Autonomia operaia è il comunismo del proletariato multinazionale

Autonomia operaia è il comunismo del proletariato multinazionale

 

Si sono scatenati: una canea di giornalisti, preti, burocrati tuona contro l’autonomia operaia, organizzata e non organizzata. Per non parlare dei «politici», degli storici, dei saggisti, degli elzeviristi, degli esperti di diciannovismo, di Giorgio Bocca: insomma tutti i porci hanno alzato la testa, al nostro zufolo. Un pogrom vogliono, come ai bei tempi, una nuova Odessa dove, come Babel racconta, i cosacchi sparavano sui violini e gli zufoli dei bambini ebrei. Ma hanno paura, questa volta, hanno tanta paura: non sarà che nelle nostre cassette di violino ci sia una P.38?

Consoliamoci, tuttavia. Non hanno solo paura della nostra eventuale P.38: se vogliono continuare a cercarla nelle cassette dei nostri violini facciano pure, a loro rischio. Troppo spesso troveranno solo violini e zufoli, troveranno intelligenza e odio di classe. Perché è questo, intelligenza ed odio di classe, che ci permette di vincere, che ci renderà il potere che da sempre è stato tolto al proletariato ed alla sua autonomia.

L’autonomia operaia non è dunque un vecchio spettro che si aggira per l’Europa, non è solo questo almeno: è soprattutto una nuova composizione di classe operaia e proletaria, una nuova rappresentazione dell’urgenza e della possibilità della rivoluzione. Questa sua realtà non può che indurre terrore nel nemico di classe, non può che indurre confusione nel vecchio «so******ta». Sì, perché l’autonomia operaia non ha nessuna bandiera da raccogliere dal fango, non ha nessun feticcio da onorare. Noi non abbiamo mai considerato i «picisti» dei traditori, non li abbiamo mai considerati dei mistificatori se non alla stregua in cui consideriamo mistificatori tutti i riformisti, borghesi o «so******ti» che siano: li abbiamo sempre considerati dei «so******ti», dei fatiscenti esempi di un vecchio ordinamento e di vecchie, marcite ideologie. Essi sono espressione e tramite della socializzazione del modo di produzione capitalistico, elementi funzionali alla socializzazione

Dello sfruttamento, alla sua estensione e suo appesantimento. Sono eroi del lavoro sfruttato, sono cogestori della schiavitù del proletariato, sono padroni sociali, sono – per dirla con Marx e Engels – funzionari di un capitale che ha raggiunto il livello sociale di accumulazione, attraverso lo Stato. È  per questo che gli autonomi vincono: non perché hanno la P.38 ma perché sono più intelligenti e colti, più storicamente radicati, nuovi veri di tutto il marciume socialdemocratico; non perché sono degli emarginati, gli autonomi vincono, ma perché sono la punta emergente della nuova composizione di classe operaia e proletaria, i rappresentanti – in prima persona – di tutto il lavoro sociale sfruttato, non, come il Pci, rappresentanti di aristocrazie operaie, di corporazioni impiegatizie, di mafie bottegaie. Gli autonomi sono la rappresentazione del comunismo del proletariato multinazionale. Per questo sono arroganti e violenti: perché rappresentano, sono, interpretano la verità della lotta di classe nel nostro secolo. Per questo possono permettersi di lottare con asprezza crescente: perché sono invincibili, come sempre lo è la rappresentazione di una nuova base produttiva. Le giornate di febbraio e di marzo sono state la nostra Livorno: il momento di fondazione, senza concedere deleghe a nessun intellettuale esterno, del nostro partito, proletario e comunista.

 

Facciamo i conti con amici e nemici

 

È chiaro che quando, dopo un ventennio di gestazione, l’autonomia viene alla luce come forza organizzata di massa, molti conti debbono essere fatti.

In primo luogo nei confronti delle forze gruppuscolari della sinistra.

In secondo luogo nei confronti delle forze riformiste, so******te, piciste, eurocomuniste, socialdemocratiche.

In terzo luogo all’interno stesso del movimento dell’autonomia.

Una forza operaia e proletaria che autonomamente vince, deve prima di tutto ragionare della sua vittoria e della sua organizzazione. Ragionare, pensare, studiare: questa è una funzione che non possiamo affidare a nessuna altra forza che non sia la nostra, questo è un compito tanto più urgente quanto più forti diveniamo. Ragionare sull’avversario e sulle molte figure che assume la sua repressione; ma ragionare e confrontarci soprattutto all’interno dell’organizzazione dell’autonomia, fra tutti i compagni, per far crescere l’organizzazione.

 

Decidete se state di qua o di là

 

A proposito dei gruppuscoli abbiamo poco da dire. Noi poniamo, col nostro stesso esistere, una serie di discriminanti dinanzi alle quali essi sono costretti a decidere. Debbono decidere sul piano dell’ideologia: debbono dirci se sono per il so******mo o per il comunismo, se sono per il perfezionamento dell’organizzazione dello sfruttamento o per la distruzione dello sfruttamento, se sono per il lavoro o contro il lavoro salariato. Alcune forze gruppuscolari ci hanno dato una risposta e si sono schierate con il nemico di classe: pidocchi sull’elefante del riformismo ambiscono stoltamente a qualche funzione politica mentre si dilacerano in scissioni e fracassi interni, giustamente derisi e risibili. Quanto a Lc ci ricorda davvero Serrati e i «terzini» del primo dopoguerra: a quando, compagni, una decisione strategica?

I gruppuscoli debbono poi decidere sul piano dell’organizzazione. L’autonomia operaia non permette deleghe e rappresentazioni burocratiche del movimento. I gruppuscoli debbono decidere se stare in un rapporto strumentale con il movimento o se accettano, dissolvendo quelle comiche parvenze di organizzazione che con una attività da usurai avevano costruito, le leggi di organizzazione del movimento; se preferiscono perdere tempo nelle anticamere del Palazzo oppure guadagnare nell’attività di massa, nella pratica rivoluzionaria, nella costruzione quotidiana del contropotere, nell’esercizio del potere proletario.

Poco da dire abbiamo anche a proposito del riformismo. La completa mancanza di spazio politico e di credibilità del riformismo non siamo noi a doverla mostrare: agli occhi delle masse essa è dimostrata dal tradimento quotidiano non solo degli interessi e dei bisogni del proletariato ma dal tradimento delle stesse dichiarazioni e dei propositi del riformismo. L’assorbimento del riformismo nell’avviluppo del potere capitalistico è permesso dalla completa mancanza di ogni alternativa ideale e dovuto alla completa mistificazione dei rapporti di forza e delle determinazioni programmatiche. Quando lo Stato è completamente travolto nelle articolazioni multinazionali del capitale, i riformisti ci propongono per ben che vada l’austerità e l’autarchia: si vede davvero che escono tutti dai Gruppi universitari fascisti! Quando le istituzioni dello Stato sono completamente subordinate alle esigenze del modo di produzione (ivi compresi gli scandali e l’ingordigia borghese), i riformisti ci vengono a proporre la «vera» democrazia e il «giusto» profitto: si vede davvero che non hanno mai studiato il Capitale! Rozzi, sporchi e ignoranti raccolgono voti con metodi mafiosi, difendendo i bottegai, organizzando sindacalmente i poliziotti, dividendo e corporativizzando gli operai e i proletari.

Che dire? La giustizia proletaria non può tardare a colpire questi nuovi Noske, questi sindaci che chiedono i carri armati contro gli studenti, questi deputati e dirigenti che nascondono il fatto di appartenere alla più bieca borghesia, tirando fuori medagliette resistenziali: ormai gli servono solo ad imbottirsi gli occhi, ad impedirsi di vedere.

 

Per l’organizzazione dell’autonomia

 

I più gravi problemi che l’autonomia deve risolvere  riguardano lo sviluppo della sua «interna» organizzazione. Noi diciamo subito che vanno battute le posizioni che insistono in maniera equivoca su tematiche insurrezionalistiche. Esse compiono un passo avanti e due indietro: un passo avanti nel senso che colgono la gravità della situazione politica, che intuiscono la volontà del potere di scatenare una battaglia distruttiva contro le forze dell’ autonomia, che avvertono il pericolo di guerra civile e conseguentemente intendono armare il movimento di massa. Ma anche due passi indietro perché troppo spesso queste proposte dimenticano la specificità del rapporto organizzazione-movimento, la necessità di articolare stabilmente il movimento di massa e quello di avanguardia, la possibilità di determinare un effettivo accumulo di momenti e di funzioni di contropotere. È sulla conduzione continua e corretta di questi passaggi che i compagni dell’autonomia organizzata hanno sempre richiamato tutti i compagni e il larghissimo strato di forze che all’autonomia si richiamano: su questo terreno dobbiamo andare avanti, con tutto l’ottimismo che la nostra forza ci permette di avere. Nel movimento dell’autonomia si agitano anche personaggi che talora sperano di ripetere operazioni gruppettare: vanno guardati con fastidio ed eliminati senza pietà. Ma anche questo sarà possibile se la via maestra dell’approfondimento organizzativo del rapporto avanguardia-massa sarà condotto fino in fondo, con continuità, con coraggio, con fiducia nelle forze di movimento.

La necessità di approfondire e di accelerare il dibattito organizzativo nell’autonomia non può essere oggi elusa da nessuno. Come abbiamo sottolineato, se è vero che oggi tutto va rimesso in gioco dentro il rapporto fra strutture di organizzazione e la nuova formidabile dimensione di massa, se questa riproposizione va assunta a fondamento della discussione bisogna stare attenti anche all’opportunismo che si cela dietro la semplice glorificazione dei rapporti di massa. Nessuno, lo diciamo con tutta chiarezza, potrà sottrarsi alla discussione sulla centralizzazione del movimento, ora e nei prossimi mesi.

 

Le scadenze del prossimo periodo

 

Una ed una sola è la scadenza del prossimo periodo: coinvolgere le grandi fabbriche nella lotta dell’autonomia proletaria. Da questo punto di vista la nostra proposta politica è lineare anche in presenza delle variabili che la scena politica può presentare. Sia nel caso infatti in cui la crisi istituzionale si approfondisca, sia nel caso in cui un governo di coalizione costituzionale tenda ad aprire la guerra civile contro l’autonomia operaia e proletaria, in ogni caso l’apertura del fronte di fabbrica diviene fondamentale. Sia chiaro che la nostra proposta non nasce su un residuo di operaismo o di fabbrichismo mitico e inerte: essa nasce dalla necessità-possibilità di incalzare e rompere gli equilibri generali del sistema anche laddove essi «sembrano» oggi più forti. E diciamo «sembrano»: perché nelle fabbriche non lo sono o lo sono solo nella maniera mistificata che il riformismo è ormai capace di produrre. In realtà l’esperienza quotidiana delle fabbriche e della lotta operaia diretta ci offre un terreno di insubordinazione e di aperta rivolta: il rapporto fra la classe operaia delle fabbriche ed il proletariato produttivo della società intera va spinto ad una congiunzione esplosiva. Il baricentro è ormai tutto spostato sul piano del potere, nella lotta contro lo Stato e contro il riformismo: dalle fabbriche abbiamo bisogno che nasca un processo di rottura di tutto quell’orizzonte istituzionale che oggi comincia a rappresentarsi nel programma della cogestione. Ciò è possibile approfondendo l’unità dell’interesse sociale del proletariato intero, stringendo in un unico progetto di lotta tutti gli strati del lavoro sociale, diretto ed indirettamente produttivo, più o meno concreto, più o meno astratto. La qualifica di emarginazione, che ci viene rivolta, scopre la sua falsità nella misura in cui noi sappiamo mostrare l’identità degli interessi del proletariato diffuso, della nuova potenziale base produttiva, e del lavoro di fabbrica sfruttato dal so******mo di stato. Abbiamo questa possibilità ed abbiamo questa urgenza.

Certo, tutto questo avvicina i termini della guerra civile. Noi non la vogliamo: chi la vuole è chi vede i termini del suo potere rosicchiato dal contropotere delle masse, la centralità del potere minata dall’antagonismo dell’autonomia. L’autonomia operaia è una forza produttiva ed una forza combattente. Noi accettiamo il terreno della guerra civile che l’avversario ci impone. Senza isterismo, senza fantasie. Sappiamo quanto questo terreno è duro. La legittimità della nostra lotta è determinata dall’azione delle masse. Qui, su questo terreno, la nostra forza di organizzazione e la nostra forza di programma si identificano: non c’è programma possibile che non sia gestione di contropotere. Tutto su questo terreno va costruito: le lotte di questo ultimo mese hanno cominciato tuttavia a dar volto di massa ad un lavoro che da molto tempo viene svolgendosi. Ma possiamo temere quello che sempre la nuova forza del proletariato ha voluto e spesso ha saputo imporre? Lasciamo che gridino al lupo, che temano lo spettro: noi abbiamo un lavoro giornaliero determinato, continuo da compiere. È  il lavoro di preparazione nei tempi del rapporto di forza che l’avversario ci impone e nella forma in cui noi lo imponiamo all’avversario. La talpa ha cominciato a scavare all’aperto e si è trasformata in leone.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – n. 17-18 – marzo 1977

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