Musica e movimento

Musica e movimento

Blues boogie rock e altro ancora

 

Al principio era l’urlo. E l’urlo fu canto di lavoro e il canto di lavoro fu blues. E il blues tristezza. Perché il lavoro è merda, perché la terra non è madre a nessuno, perché la terra è Amerika e tua madre è Africa. ” Oh Signore, sono stanco di questo schifo”.

E poi la città. Anche peggio: ”Bevo acqua sporca e dormo nel cavo d’un albero / piuttosto che andare a New York a farmi trattare come uno sporco cane”. Ma ci si và. ” Ehi ho trovato lavoro da Mr. Ford / Ehi ho trovato lavoro da Mr Ford / Beh, l’altra notte una donna mi ha detto: Ehi, ma non potrai sopportarlo a lungo”.

E ci si trova in cantina, si suona, si balla, ci si tocca. S’incontra uno della Florida e uno della Carolina e uno della Louisiana. E dall’Ovest viene il boogie. ”Tirati su la camicia, e tirati giù la gonna / e abbassati fino a terra. E quando dico ” Boogie!” vai avanti”.

Né il blues delle origini, né il city blues, né il boogie sono mai arrivati in Italia se non nelle loro versioni ”bianche” cioè attraverso doppio filtro: quello della cultura bianca amerikana e quello della colonia americana chiamata Italia.

Del resto, chi poteva capire il blues? I nostri contadini? D’accordo che cantano ”Sia Maledetta Maremma”, ma per una maledizione, quanti inni alla vita campestre: ”Oh come è bella l’uva fogarina / oh come è bello saperla vendemmiar”… Già perché i contadini negri lavoravano su una terra cui erano estranei (loro Africani sradicati), i nostri no. Anche l’erotismo del boogie era lontano dalle nostre tradizioni contadine: ”cara la me gnoca, lassa pur ca fioca; tira su la soca / e lassa ca t’imbroca!” dice un canto fallocratico mantovano. Nulla della rabbia del boogie.

Nelle metropoli americane l’estraneità nera espressa in musica, divenne un punto di riferimento anche per quei bianchi che l’American Way of life estraniava.

Interpretando la nascita del cool jazz freddo, Leroy Jones scrive: «Il giovane intellettuale o artista o bohémien bianco degli anni ’40 o ’50 (respinto dall’apparato della cultura massificante) stabilì una sorta di identificazione con il negro, cercando con vario successo di trarre qualche arricchimento emozionale dalla somiglianza delle due posizioni nella società».

Un incontro tra due diverse estraneità: quella del proletario negro e quella dell’artista bianco d’avanguardia respinto dalla Kultura massificante e televisiva.

Ma anche il Jazz in Italia non arriva, e se arriva è cosa di avanguardie che di ”estraneo” non hanno proprio nulla. L’intellettuale europeo per tradizione più è ”avanguardia” più è vezzeggiato dalla cultura borghese.

Il jazz in Italia è un’altra roba. Una cosa d’èlite da sentire dentro una pelliccia o un abito scuro, dietro un tavolo di club, con davanti whisky and soda. Di negro poi non c’è nulla; solo sogni d’America.

 

In America si scatena il rock. Prima è nero, poi molti giovani bianchi lo fanno proprio. Elvis muove i fianchi e i giovani spaccano i teatri. Tempo di jeans e serramanico. Ma alla violenza s’accompagna una riscoperta di tenerezza anche se presto così ”rosa” e ”maschia” da far felice Hollywood dopo qualche esitazione. Elvis canta ”tutti frutti” ma si perde anche nei sospiri allacciati di Loving you.

Stavolta in Italia qualche cosa arriva. Il rock riempie il vuoto lasciato da Nilla Pizzi e compagnia. Dà una musica a masse giovanili che ne erano senza.

Violenza e tenerezza sono i due tasti su cui giocano anche Celentano e Gaber (duro in Ciao ti dirò  e dolce in Non arrossire). Ma è una rivoluzione a spese della donna: la donna del rock è quella che si può trattar male, sbattere per terra o buttare per aria, è la donna del ”capo” di quello che ha la moto migliore, è la ragazza seniprorompenti sotto la camicetta bianca, gonne enormi con enormi sottogonne che fanno ruota a ogni giro di rock, coda di cavallo. Una rivoluzione a metà. 

 

E c’è una voce sgraziata che canta: ”Padri e madri toglietevi di mezzo se non potete dare una mano, perché i tempi stanno cambiando”. Bob Dylan. La crisi delle masse giovanili americane tocca notevoli livelli di politicizzazione. E una musica che viene dal canto politico e sindacale, ma che giunge più in là: ad esprimere la vita, le fughe da casa, la protesta antimilitarista, lo smascheramento del fascismo americano, il viaggio. Dylan qui, in Italia, neanche a pensarne.

Da noi chi fa canzone politica si mette ad attingere al repertorio contadino, o fa la canzone ”neorealista” o diffonde i canti della Resistenza.

E con questo non si affatto sputare sulla ricchezza di questa musica politica che è stata, ed è cantata nelle manifestazioni da larghe masse di giovani, una musica nata nel movimento e che ci ha accompaganto nelle prime occupazioni.

Ma rispetto alla musica di Dylan, la musica del movimento in Italia è fortemente ideologizzata. Non è una canzone che politicizza, è cosa d’un pubblico già politicizzato, che sa già tutto, spesso è anche una musica da intellettuali e non sfugge a un pizzico di saccenteria, col gusto della ”lezioncina” politica. Canzoni che devono dare la linea.

Anche nelle canzoni migliori di questo filone si avverte spesso questa impostazione un po’ rigida: per esempio in Buttiamo a mare le basi americane, tra l’altro si usano frasi come: ‘‘dai grandi fatti matura una lezione” oppure ”ignoriamo una pagina lunga di vent’anni”.

Oppure ne I morti di Reggio Emilia quando si puntualizza: ”Compagni sia ben chiaro”…

Vabbé che la gente se ne è sempre sbattuta: chi canta queste canzoni nelle manifestazioni già provvede a sintetizzarle gridando solo quelle che gli interessa: buttiamo a mare le basi americane,

sono morti come vecchi partigiani ecc. Però chi alle manifestazioni non ci va? Chi non compra i ”Dischi del sole”? Chi vive nel silenzio del quartiere? Questa musica non è capace di raggiungerli, oppure li raggiunge solo in certe circostanze di lotta, poi tutto ritorna come prima: si accende la radio e si sente Rita Pavone.

Il rock a questa gente invece era arrivato, aveva voluto dir molto. Peccato che non abbia voluto dire niente per quegli intellettuali politicizzati che spesso per scelta cosciente vollero fare una musica politica ”giusta”, ”dottrinale”, tutta interna ad una tradizione di lotta e di cultura molto antica, ma poco aderente alla nuova rabbia che covava nelle masse proletarie.

Nel campo della canzone alcuni cantautori cercano di dir cose nuove. Ad esempio Luigi Tenco parla della guerra, della crisi dei rapporti di coppia, esprime una rabbia. Ma il modello è più che altro la canzone ”intelligente” francese, che alle masse arriva poco. Un altro appuntamento andato parzialmente a vuoto.

 

La mezza rivoluzione rock in compenso si arricchisce. Acquista ad esempio una potente carica di liberazione con quanto viene dall’Inghilterra: la creatività dei Beatles e la rabbia dei Rolling Stones. No satisfaction è un manifesto dell’estraneità giovanile: «Non riesco ad avere alcune soddisfazione anche se cerco, cerco, cerco, non posso averla (…) quando sto guardando la TV e quell’uomo viene a dirmi quanto possono diventare bianche le mie camicie, beh! lui non può essere un uomo perché non fuma le mie stesse sigarette».

Ma per i giovani italiani questa musica è muta, parla solo nella rabbia o nelle visioni dei suoi ritmi o delle sue volute sonore. Il suo impatto è tanto più forte quanto più è tutta concentrata nella capacità aggressiva del suo suono. Non è una roba da intellettuali, non ha bisogno di dire tante cose ”a parole” perché ne dice moltissime in ”suoni”.

L’esito in un primo tempo è esplosivo: la sua ”estraneità” è tale che diventa punto di riferimento non solo studentesco, ma qualcosa di profondamente radicato anche nella classe operaia nei giovani proletari.

A partire di qui s’è anche potuto pian piano assimilare su nuova base, restituito alla sua ”carica” primitiva, quello che in un primo tempo non era arrivato, (blues, rock negro, jazz).

Però alla lunga il mutismo si sconta: laddove si perde chiarezza del primo impatto, questa musica diviene tecnicismo o, peggio, facile terreno di evasione cui si può associare qualsiasi discorso (e Mogol non si può certo dire un ”estraneo”! ).

 

Il resto è storia d’oggi. Il futuro della nuova musica sta nel saper mantenere e chiarire il suo terreno di origine: estraneità proletaria al lavoro, alla terra, estraneità dell’intellettuale all’industria culturale, del giovane alla famiglia, all’esercito, alla scuola. Il futuro della nuova musica sta nel sapersi tenere aderente, interna alla crescita del movimento. La fusione della ”nuova musica” del filone rock, di quello ”francese” e della musica pura, non è un fatto tecnico. È un fatto politico: vuol dire all’interno di ogni settore, di ogni esperienza, saper scavare per scoprire l’estraneo. Quando la nuova musica si allontana dalla sua origine estranea, e si perde nell’esaltazione dell’Amore, del Rito, del Cosmo, rincorrendo tutti gli dei del globo, allora si può dire: ”la musica è l’oppio del popolo”. Quando essa non serve alla nostra vita, ad allargare la nostra esperienza e diventa invece l’idolo al quale sacrificare la nostra vita (e giù a collezionare dischi, giù a correre a tutti i concerti chiunque suoni, giù a riempirci il cranio di suoni) allora non serve più a noi ma al sistema. Questo vale anche per la musica più rivoluzionaria, che se smarrisce le sue origini sociali e il suo contesto di movimento cioè diventa pericolosamente non più lo strumento di un cammino rivoluzionario, ma l’ambito di evasione in cui questo cammino si va rinchiudere: il socia-lismo in un disco solo, il comunismo da concerto.           

 

Gianfranco Manfedi

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 9 – aprile 1974

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