatamente) un obiet­tivo mistificatorio. Chi informa chi? Libertà di Informazione significa solo rendere agi­bile per chi ha i mezzi economici, il potere, e l’interesse di utilizzarli, gli strumenti di informazione. Noi ci poniamo invece dentro la prospettiva dell’appropriazione, da parte del movimento di classe, e particolarmente da parte di alcuni suoi settori (i giovani, la forza-lavoro scolarizzata, i tecnici, gli operatori dell’informazione) di uno stru­mento. In questa direzione il problema non va affrontato in termini soltanto e ristret­tamente legalistici; non ci poniamo l’obiet­tivo istituzionale di rendere libera l’infor­mazione; ma ci prendiamo la libertà d’in­formazione, ci appropriamo di questa pra­tica. Pratica dell’obiettivo, su questo terre­no, significa appropriazione degli strumen­ti di comunicazione, significa trasformazio­ne politica di un emittente (…).

II problema della  comunicazione non è stato  finora  affrontato   (ci  pare)   in  modo specifico   dal  movimento.   L’attenzione   era unicamente   rivolta   al   « contenuto »   della comunicazione, senza mai valutare appieno il rapporto fra contenuto e forma della co­municazione, senza approfondire il fatto che trasformare la proposta politica, il sogget­to   politico   che   propone,   significa   anche trasformare la forma, lo strumento, il modo materiale   di   produzione,   circolazione,   dif­fusione,   fruizione   del   messaggio.   E’   così che si può ritenere che determinate forme di comunicazione siano strettamente e irre­cuperabilmente legate a determinate fasi e determinate forme del movimento. Per esem­pio, il volantino ha rappresentato la forma di comunicazione in una fase in cui il mo­ vimento   doveva   estendere   la   consapevo­lezza di alcuni settori più avanzati a strati sempre più vasti. Nel momento in cui (do­po il ’69-70) si è verificata una omogeneiz­zazione verso l’alto dei livelli di consapevo­lezza provocati da quei momenti di rottura, il volantino ha teso a perdere esso stesso la sua carica di rottura, la sua ricchezza in­formativa,   ed   ha   finito   per   diventare   un mezzo   meramente   ripetitivo,   rituale,   che spesso ripete il formulario ufficiale di un gruppo ma che non comunica quasi niente a chi lo legge, che già non sappia. Oggi il problema  non  è  più  essenziale  risolvibile dalla   comunicazione   scritta:   occorre,   per la   informazione   politica   quotidiana,   utiliz­zare strumenti dì maggiore aderenza al ca­rattere di movimento del contenuto che de­ve  essere comunicato.  Questa è solo una ipotesi in direzione della definizione del ter­reno   su   cui   impostare   il   problema   della trasformazione  del  « modo «   della  comuni­cazione.    Probabilmente    la    comunicazione ‘scritta’ può e deve  tendere ad assolvere un compito di formazione quadri, di propo­sta generale e di linea, di ridefinizione teo­rica del terreno del movimento. La comuni­cazione ‘quotidiana’ deve invece, per essere aderente  alla  trasformazione  continua  del­l’oggetto,   trasformarsi  continuamente  nella forma, nel modo, adottare una serie di stru­menti articolati e differenziati, e fra questi quello radiofonico riveste senz’altro un in­teresse centrale.

Per  concludere,   alcune  cose  sull’utiliz­zazione politica di questo strumento.  Rite­niamo che la trasformazione del mezzo del­la comunicazione sia  un compito che può essere   risolto   essenzialmente   dalle   forze autonome  del  movimento,  da  quelle  forze che  non  legano  la  comunicazione alla  so­pravvivenza o alla riproduzione della forma dell’organizzazione,   ma  al  contrario   la  le­gano al rinnovamento e alla trasformazione delle forme del movimento,  dei comporta­menti di massa e delle loro configurazioni organizzative;    ma   questo   comporta   che d’altra  parte,   l’emittente  si presenti,   e  fino in fondo, come emittente di movimento, come strumento aperto a tutte le forze che nel movimento svolgono un ruolo, e che hanno interesse ad estenderne l’area d’ascolto e di influenza. (…)

B) PROGETTO PER UNA EMITTENTE RADIO LOCALE DEL MOVIMENTO

Lo sviluppo dei mezzi elettronici di comu­nicazione di massa, la semplificazione del loro funzionamento, la generalizzazione del loro uso, il loro inserimento in tutti i set­tori della produzione, ha aperto una lace­rante contraddizione, con la tradizionale in­dustria della coscienza. (…) L’aumento del­la scolarità, la proletarizzazione del lavoro intellettuale, la massificazione degli acces­si all’elettronica, hanno contribuito non po­co alla smagliatura del controllo [capita­listico sulla comunicazione]. Un secondo segno di questa contraddizione fra le for­ze produttive nel settore della comunica­zione e i rapporti che li governano deve es­sere individuato nella proliferazione delle stazioni TV cavo, dei trasmettitori esteri, e nella nascita di stazioni televisive via ete­re. Il risvolto giuridico di tutto questo ap­pare evidente nella sentenza della corte costituzionale che, in contraddizione con le leggi precedenti, dichiara il monopolio del­la RAI-TV non esclusivo e senz’altro non cor­rispondente ai fini costituzionali. Ancora una volta le leggi si smagliano sotto la spinta di forze che non riescono a impri­gionare.

Per il movimento questa possibilità può vo­ler dire molte cose. La possibilità di uscire da un ottenebramento di prospettive che riducevano il fare politica alla vendita dei giornali, alle manifestazioni e alle scritte murali, la possibilità, del movimento dì con­quistarsi livelli di comunicazione, mobilita­zione e organizzazione realmente di massa: è una sfida che, o si è in grado di racco­gliere e ribaltare, o sarà un ulteriore scarto che affosserà l’intelligenza operaia sotto un nuovo raffinato mercato di strumenti di riproduzione dell’ideologia del lavoro. Scartando il campo televisivo che, grazie all’apertura di queste nuove possibilità di mercato, ha aumentato il materiale del 30%, e facendo affidamento solo sulla radio, è possibile, tecnicamente, economicamente e politicamente, gestire questo mezzo in mo­do da trasformarlo in un canale di comu­nicazione a disposizione del movimento di massa. (…)

Il basso costo degli impianti, la possibilità di procurarsi tramite cavo telefonico l’in­serimento diretto degli ‘utenti’ nelle tra­smissioni, danno la possibilità di connettere un tessuto politico già esistente (collettivi studenteschi, consigli di fabbrica e di zona, nuclei dispersi di intervento nell’area metro­politana, collettivi femministi ecc.) ‘servan­dolo’ di una voce politica, di una ‘cassa di risonanza’, adeguata. (…) Come program­mi iniziali sono previste trasmissioni di mu­sica e di bollettini informativi con l’applicazione a questi ultimi del FEED BACK., per poi passare in un secondo tempo a programmi e dibattiti elaborati collettiva­mente dalle formazioni di base suddette. (…) Questo tipo di esperienza, in ogni caso, sia che abbia la possibilità di funzionare rego­larmente, sia che si limiti a una breve durata per divieto giuridico, rappresentereb­be una grossa conquista del movimento, un bagaglio tecnico e politico praticabile e riattivabile come tutti gli strumenti e gli obiettivi del movimento a seconda dei rap­porti di forza nello scontro di classe.

Collettivo Radio di  Movimento – Bologna

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1974, n. 13

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