Un nuovo tipo di occupazioni

CENTRI DEL PROLETARIATO:

Un nuovo tipo di occupazioni


Nella fase attuale del movimento delle occupazioni, tende ad esprimersi una nuova ricchezza di bisogni. Le case non vengono più occupate solamente per avere un tetto de­cente sotto cui dormire, sola­mente per alloggiare la famiglia. Le recenti occupazioni di Mi­lano e di Bologna (di cui si parla in questa pagina) cominciano a porsi il problema dello spazio come un problema complessivo: cominciano a considerare il fatto che l’organizzazione della casa è funzionale al mantenimento del dominio capitalistico, dell’op­pressione del maschio sulla don­na, della struttura familiare sui giovani.

Il movimento delle occupazio­ni delle case fin dal suo inizio, fin dalla fase crescente della spontaneità, ha sempre espresso non solo la precisa volontà di te­nersi la casa occupata, ma an­che il tentativo di organizzare la propria vita in un modo colletti­vo, diverso da quello imposto dalle strutture capitalistiche. La difesa attiva delle case occupate e le assemblee di gestione dei momenti di vita dell’occupazio­ne sono state infatti gli elementi caratterizzanti di tutta la fase di lotta che va da via Mac Mahon a Viale Tibaldi (a Milano).

La risposta dura del potere, con sgomberi, attacchi polizie­schi, arresti, denunce, ha trovato il movimento incapace di gestire i livelli allora altissimi raggiun­ti con Viale Tibaldi.

I segni della sconfitta del mo­vimento, incapace di imporre un
rapporto di forza a proprio fa­vore, sono stati ben visibili nelle
occupazioni e nelle autentiche peripezie degli occupanti   nel­l’anno seguente. I gruppi extra­parlamentari non hanno saputo fare altro che dare a queste lotte l’unica e sterile prospettiva poli­tica della trattativa con gli enti locali,  smussare ogni potenzia­ lità di lotta in attesa di un qual­che appoggio sindacale. Il pote­re e i suoi vari enti periferici hanno trovato lo spazio per me­diare, intervenendo a controllare e isolare il movimento.

La gestione delle occupazioni si è sempre più ridotta ad una questione burocratica, senza riuscire ad esprimere la capacità proletaria di creare nuovi livelli di lotta.

II movimento delle occupazio­ni di case di Roma del ’74, la battaglia di S. Basilio (come il suo prezzo di sangue), la difesa
militante degli  spazi  occupati hanno rimesso in discussione e sconfitto la possibilità del potere di sloggiare i proletari o anche solo di mediare la forza del mo­vimento.

Ed è stato sulla base di questo nuovo rapporto di forza che le occupazioni hanno trovato un li­vello di massa più ampio ed an­che qualitativamente nuovo.

Il movimento delle occupazio­ni mostra di essere in grado oggi di prendersi degli spazi dove mettere in discussione la complessività dello sfruttamento: occupati e disoccupati, l’isola­mento dei giovani, delle donne, dei proletari, la forza di divisio­ne fra gli sfruttati che la struttu­ra della metropoli riesce ad esercitare.

I centri sociali del proletariato come possono essere quelli di Milano, di Torino di Bologna, di Genova, sono una risposta al­l’emarginazione anche fisica da­gli spazi urbani, alla disgrega­zione che subiamo. La miseria della casa, della famiglia, la mancanza di un posto in cui ve­dersi, parlare, conoscere gente e divertirsi, la mancanza di un posto in cui far l’amore, che non sia la cinquecento del cugi­no o la camera che l’amico è di­sposto a prestarti; tutto questo pesa sulla nostra esistenza, ci costringe ad affrontare isolati, a chiedere lavoro, ad accettare le condizioni che il capitale ci im­pone.

Le occupazioni di centri del proletariato sono un salto in avanti rispetto alle esperienze del festival del Parco Lambro e ad Umbria Jazz: il proletariato gio­vanile si salda con il movimento delle occupazioni. Si creano strutture di crescita e di conti­nuità del movimento (fuori dalle organizzazioni riforniste e den­tro ai bisogni proletari), punti di riferimento politici e di vita che possono legarsi all’intero quar­tiere.

La forma della vita quotidia­na, la miseria di una sessualità che si forma nell’isolamento e nella competitivita non è qual­cosa di staccato dalla nostra fi­gura sociale, dal nostro sfrutta­mento, non è qualcosa di estra­neo alla storia della lotta di classe. Nelle attuali esperienze di occupazioni si mette in di­scussione il problema di vivere in maniera diversa, non per co­struire il comunismo chiuso fra quattro mura, ma per rompere l’isolamento, per rafforzare l’autonomia. L’autonomia si co­struisce anche nella forma della nostra vita, nel modo in cui stia­mo insieme, nella liberazione della sessualità dalla prestazione e dalla famiglia, nella trasfor­mazione dei nostri rapporti interpersonali.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 12 novembre 1975, n. 3

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