Autonomia operaia: dalla lotta della classe il processo di organizzazione proletaria sul terreno della guerra civile

Autonomia operaia: dalla lotta della classe il processo di organizzazione proletaria sul terreno della guerra civile

 

A Bologna migliaia di compagni vengono per interrogarsi, per confrontarsi, per aprire una battaglia politica dal cui esito le prospettive del movimento e dello stesso processo rivoluzionario in Italia saranno fortemente segnate. Mai come oggi la discussione è così poco astratta, pur avendo all’ordine del giorno i nodi principali del programma, della tattica, della strategia, dell’organizzazione. Balzano evidenti agli occhi di tutti, dei riformisti, dello Stato, e ancor di più dei rivoluzionari, le grandi differenze tra l’inizio di quest’anno di lotta e l’inizio dell’anno scorso.

Intanto gli assenti, chi non ha parole e non ne ha diritto: fra i primi, i cavalli di «troie» (con rispetto parlando) del Manifesto, sballottati a destra e a sinistra dal cordame del compromesso storico; gli zombies di Avanguardia operaia, sempre più oggetto di studio da parte di brillanti etnologi dei riti Voodoo della lotta di classe; anche il sindacalismo stalinista dell’Mls, sempre più ammaliato da quella confraternita di dispersi della Uil del misericordioso Benvenuto. A rigor di logica non hanno torto a non farsi vedere: non si vede come possano partecipare a un convegno sulla repressione; con lo Stato, se non hanno mantenuto rapporti cordiali, il rispetto è stato comunque reciproco. Lotta continua è invece presente in forze. Questa organizzazione è stata squassata, dispersa dall’ultimo ciclo di lotte, ma la sua vitalità è tale che pure con malcelata cattiva coscienza riesce a interpretare la medietà più superficiale. Di questo movimento c’è da dire che la funzione del giornale è stata decisiva per la capacità che ha avuto di mantenere aperti la comunicazione, alcuni termini del dibattito e una vigilanza puntuale e quotidiana su punti decisivi della riorganizzazione statale, sulla ripresa del dominio e della accumulazione capitalista, sui cedimenti, le cadute, le vergogne del Pci nell’epoca del compromesso storico.

 

Chi parla di repressione?

 

Il convegno comunque è fortemente inquinato da questa regia che, ancorché importante per la sua attuazione, richiede già da subito critiche decisive e proposte politiche che lo riportino in un ambito più corretto e più utile di discussione. Va detto subito che questo convegno è stato voluto, si può dire imposto, dal movimento. Esso risponde ad alcune esigenze che il cappello della repressione finisce per celare o comunque per fuorviare fortemente. Già il termine repressione impone un’accezione del tutto difensiva alla problematica del convegno. Non si tratta di contare i prigionieri, cosa che pure va fatta, né di controinformare sulle condizioni sempre più disumane, per quanto «legali», dei compagni tenuti in ostaggio, anche se la denuncia va sottratta alla cattiva coscienza di qualche intellettuale democratico. Quello che va fatto è aprire un discorso in prospettiva sulla repressione. Chiedersi, per prima cosa, se è concepibile la lotta rivoluzionaria senza repressione, senza la risposta violenta e disumana dell’apparato statale nemico. In secondo luogo, se l’inasprimento della repressione non è già oggi scientificamente prevedibile di fronte ai nuovi livelli dello scontro di classe. Fondare cioè in termini materiali il discorso sulla repressione che sfugga agli schemi impotenti del deterioramento istituzionale, della fine dello Stato di diritto e della instaurazione della stessa socialdemocrazia repressiva.

Crediamo che sul problema della repressione quello che conta è il rapporto di forza tra le classi, lo sviluppo corretto del processo rivoluzionario e l’affermarsi del potere dispiegato che, legalizzando sulla base della forza comportamenti apertamente illegali, ne legittima l’esistenza, e indebolisce in maniera decisiva il funzionamento dei meccanismi repressivi. Ogni atteggiamento lamentevole va bandito. I comunisti non auspicano la repressione, ma la mettono nel conto e lavorano perché questo atteggiamento scientifico si generalizzi il più possibile dentro le lotte, perché questo è l’unico modo, facendo fronte al nemico di classe, di far fronte anche ai suoi strumenti di repressione e di coercizione. Siamo contrari anche ad annacquare la repressione sui militanti nella generale repressione dei rapporti di produzione capitalistici, il lavoro alienato, il furto del tempo di lavoro, la produzione di morte ecc. Ci interessa rimarcare la differenza qualitativa tra il carattere coatto della società capitalistica e la repressione puntuale dei militanti, delle organizzazioni, delle lotte, che lo Stato in prima persona esercita. Noi non coltiviamo l’illusione di portare dentro la Costituzione la lotta rivoluzionaria; sappiamo che essa è la carta fondativa di questa società di merda e non solo ce ne collochiamo ogni giorno fuori, ma con la nostra azione e con l’azione delle masse, da comunisti, acceleriamo la sua completa vanificazione. Vogliamo che non si parli più nel nostro paese di prigionieri politici, imprigionati sulla base delle idee, ma più semplicemente di prigionieri proletari richiusi nei lager di Stato perché praticano conseguentemente la lotta per l’abbattimento di questo sistema.

 

Dalla liberazione del lavoro al movimento politico contro lo Stato

 

Crediamo proprio per questo che al centro del dibattito a Bologna sarà l’analisi dell’anno di lotte appena trascorso e la lotta politica per costruire una linea congrua allo sviluppo in avanti del movimento. Ma cosa è stato il movimento? È stato semplicemente un ciclo di lotte che ha sottoposto a critica, ha messo in difficoltà il mutamento istituzionale faticosamente preparato dal Pci e la forma-Stato che alle multinazionali appariva più congrua per gestire la stabilizzazione e l’uscita dalla crisi in termini capitalistici. Sono noti a tutti i compagni i termini di questa articolazione strategica: distruzione della composizione politica di classe emersa nell’ultimo decennio di lotte, drenaggio di risorse di salario al capitale per essere accumulate e immobilizzate nel macchinario, riorganizzazione complessiva del mercato del lavoro, socializzazione del lavoro di fabbrica all’intera società. Questo era il quadro in cui le lotte si sono sviluppate, in cui il carattere rivoltoso, insurrezionale, ha posto con la forza la sovversione sociale di lungo periodo come elemento strategico per la liberazione dalla contraddizione sempre riproducentesi tra lo sviluppo delle forze produttive e il pieno sviluppo dell’individuo e della sua libera attività produttiva e creativa. L’aspetto decisivo sta nel carattere irriducibile di questa presa di coscienza materiale, che ha segnato le forme di lotta, gli obiettivi, il programma su cui la lotta di liberazione può procedere.

Molto è stato detto sulla composizione di classe che ha portato avanti queste lotte; a noi non resta che rimarcare che essa in positivo è stata determinata dalla resistenza dell’operaio di fabbrica, e in negativo il suo stesso costituirsi è la risposta capitalistica alla lotta dell’operaio-massa. Il comunismo, la fine della classe operaia come produttore sociale e veicolo della valorizzazione del capitale, era il punto più alto su cui si era attestata e in larga parte è stata sconfitta l’iniziativa della classe operaia. Il costituirsi in soggetto politico della forza-lavoro sociale, che nel progetto capitalistico doveva opporsi alla forza dei produttori, non solo ha bloccato questo progetto ma ha liberato potenzialità immense alla stessa ripresa della lotta della classe operaia. Tutto questo pure con la crisi coscientemente perseguita dai riformisti degli istituti rappresentativi e l’espropriazione o istituzionalizzazione di ogni forma organizzata del potere operaio. Le lotte comunque hanno marcato separatamente: su un binario difensivo, in presenza della forte mediazione riformista, la lotta operaia: su una linea di attacco, con contenuti già interamente comunisti, e nemica di ogni mediazione pacifica, la lotta della nuova composizione proletaria, al cui interno vive pienamente la soggettività rivoluzionaria delle avanguardie di fabbrica. Ma non c’è dubbio, compagni, che il destino del movimento è legato in termini profondi alla ripresa rivoluzionaria della lotta operaia. Nel momento in cui il regime di fabbrica si socializza all’intera società, e contemporaneamente si vanifica ogni tentativo di accerchiamento capitalistico della fabbrica, è sull’asse del rifiuto del lavoro, e del rifiuto dello Stato capitalista che il lavoro perpetua, che si dà la ricomposizione operaia e proletaria. Senza di questa il movimento di quest’anno è destinato alla sconfitta o nella migliore delle ipotesi a una faticosa resistenza. È naturale che il Pci, il sindacato, e con essi lo Stato e il capitale siano nemici mortali di questo passaggio. Ed è per questo che la linea del partito va battuta, la sua mediazione vanificata, in modo che tutta la capacità creativa della lotta operaia riprenda, liberata interamente dalla coercizione della illusione di un qualche epilogo democratico e costituzionale di questi anni di lotta. È in questo senso che il Pci è il nemico principale dell’autonomia di classe. Non perché non sappiamo vedere la differenza tra tecnocrazia democristiana, ceto capitalistico di comando, apparato statale e Pci, ma perché, se le articolazioni statali si presentano ormai alla coscienza di milioni di operai e di proletari esterni e nemici a ogni interesse di classe, il Pci al contrario, per la sua storia e per la storia della lotta di classe, si presenta ancora maggioritario in termini organizzativi, ben al di là dell’adesione elettorale, in vasti settori della classe operaia e del lavoro dipendente. È dunque nella lotta politica che il Pci è il nemico principale: sappiamo bene che quello che regge questa società non sono i servizi d’ordine del partito, ma la potenza della sua mediazione rispetto alle istituzioni, allo Stato, e in ultima istanza all’accumulazione capitalistica.

La sconfitta del Pci è sicuramente da situare nel lungo periodo, così come d’altronde nel lungo periodo va situato un esito di potere comunista alla lotta proletaria. Ma siamo anche dell’avviso che la sconfitta va preparata, organizzata da subito, perché l’indebolimento della mediazione istituzionale all’interno del proletariato marcia di pari passo con l’affermarsi del suo potere sulla base della propria autonomia e della propria forza.

Che dire ancora di Berlinguer? Di questo cadetto di complemento dell’Accademia di Modena, che a onta degli anni mantiene un’insospettata precocità infantile dissimulata con difficoltà nonostante studi e applicazioni che immaginiamo immani… Il subconscio gioca dei brutti scherzi: mentre la «peste» infuria c’è chi parla di «untorelli». Ma per quanto la forza della nostalgia possa essere notevole, l’inquisizione e il linciaggio ci paiono strumenti un po’ invecchiati e comunque da non riproporre così imprudentemente.

 

Dalle «organizzazioni di guerra» all’organizzazione politica del movimento della guerra civile

 

Ma il punto centrale su cui dobbiamo discutere è su quali forme di lotta, su quali obiettivi, su quali programmi il movimento è uscito dal ciclo dell’anno passato e quale strumentazione organizzativa deve darsi per attestarsi e ripartire. Già nel suo svolgersi erano apparsi i pericoli mortali dell’insurrezionalismo, del soggettivismo, ancor prima che come pratica, come teoria generale. Sottostanno a queste posizioni analisi fin troppo superficiali sulla forza effettiva del nemico di classe e sulle capacità della sconfitta della mediazione riformista verso lo Stato. Infatti, se da una parte le giornate insurrezionali di Bologna e di Roma segnano storicamente l’irrompere massificato dei nuovi bisogni e delle potenzialità nuove per l’affermarsi di una linea di lotta rivoluzionaria per il potere – e la relativa facilità che per un certo periodo sembra accompagnare il realizzarsi delle scadenze che il movimento si dà –, dall’altra si è finito per lasciare sullo sfondo problemi aperti da tempo senza la cui soluzione ci pare si vada incontro alla sconfitta.

Abbiamo esaltato il movimento per la portata incalcolabile delle novità che portava con sé, ma abbiamo anche fatto uno sforzo non sempre puntuale, e certamente non sempre riuscito, per riportare la discussione nell’ambito dei compiti di lungo periodo che la forza stessa del movimento poneva con urgenza. Diciamo subito che l’atteggiamento insurrezionalista, ancor prima che da menti distorte, nasce all’interno stesso delle lotte ogni qual volta l’insopportabilità delle condizioni materiali e politiche non offre altri sbocchi alla sovversione sociale che intanto si è generalizzata. Ma altra cosa è dare per acquisita la riproducibilità all’infinito della forza proletaria e su questa via l’indebolimento e la sconfitta dei fattori che ostacolano il pieno dispiegarsi della tendenza rivoluzionaria: lo Stato delle multinazionali, il meccanismo dell’accumulazione capitalista, la mediazione socialdemocratica. Proprio perché siamo convinti che la strada sia un’altra, uno dei compiti del movimento a Bologna sarà quello di battere le posizioni insurrezionaliste, e in vario modo movimentiste. Così come non potremo non affrontare quelle posizioni più direttamente militariste che vengono in massimo grado interpretate dai compagni delle Brigate rosse. Intanto va subito messo in discussione l’intero impianto teorico, che ancor più che le scelte pratiche, appare fortemente insufficiente a dar ragione a un corretto sviluppo della lotta rivoluzionaria. Qui non sono in discussione i meriti storici accumulati da questi compagni nel dimostrare che la lotta armata non solo è necessaria ma è possibile per la distruzione del potere capitalistico. Quella che va criticata è l’incomprensione della qualità delle lotte del movimento, appiattita a generica resistenza, e quindi l’impossibilità di tracciare un rapporto che non sia strumentale rispetto alla crescita del partito combattente.

L’organizzazione strategica non viene vista infatti come funzione della crescita del movimento, dello stabilizzarsi degli elementi di potere e dei livelli di organizzazione autonoma del proletariato, e quindi dell’esautoramento del potere statale; ma come macchina di guerra schierata contro l’esercito nemico di controllo e di repressione, che porta avanti le sue campagne per indebolire le varie articolazioni militari e non del demonio di classe. L’orizzonte della guerra civile, la presa del potere come scontro tra le classi, l’esercito proletario come funzione del progressivo affermarsi del potere operaio proletario sono lontani dall’orizzonte teorico e pratico di questi compagni. Ma di più, il processo di liberazione delle grandi masse, che procede con l’affermarsi della sovversione sociale diffusa e organizzata, non solo sono ridotte a spontaneismo e resistenza, ma non entrano in nessun modo nel programma e nel progetto strategico. Così lo spontaneismo e il soggettivismo, tanto più esorcizzati nei comunicati, sono l’unico terreno di lotta che si offre all’iniziativa delle masse. Non intervenendo e non facendosene un problema, finiscono nel migliore dei casi con l’impiantare la propria crescita proprio sui fallimenti dello spontaneismo, tralasciando, a fronte di qualche successo organizzativo, il problema altrettanto decisivo dell’organizzazione della sovversione sociale disgregata, della sua forza, dei suoi strumenti di direzione e di attacco.

Momento decisivo dello scontro politico di Bologna sarà il dibattito sull’organizzazione permanente del movimento, per la riapertura del nuovo ciclo di lotte. Crediamo che le forme organizzative finora praticate si siano rivelate insufficienti e, quando non errate, senz’altro tutte da superare. Intanto un’organizzazione stabile non si può dare in termini burocratico-formali. È il terreno della lotta, sono gli obiettivi e la quantità di forza con cui si possono perseguire, a mutare continuamente la qualità dell’organizzazione. Da questo punto di vista, organizzazione e nuovo ciclo di lotte arciano insieme, così come l’aggregazione in avanti della composizione operaia e proletaria. Il territorio intero nei suoi termini generali come luogo di produzione di merci e di riproduzione di rapporti sociali è il luogo privilegiato della costituzione organizzativa; certo, ancora i quartieri, le scuole, le fabbriche, i servizi, ma con lo sforzo prioritario e continuo per la ricomposizione di classe, per la imposizione degli obiettivi, per l’esercizio della forza rivoluzionaria, per la direzione politica, in modo da aprire sempre di più la spaccatura interna alle classi e da conquistare in termini sempre più permanenti il terreno della guerra civile alla iniziativa delle masse, dentro la crescita permanente di contropotere effettivo. Perseguire una stabilità organizzativa del movimento così come ora si è dato, oltre che apparire improbabile, ci sembra terribilmente sbilanciato e in larga misura impotente, se al suo interno non ricomincia a marciare la centralità del programma e delle lotte di classe operaia. Ogni sforzo va fatto in questa direzione e tutto fa prevedere che l’obsolescenza della linea perdente della socialdemocrazia apra varchi enormi per la realizzazione di questo passaggio. I punti da mettere al centro del programma e su cui impegnare le nostre forze per la sua attuazione pratica e che sottoponiamo alla discussione dei compagni ci sembrano:

1) lotta generale sul tempo di lavoro per bloccare con la forza l’aumento della intensità di erogazione ovunque vi sia prestazione lavorativa, e quindi lotta ai ritmi, allo straordinario, alla discrezionalità dell’uso della forza-lavoro comunque essa si presenti;

2) lotta generalizzata all’aumento del tempo di lavoro complessivo, necessario alla riproduzione dei rapporti sociali capitalistici: lavoro nero, decentrato, part-time ecc.;

3) ripresa delle tematiche salariali e del reddito, bloccando e rovesciando la tendenza all’impoverimento o comunque alla riduzione alla sussistenza;

4) lotta aperta e irriducibile allo svilimento del potere d’acquisto del salario e del reddito da lavoro subordinato per mantenere e incrementare la quantità di merci fisiche da consumare;

5) lotta aperta per impedire la riduzione dell’uso dei servizi, il generale innalzamento di costo, per liberare anche da questo punto di vista quote di ricchezza da usare secondo i nostri bisogni e non secondo i bisogni della ristrutturazione e della razionalità capitalistica;

6) lotta aperta contro la ristrutturazione capitalistica, che con l’immobilizzo di quote immense di ricchezza nei nuovi macchinari non solo fa permanere l’infame meccanismo di sfruttamento e di estrazione di profitto, ma persegue, attraverso la perpetuazione del proprio dominio, la degradazione irrevocabile di intere regioni.

Centrale sarà a Bologna anche la discussione sull’organizzazione d’avanguardia che sottragga la lotta di massa al cattivo infinito della dialettica sempre perdente esistita finora tra la ricomposizione/aggregazione proletaria da una parte e repressione statale dall’altra. Non sono pochi i compagni, specie tra quelli che hanno vissute le esperienze e la crisi dei gruppi, che a questo punto rizzano le orecchie, si insospettiscono e se sono intellettuali con cattedra iniziano a sparare cazzate. Non si era detto che la crisi della forma-Stato mette in crisi la forma-partito? Crediamo sia proprio così. Ma se la crisi dello Stato di diritto non fa che sviluppare in forma ancora più potente la strumentalizzazione coercitiva capitalistica, in modo che venga regolato sulle condizioni mutate della lotta di classe il meccanismo di estrazione del profitto, è altrettanto plausibile sul piano scientifico e assolutamente necessaria sul piano pratico la costituzione di uno strumento politico che noi insistiamo a chiamare partito. Esso permette non solo il pieno dispiegarsi del processo di liberazione, ma si dispone continuamente come macchina politicamente armata al confronto con la struttura di dominio del nemico di classe, misurando la propria iniziativa sulla base di rapporti di forza. Il partito, in questo quadro, va inteso non solo come l’organizzatore collettivo della sovversione sociale, ma come consapevole direzione dei passaggi pratici attraverso la guerra civile di lungo periodo permette il pieno dispiegarsi della forza proletaria che esautora e distrugge la forza del nemico. Niente di nuovo sotto il sole se non l’urgenza e alcune possibilità nuove che si aprono alla costituzione di questo strumento decisivo.

Siamo convinti che un tessuto davvero grande di avanguardie e di esperienze organizzative, pur riferentesi a spezzoni in vario modo separati dell’autonomia operaia, possono cominciare a funzionare come primi nuclei di organizzazione di partito nel nostro paese. Non ci sfugge l’esiguità delle forze rispetto ai compiti davvero immani. Il problema che abbiamo di fronte è quello di non renderli ancora più pesanti sottraendoci a questo confronto decisivo.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – numero speciale – settembre1977

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