Compromesso storico: incrocio strutturale tra organizzazione dello stato e comando sul lavoro

Compromesso storico: incrocio strutturale tra organizzazione dello stato e comando sul lavoro

 

Le costituzioni moderne nascono tut­te da un duplice proposito: quello di garantire lo sviluppo capitalistico attra­verso uno schema « pluralistico » che organizzi politicamente la collaborazione fra le classi, e quello di garantire le condizioni materiali dello sviluppo della produttività sociale del sistema capi­talistico (cioè di trasferire man mano- socializzate-le condizioni dello sviluppo.

Da questo punto di vista le costituzioni democratico-borghesi del secondo dopoguerra sono costituzioni riformiste. Ma la borghesia ha ­imparato ad usare queste costituzioni riformiste solo con molte difficoltà. In ­Francia, ad esempio, il passag­gio ad un sistema di più avanzato riformismo e di più avanzato controllo della collaborazione fra le classi è dovuto essere complicato da una modifica­ costituzionale: dalla quarta alla repubblica gollista! Speriamo che anche in Italia non debba avvenire questo. Infatti quello che la costituzione­ permette (una modificazione ed un perfezionamento in senso riformista, una sostituzione del ceto politico dominante) è impedito — comunque reso difficile — dalla rigidità del trascorso costituzionale, della forza politica di maggioranza relativa dalla fusione intercorsa fra questa forza politica e i meccanismi dello Stato. Il partito comunista­ guarda realisticamente a que­sta azione e tende a garantire un passaggio in senso riformistico che non comporti momenti esplosivi e degradan­ti per lo sviluppo delle istituzioni dello sfrut­tamento. Il compromesso stori­co consiste prima di tutto in questo. Non è un’alleanza, un incontro storico fra ”cattolici e comunisti”, fra tutte popolari, ma è un incrocio strutturale fra organizzazione dello Sta­to (democrazia cristiana non in quan­to forza popolare ma in quanto forza del capitale e della struttura burocratica di Stato) e organizzazione inter­na del lavoro (sindacati, prima di tut­to, ed in generale la conflittualità organizzata a livello popolare. Il compro­messo storico è un incrocio ” realistico” (nella convinzione dei suoi promo­tori) e cioè una risposta dovuta sia al­lo sviluppo delle istituzioni politiche della democrazia borghese per un ap­profondimento della collaborazione fra le classi sia allo sviluppo delle istituzioni economiche del capitalismo per una socializzazione riformistica dello sfruttamento. Il PCI si presenta a questo grande  INCROCIO con consapevole e matura preparazione: tutta la sua storia, tutta la sua militanza complessiva lo portano a ciò. Dall’interio­rizzazione dell’ordine di Yalta alla ge­stione della ricostruzione postbellica, dalla polemica sull’eredità tradita dal­la borghesia allo stringente uso revisio­nista della crisi dello stalinismo, dalla propria interna trasformazione buro­cratica all’operazione produttivistica imposta al suo apparato negli enti locali e altrove, dalla pratica di castrazione delle lotte operaie condotta in ma­niera diuturna alla nuova esperienza di manipolazione e mistificazione degli strati emergenti del proletariato dopo gli anni ’60: bene, tutto prepara il PCI alla grande missione storica che si è prefissa, quella di sviluppare la demo­crazia in Italia come governo sociale del capitale.

Certo, nel PCI permangono elementi dialettali e di sottocultura nazional-po­polare: sono spesso coscientemente usa­ti in funzione mistificatoria, ideologi­ca, educativa. Si pensi all’uso che viene fatto del « gramscismo »: in realtà assomiglia a quello che, in tempi trop­po spesso dimenticati, i generali pie­montesi facevano di Gioberti. Ma mol­to più spesso quegli elementi sono giu­stamente espulsi: il PCI deve presentarsi all’« incrocio strutturale » come una efficiente struttura aziendale moderna. La costituzione italiana del ’48 permet­te questo incrocio, l’importante è che condizioni esterne, o precipitazioni in­terne, non turbino il quadro. Ogni contrasto deve essere dunque rigidamente portato sul piano costituzionale: il dop­pio estremismo si misura rispetto alla politica costituzionale del PCI, ed è da un lato quello dei ceti di Stato che rifiu­tano lealtà all’imperativo riformista della costituzione stessa, dall’altro è, quello di tutte le forze che in qualche modo, dal punto di vista di classe, con­trastano l’approfondimento ed il perfe­zionamento dei meccanismi della colla­borazione fra le classi per l’estensione e l’appesantimento sociale dello sfruttamento.

Detto tutto questo, vista cioè l’ade­guatezza dello schema picista alla previ­sione costituzionale, c’è da chiedersi — passando dalla valutazione politica alla valutazione sul terreno della criti­ca dell’economia politica — se lo, sche­ma di sviluppo dei rapporti di produ­zione permette l’operazione picista, e, se sì, in che condizioni, entro quali vin­coli, con quali conseguenze. Si tratta di chiedersi insomma quale probabilmente sarà la prospettiva del sistema poli­tico laddove si sia data una presenza interna, di governo, del PCI.

Ora, va innanzi tutto segnalato un primo paradosso. L’ingresso pieno del PCI nell’area di governo tende a distruggere le condizioni sulle quali essa si basa. Vale a dire che il riformismo picista si basa, e trova la sua forza, su un insieme di aspettative proletarie al fatto irriducibili ai margini di riformismo oggi concessi dallo sviluppo de rapporti capitalistici di produzione.

Lo abbiamo già visto negli ultimi con tratti nazionali di lavoro, lo abbiamo già visto nelle politiche delle giunte rosa che si sono costituite dopo il 15 giugno: il PCI, anziché procedere nella promozione di una politica riformista, e costretto ai vincoli della crisi di « un’economia di guerra ». Ma dire queste non basta: infatti non si tratta di dif­ficoltà contingenti e transitorie. t io schema del riformismo che oggi non tiene più. Non sono le difficoltà  transi­torie della crisi che impediscono al PCI di realizzare il suo progetto social­democratico avanzato; il progetto si presenta come fatiscente perché le con­dizioni complessive della lotta di classe a livello nazionale ed internazionale: non ne permettono la realizzabilità. Legato, ben più che alle barzellette gramsciane, ad uno schema ideologico secondo e terzinternazionalista, al vec­chio so******mo dell’epoca dell’operaio professionale e del capitalismo di mer­cato, il PCI non ha essenzialmente capi­to una cosa: che la società capitalistica­ contemporanea si presenta come un campo di battaglia  in cui due poteri si affrontano, irriducibilmente, quello del capitale e quello della classe ope­raia e del proletariato. Non ha capito che tutti i valori dell’intermediazione mercantile sono caduti e che i due poteri contrapposti esprimono su un lato comando, sull’altro appropriazione. Tutto lo sviluppo della lotta fra le classi ha portato a questo sbocco, come più di un secolo fa aveva previsto Karl Marx. Non è la crisi economica che vi­viamo a dimostrarci ciò, non si può sperare che passata la fase acuta della crisi si possano rimettere in moto mec­canismi di collaborazione. La situazio­ne è definitivamente deflagrate, dopo la crisi degli anni ’60, verso un instabilità totale nel rapporto fra le classi. Il rifiuto del lavoro capitalistico, l’emer­genza di comportamenti irresolubili in qualsiasi salario e in qualsiasi realtà co­stituzionale, non sono elementi sottova­lutabili. Tutta la situazione internazio­nale ne è segnata, così come ne è segna­ta la situazione interna. La fatiscenza del compromesso storico, come model­lo di collaborazione ed incrocio struttu­rale fra forze popolari di diversa estra­zione, è qui del tutto evidente: così co­m’è sempre più evidente la fatiscenza di ogni modello di pianificazione so******ta nella società contemporanea o di riomogeneizzazione culturale e politi­ca fra le forze di classe.

Il secondo paradosso che, su questa base, va sottolineato, è quello che ri­guarda gli effetti costituzionali del com­promesso storico.

Come s’è ricordato, il PCI postula la coerenza fra il suo programma e le pos­sibilità costituzionali. Ed è vero. Il PCI realisticamente commisura la sua marcia a quello che i vincoli costituzio­nali dettano, sia in senso formale (mag­gioranza elettorale) sia in senso struttu­rale (incrocio con le forze di Stato e del grande capitale). Ma quanto c’è di veramente realistico in questo proget­to? Se le condizioni generali della lot­ta di classe sono quelle che abbiamo co­minciato a vedere, non c’è dubbio che ragioni di efficienza di governo costrin­geranno il PCI al più presto alla modifi­cazione del ‘quadro costituzionale da­to. La fatiscenza del progetto di com­promesso storico, come progetto di composizione pacifica e riformista di tutte le forze popolari, si riscoprirà sul piano costituzionale: per essere ef­fettivo il progetto di compromesso sto­rico, e cioè di pianificazione, di collabo­razione di classe a tutti i costi, dovrà caricarsi di un inevitabile surplus di violenza nei confronti di quanti rifiuta­no il cammino costituzionale. E poiché, come abbiamo visto, a rifiutarlo non so­no, oggi — nella situazione critica che si è determinata — individui o forze soggettive, ma prima di tutto comporta­menti materiali di classe operaia, il compromesso storico costringerà inevi­tabilmente il PCI a una gestione della costituzione in termini di guerra civile contro la classe operaia ed il proletaria­to. Le garanzie di libertà e di riforma di cui tanto ci si riempie la bocca do­vranno, in questa situazione, necessa­riamente essere ridotte. La classe ed il suo potere vanno assoggettati ad un piano di ristrutturazione produttiva e di decomposizione politica. La prima esperienza del compromesso storico sa­rà quella di verificare la contraddittorietà della sequenza del comando stata­le: la possibilità dì una ricomposizione generale degli interessi popolari e di un’articolazione pianificata della ri­sposta non potrà darsi che attraverso  la divisione della forza proletaria e l’aggiunzione di un elemento di forza deci­siva e dirimente, autoritaria sempre quando non,diventi inumana e repellen­te. Insomma, nelle attuali condizioni della lotta di classe; il compromesso storico, nella misura stessa in cui si ba­sa su un fatiscente progetto teorico, deve concludersi in una forma di repres­sione continua della classe operaia, la sua fatiscenza è il corrispettivo della sua attualità repressiva. D’altra parte, che le cose siano già andate avanti su questo terreno, che il PCI sia già pesan­temente implicato sul terreno della pro­vocazione e financo del terrorismo con­tro le avanguardie delle lotte operaie e proletarie, che il PCI subisca intero il fascino discreto della Seconda Repub­blica, tutto sta ad dimostrarlo.

E allora, alcune conclusioni. La lotta operaia e proletaria deve da subito assumersi il quadro della  ristrutturazione del potere borghese come obiettivo e terreno di lotta. Come obiettivo di lotta, innanzitutto. Perchè lottare contro il compromesso storico e contro le forze che lo costituiscono non è un ele­mento fra gli altri: il compromesso sto­rico e le forze che lo costituiscono rap­presentano il nemico principale nella fase attuale della lotta di classe. Ma su questo terreno vanno altresì fatte risal­tare le contraddizioni che emergono: la lotta di potere che la classe operaia ed il proletariato portano avanti si co­niugano qui: infatti con le lotte per la libertà e per la liberazione non solo de­gli interessi di classe attualmente re- pressi ma dei bisogni di classe che so­lo la libertà e l’autonomia dei compor­tamenti proletari continuamente, nutro­no e producono. La situazione che il compromesso storico va a determina­re non rappresenta solamente una sca­denza rivoluzionaria per il proletariato italiano. Costituisce anche un terreno sul quale la discriminazione fra gli inte­ressi e le forze proletarie e i nemici diventa possibile e determinante. Il compromesso storico determina, sul piano dei rapporti politici esterni, sul piano dei rapporti istituzionali, l’ultima possibile evoluzione del controllo capi­talistico dell’autonomia di classe ope­raia e proletaria. Un mondo ed una tra­dizione intere si estinguono su questo limite di significatività storica: un mon­do di contraddizioni difficilmente trat­tenute nell’ideologia si infrange contro la realtà dei rapporti di classe. I pici­sti sono alternativamente gramsciani o tecnocratici nella pianificazione e nel­la gestione del controllo sociale, sono alternativamente socialdemocratici o stalinisti nella gestione dei rapporti produttivi diretti: essi stessi saranno costretti a far venire meno le loro am­biguità una volta assunti nella logica del potere di Stato sullo e per lo sfrut­tamento sociale. L’evoluzione istituzio­nale segue la vicenda dell’estinguersi delle contraddizioni interne al partito e dell’ingigantirsi della contraddizione esterna dell’antagonismo di classe. Dal­l’economia di guerra — e dalla sua ge­stione — ad una costituzione politica di guerra — ed alla sua costruzione —, questa è la via che necessariamente, dati gli attuali rapporti di forza fra le classi, il compromesso storico ed il PCI sono costretti a seguire dentro questa giungla che l’imboscata e la guerriglia di classe operaia li attendono. Per costruire quella direzione di partito e di lotta che presto ci condur­rà a scontrarci e a vincere sui grandi spazi della storia del comunismo.

 

Da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III n.10-11 Giugno 1976

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