Le tesi della CGIL: una proposta per la ‘collaborazione socialdemocratica,,

Le tesi della CGIL: una proposta per la ‘collaborazione socialdemocratica,,


 

La stagione dei contratti si è ormai conclusa. Per i sindacati si apre ora la stagione dei grandi congressi confederali, nei quali si tenterà di definire una « stra­tegia » complessiva attorno alla quale far muovere il movimento di massa.

I congressi precedenti si erano svolti nel ’69. Nelle tesi precongressuali e nei dibattiti d’organizzazione appariva evidente l’incapacità del sindacato di recuperare in una proposta complessiva l’esplosione gigantesca delle lotte operaie. Il Sindacato era stato preso alla sprovvista dal movimento di massa. Cavalcava in modo precario la « tigre » della combattività operaia. Da allora le confe­- derazioni hanno recuperato il terreno perduto. Hanno ripreso, anche se in modo contraddittorio, la « direzio­ne » del movimento riassorbendo al loro interno tutta una serie di spinte centrifughe che avevano scosso persino l’apparato sindacale (basti pensare alla lacerazione tra federazione metalmeccanica e vertici confederali) e si presentano oggi, alla fine dello scontro contrattuale culminato   nell’occupazione   FIAT,   con   una   proposta di   direzione   politica   sul   movimento  di massa.

Lo sforzo più organico è stato indubbiamente com­piuto dalla CGIL che nelle sue tesi presenta un disegno generale di soluzione dei problemi sociali e politici della società italiana.

II punto di partenza è ovviamente la crisi economica dentro cui si sono mosse le lotte operaie, la svolta a destra dell’asse politico. Solo la classe operaia può ga­rantire il superamento della crisi assumendosi il compito storico e politico di garantire la ripresa economi­ca, la ripresa dell’accumulazione capitalistica.

I padroni non sanno fare il « loro mestiere », non riescono a determinare la ripresa economica se non in termini di accentuazione dello « squilibrio » sociale, del­la contraddizione sviluppo-sottosviluppo. Il capitale non è più in grado di garantire uno sviluppo « armonico » delle forze produttive. Il movimento operaio invece sì. Certo però deve permettere il rilancio dell’economia, il rilancio del profitto d’impresa. Insomma deve star buo­no in fabbrica per permettere che i capitali si accumu­lino per intervenire poi, con il suo peso di massa, per orientare la distribuzione delle « risorse » prodotte ver­so le aree di sottosviluppo, i consumi sociali. Una « ge­stione sociale » del profitto capitalista, insomma.

Le riforme ed il sud sono l’asse centrale di questa « nuova politica economica ». Attraverso un intervento diretto nella programmazione il sindacato e la classe operaia devono dirottare gli investimenti al sud come strumento dell’industrializzazione del mezzogiorno ed uno sviluppo dell’agricoltura. In concreto poi significa tripli turni nelle fabbriche meridionali, utilizzo spinto degli impianti attraverso concessioni al tessuto della piccola azienda capitalista, contributo massiccio allo sviluppo in senso capitalistico della media proprietà contadina. Al nord « non monetizzazione » della contrat­tazione articolata, « pace conflittuale » (sembra un gio­co di parole ma è così) nelle fabbriche, uso della lotta operaia poi per la ripresa della politica riformista.

Certo per far questo la classe operaia non può essere sola. Deve aggregare attorno a questa politica di svi­luppo strati sociali intermedi sempre più consistenti ed articolati. Innanzi tutto i ceti medi, i « ceti operosi » che vanno dal bottegaio, al piccolo proprietario, ai funzionari della burocrazia aziendale e statale.

Un « blocco sociale » poliedrico stretto intorno alla funzione « nazionale » della classe operaia, nella sua lot­ta contro la rendita e l’« arretratezza », l’« oscuranti­smo » padronale.

E qui sta l’unica contraddizione reale, strategica, del­le proposte riformiste e dell’alleanza per lo sviluppo proposta da Agnelli.

Nella proposta di Agnelli non rientrano i ceti medi. L’alleanza è immediatamente: grande capitale-classe operaia, contro i settori arretrati, la piccola proprietà scarsamente produttiva, la piccola distribuzione, la pic­cola proprietà contadina. Il blocco sociale è rappresen­tato dal monopolio e dalla classe operaia contro il re­sto del mondo… capitalistico.

La proposta della CGIL è più articolata. In realtà propone un recupero di questi strati, attraverso la coo­perazione, l’associazionismo, la programmazione regio­nale, in una politica di sviluppo guidata dal grande ca­pitale di Stato, e dalle forze « illuminate » del capita­le privato.

Questa la proposta, grosso modo. Da qui discendono alcune conseguenze organizzative molto precise: che l’autonomia dei CdF, dei CdZ, delle Leghe va a farsi benedire. I delegati devono essere i traduttori aziendali di questa linea. 60000 delegati trasformati rapidamente in altrettanti « funzionar! » della politica sindacale, sen­za autonomia, ma con chiari compiti di controllo buro­cratico sulla classe operaia, sulle sue spinte corpora­tive, cioè sulla sua volontà di lotta contro il modo capi­talistico di organizzare la fabbrica e la società. Da qui la proposta di inserire un quinto di delegati eletti dal­l’apparato, di potenziare le funzioni dell’esecutivo, di garantire la presenza di tutte le componenti sindacali (anche quelle cancellate dalle lotte) nei consigli di Fab­brica.

I CdF diventano più che mai quindi per le avanguar­die di fabbrica un terreno di scontro politico generale.

La difesa e la trasformazione di questi organismi in strumenti dell’autonomia operaia diventa una battaglia irrinunciabile e irrinviabile per gli operai rivoluzionari. Nei CdF si giocherà la battaglia decisiva per sconfiggere la strategia riformista perché rappresentano l’anello de­bole, perché meno facilmente controllabile, di tutto il castello di carta dei vertici confederali.

Ritornare nei reparti, l’indicazione lanciata dai CPO e dagli altri organismi autonomi, significa in concreto non solo rilanciare la lotta operaia attorno al program­ma egualitario (le lotte della verniciatura all’ALFA inse­gnano), significa anche tornare in modo nuovo nei CdF per farne un terreno di battaglia antiriformista capace di aggregare attorno al programma operaio i quadri sin­dacali più combattivi, i delegati e i dirigenti che le lotte di fabbrica di questi ultimi periodi hanno espresso.

 

             

                       da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci – Anno I – n.6 – 4 giugno 1973

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