Agire collettivo e autonomo nella fase attuale

Agire collettivo e autonomo nella fase attuale

 

Segreteria dei Collettivi politici di Milano

 

La tendenza generale

La tendenza generale dello sviluppo e della crisi capitalistica è verso il passaggio a una fase più avanzata di riformismo. Che si chiami «compromesso storico» o «alternativa sociali.sta» si tratterà comunque di «riformismo del capitale» e, per quanto riguarda il fronte della autonomia, non si danno in proposito alternative di giudizio strategico: si potranno forse dare alternative sul terreno tattico, che dunque sul piano tattico dovranno essere decise.

Ma la fase attuale presenta un’altra caratteristica, secondaria rispetto alla tendenza fondamentale, non perciò meno importante. Vale a dire che, nella fase politica attuale, le resistenze capitalistiche sul piano interno e internazionale all’approfondirsi della tendenza generale verso il riformismo tendono a drammatizzarsi e a ispessirsi.

 

L’attacco capitalistico nella fase attuale

1) Stiamo subendo un ricatto sul piano delle multinazionali che ha caratteristiche estreme e feroci. Sul piano del mercato monetario così come su quello delle istituzioni sovranazionali, sul piano multinazionale delle decisioni di investimento così come su quello dei rapporti interstatali, il concentrarsi della volontà di bloccare lo sviluppo della lotta di classe in Italia è assolutamente chiaro. Non c’è prestito che non si accompagni a un richiamo sulle dimensioni della spesa pubblica e sui limiti del deficit del bilancio, non c’è decisione investimento che non chieda garanzie sul piano dei rapporti industriali, non c’è intervento sul piano monetario che non richiami le condizioni di fondo della stabilità economico-politica da noi. Il meccanismo gerarchico dei rapporti di potenza multinazionali funziona tutto in questa dimensione: la delega americana ai tedeschi, per quanto riguarda gli affari europei, si riferisce non a dei mediatori ma a dei Gauleiter.

2) Sul piano interno, della lotta di classe diretta, assistiamo a un fenomeno analogo. La volontà repressiva del riformismo sindacale e partitico sulla classe ha raggiunto, nel corso della gestione di questo contratto nazionale, livelli repressivi «americani» sulle lotte.

Il tentativo di scomposizione e di repressione diretta non si svolge solamente sul terreno contrattuale: esso comincia ad avere una portata strategica, a mostrarsi come tentativo di isolamento della classe operaia e di chiusura «aristocratica». La «lotta per l’occupazione» viene tenuta strettamente separata da quella dei disoccupati, le lotte giovanili e delle donne ghettizzate e violentemente attaccate.

Su questo terreno, in questa fase, tutti gli sforzi sono fatti perché il «salario operaio» non si identifichi con il «salario sociale».

L’attacco alle «autoriduzioni» e alle «appropriazioni» è, in questa situazione, divenuto isterico. L’aggressione ai livelli del salario operaio e proletario deve diventare momento di scomposizione del fronte di classe, in generale. Su questo terreno, in particolare, divengono essenziali il corporativizzarsi e il settorializzarsi delle lotte degli studenti e dei vari settori del terziario. La provocazione, in questi ambiti, è continua, essa si organizza sia attraverso bande fasci sia attraverso interventi istituzionali.

3) Il terzo momento del contrattacco capitalistico viene svolgendosi sul terreno politico: Usa, Rtf, Chiesa, Dc, destra stanno mettendo piedi una specie di «golpismo elettorale», un tentativo cioè di drammatizzare all’estremo la situazione elettorale (prossima, vicina). Il problema che i capitalisti devono risolvere è quello di costringere a un arretramento complessivo il fronte di classe, di impantanarlo nel ricatto elettorale. Questa operazione, i capitalisti lo sanno, ha ben poche probabilità di riuscire vincente: comunque essa determinerà un arretramento complessivo del fronte di lotta, svuoterà ogni forma di governo delle sinistre di un potenziale aggressivo. Il complesso di condizionamenti e di mediazioni cui le sinistre sono costrette in questa fase deve determinare un arretramento generale delle lotte e delle aspettative delle masse.

 

Necessità di una risposta politica nella fase

Dentro la fase politica determinatasi, attacco capitalistico e cedimento compromissorio delle forze riformiste congiurano insieme a un arretramento del fronte di classe, a un isolamento dell’autonomia operaia e proletaria. L’interesse fondamentale dell’autonomia opera e proletaria è quello di bloccare la tendenza fondamentale del processo in corso, la tendenza riformistica e le sue prossime scadenze vincenti. Ma questo potrà avvenire solo se la situazione di fase è tenuta presente dai compagni dell’autonomia e assunta a problema fondamentale del momento. L’attacco capitalistico e riformistico in atto vuol bloccare, scindere e spappolare il processo «spontaneo» di ricomposizione fra crescita e allargamento del movimento dell’autonomia operaia e proletaria, costruzione delle prime forme di organizzazione e i primi momenti di aggregazione dell’autonomia, processo delle lotte militanti di avanguardia. Dal 1973, dall’occupazione di Mirafiori, questo movimento era venuto sempre più alla superficie, si era sempre più mostrato capace di ostacolare pesantemente i tentativi capitalistici di governo della crisi. Questo processo di organizzazione e aggregazione, insieme di forze soggettive e di funzioni del movimento, è stato fino a oggi essenzialmente automatico e spontaneo. Se si vuole essere capaci di preparare, all’interno della fase attuale, un attacco all’affermarsi della tendenza riformista principale; se si vuole essere capaci di portare all’interno l’intero potenziale delle forze autonome all’appuntamento storico dello scontro con il riformismo; se perciò oggi è necessario un intervento contro il tentativo capitalistico di reprimere l’autonomia (sia direttamente, sia attaccando le sue condizioni sociali): bene, se si vuole riuscire in tutto ciò, è necessario che le forze dell’autonomia oggi si propongano un passaggio in avanti, e cioè una accentuazione soggettiva della spontaneità dei processi in atto, un rafforzamento teorico e pratico del processo delle lotte. Ancora una volta, dentro una fase fondamentale della lotta di classe, la tematica dell’organizzazione sta diventando il problema principale.

 

I limiti dell’operazione repressiva di fase

Detto questo, vanno comunque aggiunte alcune considerazioni e osservazioni rilevanti sui limiti dell’operazione di fase in atto.

a) Va innanzitutto notato che esistono alcuni limiti materiali, economici e politici, che non sono facilmente superabili dall’iniziativa capitalistica di attacco di fase. Questi limiti sono imputabili, oggettivamente, allo stesso grado di profonda compenetrazione del sistema capitalistico italiano in quello europeo e mondiale delle multinazionali. L’attacco recessivo contro l’autonomia operaia e

proletaria trova limiti, e limiti molto alti, nella rigidità del salario operaio, nella massa di consumi e di bisogni che esso esprime, nella natura multinazionale della classe operaia italiana, e, da parte capitalistica, nell’interesse unitario del ceto capitalistico multinazionale (che vede i padroni italiani come parte rilevante di questo complesso collettivo). Sempre da un punto di vista oggettivo, l’operazione recessiva di fase in atto trova dei limiti sostanziali nel potenziale della produzione sociale nazionale (industrie di Stato ecc.) la cui azione repressiva comunque costringe le lotte operaie a certi rapporti di forza. Insomma, è il livello di socializzazione sia della classe operaia e proletaria italiana, sia del capitale italiano, che limita i margini dell’operazione repressiva multinazionale e tanto più blocca (o comunque rende estremamente sudate) le operazioni repressive interne.

b) Il secondo fondamentale limite che trova l’attuale spinta repressiva di fase consiste nella permanenza della struttura informale dell’autonomia operaia e proletaria, nelle fabbriche e nella società.

La resistenza, quando non sia contrattacco, permane ovunque, la «pace sociale» è per i capitalisti un sogno non realizzato né realizzabile. Anzi, sul fronte sociale complessivo, le istanze operaie, malgrado i tentativi di repressione, sono andate man mano espandendosi, e, così come avvenne negli anni Sessanta per la programmazione, anche oggi gli interventi di controllo dell’amministrazione vengono spesso rivoltati in strumenti di comunicazione di lotta e di ricomposizione proletaria. Si aggiunga che, proprio dentro il tentativo riformista di attacco al salario operaio, sono crollate una serie di strutture messe in atto per il controllo (consigli di fabbrica, delegati, Cuz, decreti delegati ecc.): il loro grado di attuale incredibilità è adeguato alla fatiscenza del progetto politico che le costruì.

c) Ma il limite fondamentale dell’operazione repressiva in atto consiste nella possibilità, nell’incombenza di una risposta soggettiva di massa, operaia e proletaria. Il moltiplicarsi di iniziative sull’ordine pubblico, il ripetersi di previsioni di insubordinazione sessantottesca, il panico di fronte a qualsiasi episodio spontaneo di lotta mostrano la sensitività capitalistica su questo terreno. Ma se è vero quello che si è venuti dicendo precedentemente, noi sappiamo che solo una volontà soggettiva di organizzazione può oggi rendere attiva una sposta operaia e proletaria adeguata ai livelli di lotta che si esigono.

 

Il processo organizzativo e le sue contraddizioni

Porre il problema dell’organizzazione in primo piano significa prima di tutto analizzare le contraddizioni che hanno accompagnato il processo spontaneo di «cumulazione» di momenti diversi di organizzazione (in termini propri, in termini di massa, in termini di avanguardia militante) dal ’73 in poi, cioè da quando il processo dell’autonomia è stato messo in luce nella sua nuova figura dall’occupazione Fiat e l’esaurimento della forza dei gruppuscoli è stato, dall’occupazione stessa, sottolineato. Dal ’73 l’autonomia è cominciata a crescere come proposta maggioritaria delle masse e della classe, contro tutti i conati minoritari di organizzazione (si tratti dei gruppuscoli o del movimento operaio ufficiale): ma oggi, dinanzi al contrattacco capitalistico contro l’autonomia operaia, di fronte alla operazione repressiva di fase che non contraddice la tendenza generale verso il riformismo, ma ne calibra semplicemente il tiro traducendola in operazione contro l’autonomia, oggi dunque, il progetto maggioritario dell’autonomia, fin qui espressosi in termini di definizioni di area, va trasformato e consolidato in termini di organizzazione maggioritaria. Le contraddizioni che il processo spontaneo dell’autonomia hanno spontaneamente registrato vanno qui sottolineate, affinché si determini un processo organizzativo capace di superarle.

Le contraddizioni fondamentali sono state tre:

1) La contraddizione fra massificazione e avanguardia. Su questo terreno si sono spesso dissipate forze preziose. C’è stata l’illusione che l’esemplarità di azioni di avanguardia pagasse per la crescita di tutto il movimento. Ora, nell’autonomia tutti sanno che il potere non è fatto di polenta ma di capacità militante di contrattacco, che non è fatto di ricotta ma di forza di gestione di un contropotere pari e più violento di quello quotidianamente esercitato dallo Stato. Ma questo contropotere deve essere esercitato direttamente dal di dentro delle masse. La costruzione dell’avanguardia militante deve costituire un processo del tutto adeguato alla crescita e allo sviluppo della capacità militante delle masse. L’iniziativa soggettiva non è delegata in nessun caso: essa è commisurazione alla forza complessiva delle masse, la contraddizione fra movimento massificato di classe e iniziativa delle avanguardie va dunque risolta dentro il movimento di massa. E oggi questo è possibile: il movimento di massa esprime cento fiori di organizzazione; ed è necessario che questi cento fiori si trasformino in cento nuclei di avanguardia militante. È necessario che i cortei operai si trasformino in cortei militanti, di avanguardia.

2) La contraddizione fra autonomia operaia e autonomia del movimento complessivo. Anche questo è un portato della crescita spontanea del movimento in questi anni. L’altezza dell’obiettivo politico dell’autonomia operaia si è spesso scontrata contraddittoriamente contraddittoriamente con intensa complessità della crescita e della riflessione dei movimenti autonomi di massa, affermatisi sul piano della società-fabbrica intera. Le contraddizioni si sono particolarmente sentite attorno alla crescita del movimento femminista e di quello del proletariato giovanile, e attorno alla tematica della liberazione. Ora, va detto con tutta chiarezza che noi non crediamo all’altezza del progetto di attacco dell’autonomia  operaia se essa non si mostra, prima di tutto, come capacità di sintesi politica dei bisogni di liberazione. Il progetto di sintesi è molto avanzato: quello che la rigidità della crescita dei singoli movimenti non era riuscita a mostrarci ce lo mostra il contrattacco capitalistico: sul problema dell’aborto, in barba a tutti i fabbrichisti, cadono i governi!

Su questo terreno la forma espansiva dell’organizzazione autonoma comunista può e deve affermarsi. L’analisi dei comportamenti concreti dei compagni è in questo caso compito dell’organizzazione. La lotta rivoluzionaria combina e sintetizza i suoi compiti e soprattutto i suoi comportamenti nell’impegno della liberazione.

La parola d’ordine è quindi: lotta di classe e lotta di liberazione.

3) La contraddizione fra una concezione di movimento e una concezione «leninista» dell’organizzazione. Non crediamo che questa contraddizione, che pure si è pesantemente sviluppata, sia una contraddizione leninista.

Il leninismo è una concezione della centralizzazione dell’espansività del processo organizzativo dell’autonomia operaia. Non si può dare contraddizione fra centralizzazione ed espansività. Una centralizzazione non espansiva è immediatamente burocratica, una espansività non centralizzata è puramente anarchica. L’attuale composizione di classe, fondata sulla generalizzazione non semplicemente del lavoro astratto sociale ma della sua medietà, comporta materialmente la possibilità di centralizzare l’autonomia espansiva dei comportamenti comunisti di tutto il proletariato. La parola d’ordine AUTONOMIA OPERAIA – ORGANIZZAZIONE – LOTTA MILITANTE – RIVOLUZIONE non è un urlo collettivo, è un programma effettivo, effettivamente realizzabile in tutti i suoi passaggi.

Superare queste contraddizioni, rendere organizzato un movimento fin qui spontaneo, vederne la crescita non in termini organici ma volontari, non oggettivi ma soggettivi; e poi soprattutto avere capacità di sintetizzare in forma organizzata i diversi contenuti che venivano dipanandosi dai vari problemi che l’autonomia si poneva: bene, tutto questo è possibile. Un vecchio sogno del movimento operaio, un sogno sempre interrotto e confuso, quello cioè di costruire un’organizzazione insieme centralizzata ed espansiva e militante, è oggi realizzabile.

Non perché noi siamo più intelligenti, più bravi di tutti gli eroi della lotta comunista che ci hanno preceduto: anzi, di essi siamo spesso meno capaci. Ma noi possiamo fare esperienza dei loro errori. L’odio per il riformismo e per l’estremismo parolaio che le masse oggi dimostrano, l’attualità del comunismo e della rivoluzione che le masse sentono, tutto questo è la base sicura della nostra operatività e della nostra coscienza organizzativa.

 

Il processo organizzativo e i suoi tempi

Superare le contraddizioni determinate dalla crescita spontanea dell’autonomia è problema che non si risolve semplicemente in termini di corretta teoria dell’organizzazione. Dobbiamo sviluppare certo: a) una campagna di aggregazione fra gruppi dell’autonomia; b) una campagna di approfondimento dei rapporti fra militanza autonoma e movimento di costruzione di nuclei di contropotere, nelle fabbriche, nelle città, nel movimento complessivo; c) una campagna di centralizzazione su scadenze di presa della piazza e, non secondariamente, di propaganda militante su tutti gli obiettivi che il contrattacco capitalistico e riformista ci presenta.

Ma tutto questo non basta. Oggi la considerazione dei tempi e dei passaggi di questo sviluppo organizzativo è fondamentale. Se è vero che oggi l’autonomia non ci propone né un terreno di pura resistenza né un terreno di semplice attacco diretto alle strutture del potere, allora il progetto organizzativo non deve né svilupparsi in «guerra di posizione» né in «guerra lampo». La sintesi di attacco di massa e di attacco militante deve differenziarsi lungo le stratificazioni di movimento: oggi è il momento della «guerra di movimento», della guerra manovrata contro la crisi capitalista e lo sviluppo del riformismo. Abbiamo abbandonato completamente una concezione di continuità organizzativa del movimento perché abbiamo imparato, a nostre spese, che questa continuità non si dà, che non si dà né soggettivamente (troppo ricche sono le motivazioni comuniste del movimento) né oggettivamente (troppo articolato è il contrattacco capitalistico, sempre).

Guerra di movimento è la capacità di inseguire e di attaccare le articolazioni del potere, di volta in volta emergenti; è capacità di interpretare tutte le articolazioni del movimento, di volta in volta esplosive: l’unità del progetto consiste nella capacità di recuperare la discontinuità reale, il suo carattere maggioritario consiste nell’essere adeguato a tutte le emergenze e curvature che il movimento esprime, la sua ricchezza consiste nel fare di ogni elemento di lotta un elemento di programma.

Vogliamo tutto, ma soprattutto vogliamo essere la coscienza dell’articolazione di tutto il movimento rivoluzionario, secondo i suoi tempi e le sue indicazioni. Questo apparente ritardo e questa apparente prudenza si svelano come atteggiamento organizzativo effettivo e vincente nella misura in cui la totalità del bisogno proletario di sovversione si organizza, cumulandosi, nell’organizzazione soggettiva della autonomia e trova nella sua forza militante il centro della sua efficacia.

Se dunque vogliamo a questo punto dire che solo un’attività organizzativa intermedia (aggregazione, costruzione di centri di potere, campagna di centralizzazione su scadenze) oggi paga, lo diciamo, ma non per polemizzare contro scorciatoie organizzative: lo diciamo perché siamo certi che solo in questo modo la sintesi politica centrale può dialetticamente ed effettivamente costruirsi. Ci interessa arrivarci senza aver perso in questa fase di contrattacco capitalistico contro l’autonomia, senza essere isolati in maniera criminale. Ci interessa, soprattutto e positivamente, arrivarci avendo compreso, nel processo composizione di un fronte di lotte autonome in maniera cosciente e organizzata, tutto quel patrimonio di forze e di esperienze che hanno in questi anni costituito spontaneamente il movimento dell’autonomia. A questo fine tutto va subordinato, su questo progetto tutto va misurato. La sintesi politica non è un salto mortale, essa è la capacità pratica di sintesi organizzata e cosciente del movimento.

 

La funzione e il luogo della stampa nel processo organizzativo

In questa fase intermedia del processo organizzativo la funzione dei giornali locali è fondamentale. Essi si collocano nel processo come work in progress, come funzioni non chiuse in rigidi schemi organizzativi (che non esistono) o burocratici (che non debbono esistere). I giornali percorrono la vita del movimento operando, per quanto possibile, alla sintesi politica del movimento, collaborando alla definizione di scadenze, ma soprattutto costituendo una essenziale struttura della espansività organizzativa della autonomia operaia.

Da questo punto di vista, e in risposta a queste esigenze, i collettivi di redazione dei giornali sono collettivi politici a tutti gli effetti, dotati conseguentemente di piena autonomia politica e legati all’organizzazione dall’insieme dei rapporti dialettici organizzativi che costituiscono oggi il progetto di centralizzazione dell’autonomia.

Ma l’opera dei giornali di movimento non è sufficiente, in relazione al grado di maturità complessiva che il movimento dell’autonomia sta raggiungendo. È necessario che i tempi della centralizzazione attorno a un organo nazionale di propaganda e di agitazione massa, con frequenza settimanale, siano accelerati.

È necessario che siano incentivate iniziative di propaganda e agitazione anche su altri piani: in particolare le radio, studiando il loro coordinamento. Sarebbe poi bene mettersi a studiare la possibilità di riunificare vari tronconi dell’autonomia, che oggi si esprimono sul piano teorico, in un organo teorico che valga a diffondere e approfondire la discussione, sia sul piano nazionale che in collegamento con altre analoghe riviste dell’autonomia che operano su piano internazionale.

 

Processo organizzativo e programma politico

Se è vero che crediamo di avere la possibilità di collocarci, come autonomia organizzata, nello spazio che va dall’attuale appesantirsi della fase recessiva antioperaia all’affermarsi della tendenza fondamentale riformista, e se è vero che dentro i tempi determinati da questo passaggio abbiamo la possibilità di calibrare i tempi di espansione e di centralizzazione organizzativa (oltre che di piena configurazione del modello organizzativo), se è vero dunque tutto questo, il problema del programma politico di fase diviene fondamentale.

Porre questo problema è porre il problema dei punti deboli della ristrutturazione del comando oggi ed essere capaci di attaccare su questi nodi del comando;

a) Nelle fabbriche. È secondo noi abbastanza chiaro che il modello di relazioni industriali messo in piedi dai padroni nelle fabbriche dopo il ’69 si è largamente scomposto. Il controllo capitalistico presupponeva una struttura di collaborazione sindacale fondata essenzialmente sul mantenimento di alti salari e sull’accettazione operaia di una rappresentanza per la ristrutturazione. In questo modo si cercava, da parte capitalista e riformista, di isolare la lotta di fabbrica dalla lotta sociale del proletariato, di porre le basi per una scomposizione profonda del fronte dilotte operaie e proletarie che era venuto formandosi negli anni Sessanta. Dire che questo tentativo sia completamente fallito sarebbe sbagliato: riconoscere che non è perfettamente riuscito è più giusto.

Ma con un’ulteriore annotazione: che i margini di autonomia operaia (soggettiva) che hanno resistito nelle fabbriche hanno oggi la possibilità di reagire e di contrattaccare nel momento in cui non esistono più concrete chances, da parte del padrone, di pervenire a una definitiva normalizzazione. Il contratto nazionale di lavoro è stato completamente svuotato, probabilmente esso non costituisce più un terreno di lotta operaia: ma tutti i problemi che, su questo terreno, capitalisti e riformisti non possono risolvere si ripresentano interi alla lotta operaia.

L’autonomia operaia nelle fabbriche ha oggi l’opportunità di riproporsi pesantemente in un programma d’attacco. I temi del programma li hanno elaborati le masse: riduzione dell’orario di lavoro (35X40), forti aumenti salariali, lotta contro la mobilità, approfondimento della lotta contro le categorie in nome dell’egalitarismo ecc., contro i licenziamenti. La forma della lotta è quella di cui prima di parlava: una lotta che sappia, sempre, unificare nei comitati di reparto, nei collettivi di fabbrica, l’insieme delle funzioni organizzative che oggi l’autonomia ha la capacità di esprimere.

Noi dobbiamo insistere sul fatto che oggi è assolutamente essenziale riprendere l’iniziativa di fabbrica come iniziativa fondamentale di organizzazione.

Il capitale non è riuscito in questi anni a rifondare il suo comando nella fabbrica, ha solo tentato un’operazione di isolamento; ma neppure il riformismo c’è riuscito, ed esso ha un bisogno assoluto di riuscirci per fondare ogni operazione intesa al rafforzamento del suo sporco potere. La tendenza generale al riformismo passa innanzitutto attraverso le fabbriche: ed è all’interno delle fabbriche che va battuta, nella sua stabilizzazione repressiva e controrivoluzionaria.

b) Sul sociale. Anche su questo terreno vanno tirate le conseguenze di quanto fin qui è stato detto. Il fronte delle autonomie va interpretato e spinto a gradi sempre più alti di unificazione in riferimento alle scadenze che man mano si pongono. Il tema del salario sociale contro il lavoro, della richiesta di reddito contro l’organizzazione riformista del lavoro o dell’emarginazione sociale, è fondamentale. Inoltre il rapporto fra campagne di autoriduzione e campagne di appropriazione sta diventando sempre più stretto. Ma tutto questo non basta. Sul terreno sociale non si tratta semplicemente di spingere avanti una specie di nuovo sindacalismo del salario sociale, contro le istituzioni che regolano la spesa pubblica: questo va fatto ed è fondamentale. Ma il problema dell’autonomia è anche quello di cogliere le connotazioni qualitative del movimento esistente, di interpretare i bisogni dei nuovi come dei vecchi strati proletari. Questi elementi qualitativi non sono invenzioni idealistiche o alternative alla lotta sul salario: sono le spie dei profondissimi mutamenti che intercorrono sul piano della struttura materiale della classe. Coglierli, svilupparli contro lo Stato è perfettamente materialista e perfettamente marxista. I problemi posti (del loro corpo e della loro dignità da parte delle donne; degli spazi sociali e di salario da parte dei giovani; di liberazione della forza di invenzione, da parte degli studenti ecc.) sono problemi a cui si deve dare una risposta pratica in termini di lotta, se si vuol sapere che cosa è la classe operaia oggi e che cosa è il salario oggi. Tutte le posizioni che rifiutano una risposta comprensiva a questi problemi, che si assumono una delega di soluzione che sorpassa l’autonomia dei bisogni espressi dalle singole autonomie, sono posizioni controrivoluzionarie. Solo passando attraverso questo sforzo di organizzazione la tematica del salario sociale diviene tematica di salario politico contro lo Stato ed è su questo terreno che, sicuramente, il riformismo farà ancora una volta cilecca.

Alla miseria del riformismo, alla sua ripetizione di vecchie mitologie «sociali.ste», noi abbiamo la possibilità di opporre la ricchezza della richiesta proletaria di comunismo. Donne, giovani, disoccupati, pensionati costituiscono una potenzialità di lotta enorme se i loro movimenti sono interpretati da noi correttamente, e se attraverso questa interpretazione noi riusciamo a offrire loro un primo terreno di espressione e di aggregazione.

c) Sul terreno politico. In questa fase è assolutamente necessario sviluppare una campagna di lotte e di propaganda che non evada dalla tematica propria che, nella fase, ci propongono il capitale e il riformismo. La accelerazione capitalistica della recessione antioperaia, il tentativo di «golpismo elettorale» cui andremo incontro: tutto questo ci deve trovare preparati. Non possiamo condurre un’altra campagna elettorale in termini di astensionismo passivo. L’autonomia deve impegnarsi nell’astensionismo attivo. Denunciare la fase repressiva, attaccare la tendenza generale verso il riformismo (e tutti i gruppuscoli che si riempiranno la bocca di «governo delle sinistre»), denunciare e smascherare gli imbrogli e la fatiscenza del compromesso storico ecc.: ma soprattutto opporre immediatamente al fronte del riformismo il fronte operaio e proletario del comunismo, attraverso l’esaltazione delle strutture del potere proletario come alternativa alla democrazia borghese e sociali.sta delle elezioni.

 

Alcune indicazioni specifiche per Milano

Le indicazioni di programma generale vanno a Milano specificate sia in ordine alla particolare natura del controllo riformista in questa area metropolitana, sia in ordine ai problemi particolari dell’organizzazione dell’autonomia a Milano.

A Milano, tutto l’ultimo secolo ha visto il riuscito tentativo della classe dominante di escludere dal centro della città il proletariato: da questo punto di vista il riformismo assistenziale è stato peggiore della più bieca politica padronale. Questo problema di tenere pulita la piazza è una mania dei padroni e dei riformisti milanesi: per ripulire il centro hanno addirittura messo le bombe a piazza Fontana e oggi il comitato antifascista si appresta a proporre metodi dissimili nella forma, identici nella sostanza e nel progetto. Ma è la stessa ristrutturazione capitalistica che ha portato il proletario nel centro della metropoli, oggi: i giovani disoccupati, i nuovi emarginati (pensionati, donne ecc.) sono nel centro della città e qui vanno organizzati. I centri di ricomposizione-proletaria nel centro di Milano sono un termine fondamentale della iniziativa dell’autonomia oggi a Milano. Tutte le tematiche del salario politico contro la giunta rosa, dell’appropriazione contro i padroni, dell’iniziativa politica di propaganda contro gli assetti politici e la repressione vanno imputate ai centri proletari.

Stabilito questo – e a ciò va aggiunta l’urgenza che il coordinamento studenti riprenda la sua funzione fondamentale a Milano – si configura il tema fondamentale del lavoro politico dell’autonomia a Milano: collegare l’azione dell’autonomia nelle grandi fabbriche a quella dei centri di ricomposizione del proletariato metropolitano, riconoscendo l’importanza di tenere la piazza e di sviluppare un’iniziativa continua nei quartieri come momento centrale e risolutivo della polarità politica fra fabbrica e quartiere che fino a oggi s’è dato. I collettivi operai e la commissione di quartiere costituiscono il momento fondamentale dell’iniziativa organizzativa in proposito. Con ciò verrà approfondendosi quella dialettica tra i cento fiori dell’organizzazione autonoma proletaria milanese e capacità di attacco e di rappresentazione politica dell’autonomia a cui stiamo lavorando con una certa forza da tempo. Il progetto di ricomposizione generale del movimento dell’autonomia milanese è, oggi, molto vicino a realizzarsi, dobbiamo rafforzare organizzativamente quella che è la tendenza vincente dell’organizzazione.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 7 nuova serie – 13 marzo 1976

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