Re Nudo – Un’esperienza di movimento

Re Nudo – Un’esperienza  di  movimento


Poiché il fatto di essere di sinistra non è una bacchet­ta magica che libera dai pregiudizi, pubblichiamo un articolo di RE NUDO sulla sua esperienza di movi­mento. Si può essere d’accordo o no. Ma per carità, cerchiamo di vedere questi problemi con un atteggia­mento un po’ diverso da quello di mamma e papà. Non dalla C.I.A., non dai padroni, non dagli spacciatori di eroina.

Re Nudo nacque dalla testa di alcuni compagni insoddisfatti dalle esperienze nei partiti, nei gruppi della vecchia-nuova sinistra e insieme stimolati da quel qualcosa di nuovo che ci arriva dall’America dei Ginsberg, dei Dylan, delle comuni e della musica rock. Sei mesi di scelte, errori, intuizioni, cose generiche, cose troppo particolari. Ma tutto questo sulla strada giusta. Definiti dai militanti « Socialhippy » e dagli hippy « Stalinisti dai capelli lunghi », per tre anni Re Nudo ha faticosamente cercato di andare incontro a esigenze e bisogni reali del giovane proletario, degli studenti, dei militanti. Scrivevamo nel 1971 (Re Nudo n. 6)…

IL PROBLEMA ESISTENZIALE

1)         Quotidianamente la radio, la televisione, la famiglia, la pubblicità, le relazioni con gli altri ci propongono determi­nati valori come il potere, il prestigio sociale, la  «virilità maschile » ecc…. Se tu non hai potere o prestigio, se non sei brillante, se non sei un  duro  con le donne, sei un cretino. Succede così che tutti vogliamo avere potere in­dividuale sugli altri, prestigio ed essere « virili ». Questi valori finiscono perciò col costituire l’ossatura fondamenta­le del nostro modo di pensare.

Dì fatto poi la realtà è ben differente: la scuola non permette di raggiungere nessun posto di potere o presti­gio per la stragrande maggioranza dei posti di lavoro, il « maschio italiano » ha spesso problemi di impotenza e insicurezza (chi non ha mai avuto problemi con le donne scagli la prima pietra) ecc…

Questa contraddizione tra questi valori inculcatici e l’im­possibilità di soddisfarli nella realtà determina, a nostro parere, una serie di frustrazioni sul piano individuale ed il dominio della competizione e dell’aggressività nei rap­porti con gli altri con le conseguenze di isolamento e di impossibilità di comunicare. Tutto ciò noi lo chiamiamo problema esistenziale.

Diciamo anche che è un problema che coinvolge tutti co­loro che sono già o possono essere guadagnati alla causa rivoluzionaria. Trascurarlo può essere pericoloso.

2)         Infatti nei gruppi che non hanno considerato questo tipo di tematica, secondo noi, si sono avute queste principali
conseguenze:

II tentativo di recuperare all’interno dell’organizzazione rivoluzionaria la soddisfazione dei valori dell’ideologia bor­ghese (potere, prestigio, ecc…) con il risultato di creare strutture autoritarie e gerarchiche con una netta divisione dei compiti e tra lavoro manuale e intellettuale.

La scissione tra vita pubblica e vita privata.  Così si verifica che un militante svolge il lavoro politico « a tempo pieno », « a mezzo tempo », « a fine settimana », « alla ma­ nifestazione »; il resto del tempo non conta, è considerato non politico. Così abbiamo l’insegnante di estrema sini­stra che in assemblea grida forte forte viva Mao e poi so­spende una classe intera perché scende in sciopero di so­lidarietà con un compagno precedentemente punito; oppure abbiamo l’operaio d’avanguardia che in fabbrica tira la lot­ta e che quando torna a casa picchia la moglie e proibisce alla figlia di uscire la sera.

e) Sul piano personale, in molti casi, la mancanza di co­scienza della propria individualità, delle proprie esigenze e problemi, con la conseguente incapacità di gestire se stessi che a sua volta determina la disponibilità all’accetta-zione incondizionata e passiva delle imposizioni dall’alto.

L’abbiamo verificato: sono in tanti i compagni che sono scontenti, insoddisfatti da come vivono la loro vita, il rap­porto politico con i compagni, c’è però paura di tirar fuori queste cose. Certe assemblee universitarie sono la fiera dell’ideologismo, del sofisma, dell’incomprensione: discor­si astratti, uguali tra di loro ma che si scontrano feroce­mente. Qual è l’atteggiamento dei più? In genere passività e rassegnazione data dalla presunta mancanza di un’alter­nativa valida, una vera alternativa alla pratica dell’ideolo­gismo, delle frasi vuote quanto pretenziose e « complessi­ve ». Una logica che ti fotte finché non ne esci. In queste sedi a problemi umani, reali, esistenziali vengono date ri­sposte ideologìche. E se insisti vieni accusato di porre una « problematica piccolo-borghese », e tutto finisce così. 3) I nostri « dirigenti rivoluzionari » dicono che i problemi esistenziali si risolveranno DOPO LA PRESA DEL POTERE e comunque — dicono — sono secondari. Noi diciamo in­vece che la storia delle rivoluzioni ci Insegna il contrario, sia nelle sue degenerazioni (URSS, Jugoslavia ed ora anche Cuba), sia nelle sue giuste esperienze (Cina, Corea del Nord).

Infatti anche rivolgendoci a questi ultimi esempi di so­cietà alternative dobbiamo coglierne i Imiti e cercare fin d’ora di superarli. Vediamo ad esempio come la morale sessuale cinese non possa essere presa acriticamente in Occidente come modello di morale rivoluzionaria. Pur es­sendo convinti che l’immediata soluzione dei problemi esi­stenziali non sìa del tutto possibile in questa società, ci sembra che un certo grado di liberalizzazione individuale e collettiva possa essere raggiunta fin da ora e sia sen-z’altro utile allo sviluppo delle forze rivoluzionarie… ».

Insomma, sesso, tempo libero, rapporti umani, tutta roba che se non viene trattata in modo comunista e alternativo viene autoritariamente gestita dall’ideologia borghese. La tendenza largamente (anche oggi) presente nella sinistra di relegare questi problemi all’ultimo posto, o di non trat­tarli affatto è quindi colpevole quasi come chi (l’Unione m-1, ad esempio) cerca di dare risposte assurde e da PCI anni ’50. Difficile fare capire ai militanti della nuova-vecchia sinistra che la storia di un operaio non è solo di 8 ore che ci sono le altre sedici e che anche sulle altre 16 bisogna fare « lavoro politico » come usano dire loro.

La questione del tempo lìbero è quella su cui ci siamo battuti di più avendo individuato come la musica fosse uno dei momenti più unificanti e travolgenti per il giovane proletariato.

Nel momento in cui ci siamo trovati anche noi in mezzo a migliaia di giovani davanti ai Palazzetti per ascoltare quella musica che ci fa smuovere qualcosa dentro, la musica dei Santana, dei Family e di tanti altri gruppi, ci siamo trovati di fronte ad un problema grosso: i prezzi alti imposti dal padroncini della musica, dagli organìzzatori dai capelli lunghi vestiti di plastica colorata che si arricchiscono alle nostre spalle. All’inìzio la reazione è stati spontanea: piccoli gruppi che sfondavano le porte, che si riprendevano la musica gratis, quella stessa musica che aveva espresso il « movimento » negli Stati Uniti, che è stato patrimonio culturale legato alle lotte e alla vita al ternativa di centinaia di migliaia di giovani americani. Scon­tri con la polizia, arresti, feriti. Quelli che la stampa borghese chiamava « teppisti » e che l’assessore Bellini chia ma « schiuma della Comasina », quelli che i giornali delle vecchia-nuova sinistra ha sempre ignorato, in realtà erano e sono in grande maggioranza i giovani operai, apprendisti, semiproletari, studenti che durante le famose 8 ore lotta­no e studiano nelle fabbriche e nelle scuole. Certo, forse sono i più indisciplinati, i più assenteisti, quelli che appena possono se ne vanno in giro, ma sono anche quelli che quando c’è da lottare, non si tirano certo indietro.  II fatto è che tutta la sinistra è impantanata, da una par­te, nelle maglie dei comportamenti borghesi, dall’altra, da burattinate tardo  «emme-elle »,  recuperi deologici  di una cultura contadina che ormai   va empre più sparendo, sostituita dalla nuova cultura prodotto delle influenze ame­ricane e orientali insieme, ma soprattutto dal movimento americano. Siamo nell’area dell’imperialismo culturale.

La cultura nazional-popolare ha fatto il suo tempo. Il gio­vane proletariato europeo ha lasciato le campagne in cerca di lavoro nelle metropoli e nelle    città.  In prospettiva  la frattura tra              civiltà  contadina  e civiltà industriale, è desti­nata a crescere. Anche dal punto di vista culturale il  nuovo  proletariato non sente più come suo il patrimonio culturale dei padri contadini.

Compagni, prendiamone atto, partiamo dalla realtà.

 

                                             da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1973, n. 7

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