Area dell’autonomia e ruolo dei collettivi

Area dell’autonomia e ruolo dei collettivi

 

Da parte dei CPO è spesso mancata una analisi seria e approfondita delle altre realtà di autonomia operaia organizzata esistenti in Italia. Infatti i CPO si sono limitati, e questo era inevitabile in una prima fase, a legarsi ad organismi operai autonomi a loro più vicini. Questo atteggiamento però, se portato avanti ancora, rischia di ridurre seriamente la portata politica del progetto dei CPO, confinandola a un settore specifico dell’autonomia operaia organizzata, mentre è ben più largo il panorama a cui questa proposta può rivolgersi.

 

La nostra proposta politica

 

La nostra proposta politica ha alcuni punti fondamentali su cui si basa: la centralità dell’autonomia operaia, il problema della sua organizzazione, l’unità sul programma. Per autonomia operaia intendiamo il fatto che la classe operaia fabbrica per fabbrica (e nei momenti migliori anche sul terreno più generale) ha mostrato e mostra negli obiettivi, nelle forme di lotta, nella forma di organizzazione di queste lotte, il rifiuto del lavoro capitalistico e della strategia riformista che predica la ”riconciliazione con il lavoro”. Rifiuto del lavoro ed estraneità non sono occasionali ma radicati in una condizione oggettiva di classe che lo sviluppo del sistema capitalistico riproduce sempre di nuovo e a livelli sempre più alti.

Se il nodo centrale è la qualità nuova delle lotte di questi anni, la nuova forza della classe operaia e sopratutto l’emergere di un nuovo soggetto politico con portata storica (l’operaio comune e non più l’operaio professionale) è chiaro che organizzare l’autonomia operaia può solo voler dire identificare e creare lo spazio perché emergano e si generalizzano la politicizzazione sempre più di massa e gli elementi del rifiuto capitalistico e dell’estraneità. Organizzazione significa allora necessariamente capacità di esprimere e generalizzare gli elementi che sono nel movimento e identificare già da ora uno spazio di ”direzione politica operaia”. Direzione politica quindi come avanguardia del movimento, non come idea politica esterna organizzata in un gruppo che ”dirige” il movimento. Dunque non è pensabile una centralizzazione su una linea politica complessiva di cui il gruppo è portatore: a) perché questa linea politica complessiva oggi non esiste (o se esiste è formata sul passato del rapporto operai/capitale); b) perché la sua formazione è bloccata dalla presunzione gruppettistica di possederla già; e) perché la sua formazione non può avvenire che dall’interno del movimento come embrione di direzione operaia.

La nostra proposta politica non è quindi una centralizzazione su una linea complessiva portata dall’esterno in momenti autonomi che il movimento ha generato, ma la costituzione di momenti di autonomia organizzata di fabbrica e il loro collegamento interno a un programma che riassuma ciò che l’autonomia operaia ha espresso in questi ultimi anni per sviluppare l’aspetto strategico, generalizzarlo e proiettarlo su altri settori del movimento. Ma questa proiezione 1) deve essere il frutto di una articolazione autonoma di chi opera e fa politica ”fuori” dalla fabbrica, 2) deve trovare poi un terreno di confronto e di verifica a partire dalla fabbrica. Solo in questo modo programma e

organizzazione possono senza scorciatoie, che tutt’al più pagano sull’immediato, nascere dalla fabbrica e mettere in mostra i livelli attuali di antagonismo fra classe operaia e capitale.

La storia dei gruppi, che è la pratica costante di ogni tipo di scorciatoia possibile sul problema dell’organizzazione (con infinite varianti teorico/politiche), ha visto confinato a un ruolo sempre secondario il ”programma di lotta” e il privilegiamento costante delle ”teorie”. Quando i gruppi si sono avvicinati sul programma è stato dovuto sempre alle spinte spontanee e unificati presenti nel movimento. Tutto ciò ha portato alla inevitabile conseguenza che i gruppi unificati dalla teoria hanno diviso il movimento.

 

Autonomia operaia e gruppi

 

Le lotte di questi ultimi anni hanno visto la classe operaia coinvolta fino in fondo con un livello di partecipazione mai visto dal dopoguerra ad oggi. Tale è stata la forza della classe che il sindacato è stato costretto a subire per tutto un certo periodo la spinta dell’autonomia operaia e a modificare profondamente la sua stessa struttura.

Se questo è vero, sarebbe però suicida nascondersi che queste lotte hanno residuato un piccolo numero di avanguardie operaie organizzate o nei gruppi o autonomamente, la cui presenza, pur con qualche significativa eccezione, è tutt’ora limitata alle più grandi fabbriche del nord. Inoltre queste avanguardie operaie hanno profonde differenze tra di loro: tra operai dei gruppi e operai degli organismi autonomi, e tra operai di diversi organismi autonomi. Due parole sui gruppi prima di passare agli organismi autonomi operai.

I gruppi, nati su un terreno specifico – quello studentesco – hanno contribuito occasionalmente e in alcune delle migliori esperienze (Lotta Continua alla Fiat nel ’69, Potere Operaio per quanto riguarda il polo industriale di Marghera) alla crescita accelerata nel movimento di alcune tematiche di lotta, alla circolazione di alcune forme di lotta e alla mobilità stessa dei primi nuclei di organizzazione autonoma operaia. Ma al di là di questi momenti pur estremamente significativi, nessun gruppo è mai riuscito per tutti questi anni a creare un rapporto organico tra sé e gli operai delle grandi fabbriche. Questa mancanza storica accompagnata alle difficoltà di questa fase politica legata alla fase calante del ciclo delle lotte operaie, si riflette con tutta la sua pesantezza sui gruppi e sulle loro scelte politiche. Di fronte a queste difficoltà i gruppi hanno reagito e reagiscono con una forte stretta organizzativa e con una tendenza alla centralizzazione sempre più spinta.

Per Avanguardia Operaia, la difficoltà della situazione pone in conformità con gli schemi leninisti (più forte deve essere l’organizzazione quanto più il movimento è debole), l’esigenza di un ulteriore passo alla centralizzazione che vuol dire essenzialmente:

a) serrare i tempi di confronto e di unificazione con gli altri ”gruppi minori” dell”’area leninista” e b) generalizzare, tramite l’allargamento dell’organizzazione leninista su scala nazionale, di movimento dei CUB. (Sono proprio di questo periodo la fusione con il Collettivo Lenin di Torino e le pressioni sui gruppi minori dell’area leninista). In tema di organizzazione lo schema di AO sembra elementare. L’ultima conferenza di organizzazione di AO così codifica la cosa: «La costruzione di un movimento dei CUB è un obiettivo da porsi e può essere raggiunto anche nella misura in cui si sviluppa sul piano nazionale l’organizzazione politica promotrice e sostenitrice di questo movimento. Un movimento nazionale dei CUB trova i suoi presupposti non solo nella presenza dell’organizzazione politica, cioè in una sua maggiore estensione quantitativa sui piano nazionale, ma anche io un salto qualitativo in termini di elaborazione e ulteriore articolazione della sua linea che sia in grado di fornire attraverso i suoi militanti che operano nel movimento, gli strumenti necessari per affrontare il lavoro di massa con le specificità in cui si pone nelle singole situazioni. À sua volta lo sviluppo del movimento dei CUB consente all’organizzazione politica di fare grandi passi in avanti nella sua maturazione verso il partito anche per il contributo che il movimento potrà dare in termini di elementi di analisi, di esperienze e di quadri. È importante infatti sottolineare, che se è vero che attraverso i CUB l’organizzazione politica estende la sua influenza sul proletariato, è altrettanto vero che è attraverso i CUB che l’organizzazione seleziona i suoi militanti e forma al primo livello i suoi quadri politici». Lo schema. ormai è fisso, è solo una questione di quantità. Più numerosi si sarà, più si avvicinerà il giorno della nascita del partito.

È  appunto per rafforzare l’organizzazione ed ”essere in molti” che ad una formulazione di principio così rigida poi si lega un opportunismo tattico incredibile. Esemplare è la questione sindacale dove AO è passata nel giro di due anni dall’ antisindacalismo dei primi CUB alla parola d’ordine di essere presenti fin nelle più alte strutture sindacali.

Un’ultima considerazione sulla fase politica. AO, dopo aver fatto per molto tempo una analisi abbastanza corretta sulla fase politica, è in questo momento approdata a una formulazione teorica che vede nel governo Rumor il proseguimento del governo Andreotti e la sostanziale identità di programma politico tra i due governi. Questa semplificazione, se da un lato permette la continuazione di mobilitazioni generali di tipo ”anti-Andreotti” per intenderci, dall’altro lato è talmente semplicistica che rischia di non vedere in questa fase il ruolo fondamentale dei riformisti all’interno della classe. Di fronte alla crisi economica, AO chiama le masse alla lotta generale per il salario (pur in maniera più articolata di LC), spinge attraverso i CUB in fabbrica per rompere la tregua sindacale e appiccica sopra a tutto questo un programma generale ove spiccano: a) il prezzo politico dei generi di prima necessità (riemerge l’incomprensione della crisi, vista da AO da sempre solamente come strumento della borghesia per colpire i proletari), b) la nazionalizzazione delle industrie petrolifere…

Lotta Continua, il gruppo tradizionalmente più vicino alle nostre posizioni sul problema dell’autonomia operaia e della sua organizzazione, è venuta mutando la sua posizione, fino ad approdare a formulazioni di ”vago sapore leninista”. Pur nella sua contraddittorietà che da sempre la contraddistingue, oggi LC si dà azioni, dimensioni, capacità di partito.

Per quanto riguarda il problema dell’organizzazione in fabbrica LC, dopo aver tenuto per lungo tempo rapporti ambigui con alcuni organismi autonomi di fabbrica (vedi vicenda delle Assemblee autonome milanesi), punta decisamente da tempo all’edificazione di nuclei operai di fabbrica di LC (versione più libera della cellula leninista). Con il ”fiuto” tattico che l’ha sempre contraddistinta non disdegna però rapporti con organismi autonomi (vedi l’atteggiamento nei confronti dei CPO e l’uso del quotidiano in questo senso). Per quanto riguarda la scuola, e in particolare i CPS, Lotta Continua ritiene ormai i CPC suoi organismi di massa e li generalizza – dopo aver isolate gli autonomi – su scala nazionale in contrapposizione ai CUB. L’autonomia studentesca viene rispettata in termini formali, data la pericolosità di una visione accesamente ”operista” degli studenti, che ha portato LC quasi a sparire dalla scuola in alcune città negli anni scorsi (Milano per esempio).

LC si dà in definitiva ”atteggiamento da partito ” ma accompagna a ciò un’ombra di ambiguo rispetto per l’autonomia operaia e studentesca (da usare in termini tattici e per avere spazi di manovra). Sulla fese politica LC non coglie la complessità e la rilevanza del ruolo dei riformisti. Sottovaluta da una parte la loro presenza a livello di massa e dall’altra la loro capacità a livello generale (di equilibri politici complessivi). Di fronte al pesante attacco alla classe dopo la chiusura del contratto, LC crede ancora che la ”generalizzazione della lotta” sia in mano agli operai: da qui le proposte per gli aziendali (40.000 lire + 100.000 lire una tantum) e i programmi di lotta generale ”contro la crisi dei padroni” (comune giudizio sulla natura della crisi con AO) dove si va da proposte assistenziali a proposte post-rivoluzionarie (prezzi politici o blocchi vari dei prezzi, nazionalizzazione dell’industria petrolifera, ecc.).

Complessivamente le scelte dei gruppi rispetto all’autonomia operaia e ai suoi comportamenti di questo ciclo di lotta li porta:

A) a non capire che l’esperienza raccolta da moltissime avanguardie di fabbrica è ricca di rapporti con i gruppi, ma allo stesso tempo è alla ricerca di una strada propria di organizzazione. Esemplare a questo proposito la relazione di Sofri al convegno operaio di Torino ove in sostanza si dice che gli operai autonomi o sono già stati in LC e ne sono usciti per sbagli di LC stessa o sono a uno stadio di maturazione politica precedente la scelta dell’organizzazione complessiva. Se sono in questa fase, va bene tutto (CPO, Ass. Aut., Comitati vari); però poi devono scegliere l’organizzazione complessiva (sottinteso LC.);

B) a subordinare sempre di più i nuclei operai dentro la fabbrica alla linea generale del gruppo. Questo processo si ammanta poi col discorso teorico su ”lotta economia e lotta politica” .

Per AO non è una novità. Anche LC, in questo periodo, sta facendo passi da gigante su questo terreno.

C) a una concezione strumentale di tutto ciò che la classe operaia ha prodotto più o meno autonomamente. Tipico l’atteggiamento noi confronti dei CdF. Dopo aver per molto tempo ignorato i consigli e averli giudicati sempre e comunque strumenti repressivi del sindacato nei confronti dell’autonomia operaia a dalle sue lotte, ora tutti i gruppi sono d’accordo di intervenirci dentro.

Ma questo intervento rimane strumentale, solo teso alla propaganda in occasione di manifestazioni (esemplari le lettere aperte di LC ai CdF in occasione di scadenze generali) o alla propaganda spicciola e a mozioni generali contro il governo (come fa AO).

Il CdF, come idea e pratica nelle sue occasioni migliori, da parte degli operai della democrazia e della propria organizzazione antagonistica a quella capitalistica in fabbrica, è assente dai gruppi.

Vanno tenute presenti, oltre queste considerazioni generali, importanti specificazioni date le differenze tra i gruppi, anche per prendere posizione tatticamente nei loro confronti.

Per quanto riguarda LC, l’atteggiamento di sostanziale apertura che noi abbiamo avuto, pare ingiustificato date le più recenti evoluzioni di questo gruppo. Questo atteggiamento di apertura poteva avere un senso politico in un momento in cui LC non aveva fatto la sua scelta; ora LC ha sciolto la sua ”storica ambiguità” sul problema dell’organizzazione, nella direzione più lontana a quella dei CPO. Per cui al di là di una precisa attenzione da dare a questo gruppo per la sua storia, per il suo ”fiuto politico” dimostrato in alcune occasioni, per le contraddizioni che potranno nascere al suo intorno, non si deve andare oltre.

Per quanto riguarda AO e il movimento dei CUB, una maggiore attenzione deve essere data al movimento dei CUB, innanzitutto per la loro reale presenza in alcune fabbriche importanti, in secondo luogo perché la crescente spinta di centralizzazione di AO porta a volte a contraddizioni tra AO e alcuni CUB. Anche se non c’è da illudersi molto.

Un dialogo coi gruppi può essere ripreso solo a partire da un preciso rapporto di forza creando una rete nazionale di organismi autonomi di fabbrica contro i quali essi dovranno cozzare e misurarsi politicamente.

 

Gli organismi autonomi di fabbrica

 

Al di là di questo panorama desolante dei gruppi restano una serie molto limitata numericamente, ma di alta qualità politica, di organismi autonomi di fabbrica (CPO, Ass. Aut., gruppi vari) con notevoli differenze politiche tra di loro.

Un vasto settore di questi organismi è quello delle Assemblee Autonome e Comitati Operai. Questi organismi, oltre ad essere presenti in alcune fabbriche tra le più importanti (Zanussi, Marghera, Alfa, Simens, Pirelli) e in alcuni settori dei servizi (Enel e Policlinico a Roma) hanno recentemente fatto una scelta politica identica a quella dei CPO e dell’ex Gruppo Gramsci. L’obiettivo immediato di questi organismi è la costituzione di un coordinamento delle esperienze operaie a loro più vicine per poi allargarlo ad altre esperienze di autonomia operaia organizzata.

Queste realtà operaie che fanno capo alle Assemblee Autonome non sono omogenee e presentano profondi contrasti su alcuni temi di fondo. Tenuto presente ciò, le divergenze dei CPO rispetto a queste esperienze, possono essere così sintetizzate:

 

Giudizio sui CdF. Pur con diverse formulazioni, il giudizio di fondo che questi organismi danno è teso a rilevare sopratutto la matrice del tutto ”sindacale” del movimento dei consigli di fabbrica. Questa posizione è così sintetizzata: «L’ipotesi che il consiglio di fabbrica sia lo strumento dell’organizzazione di base che la classe operaia ha saputo imporre come espressione della crescita della propria autonomia, non la riteniamo esatta. È chiaro invece, che di fronte alla spinta della base, alla crescita e allo sviluppo dell’autonomia operaia, che nelle sue fasi spontaneistiche spesso sfuggivano al controllo dei vertici sindacali, questi sono stati costretti a cedere verso un modello di organizzazione più di base, che però, nel contempo, desse loro maggiori possibilità di controllo sulla base stessa».

Su questo punto da chiarire tra i CPO e le Assemblee, va evitata qualsiasi discussione ideologica sul passato, presente e futuro dei CdF. Va invece portato avanti un serio confronto su quello che facciamo ora nei CdF soprattutto in merito al livello di coscienza della massa operaia nelle fabbriche ove operiamo e ai tentativi sempre più pressanti del sindacato di ridurre i consigli a sue appendici di trasmissione della linea riformistica in fabbrica.

 

Problema della violenza. Su questo problema o di alcune forme di ”azione diretta” non c’è nulla di più sbagliato che fare un discorso astratto, di tipo ”violenza sì, violenza no” richiamandosi ai sacri principi. In linea di massima i criteri da adottare nel fare o dare un giudizio politico su queste azioni devono partire dalla considerazione di quanto queste siano utili alla radicalizzazione e alla crescita della coscienza rivoluzionaria in fabbrica. Sopratutto queste azioni devono essere coordinate all’azione politica generale, devono essere interne allo scontro di classe nel senso di essere utili e funzionali al conseguimento degli obiettivi che sono il sostegno della lotta sia in senso tattico che strategico. Da questo punto di vista è chiaro che il criterio e gli strumenti, con cui i compagni si muovono all’interno di alcune situazioni di lotta in questo senso, non ha niente a che vedere con corpi paramilitari esterni (tipo Brigate Rosse).

 

La posizione della Assemblee Autonome non si discosta da queste considerazioni, ma questi compagni hanno a volte espresso giudizi non chiari in merito ad alcuni avvenimenti. Quindi è un punto su cui fare chiarezza.

L’altro settore degli organismi autonomi è quello dei CPO e di organismi simili, legati più o meno, alta storia dell’ex-Gruppo Gramsci. L’anima di questa struttura, che fino ad ora ha vissuto come struttura di servizio, l’ex-Gruppo, è sempre stata la realtà di Milano e Varese legata, pur con una complessa storia, all’esperienza del Coordinamento Politico Operaio di Torino. Altre realtà di grande importanza, come il CPO di Ottana (da poco formato), ma soprattutto il CPO Alitalia e il Circolo Operaio dalla Fiat di Cassino, e altri compagni in varie fabbriche (Firenze, Piacenza, Massa, Arezzo, Trento, ecc.), hanno avuto sporadici contatti coi compagni di Milano, Varese e Torino. Questi organismi, pur nati in situazioni diversissime, hanno punti di impostazione in comune su importanti elementi di linea, ma diversi livelli di crescita, legati alla loro storia e alla situazione in cui operano.

Obiettivo prioritario è di pervenire quanto prima ad una struttura stabile di coordinamento nazionale.

 

Area dell’autonomia e unità sul programma

 

Se definiamo ”area dell’autonomia” tutte quelle forze che negli anni scorsi ed oggi hanno sviluppato la critica teorica e pratica all’esperienza dei gruppi, che negli anni scorsi ed oggi hanno continuato o ricominciato il paziente lavoro di organizzazione della autonomia operaia, che hanno riconosciuto la direzione operaia delle lotte come asse strategico dello sviluppo dell’organizzazione emergono subito due cose:

1) la limitatezza di quest’area (sia numericamente, sia come capacità di propaganda e di presenza politica) all’interno della sinistra rivoluzionaria,

2) l’attuale stato di completa mancanza di confronto tra settori diversi di quest’area e l’incapacità di coordinare un’offensiva comune nei confronti dei gruppi.

Questo non giova certamente allo sviluppo della proposta ”autonomista”, anzi ne condiziona pesantemente la portata e l’esistenza.

Al di là di motivazioni tattiche contingenti, c’è, per quanto riguarda i CPO un discorso più di fondo. Si tratta di andare a una verifica e di conseguenza praticare, o non solo teorizzare, cosa vuol dire ”unità sul programma”‘ e soprattutto di far vedere praticamente a cosa serve tutto il nostro discusso sul ”partito”. Centrale quindi è impostare il convegno degli organismi di fabbrica proposto dai CPO  di Milano come definizione più precisa dell’area dell’autonomia operaia e come momento di organizzazione comune delle tendenze all’interno di quest’area stessa.

È necessario essere estremamente chiari. Le differenze politiche tra i due settori principali di quest’area ci sono, ne abbiamo elencate alcune quando abbiamo parlato specificatamente delle Assemblee Autonome. È inutile nasconderci che un lavoro comune nell’immediato non è facile. Sarebbe però estremamente sbagliato nell’attuale situazione non cominciare a costruire e definire all’interno dell”’area dell’autonomia” alcuni punti di collaborazione e di contatto, e un’azione comune nei confronti dei gruppi che stanno attaccando come non mai quanto di autonomo c’è nel movimento (vanno studiate le forme e i livelli).

 

Coordinamento nazionale dei CPO

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 9 – aprile 1974

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