Nuovo modo di lottare e compromesso storico

Coordinamento nazionale dei C.P.O.

Nuovo modo di lottare e compromesso storico


A Torino si è tenuta una prima riunione di coordinamento nazionale dei CPO con l’intervento dei compagni del coor­dinamento operaio torinese, dei CPO Alfa, Face, Siemens, IRE e di compagni operai e impiegati di Firenze e Roma che si richiamano al progetto politico dei CPO.

Pubblichiamo qui 3 parti (sulla fase politica, sul PCI, sul sindacato) della relazione iniziale tenuta da un compagno del coordinamento operaio torinese, e alcuni brevi passi di interventi. Il secondo coordinamento si terrà a Milano a fine novembre.

PER SALVARE LA NAZIONE, PER UNA NUOVA ALLEANZA

La caduta del governo Andreotti e la ricostituzione del nuovo centro sinistra di Rumor, segnano una svolta molto importante.

Dopo la fase caratterizzata dal ricatto tattico di Andreot­ti nei confronti del proletariato e dei suoi rappresentanti ufficiali, il nuovo centro-sinistra apre un periodo di profondi rinnovamenti sociali. La borghesia ha ormai abbandonato la via di contrapporre frontalmente al proletariato il vec­chio schieramento sociale che l’ha sostenuta dal dopoguer­ra sino alla fine degli anni ’60; essa punta oggi su un nuovo blocco storico capace di aggregare sia una grossa parte della classe operaia, sia consistenti strati sociali che ap­partengono al vecchio blocco storico. Questa strategia viene mandata avanti con molta cautela, non si può met­tere insieme le cose così come stanno: bisogna che cambi il comportamento politico, economico e sociale di tutte le classi.

Già si vedono i primi passi di questa strategia. Innanzi­tutto ci sono le prime caute mosse della borghesia per indebolire il vecchio blocco sociale formato dagli strati parassitari, dai percettori di rendite e interessi, da impren­ditori di vecchio tipo in campo agricolo, industriale e com­merciale, dalla burocrazia statale e parastatale, dal semi­proletariato (piccoli artigiani e commercianti) da profes­sionisti, ecc. La borghesia italiana ha capito che per por­tare l’Italia al livello degli altri paesi del Mec, per mettersi in grado di affrontare i nuovi tipi di concorrenza monopo­listica internazionale, e di rientrare nello stesso serpente monetario, essa deve cambiare il blocco sociale su cui fon­dare il proprio potere. Deve quindi innanzitutto instaurare con il proletariato rapporti politici, sociali ed economici simili a quelli degli altri paesi a capitalismo avanzato, e per far ciò essa è costretta ad agire in modo tale che il compor­tamento politico, economico e sociale della classe operaia italiana sia effettivamente simile a quello del proletariato degli altri paesi capitalistici avanzati. Data la forza della classe operaia italiana, che non permette più al padronato di crearsi tutti i margini di profitto all’interno delle fabbri­che, la borghesia non può più permettersi il lusso di man­tenere in piedi un vecchio inefficiente blocco sociale da contrapporre al proletariato; essa deve progressivamente spostare le fette di reddito che andavano a foraggiare i vec­chi strati sociali, a favore di una nuova formazione di classe di cui fa parte anche il proletariato.

Oggi vediamo che sono soprattutto i piccoli commercian­ti, attraverso il blocco dei prezzi rivolto quasi solo contro di loro, a fare le spese della svolta politica dei padroni. Ma anche la piccola rendita e la speculazione stanno sem­pre peggio.

 

Se la classe operaia pianta casino in fabbrica, i vari Agnelli e Pirelli sono costretti ad accelerare le riforme, a disgregare il vecchio blocco dì potere, a ricercare nuovi rapporti con la classe operaia all’interno di una nuova ag­gregazione sociale. Quando i padroni dicono che prima ci vuole la ripresa produttiva e poi si possono fare le rifor­me, intendono dire anche che i tempi economici per fare le riforme debbono coincidere con i tempi politici di for­mazione di una nuova base sociale del loro potere, alla quale il proletariato accetti di partecipare.

Ma il punto centrale rimane il coinvolgimento del prole­tariato, e per questo si cerca di convincerlo ad occuparsi degli affari generali del paese: a produrre di più in fabbri­ca, in modo che il reddito che produce sia meglio distri­buito tra pensionati, disoccupati, ecc., e anche telefonare al governo, se il commerciante gli rincara la spesa, in modo che capisca che lo sciopero e la richiesta di aumenti sala­riali in fabbrica non pagano, mentre il ricorso al governo sì.

Per salvare la nazione — dice Agnelli — abbracciamoci tutti, produciamo più macchine da esportare, in modo da poter importare più carne.

MA E’ IL PCI LO STRUMENTO CHE METTE LA CLASSE OPERAIA AL SERVIZIO DEI SUOI ALLEATI

Se prima di Andreotti il PCI parlava di « nuova maggio­ranza », con Andreotti il partito comincia a parlare soltanto di « inversione di tendenza » e di una sua disponibilità a fare una « nuova opposizione ».

Si riconosce, sotto sotto, che le ipotesi di Togliatti erano un sogno, che nella competizione pacifica e nella legalità costituzionale, la vittoria del nuovo blocco sociale sul vec­chio (cioè la conquista del 51%) è impossibile. Questo è il « compromesso storico » di Berlinguer: non più lo scon­tro tra due blocchi opposti per la conquista del 51%, ma il compromesso tra di essi per la formazione di una nuova aggregazione sociale, largamente maggioritaria, in cui pos­sono confluire gli strati degli opposti schieramenti sociali. A livello politico è l’alleanza tra DC e PCI, a livello di clas­se è il compromesso tra proletariato e borghesia.

Amendola, a nome di tutti, propone ad Agnelli un nuovo patto sociale: i grandi gruppi monopolistici rinuncino a sostenere il vecchio blocco storico contrapposto al prole­tariato, emarginino i parassiti e i redditieri, e favoriscano la nuova funzione dello stato, di garantire il rafforzamento e lo sviluppo di un nuovo ceto medio efficiente e razionalizzato, ma subordinato ai grandi monopoli. In cambio il PCI: 1) riconosce la nuova funzione della borghesia; 2) rinuncia a chiedere un ulteriore allargamento dell’intervento dello stato in campo economico; 3) si impegna ad adeguare il comportamento della classe operaia a quello delle altre nazioni a capitalismo avanzato; 4) contribuisce a rafforzare l’argine a destra di cui la DC ha bisogno e accetta la poli­tica dei « due tempi » proposta da Rumor (i cento giorni e poi, piano piano, le riforme).

Il PCI così chiede un forte appoggio soprattutto econo­mico, ai nuovi ceti medi produttori che sono organizzati in associazioni o cooperative. Poiché tali strati agiscono pre­valentemente nel settore dei servizi, si accetta una ristrut­turazione dell’economia che, da un lato, stabilizzi gli occu­pati dell’industria, dall’altro sviluppi i servizi, cioè il set­tore dove il nuovo ceto imprenditoriale ha una vasta pre­senza dovuta al basso livello di concentrazione e centraliz­zazione capitalistica. Ciò dimostra come sempre di più nelle scelte politiche all’interno del PCI abbiano un rilevan­te peso gli strati di ceto medio che la strategia di Togliatti voleva come alleati delle classe operaia e che, invece, man mano che il blocco storico si è allargato, hanno finito per prendere il sopravvento sulla classe operaia stessa.

Dopo la « nuova opposizione » fatta dal PCI nei cento giorni di tregua chiesti dal governo, il partito propone ora, insieme al « compromesso storico », una « nuova opposi­zione » per i mille giorni chiesti dal governo per la ripresa produttiva e le riforme: comprensione del PCI per l’aumen­to dei turni e lo sfruttamento degli impianti, condanna dell’assenteismo e della conflittualità operaia in fabbrica, richiesta di un insieme di riforme, scelte secondo criteri di priorità che sono stati stabiliti in funzione della riduzio­ne della conflittualità operaia all’interno della fabbrica e degli interessi più immediati dei nuovi ceti imprenditoriali e « laboriosi » che condizionano la linea del partito. In ciò consiste la nuova linea del PCI: utilizzare la forza operaia per fare crescere la forza economica e sociale dei suoi « al­leati »…

IL SINDACATO E’ PER UN NUOVO MODO DI LOTTARE

Al PCI da manforte tutto il sindacato, che oggi mette essenzialmente in risalto la necessità di aprire i contatti con le assemblee elettive (Comune, Regione, Parlamento) e con gli organismi statali, dove si stabilisce la politica economica.E ciò al fine di trovare un nuovo modo di lottare da parte della classe operaia. E questo « nuovo modo di lottare », che ricorda così da vicino la « nuova opposizione ».

 

Dunque, oggi, la priorità è la formazione di collettivi ope­rai autonomi dentro le fabbriche e il collegamento con tutti i gruppi operai autonomi che esistono nelle varie situazioni.

ALCUNI PUNTI DEL DIBATTITO

II punto di partenza di quasi tutti gli interventi è stato l’analisi delle piattaforme che sono tutt’ora in discussione nelle più grosse fabbriche, in quanto in esse si evidenzia il tentativo portato avanti dai riformisti di spostare l’asse dello scontro fuori dalla fabbrica, e l’esigenza di articolare ulteriormente le proposte egualitarie per far fare ulteriori passi in avanti all’autonomia operaia.

Questo è stato il senso dell’intervento del compagno del CPO dell’IRE di Varese, che messo in luce anche l’esigen­za di confrontarsi su queste cose concrete oltre che sul progetto in generale con altre realtà di fabbrica autonome quali i Comitati Operai e le Assemblee autonome.

Il compagno del Nuovo Pignone di Firenze dopo aver fatto una interessante « storia » dell’autonomia operaia a Firen­ze, così come essa si è espressa dalle lotte del ’69 ad oggi, ha messo in evidenza il fatto che il processo di scioglimen­to del Granisci ha accelerato l’esigenza dei gruppi autono­mi operai di organizzarsi (una volta tolto di mezzo il sospet­to della strumentalizzazione da parte del Gruppo) raffor­zando la proposta di coordinamento operaio, venuta fuori dalle lotte passate delle fabbriche più sigjiificative (Nuovo Pignone, Stice) coordinamento che si pone il compito dì verificare fabbrica per fabbrica la possibilità e i modi di rea­lizzazione del progetto politico di organizzazione dell’auto­nomia operaia.

I compagni dei Collettivi operai di Milano hanno poi ripre­so in modo particolareggiato l’analisi delle piattaforme, in particolare dell’Alfa e della Face-Standard (su cui non ci dilunghiamo poiché vengono riportate in altra parte del giornale).

È necessario, dicevano i compagni, superare la fase in cui un collettivo si racchiudeva su se stesso e sulla propria fabbrica, per riuscire a vedere quel è l’ipotesi politica tota­le che esce da questo tipo di organizzazione, dalle cose che gli operai hanno espresso; e in rapporto a questo, vedere che tipo di organizzazione occorre darsi, che rapporto avere con altri movimenti che lottano e che hanno espresso an­che altre cose, che rapporto avere con  «ROSSO» che do­vrebbe diventare strumento, espressione di questa propo­sta politica. A questo punto sorge il problema della dire­zione operaia su « ROSSO », dato per scontato che non c’è oggi una reale capacità di direzione su alcune cose tipo femminismo o nuova cultura, ma c’è l’esigenza, la neces­sità, di affrontare queste questioni; occorrerà dunque far diventare « ROSSO », da un lato uno strumento operaio, con le pagine interne legate ai problemi di fabbrica, sinda­cali, generali, ecc., ma anche un giornale che serva da sti­molo ad una crescita politica complessiva di un progetto che va ad abbracciare tutta una serie di questioni, dalla scuola, alla condizione della donna, al ruolo dell’operaio padre, o figlio, ecc.

Tralasciamo gli interventi dei compagni della FIAT, della SINGER e altri, rimandando per il senso politico alla rela­zione introduttiva svolta appunto dal Coordinamento ope­raio di Torino e all’articolo sulla piattaforma FIAT.

Per quanto riguarda il giornale strumento dell’ipotesi poli­tica dei Collettivi, occorrerà svolgere un’ulteriore discus­sione per chiarire meglio le questioni della direzione poli­tica, della sua distinzione e il taglio che esso deve avere, per appianare le differenze che scaturiscono dalle diverse realtà in cui i compagni operano.


del PCI, si basa sulla proposta di ridurre l’azione degli ope­rai all’interno della fabbrica per trasferirla fuori, chiaman­do in causa le assemblee elettive sui temi generali della distribuzione del reddito.

Nei « cento giorni », questo nuovo modo di lottare ha voluto dire tregua bella e buona, controllo sulla contratta­zione integrativa aziendale, la sua non monetizzazione, tra­sferimento della lotta nel campo sociale con la giustificazio­ne delle condizioni del Mezzogiorno, dei disoccupati, dei pensionati, ecc.

Nei prossimi « mille giorni » il nuovo modo di lottare può voler dire almeno due cose: 1) stretto controllo sulle varie categorie e attraverso di esse sui CdF (le Confede­razioni sono ammesse a pieno titolo alla contrattazione aziendale e tiran le briglie nella formazione dei CdZ); 2) aumento della corresponsabilizzazione e cogestione del sin­dacato negli organismi centrali e locali dello Stato. È chiaro che la compartecipazione riduce lo scontro e aumenta il confronto, riduce le lotte e aumenta la contrattazione, cioè il « compromesso »…

Le riforme, gli investimenti al sud, l’aumento del reddi­to delle categorie più deboli non si hanno con uno scambio politico. La pace sociale in fabbrica come mercé di scambio per riforme e investimenti al sud è una proposta sballata, per diversi motivi:

— perché non è una garanzia che riforme e investimentì vengano effettivamente fatti. Il padronato, se riesce a sta­bilire margini di profitto al Nord grazie alla pace sociale, non viene certamente spinto né ad investire al sud né a fare le riforme. Il padronato, se investe al Sud, è per realiz­zare maggiori profitti in una situazione in cui la forza della classe operaia è minore.

E così per le riforme: fare le riforme oggi per i capitalisti vuoi dire ridurre i costi di sussistenza e riproduzione della forza-lavoro e diminuire la tensione all’interno delle fabbri­che. Se la classe operaia sta calma e tranquilla, viene pro­prio a cadere il motivo che spinge la classe dominante a fare le riforme; perché smobilita l’organizzazione operaia; perché fare lotte e dimostrazioni generali per il Sud non è sufficiente e spesso non viene capito dagli stessi operai. La vera lotta di appoggio al meridione si fa all’interno delle
fabbriche, .chiedendo riduzioni  di  orario,  non accettando deroghe per l’introduzione dei nuovi turni e di straordinari, lottando contro i tempi, i ritmi, e i carichi di lavoro, dimi­ nuendo l’utilizzazione degli impianti, rivendicando aumenti salariali. Allora sì che si va incontro alle sacrosante esi­ genze degli operai del Nord e si ottiene il loro pieno appog­gio, e si costringono i padroni a decentrare la produzione al sud.

Da tutto questo una indicazione precisa: perché il reddito sia distribuito in modo diverso, la lotta va sempre condotta a partire dall’interno dei luoghi di lavoro, dove si produce il reddito. Senza per questo rinunciare a lottare anche nel sociale, ma accompagnando ogni lotta nel sociale con pre­cise rivendicazioni all’interno della fabbrica, che si saldino con le richieste avanzate da fuori.

VERSO LA MORTE DEI C.d.F.?

Tanto più responsabili sono i sindacalisti se si pensa che i CdF, nel momento dei contratti aziendali, stanno attraver­sando un grave periodo di crisi. Portarli a lottare fuori dalla fabbrica, riducendo il loro impegno dentro, vuoi dire sman­tellarli del tutto. Impostare le lotte come fa oggi il sinda­cato vuoi dire soffocare la lotta all’organizzazione capitali­stica del lavoro e l’obiettivo del controllo del salario di fatto dal basso.

Con l’indebolimento del CdF, anche l’unità sindacale dal basso appare sempre più lontana: tutto ciò che accade oggi chiarisce come l’unificazione sindacale raggiunta con il Pat­to Federativo venga ormai considerata da tutti i vertici, po­litici e sindacali, come quella definitiva.

Rilanciare la lotta all’interno dei luoghi di lavoro vuole dire rilanciare il ruolo dei CdF. I contratti integrativi azien­dali devono essere preparati, definiti e gestiti sino a con­clusione della vertenza, soprattutto dai CdF. Anzi, questi devono essere riconosciuti a tutti gli effetti gli agenti con­trattuali della contrattazione aziendale. In tal modo i CdF hanno un ruolo, una funzione concreta, nel vivo della lotta, hanno responsabilità chiare, capaci di far sentire gli operai protagonisti. I delegati devono anche controllare diretta­mente l’applicazione del contratto, l’inquadramento unico, non contrattando pacificamente, ma lottando nei repartì e nelle officine, andando anche al di là delle richieste con­trattuali. Altrimenti si fa solo della cogestione bella e buo­na, in cui i delegati vanno a fare le liste dei passaggi, vanno a stabilire chi ha i requisiti per passare e chi no, rischian­do così di trasformare il giusto obiettivo del controllo dal basso dei rapporti di produzione in collaborazione con il padrone per il buon funzionamento dei rapporti di produzio­ne. Se invece il controllo sui passaggi di categoria diventa occasione di lotta, reparto per reparto e officina per offici­na, anche superando le richieste contrattuali, allora non si cade nel collaborazionismo, perché il controllo dal basso si presenta come vertenza, come lotta contro il padrone, e così anche per gli altri obiettivi.

In una situazione caratterizzata dalla progressiva crisi dei CdF e dal fatto che i delegati diventano sempre più delegati di partito e di sindacato e non di gruppo omoge­neo, è necessario che ci presentiamo agli operai e nelle strutture sindacali come rappresentanti di gruppo omoge­neo, non come rappresentanti e intermediari della linea egemone all’interno del sindacato.

Le proposte di organizzazione politica che vengono oggi dai partiti e dai gruppi sono esterne alla fabbrica, portano in fabbrica una linea elaborata al suo esterno, e perciò estranea agli operai. L’importanza della nostra proposta sta proprio nel capovolgere questa situazione: noi vogliamo partire dalla fabbrica, organizzarci politicamente, e quindi portare fra gli operai, nei CdF, nei direttivi, nel sindacato un punto di vista che è operaio perché nasce dalle contrad­dizioni che gli operai vivono all’interno del processo pro­duttivo e che, proprio per questo, è unitario.

                                

                                             da «Rosso. Giornale dentro il movimento», dicembre 1973, n. 7

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