Il ballo sindacale, la DC e la malattia mortale

EDITORIALE

 

Il ballo sindacale, la DC e la malattia mortale

 

 

Che si tratti di un ballo lo capiranno tutti, prima o poi. E un ballo un pò grottesco, se non pesasse sull’intera classe.

Da un paio d’anni si chiacchiera di scis­sione e di unità sindacale. Da John Volpe e Irving Brown, l’ambasciatore del presidente Ford e il dirigente sin­dacale americano, dice la stampa de­mocratica di sinistra, partono tutte le frecce avvelenate contro l’innocente doppio Storti-Lama.

Il tentativo di scissione però butta ma­le, è sempre più chiaro, alla prova dei fatti, che anche nei settori sindacali di destra, il programma scissionistico perde seguito. Nella UIL i so******ti vanno vicini al 60%, il che permette­rebbe il controllo sulla confederazione. Nella CISL le schiere di Scalia si divi­dono e cedono non appena si intravvede la possibilità della scissione. Al tem­po stesso va facendosi strada una nuo­vo prospettiva: ripiegare dalla scissio­ne al gruppo dei guastatori interni per la Federazione delle Confederazioni rimanga quello che è: un imponen­te gatto di marmo ipnotizzato dall’aggravarsi della crisi, gravido di com­promessi e cedimenti. E’ su questo programma che il lamalfiano Vanni, i socialdemocratici, Sartori (braccianti) e Marini (DC forze-nuove) cercano di coagularsi per respingere la proposta Lama-Storti di «accelerazione» (si fa per dire) del processo di unità sindacale.

Ma  qual  è  il   contenuto  reale  del  con­trasto?

Repubblicani, socialdemocratici e de­mocristiani di stretta osservanza, si battono perché la garanzia dell’occu­pazione e dello sviluppo condizionano ancor di più le già irrisorie richieste salariali del centro sindacale. Il centro sindacale (so******ti, comuni­sti, cattolici democratici e di sinistra) contesta queste scelte, ripropone il pro­gramma generale per riforme e occu­pazione ma si rende conto che, senza contenuto salariale alcuno, in questa fase, il sindacato rischia persino di entrare in agonia, insultato e attaccato dagli operai in massa. La sinistra sindacale, che appoggia il centro nella lotta contro la destra, si spinge più in là: crede al sostegno dell’autoriduzione come modo per mo­bilitare « più concretamente » la « ba­se », crede a contenuti salariali più ele­vati, vuole una lotta più seria contro la cassa integrazione. In effetti la si­nistra si sente addosso il fiato degli operai incazzati contro la gestione ac­condiscendente della vertenza. Non a caso all’Alfa i delegati di un re­parto (ESPE) e i compagni dell’autono­mia nelle assemblee sono stati appog­giati dal consenso operaio sulle 36 ore, sull’autoriduzione dei ritmi, sulle 40 mila e, in genere, sulle richieste più alte di salario, sulle lotte di appropria­zione, sulla occupazione di fabbrica per organizzare tutto ciò. Proprio per questo la sinistra sindaca­le che, di fatto all’Alfa, dirige il con­siglio, porta avanti oggi la proposta delle 35 ore pagate 48, attraverso conguaglio aziendale nel contributo cassa integrazione. Per la sinistra sindacale è semplicemente una difesa dalla cas­sa integrazione, per noi l’obiettivo giusto delle 35 ore deve trasformarsi in ittacco al muro delle 40 ore e in con­quista definitiva del salario garantito in ogni caso (e al 100%). Sulla questione delle bollette, a Mar­ghera, di fronte alla mobilitazione au­tonoma, il sindacato ha dovuto metter­si al riparo accodandosi. Queste ultime note possono sembrare una digressione inutile. Ma non è così. Su questo aspetto dell’attacco al cuo­re della forza operaia, dell’attacco al rifiuto del lavoro, dell’attacco al sala­rio, si gioca oggi una parte importante del cedimento sindacale e dei contra­sti interni alle Confederazioni. Lama e Storti sono disposti, per qual­che miseria salariale e per altrettante miserie programmatiche sulla riconver­sione industriale, ad accettare la mobi­lità della forza-lavoro per un minimo salariale garantito per un anno, antica­mera del licenziamento e punta di lan­cia dell’attacco alla composizione di classe, alla sua unità e organizzazione. Questo significa il salario garantito as­sistenziale: un ricatto profondo per far passare le promesse della ristruttura­zione, l’aumento della produttività, la lotta all’assenteismo, la riaffezione al lavoro.

Su questa linea di cedimento giocano gli « anti-unitari », svolgendo il ruolo di spina nel fianco per indebolire la già fievole azione sindacale e vengono a loro volta usati dal centro sindacale, come spaventapasseri « scissionista », por giustificare clamorosi bidoni e in­giustificabili repressioni nei confronti della lotta.

A conferma che operaio e produzione sono il bandolo della matassa per ca­pirci qualcosa negli intricati giochi po­litici, vediamo che è rispetto alle ten­sioni e alle mosse del movimento che le forze sindacali si muovono. A loro volta le forze politiche rispec­chiano, in modo ancor più mediato, questi comportamenti. Questa volta, pas­sato il filtro sindacale, la relazione com­plessiva delle forze politiche con la classe, si è spostata ancora più a de­stra: il filtro infatti attutisce la violen­za dello scontro di classe. La DC usa infatti lo Scalia e il Vanni della politica italiana, l’amerikano Ma­rio Tanassi e l’americano Ugo La Mal fa, il primo legato alla provocazione po­litica più squalificata, l’altro legato alla politica provocatoria (la stessa diffe­renza che c’è tra un agente dei ser­vizi segreti e un banchiere). Arriva Tanassi con le elezioni anticipa­te, allora il PSI, sostenuto dalla com­prensione del PCI, può finalmente, per « salvare » il paese, accettare una po­litica di contrattacco contro la classe (La Malfa), verniciata di programmi ristrutturatori disponibili alla contratta­zione col sindacato. Politica che il PSI fino ad ottobre aveva respinto per non perdere la faccia.

Cassa integrazione, salario assistenzia­le come anticamera del licenziamento, mobilità della forza lavoro e ristruttu­razione industriale, aumenti salariali « compatibili », cioè nulli, qualche pro­messa di maggior efficenza nei settori delle famose « riforme ». Ecco il tanto elaborato e atteso programma del go­verno Moro.

Agnelli, da parte sua, ha fatto sapere che da questo governo si attende il riassesto « dell’azienda italiana che nel mondo è oggi tra quelle in dissesto ». Il programma di governo non gli pare male, tanto da distaccare uno dei suoi « vice » (Visentini) e cederlo al gover­no « lieto che la Confindustria abbia potuto contribuire alla soluzione della crisi ».

Anche qui Scalia, cioè Tanassi, è spi­na al fianco e non progetto politico. Il 18 aprile è irripetibile, la scissione sin­dacale che fu tragedia oggi sarebbe farsa, il consolidarsi del blocco sociale della DC è oggi sgretolamento (refe­rendum, elezioni sarde e amministrati­ve lo confermano). Fanfani a malincuore si deve tenere buono Moro, garan­tire la sopravvivenza della DC nell’ine­vitabile acquistar forza dei soli ancor minimamente credibili: il centro sinda­cale, il PSI, il PCI, qualche vecchio cat­tolico democratico « attento » alla si­nistra.

Altro da fare non c’è, se non stringere i denti e aspettare che la controffensi­va delle multinazionali, la crisi pilotata da USA e da RFT, pieghi la classe, o magari ne esaurisca le forze in uno scontro mal diretto e spontaneo che non vada più in là della legittimazione, di fronte alla « catastrofe », della chia­mata del PCI a buttare tutta l’acqua delle sue pompe sulla lotta operaia e proletaria.

La sinistra extraparlamentare, nel frat­tempo, va calmandosi. Più la crisi im­perversa più gettano le loro forze nel calderone: forme di lotta più dure per obiettivi sindacali più avanzati, tal qua­le Carniti.

Di sbocchi non se ne indicano neppu­re uno.

La logica deve essere diversa: di occa­sioni di lotta fabbrica e quartiere sono incessanti fornitori.

Dai reparti per il salario ai quartieri per l’autoriduzione; dai reparti per le pause e l’autoriduzione dei ritmi con­tro il lavoro e la cassa integrazione, ai quartieri per l’approvazione contro la proprietà e le istituzioni; dalla fabbrica occupata ai quartieri per renderli im­permeabili alle iniziative repressive; dall’organizzazione dell’assenteismo, del sabotaggio e della disgregazione della gerarchia del lavoro all’organizzazione delle iniziative proletarie di appropria­zione; dall’attacco alle forze politiche « costituzionali » più propense alla pro­vocazione antioperaia, all’attacco con­tro la vera causa della crisi, il capitale multinazionale.

Solo se tutto questo che già, in forma esemplare ma discontinua, si è verificato nel movimento acquisterà la forza e la continuità di un processo organiz­zativo, solo allora, in una fiducia riac­quistata, la forza della classe di inven­tare lotta, potrà, educata nello scontro, esprimersi pienamente e garantire che nessuna pezza, per quanto rosata, sarà in grado di interrompere uno sviluppo della lotta, un crescendo del potere operaio che segni la strada della rivolu­zione comunista.

Coordinamento nazionale delle assem­blee, comitati, collettivi politici operai

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1974, n. 13

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