Da «nuovi ribelli» a movimento politico contro lo Stato

Da «nuovi ribelli» a movimento politico contro lo Stato

 

Nell’ultimo periodo il movimento si è trovato stretto nella morsa di comportamenti irriducibili e divergenti: da un lato la peste insurrezionalista e soggettivistica, dall’altro un gradualismo imbelle, un autocompiacimento dulcoroso e balbettante. Trovandoci oggi a dover sviluppare un’autocritica nostra e assieme una critica di movimento, non possiamo non riconoscere che la scissione prodotta da questa divergenza nel movimento ha mostrato quell’anello debole sul quale lo Stato e il revisionismo hanno rovesciato il massimo di violenza, sul quale essi hanno trovato il massimo di unità contro il movimento proletario.

Su tutto questo comunque nessun vittimismo.

Un anno fa, al Parco Lambro, il proletariato giovanile ha distrutto sul nascere l’ipotesi delle due società. Ha dimostrato concretamente di non poter essere compreso nel ghetto di «comportamenti alternativi», misto di pauperismo e comunismo in un solo appartamento. Si è scoperto produttivo tramite lavoro nero, interno al ciclo delle merci, produttore di ricchezza. Il «ladro di polli» di un anno fa è diventato ora soggetto politico contro il decentramento produttivo multinazionale, massa proletaria contro lo Stato. La diffusione delle tematiche dell’autonomia ha pervaso oggi tutti gli strati di movimento, tutte le organizzazioni di movimento. Anche gli opportunisti di sempre devono oggi fare i conti e misurarsi anche al loro interno con la produzione teorica e di lotte dell’autonomia operaia.

Un anno fa eravamo «i nuovi ribelli», ora siamo il movimento politico che ogni giorno si scontra con l’apparato dello Stato, nelle piazze e nelle fabbriche, che ogni giorno viene attaccato con odio e delazioni dall’apparato del revisionismo. Che ogni giorno mostra comunque di sapersi riprodurre e allargare, con una capacità, anche se per ora ancora troppo episodica e molecolare, di ricomposizione, dentro le lotte, di strati proletari che la crisi, la ristrutturazione, il revisionismo hanno separato o tentano di separare. Al di là delle parole di fuoco che gli opportunisti scrivono sui loro giornali, contro Seveso, contro il lavoro nero, contro le festività regalate ai padroni, contro le multinazionali, contro il revisionismo, nelle fabbriche e nelle piazze c’è materialmente, concretamente, apertamente, pervicacemente solo l’Autonomia. Dal Parco Lambro il movimento ha fatto molta strada ma ricordiamoci, compagni, che allora, mentre le forze opportuniste e neorevisioniste erano rintanate nelle loro sedi e nei sindacati a parlare di elezioni, unificazioni, scomuniche, e piattaforme alternative, i compagni «autonomi», le avanguardie di fabbrica degli organismi autonomi, gli studenti «che si rifanno alla cosiddetta area dell’autonomia» erano nelle piazze, sui giornali e in galera. Stavano costruendo i Coordinamenti operai metropolitani, migliaia di collettivi autonomi e segmenti di organizzazione.

Certo lo Stato non è rimasto a guardare: ha giocato le debolezze delle organizzazioni rivoluzionarie con estrema abilità. Tutte le forze di movimento, infatti, sono state inconsapevolmente sbattute tra un polo e l’altro: tra suicidio insurrezionalistico e affannosa ricerca di scorciatoie organizzativistiche. Lo Stato ha usato la tecnica del carciofo; non appena giunto al cuore ha colpito con forza. Lo Stato è riuscito per la prima volta a unificare in maniera coerente tutta la sua strumentazione; la stampa e la polizia, l’intera macchina del revisionismo. È nato un nuovo regime. E questo elemento va fortemente sottolineato: in questi mesi le lotte dell’autonomia hanno imposto allo Stato e alle forze del revisionismo un salto in avanti nella strutturazione dei meccanismi di controllo e comando. Il regime politico si è modificato nel senso che non ammette più rotture dell’unanimismo cogestionale, nel senso che ha identificato il suo nemico costituzionale (noi, l’autonomia) e su questo terreno non concederà deroghe. Potranno esservi rotture all’interno del sistema politico della borghesia, potranno esservi alternative di governo, ma per un lungo periodo «autonomia» risuonerà come «nemico costituzionale», come simbolo di tutta l’opposizione possibile, come spettro che emerge ovunque vi sia ribellione e quindi come bestia da inseguire e schiacciare.

Compagni, era ingenuo pensare che le lotte dell’autonomia operaia si potessero sviluppare senza soluzione di continuità. Contro la nostra forza la violenza dello Stato ha fatto giustizia di ogni primitivismo organizzativo e di ogni semplificazione di linea politica. Non è la prima volta che i comunisti si trovano in questa situazione: e per questa situazione, la situazione di questi mesi, di questi giorni, l’autocritica è completa e totale. Anche se il bilancio del lavoro di questa generazione di comunisti non è di qualche mese ma di ben dieci anni di lotte.

Ma assieme alla decisione ci vuole chiarezza. Chiarezza sul movimento, chiarezza sull’organizzazione, chiarezza sul programma. Una grande discussione su questi temi va aperta e sostenuta sui livelli di massa, per la linea di massa e per l’organizzazione. Neppure la forma della discussione può più prevaricare la realtà del movimento di massa: la discussione va interamente portata all’interno del movimento. È in questo senso che noi contribuiamo al dibattito. Usciamo dal ridicolo. Oggi, da una parte le organizzazioni dell’Autonomia si stemperano in un dibattito che non è neanche la parodia delle Tesi di Lione, dall’altra si verifica il massimo dello scollamento tra progetto comunista e organizzazione materiale delle lotte operaie e proletarie. Si tratta di ricostruire un rapporto corretto tra organizzazione e movimento. Prima di tutto sul terreno dell’inchiesta.

Siamo infatti convinti che la scissione che abbiamo registrato tra comportamenti insurrezionalisti e gradualistici abbia un fondamento reale. Essa ha trovato la sua base materiale nella sfasatura di lotta che si è data fra operaio di fabbrica e operaio sociale. Il movimento si è mosso sull’ipotesi di una unificazione tendenziale dell’interesse proletario, ma questa unificazione è rimasta tendenziale, e ha trovato troppo potenti controtendenze per potersi non solo realizzare ma addirittura mostrarsi come credibile. La consapevolezza autocritica di questo va trasformata in compito di conoscenza e di lotta. Su questo nodo teorico e pratico va rovesciata l’attività del movimento. L’autonomia deve cercare nuove mediazioni di movimento, sia in intensità che in estensione. Questo significa che va intensificato lo sforzo per intendere cosa significhi centralità operaia nel movimento, per verificare cioè come l’interesse operaio alla lotta contro il lavoro comprende in sé la totalità della prospettiva di liberazione per l’intero proletariato. Ma questo significa anche che va esteso lo sforzo per intendere che cosa significhi generalità dello sfruttamento capitalistico sul livello della società intera. Vi sono ampi strati proletari, ampi settori di lavoro produttivo che non sono stati toccati dall’iniziativa dell’autonomia: soprattutto gli strati terziari del lavoro amministrativo e scientifico. Una più alta e cosciente ricomposizione di movimento è possibile procedendo su questa inchiesta.

L’area dell’autonomia non ha trovato i suoi più ampi limiti in questa fase di lotta, anzi, li ha solamente intravisti. La stessa macchina capitalista, obbligata dalle compatibilità del mercato internazionale e dal comando multinazionale, non può che riprodurre instancabilmente momenti di frizione, di lotta e quindi di coscienza di appartenere al fronte proletario, su strati sempre crescenti di proletariato sociale. Le contraddizioni del salario e della spesa pubblica vanno sempre tenute presenti a questo scopo. Ma non basta: oggi il movimento può contare sull’irresistibile approfondimento delle contraddizioni sul livello strutturale, su quel terreno nel quale obbligo del lavoro e istanze di liberazione divengono sempre più antagonistici. Lo stesso sviluppo del capitale fisso mostra sempre più i limi ti dello sviluppo capitalistico: disoccupazione, malattia, distruzione, genocidio sono i frutti necessari dello sviluppo del capitale dinanzi alla liberazione delle forze produttive.

A noi non interessa più lo sviluppo del capitale, interessa solo lo sviluppo della forza produttiva del lavoro umano: il nesso dello sviluppo capitalistico lo hanno definitivamente rotto i milioni di omicidi bianchi, le centrali atomiche e il destino di morte che mostrano, l’immiserimento intellettuale e materiale del proletario, quelle infinite Seveso che sono tutte le metropoli del capitale, la violenza cieca e stolida del comando capitalistico. L’odio rivoluzionario verso tutto questo è l’anima dell’autonomia. Questo odio non può essere quantificato in piattaforme né ha bisogno di una proiezione etica, ma va solo organizzato scientificamente.

Lo Stato capitalistico (in organica e piena unità con il progetto revisionistico) conosce questo nostro odio. Contro di questo esso viene continuamente ristrutturandosi. Ogni momento di avanzamento del potere proletario, dell’aggregazione sociale proletaria autonoma viene scontrato con forza maggiore. Muoversi solo sul terreno dell’aggregazione di movimento significa ripercorrere sempre questo circuito infame: più organizzazione proletaria, maggiore repressione capitalista. Compito dell’organizzazione comunista è rompere questo circuito infame. Ma romperlo strategicamente non è possibile che dall’interno della linea di massa. Per cui la cellula comunista è l’organizzatore collettivo della guerriglia sociale. L’urgenza dell’autocritica in questo momento non può che condurci di nuovo alla verità della teoria: non c’è contropotere senza linea di massa. Certo la dialettica che su questo terreno si apre è estremamente complessa; ed è vero che a questo livello dello scontro di classe il contropotere è esso stesso un momento di conoscenza e di aggregazione. Ma attenzione, compagni! Riaprire un processo di movimento, ora a fronte di una ristrutturazione dello Stato e di un innalzamento della struttura repressiva, significa privilegiare, nell’indissolubile intreccio di forza e bisogni, il momento della linea di massa, il momento dell’intensificazione della mediazione di movimento attorno alla centralità operaia, il momento dell’estensione dell’area su tutti i settori del lavoro astratto e dell’esistenza proletaria. Nessun opportunismo in tutto questo. Il movimento dell’autonomia operaia non ne ha certo bisogno. Nessun opportunismo, ma piena e continua consapevolezza delle articolazioni pratiche, materiali della linea di massa; e soprattutto pieno sviluppo della dialettica, all’interno del movimento, tra linea di massa e capacità di iniziativa centrale.

Chi non coglie questo rapporto e confonde obiettivi del programma comunista e offensiva di movimento con l’autodifesa della propria organizzazione, chi riduce lo scontro di classe a una lotta tra «apparati» di «stati» diversi e contrapposti, chi nega il processo di costruzione del partito della guerra civile con l’autoproclamazione del «partito combattente», oggi, per la maturità dello scontro di classe, viene a porsi oggettivamente ai margini del movimento rivoluzionario. Oggi, cade la mistificante analisi che strumentalmente alcune forze hanno prodotto per anni: definire cioè il movimento diviso tra spontaneismo più o meno organizzato da una parte e un’organizzazione strategica dall’altra. Oggi l’autonomia ha espresso un livello di organizzazione militante tale che il confronto è solo confronto di strategia politica complessiva, ed è solo in merito a ciò che vanno tracciate le nuove discriminanti rivoluzionarie.

Solo riproponendo il rapporto organizzazione/movimento può esplicitarsi il supporto effettivo alla costruzione del programma, programma che va esso stesso visto come articolazione della dialettica fra espressione dei bisogni ed espressione della forza proletaria. Non possiamo nasconderci che, anche sul terreno del programma, molte sono le contraddizioni da scontare. Ma l’importante è che il punto di vista della maggioranza sia quello che l’autonomia fa proprio in maniera instancabile. Il programma deve vivere orizzontalmente attraverso tutti i settori di classe. La sua espressione in termini di liberazione non può che darsi come risultante di un processo di aggregazione di massa che l’organizzazione dei militanti permanentemente insegue, sviluppa, promuove. Questo è il terreno sul quale la forza va sviluppata: contro la militarizzazione delle fabbriche e del territorio che impedisce l’espressione dei bisogni maggioritari del proletariato, contro l’organizzazione repressiva della lotta di classe che vuol bloccare il movimento dell’autonomia e criminalizzarlo, contro l’«oggettività» dei limiti imposti dalle multinazionali allo sviluppo dei bisogni, contro gli effetti di distruzione e di morte che lo sviluppo capitalistico oggi determina. Il processo dell’organizzazione va quindi portato intero su questo terreno aperto di lotta. Abbiamo bisogno della forza che legalizzi i comportamenti illegali del proletariato, del contropotere che si espande fra tutti gli strati del lavoro subordinato, che occupa e tiene territori operai. Abbiamo bisogno del partito come organizzazione della guerra civile e direzione dell’esercito proletario.

Oggi, in questa fase che rappresenta insieme una sosta e un nuovo inizio, non abbiamo nulla da buttar via. Abbiamo solo da buttar via alcune posizioni che sono cresciute in maniera parassitaria sulla giusta linea: la giusta linea che, nel momento stesso in cui nega la delega alle forze istituzionali come rappresentanti organiche del potere, nel momento stesso in cui rivendica l’immediatezza dei bisogni fondamentali proletari come oggetto di lotta, non ha saputo comporre queste esigenze e questi bisogni in pratica politica complessiva. La rivoluzione non è un pranzo di gala: noi condanniamo gli errori ma anche li comprendiamo. Oggi però finalmente è il momento di fare «nuovi» errori: più avanti, verso la presa proletaria del potere. Non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene. E finalmente, a partire dai bisogni fondamentali del proletariato, abbiamo imparato anche a parlare di libertà in senso proletario e operaio.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno V – n. 19-20 – giugno 1977

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