Nell’abbraccio mortale del PCI

FRA DIFFONDERSI DELL’AUTONOMIA E CONTRADDIZIONI DI LOTTA CONTINUA IL FRONTE DELL’OPPORTUNISMO

Nell’abbraccio mortale del PCI

GLI ZAR DEL POTERE


Li ha chiamati così Mao. Lenin li chiamava «quel­li dell’internazionale gialla».

La loro operazione è nota: ri­formismo come programma, tecnocrazia come obiettivo, re­visionismo come ideologia.

Ma ciò che li rende temibili è il lato «perverso» del progetto: la loro volontà di perseguire ad ogni costo la realizzazione del progetto, la repressione «demo­cratica» di cui si fanno ispirato­ri e strumenti, il terrorismo di massa che praticano. Ci sono tradizioni oscure del movimento operaio che vengono rimesse in auge per sostenere questo pro­getto. E noi che non le abbiamo apprezzate neppure quando erano al servizio della difesa del­lo «stato operaio» di staliniana memoria, restiamo imbarazzati ma presto scopriamo la nostra ostilità: non accettiamo il rove­sciamento burocratico del pro­getto dello «stato operaio» in quello burocratico e repressivo della gestione picista dello svi­luppo capitalistico.

Tanto più quando questo ro­vesciamento dimostra una natu­ra tanto ambigua che neppure i più modesti onesti democratici possono restare insensibili: come quando il PCI vota le leggi Reale per uccidere i compagni, come quando il PCI vota la leg­ge democristiana sull’aborto per uccidere le donne…

Nuovi zar, li ha chiamati Mao. Il loro approccio ai con­tratti dei metalmeccanici e dei chimici mostra una volontà di repressione dei bisogni di massa che neppure il più fosco detrat­tore della burocrazìa togliattià-na avrebbe potuto immaginare: qui la «cinghia di trasmissione» sindacale di staliniana memoria sembra una barzelletta, a fronte della volontà repressiva dei nuovi Zar.

Se andiamo a vedere l’arma­mentario della loro pratica e della loro ideologia, ci troviamo una concezione corporativa del­la ristrutturazione dello Stato, un’ideologia meschina della «ri­voluzione dall’alto» (che asso­miglia molto alla idiologia fa­scista della rivoluzione dei ceti emergenti); ci troviamo ancora ingordigia strumentale sul ter­reno del controllo dei mezzi di comunicazione di massa, e cor­rispettiva gelosia repressiva sul terreno dell’espressione dei bi­sogni di massa; troviamo euro­peismo tecnocratico e odio verso le forme «borghesi» di espres­sione democratica diretta (vedi la polemica contro l’uso del referendum).

Non passa giorno che il bor­ghese neofita non possa inorgo­glirsi dei comportamenti dei suoi nuovi padroni e che il «Corriere della Sera» non dedi­chi un elogio alla disciplina dei nuovi cosacchi.

La vicenda di Manifesto, si­nistra sindacale e PDUP è più degna. Essa si sviluppa intera­mente fra salotti e corridoi, fra scissioni e promozioni istituzio­nali. Velleità politica e fatiscenza ideologica si accompagnano in questo caso ad uno spirito minoritario di cui non è stata mai data smentita. Qui le buone maniere sono sempre state fondamentali nella scelta di li­nea politica, le amicizie tanto rilevanti quanto possono esserlo per un piccolo borghese alla ri­cerca di promozione sociale. Qui il galateo istituzionale è fondamentale: ve lo immaginate lo scialletto della Rossanda sparare in termini offensivi con­tro le spalle strette di Berlinguer, o il fiato puzzolente di Pino Ferraris trasformarsi in alito di drago contro la federazione dei metalmeccanici?

L’ANIMA BELLA

Una direzione sanamente op­portunista, un apparato buro­cratico – di mezzo – piccolo borghese e tendenzialmente ri­formista, una base di movimen­to: questa è Lotta continua.

Davanti all’accelerazione im­pressa alla lotta politica dai nuovi Zar, L.C. resta sbalordi­ta. La ricomposizione delle sue diverse frazioni le risulta quasi impossibile, la vecchia identità irritrovabile. Eppure in fabbrica i suoi quadri di base hanno ri­preso il discorso sulla natura i-stituzionale borghese del sinda­cato e sulla piattaforma sinda­cale come piattaforma del pa­drone. Eppure, conseguentemente, il sindacato ha reagito cacciando – – dove poteva — i quadri di L.C.: così a Mirafiori, all’Innocenti, ecc. Eppure, sulla questione dell’aborto, le donne hanno imposto ad L.C. una po­sizione di classe. Ma qui tutto si ferma. Una discussione, che sia tale., non sembra possibile: L.C. è un partitine che si con­gela davanti alle questioni di li­nea. 11 fatto è che i suoi diri­genti sanno benissimo che cosa significa oggi accettare la pres­sione di classe della loro base: significa abbandonare il pacifi­smo programmatico che. dopo l’affare Pisetta, ha annullato la sua forza d’urto. Fine dell’al­leanza riformista, fine dei fi­nanziamenti riformisti al gior­nale, questo significa — i diri­genti di L.C. lo sanno — la fine del loro pacifismo, la fine della proposta di democrazia avanza­ta che essi hanno assunto a li­nea politica. Ma il contrasto e la discussione dentro L.C. sono grandi e non è da noi stare ad aspettare che cosa essi decide­ranno: se tornare ad essere for­za di movimento o scindersi.

MOVIMENTO DELL’AUTONOMIA

L’insieme delle forze che fati­cosamente ma sicuramente sta aggregandosi nell’area dell’au­tonomia costituisce il punto di riferimento per tutte le avanguardie. Qui risiede il punto di rottura nei confronti dei nuovi Zar ed il punto di consolidamento teorico e pratico del fronte rivoluzionario. Il movimento dell’autono­mia si è sempre mosso nel mo­vimento per linee interne, ha guardato alle forze politiche e sociali dirette e non alle loro rappresentazioni politiche, ai momenti di organizzazione « di appropriazione anticapitalistica diretta e non a supposte orga­nizzazioni rappresentative e de­legate. Il movimento dell’auto­nomia ha guardato ai giovani ed al movimento delle donne, si è mosso in simbiosi con te azio­ni di appropriazione operaia contro i contratti è la proprietà. Ha nutrito il movimento delle autoriduzioni e delle occupa­zioni.

Oggi è il momento di pro­cedere in avanti sul terreno del­l’organizzazione reale di questo processo di lotte.  I compagni dell’autonomia sono sicuri che dentro questo processo forze di base fin qui legate ai gruppi possono ritrovarsi e sono convinti che la discriminante dell’autonomia debba essere imposta alla discussione anche all’interno di Lotta Continua.


GLI ZAR E IL MOVIMENTO

La divisione è importante quando la mistificazione domi­na il movimento. La piccola burocrazia riformista. Avan­guardia Operaia e Movimento Studentesco, Sinistra sindacale e PDUP. ideologicamente im­mersi nella stessa ideologia dei burocrati del PCI, sembrano apprendisti stregoni che non abbiano ancora fatto la loro e-sperienza cruciale. Topolino che non ha ancora visto un esercito di scope allucinarlo. La spran­gata ha un cuore antico: dentro di sé porta la nostalgia di una fase di movimento rivoluziona­rio in cui il fine giustifica il mezzo. Oggi in realtà la me­schinità è giunta al punto che la spranga viene usata contro il proletariato giovanile per poter conquistare la gestione del Palalido di Milano, cioè la gestio­ne del tempo libero dei «droga­ti». Avanguardia operaia e Mo­vimento studentesco sono uno splendido esempio di come la belva possa essere addomestica­ta dall’ideologia revisionista e ridotta a funzioni servili.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento», 20 dicembre 1975, n. 5

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