PCI: un grande passato, uno squallido futuro

PCI: un grande passato, uno squallido futuro

 

Tutti ricordano il luglio del ’70: la lotta del ’69 era finita ma nelle fabbriche continuava l’attacco operaio. Sembrava una stagione di lotta senza fine. Un ostacolo dopo l’altro da superare: ma i compagni, gli operai e gli studenti, sentivano crescere dentro di sé la speranza di « cambiare tutto », di abolire questo insopportabile modo di lavorare, di studiare, di vivere.

 

DAL LUGLIO ’70 A OGGI

 

È allora che i sindacati, dopo la crisi di governo, revo­cano lo sciopero generale; è allora che il PCI dichiara di volere a tutti i costi, prima di ogni altra cosa (e quin­di prima delle lotte e delle esigenze operaie) la « ripresa produttiva ». E dopo il ’70 sono successe molte altre cose. II PCI ha fatto passare le proposte più importanti del governo Colombo quando la spaccatura della DC (i voti contrari di una parte dei parlamentari) non avreb­be più consentito al governo Colombo di sopravvivere. E così che sono passate le leggi sulla casa, sulle Regioni, sugli affitti rustici ecc. ecc. Insieme a queste leggi che agli operai, in concreto, non hanno dato nulla, è anche venuta la ristrutturazione nelle fabbriche, la cas­sa integrazione, i licenziamenti, gli accordi, nelle fabbri­che più importanti del paese, che non tenevano più conto delle esigenze delle masse, ma della sopportabilità dei costi economici e politici degli accordi da parte del padrone (Fiat, Alfa, siderurgia ecc.): ridimensiona­mento dell’egualitarismo (scatti automatici di qualifica negati o ridotti al minimo), aumenti salariali poco con­sistenti a fronte dell’aumento del costo della vita, con­sigli di fabbrica come « tecnici degli accordi con il pa­drone » più che rappresentanti delle esigenze reali della classe operaia.

Non era che l’inizio. II seguito lo si è avuto quest’an­no, il proseguimento è in vista per gli anni prossimi. Le durissime lotte degli operai nei contratti vengono divise le une dalle altre (chimici, edili, metalmeccanici, tessili, servizi) e vengono concluse con la conquista di aumenti salariali che non ripagano dell’aumento del co­sto della vita, con la spaccatura della classe operaia tra « operai professionali » e « operai dequalificati » (i quali dovrebbero passare di livello, o no, in modi e tempi di­versi gli uni dagli altri), con l’accettazione del ricatto delle sospensioni, della cassa integrazione (il salario ga­rantito infatti non viene né conquistato né posto come obiettivo nella lotta contro la ristrutturazione).

Per gli studenti, il PCI che nel ’68-’69 aveva salutato la nascita del movimento come fatto nel complesso po­sitivo, il PCI, dicevamo, propone una scuola più « fun­zionante » perché « più seria » e « giustamente » severa e selettiva (ponendosi così contro gli obiettivi che gli studenti si sono dati).

E oggi, nel dopocontratto, viene il bello: come diceva un proverbio dei nostri antichi latini, « nella coda ci sta il veleno ».

 

IL GOVERNO

 

Qualsiasi governo purché non così a destra (cioè non con i liberali) al PCI gli sta abbastanza bene, tanto che Berlinguer promette una « opposizione diversa ». Già contro Andreotti, il PCI « avrebbe potuto » nel parla­mento e nel paese condurre una « opposizione distrutti­va » non facendo funzionare il Parlamento e accettando e generalizzando la lotta operaia contro il governo: non lo ha fatto, il più delle volte ha solo minacciato di farlo. A Colombo il PCI faceva passare le leggi e cercava di dare il minor fastidio possibile nel paese. Un’opposizio­ne ancor più costruttiva, cosa vorrà dire allora? Contro un prossimo governo chiuso a destra il PCI non farà quasi nulla, anzi, gli darà una mano.

 

NELLE FABBRICHE

 

Lama, membro del CC del PCI oltre che segretario della CGIL ha parlato chiaro: niente casino tra un con­tatto e un altro, il meno possibile di « monetizzazione » cioè di lotta sul salario: lotte spontanee di reparto, non accettate da tutto il CdF, non se ne devono fare; l’uti­lizzo degli impianti (più turni al Sud, ferie scaglionate e festività concentrate) è un interesse del sindacato per favorire la ripresa produttiva; salario garantito nean­che a parlarne, ecc,

 

NELLA SOCIETÀ

 

Proposte di tutto comodo (per i padroni) sui prezzi, cioè niente lotta generale sul salario, sulle pensioni, sul « salario sociale » (una quota del salario operaio) ai di­soccupati, sulla « scala mobile »: proposte genetiche sul­la casa (investimenti, programmazione ecc.) ma niente affitto al 10 % del salario come massimo, nessuna lotta generale per la gratuità dei trasporti.

 

COSA VUOLE IL PCI?

 

Allora che cosa vuole il PCI?

Non è difficile chiarirlo. Il disegno è abbastanza sem­plice. Il PCI crede che la crisi dipenda da uno « svi­luppo squilibrato », disordinato del capitalismo; vuole invece uno sviluppo più ordinato che solo un’alleanza tra le forze « popolari » (PC1-PSI-DC) può garantire. Le lotte spontanee, la contestazione permanente nelle fab­briche e nelle scuole non favoriscono uno sviluppo ordi­nato, quindi vanno represse. È forse un caso che l’Uni­tà si scagli con tanta violenza contro le lotte del dopo­contratto alla verniciatura dell’Alfa, accusando gli ope­rai del reparto di essere corporativi? È un caso che l’Unità attacchi duramente gli studenti che non vogliono essere bocciati?

Dunque il PCI vuole colpire a « sinistra » (niente lotte spontanee che incidano contro il padrone e contro la scuola) perché di fatto i padroni possano essere sicuri di produrre di più con gli stessi costi, riprendere ad accumulare profitti facendo passare questo per impe­gno della classe operaia a « farsi carico » dei problemi della nazione, delle società tutta intera (ma nella so­cietà tutta intera il padrone non è compreso?).

D’altra parte il PCI non è scemo, tutt’altro. Colpire « a sinistra » gli serve solo per dimostrare ai « potenti » la sua disponibilità, il suo impegno « produttivo ». II che gli dovrebbe anche consentire di non trovarsi contro la canea di quelli che dalla forza operaia e studentesca sarebbero in qualche modo ridimensionati (ceti medi « operosi », parte dei piccoli industriali, degli artigiani, dei commercianti, dei contadini che possono o che già sono, associandosi o meno, essere o diventare capitali­sti). Tutto ciò per il PCI dovrebbe servire anche a con­vincere i capitalisti e il loro Stato ad accollarsi spese assistenziali o investimenti tesi a « diluire » la rabbia del proletariato in disoccupazione cronica, del sottopro­letariato (qualche investimento nelle zone depresse fun­zionale al decentramento produttivo, utile ad allonta­nare lo spettro delle lotte al Nord; investimenti in infra­strutture che diano un po’ più di lavoro, o comunque lo diano a quelli che lo perdono per via della ristruttu­razione ecc.).

 

PCI, PADRONI E RENDITA

 

Ovviamente questa linea non è indolore per i padro­ni: il PCI è un fiero avversario della rendita e dei paras­sitismi: pare però che da un po’ di tempo gli stessi padroni più avanzati (Agnelli in testa) essendo in diffi­coltà a rompere la schiena agli operai per cavarne pro­fitti a volontà, si siano rassegnati, con gradualità s’inten­de, a rompere, se non la schiena, per lo meno gli arti­gli, a quel che resta della rendita e a quel che è cre­sciuto di parassitismo di vario tipo (burocrazia ineffi­ciente, speculazione « eccessiva » e da parte di « troppi » sulla terra, polverizzazione del sistema commerciale, to­tale inefficienza del sistema sanitario e via dicendo). Agnelli lo ha già spiegato con chiarezza in una decina di dichiarazioni. Non è casuale l’attenzione benevola e un po’ imbarazzata che Rinascita gli ha destinato.

Il PCI e il grande capitale tendono ad avere un pro­gramma con molti punti di contatto pur con modelli diversi sia politici (il PCI vuole essere il gestore diretto col sindacato di un diverso assetto di « potere » ) che sociali (il PCI a differenza dal padronato non vuole un’alleanza tra la sola classe operaia « forte » e il capi­tale avanzato, ma un blocco sociale più articolato che sappia trascinarsi dietro ceti medi « operosi » e sappia neutralizzare le spinte eversive del proletariato in disoc­cupazione cronica).

Le lotte operaie rendono sempre più improponibile al padronato stesso Io scontro frontale: questo è il sen­so della incapacità di funzionare dell’Andreottismo co­me strategia della borghesia (incapacità di vincere con­tro le lotte operaie e studentesche, e quindi sfaldamento della maggioranza su tutti i piani).

Proprio per questo è la forza della classe operaia che spinge il PCI sempre più all’abbraccio con la borghesia: più la lotta avanza, più per contenerla, per tentare di uscire dalla crisi, la borghesia ha bisogno dell’appog­gio del movimento operaio riformista.

D’altra parte, più la lotta avanza, più è fattore di crisi del sistema, più il PCI è costretto a comprimerla per affermare la linea del meno peggio: crisi è crisi del capitale sì, ma anche della forza-lavoro che solo col ca­pitale può continuare a riprodursi e a svilupparsi in quanto tale.

 

IL RIFORMISMO NON È UTOPISTICO

 

Su questa banalità, su questa adorazione delle parti posteriori della realtà, sulla negazione del progetto stra­tegico della classe operaia di abolizione della divisione e organizzazione capitalistica del lavoro sociale si regge l’impalcatura, il fondamento del comportamento dei ri­formisti. Credere però che questa impostazione dei ri­formisti sia utopistica, sia destinata a non incontrarsi con le esigenze capitalistiche o sia destinata a suscitare controreazioni drammatiche e distruttive da parte ope­raia e da suicidi politici. Primo: perché non fa i conti con il fatto concreto che la classe nel suo insieme solo per esperienza diretta e prolungata, solo una volta pre­parate alternative realizzabili nel breve e medio periodo abbandona il riformismo. Secqndo: perché di fatto si finisce a sperare da « destra » (il Manifesto e il PDUP) che il PCI si ravveda, o da « sinistra » (Lotta continua) che per lo meno grandi « fette di proletari, che oggi seguono il PCI, si troveranno a medio periodo costret­ti a battersi uniti con i rivoluzionari in uno « scontro generale » contro il padronato unito e fascistizzato (cioè, appunto, non organicamente legato al movimen­to operaio riformista).

Noi la pensiamo diversamente: la borghesia con Andreotti si è trovata spuntata in mano la carta dello scontro frontale, ma ne ha conquistato due: il raffor­zamento dell’esecutivo e dei « corpi separati » (polizia, magistratura, ecc.), la completa virata del PCI a destra spaventato dalla piega degli avvenimenti e disposto a ogni concessione.

Oggi allora il riformismo è l’unica tattica credibile da parte borghese, anche perché costa sempre meno: non è pui il padronato che deve fare concessioni (riforme) per accalappiare il PCI, è il PCI che deve fare conces­sioni per aiutare la borghesia a « uscire » dalla crisi.

 

IL DISTACCO DEL PROLETARIATO DAL PCI

 

II processo di distacco del proletariato dal PCI è così favorito perché crescono le contraddizioni tra le sue esigenze (lotta all’organizzazione del lavoro, salario) e le proposte del riformismo. Ma tutto questo non av­verrà di colpo, né in uno scontro con la borghesia fasci­stizzata. Tutt’altro. Già se ne vedono le avvisaglie nelle prime lotte del dopo contratto. Piano piano, molecolar­mente, « uomo per uomo », continuando a battere, prin­cipalmente, sugli aspetti qualitativi della linea rivolu­zionaria (lotta all’organizzazione del lavoro e dello stu­dio) il proletariato sarà costretto a prendere le distanze e a costruire l’alternativa al riformismo operaio sempre più legato a quello capitalistico, sempre meno di­sponibile a farsi portavoce delle esigenze operaie, an­che di quelle immediate.

Ma solo la scuola della realtà, l’esperienza del legame tra i riformisti proletari e il riformismo capitalista, la lenta costruzione di programma, di obiettivi immediati, di forme organizzative e di lotta, può rendere inevitabile, credibile, la sconfitta dell’egemonia del PCI sugli operai. Proprio per questo non abbiamo nessun timore, e anzi siamo favorevoli (anche con il voto) a che il PCI « vada al governo » (o comunque collabori sempre più strettamente con questo). Per il proletariato ci sono comunque due vantaggi: il primo, che il potere bor­ghese, cambiando a sinistra di spalla il suo fucile, si trova ovviamente ad accentuare contraddizioni, squili­bri politici e difficoltà di manovra al suo interno; il se­condo, che si può concretamente mettere alla prova l’or­ganizzazione che storicamente ha rappresentato i pro­letari e misurarne concretamente tutta l’impossibilità a rispondere positivamente alle esigenze operaie. Né timore, né fretta: atteggiamenti sconsigliabili ai rivoluzionari. Per gli anni che ci aspettano non dimentichia­mo che la rivoluzione « lavora con metodo », lentamente ma inesorabilmente: giorno dopo giorno prepara la fos­sa nella quale borghesia e riformisti cadranno.

Mai come oggi vale ricordare un paio di frasi di K. Marx, il migliore dei « nostri »: « Ma la rivoluzione va fino in fondo alle cose. Sta ancora attraversando il pur­gatorio. Lavora con metodo… Le rivoluzioni proletarie… criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che sembrava cosa compiuta per cominciare daccapo; si fanno beffe in modo spieiato e senza riguardi delle mez­ze misure, delle debolezze e della miseria dei loro primi tentativi: sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente spaventate dall’infinita immensità dei lo­ro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è impossibile ogni ritorno indietro ».

 

                       da «Rosso. Quindicinale del Gruppo Gramsci – Anno I – n.6 – 4 giugno 1973

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