Bologna. Materialità del processo rivoluzionario

 

BOLOGNA. MATERIALITA’ DEL PROCESSO RIVOLUZIONARIO

 

L’attacco al salario reale, i licenziamenti selvaggi, la cassa integrazione, la mo­bilità forzata da una parte, e dall’altra l’approntamento di una macchina da guerra per repri­mere ferocemente, incarcerare ed uccidere: questa è là forbice in cui i padroni cercano di schiac­ciare, annientare i comporta­menti autonomi, le sedimentazio­ni organizzative, l’esigenza di po­tere, il bisogno di comunismo che la classe operaia esprime. Il progetto è duplice: da una par­te vi è il tentativo di rompere la rigidità della forza lavoro, di mettere gli operai nella condizio­ne di tornare ad essere sfruttati nei modi e nella misura in cui decide il padrone. Contenere i consumi operai, ridurli ad un livello di mera sussistenza, co­stringere larghi settori di classe ad accettare ogni ricatto del pa­drone: mobilità interna, licenzia­menti, riduzione drastica dell’as­senteismo, straordinari, turni di notte, intensificazione dei ritmi, lavoro al sabato significa « de­classare » i bisogni operai, significa tentare di spezzare la forza politica della classe, significa rendere gli operai stessi disponi­bili ad un progetto di ricostru­zione, al « dopoguerra dell’auto­nomia operai ». Il rifiuto del la­voro diventa inesorabilmente bi­sogno di lavorare, l’interesse di classe cessa di esistere e conflui­sce nell’interesse generale di tut­ta la società: « Siamo tutti nella stessa barca » sbraitano padroni e politicanti riformisti. Dall’al­tra parte il terreno dilla guerra di classe si fa più scoperto, lo stato del capitale appronta il suo esercito: nucleo antiterrori­smo, nucleo speciale dei carabi­nieri, « cittadini democratici » che diventano zelanti delatori e spie. Tutti pronti a colpire i li­velli organizzati che la classe si da, le avanguardie delle lotte, i quadri operai, i proletari che lot­tano nei quartieri. Lo stato bor­ghese, nato come stato del dirit­to, calpesta la sua stessa legali­tà; arresta senza prove, tortura, uccide. E il numero degli ipocri­ti che piangono e protestano per queste cose diminuisce inesora­bilmente sempre più. Quando lo scontro si fa aperto, quando il terreno politico imposto dalla classe è quello della guerra civile, quando lo posta in gioco è il potere, non vi è più spazio per i lamenti degli intellettuali che, con acuto senso pratico, sanno subito da che parte schierarsi. Ma, nonostante questo attacco selvaggio, tutta la strategia dei padroni è inchiodata alla tattica, all’esigenza di distruggere e di smantellare la figura di classe che con le sue lotte ha saputo met­tere in gioco il loro potere: la se­dimentazione e l’espansione dell’autonomia operaia e proletaria si dà ad un livello altissimo. La ripresa massiccia ed aperta delle lotte in quest’ultimo mese, dal sabotaggio alla Fiat, ai cortei du­ri degli operai e dei proletari di Milano, alle barricate dei disoc­cupati di Napoli, rende questo processo ancora più evidente. In questa situazione, che presenta una contrapposizione frontale fra indipendenza del proletariato e dinamica accelerata dalla crisi economica-politica-sociale è pos­sibile leggere nel percorso dell’autonomia operaia un passaggio che riesprime in nuove forme d’organizzazione, adeguate allo scontro che la crisi nella sua complessività impone, il pro­gramma comunista presente nelle componenti di classe che essa ha espresso; è il passaggio finalmen­te concreto al terreno del potere, all’esercizio pratico della dittatu­ra operaia. La caduta della bar­riera del valore, la coscienza del­la sempre maggiore arbitrarietà dell’iniziativa da parte capitalisti­ca, pone all’ordine del giorno in modo preminente un terreno di lotta rivoluzionaria contro il co­mando capitalistico. Ma dire que­sto non basta: si impone un pro­blema di sbocco politico e soprattutto un problema di modelli d’organizzazione. Vanno definiti gli aspetti materiali del processo ri­voluzionario. Ma quando si parla di sbocco politico dal punto dì vista della classe operaia non si può non fare riferimento ai mo­delli che storicamente essa si è data, e su questi impostare un analisi critica rispetto alla loro adeguatezza nella situazione at­tuale. Ai livelli che la fase attua­le dello scontro ha raggiunto, gli sbocchi individuali schematica­mente non possono essere che questi: o sbocco politico insurre­zionale, o sbocco politico istitu­zionale, o sbocco politico milita­re. La fase dello scontro oggi, in certi suoi dati, corrisponde a quella che nella tradizione rivo­luzionaria e comunista si è im­posta come l’alternativa classica crisi-insurrezione: accettare il ri­flusso del movimento, subire la sconfitta operaia o rispondere aprendo un processo insurrezio­nale. Quest’alternativa è stata continuamente riproposta nello sbocco dei più significativi cicli di lotte operaie. Ma ora, nella fase attuale dello scontro e nei suoi elementi di ricchezza e di maturità di comunismo, l’occa­sione rivoluzionaria non può darsi in termini di breve periodo. Malgrado la natura senza prece­denti di questa crisi, che va co­munque intesa come contraddi­zione insanabile fra sviluppo delle forze produttive e modo di pro­duzione, non si dà di quest’ulti­ma una precipitazione catastrofica. Infatti, la capacità capitalisti­ca di rendere più elastico il ci­clo produttivo, di rendere meno rigidi e quindi intercambiabili i livelli istituzionali e i centri di potere da nazionali a sovranazio­nali eccetera, riesce ad evitare una caduta verticale della capa­cità di coesione della società e dello stato. La possibilità insur­rezionale dunque, che prevede­rebbe nel breve periodo la possi­bilità di determinare da parte operaia un crollo rapido e verti­cale dell’economia, dello stato, di tutte le istituzioni capitalistiche, è scartata dalla nuova forma del rapporto lotte operaie/stato, lot­te operaie/multinazionali.

Lo sbocco istituzionale, d’altra parte, o porta con se il segno del riformismo sulla sconfitta e sul­la pelle degli operai, o è destina­to a non avere più alcun margi­ne e quindi ad essere spazzato via dalla crisi stessa. L’uso sen­za mediazione degli istituti rifor­misti, dal sindacato alle giunte rosse, oggi nella fase come appa­rati direttamente innervati sulla rapacità militare e di comando della società e dello stato del ca­pitale, la loro utilizzazione tatti­ci come strumenti da impiegare subito nella guerra di classe, ten­de a farne saltare qualsiasi uti­lizzazione strategica come ele­menti di legittimazione adeguati ad una fase post-autonoma. Impiegare immediatamente le « forze di occupazione » in un processo di attacco terroristico ne sva­luta irrimediabilmente le possibi­lità future. Inoltre, la ristruttu­razione multinazionale del co­mando complessivo capitalista e i suoi costi, restringe paurosamente i margini reali di una via riformista effettivamente in gra­do di, garantire concretamente le mediazioni necessarie.

È quindi nella forma specifica politico militare l’unica possibi­lità di portare avanti un pro­gramma di potere e di comu­nismo da parte di strati di clas­se che hanno reso possibile la maturità del comunismo, che hanno spogliato in ogni legitti­mità il dominio del capitale, che dimostrano praticamente ogni giorno l’irrazionalità della costru­zione al lavoro salariato. Se la legge del valore è stata distrut­ta dalle lotte, se il capitalismo ha terminato il sua funzione storica di produttore di ricchezza, se l’u­nica cosa che appare vera è il ten­tativo della classe borghese di mantenere con ogni mezzo il suo dominio su tutta la società, il piano dell’organizzazione rivolu­zionaria deve esplicarsi su que­ste direzioni: organizzare la vo­lontà dì massa di riappropriazio­ne della ricchezza sociale, colpi­re in modo organizzativo e ar­mato i centri del comando del padrone. Parlare di sbocco poli­tico militare come l’unica prassi adeguata ad affrontare il terreno di guerra di lungo periodo come terreno imposto dai livelli dello scontro significa però fare immediatamente chiarezza sui modelli organizzativi adeguati a questa fase. E significa quindi staccarsi da quei vecchi modelli adatti ad una situazione preinsurrezionale che sono ormai completamente obsoleti e assolutamente inadat­ti ad affrontare il livello alto del­lo scontro che oggi si impone, ma vediamo meglio cosa questo significa. Un modello d’organiz­zazione nato intorno ad un progetto che mette l’insurrezione all’ordine del giorno tende a di­videre dentro l’organizzazione l’aspetto politico dall’aspetto mi­litare andando ad approfondire la contraddizione fra partito ed esercito inteso come braccio ar­mato. L’aspetto militare è visto come limitato nel tempo, privo di carattere strategico, subalter­no rispetto alla faccia politica dell’organizzazione che si muove indipendentemente da esso. E nel momento in cui la parola d’ordine della insurrezione diven­ta obsoleta, di fronte alla sua impotenza pratica, finisce poi per entrare nel gradualismo, nel par­lamentarismo, nelle vie naziona­li e via via sempre degenerando.

Ciò che occorre capire in questa fase è che piano politico e pia­no militare si presentano uniti fin dall’inizio e non si dà l’esistenza di una pratica politica che non sia già dotata di capacità di attacco, di una capacità offensiva che diventa elemento strategico e non di servizio, che non è me­ra struttura tecnica. E come tale diventa punto di vista da pro­porre in senso organizzativo den­tro il movimento. L’altra faccia del problema deriva inoltre dal­la impossibilità in questa fase di isolare e privilegiare l’aspetto propriamente distruttivo dell’ini­ziativa. Quest’elemento sarà pre­valente in una fase successiva del processo rivoluzionario quando l’elemento distruttivo sarà deter­minante e l’attacco mirerà diret­tamente alla distruzione dei cen­tri di potere del nemico di clas­se. Ora ciò che va privilegiato è l’aspetto propositivo e le strut­ture politiche d’attacco vanno direttamente costruite dentro il mo­vimento. Occorre a questo punto però precisare alcuni punti. Il compito infatti per chi si pone il problema del movimento, o me­glio per chi dentro il movimento vuole fare emergere un punto di vista rivoluzionario non è e non può essere quello dell’assunzione di tutto ciò che il movimento e­spansivo dell’autonomia esprime nei mille comitati che sorgono spontaneamente, dei mille volti in cui la ricchezza del movimento appare.

Se un tempo, infatti, quando il problema era forzare rispetto a questo movimento espansivo ciò che bisognava sottolineare era­no i punti in comune che questo movimento nelle sue varie forme ed espressioni si dava, e su questi punti in comune costruire, coordinare, centralizzare; ora tut­to ciò diventa cosa vecchia, diven­ta il presente che va modificato. Non si tratta più di andare alla organizzazione piatta e fotografi­ca di ciò che già esiste in tutte le sue forme. Queste infatti pre­sentano sempre due facce: una difensiva, subalterna, disposta a farsi coinvolgere in un progetto di ricostruzione; l’altra, antagoni­sta, incompatibile, rivoluzionaria.

Questi due aspetti spesso cam­minano insieme dentro le 1000 strutture organizzative dell’autonomia, il problema è rompere verticalmente e continuamente questa connivenza, distruggere questa unità per fare emergere ed organizzare le strutture di con­tropotere comunista. Questo an­che a costo di un’apparente ral­lentamento del processo verso la centralizzazione. L’iniziativa poli­tico militare quindi acquista si­gnificato sul terreno della costru­zione di un potenziale d’attacco, di formazione di quadri comples­sivo, di formazione di 10 100 1000 nuclei organizzati sul pro­gramma per il comunismo.

 

COMITATI AUTONOMI BOLOGNESI

 

Da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III n.8-24 APRILE 1976

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