Dopo Bologna: l’Autonomia

Dopo Bologna: l’Autonomia

 

Il dibattito fra i padroni

 

Riaprire un meccanismo di investimenti o continuare nella pressione deflazionistica, approfondendola ulteriormente? A questo problema, che oggi riappare e viene discusso sulle prime pagine dei giornali, i padroni hanno dato risposta da troppo tempo e l’hanno ribadita da troppo poco perché possano insorgere dei sospetti: la risposta è continuazione e approfondimento della politica deflazionistica. Certo, tutto questo comporta difficoltà anche per loro: e quindi la scelta deflazionistica viene sempre più riformulata con molte riserve e senza quella iattanza con la quale la si presentava non molto tempo fa. Modigliani si è messo i guanti per sparare con la stessa pistola. La sostanza dunque non muta. Come potrebbe d’altra parte mutare quando la direzione capitalistica, a livello mondiale, insiste su questa direzione?

La legge, com’è noto, è quella di reimporre un corretto funzionamento della legge del valore, in ogni caso, e cioè di riconquistare livelli di produttività adeguati ai massimi incrementi produttivi, e di ristrutturare il sistema, di gerarchizzarlo nuovamente su questa necessità. Il prossimo futuro sarà dunque caratterizzato dalla permanenza della pressione statale e padronale sul salario, sia su quello individuale ed operaio, sia su quello sociale e proletario. Anzi, l’attacco verrà portato in forma tanto più forte quanto più il padrone è convinto che la ristrutturazione sia proceduta, sia in termini economici sia soprattutto in termini politici. La chiave di volta del progetto è quello di imporre, attraverso la divisione della classe, un aumento non pagato del valore aggiunto, di riorganizzare la composizione sociale dello sfruttamento e di abbassare in maniera rilevante il costo del lavoro necessario alla riproduzione sociale. Andreotti e la Democrazia cristiana sono gli attori fondamentali di questa operazione, i gendarmi di un saggio di profitto riportato coattivamente a livelli internazionali: su questo problema non bisogna farsi illusioni: la crisi deve continuare.

 

Il dibattito fra i riformisti picisti

 

Anche all’interno del PCI è sembrato per un momento che la discussione si aprisse attorno a questi temi: il primo apparire massiccio delle conseguenze della crisi e il loro rendersi immediatamente politiche, con gravissime conseguenze sullo stesso corpo elettorale del Pci era sembrato, anche a quei picisti che hanno un’ideologia di olocausto sull’altare della ripresa produttiva costi quel che costi, ragione sufficiente per la riapertura del dibattito. Inoltre la Dc aveva respinto il celebrato ”piano a medio termine”: perché insistere sul compromesso storico di fronte ad un così colossale fallimento di tutte le aspettative? Amendola ha risposto, con la solita rozzezza staliniana, che il compromesso storico non si tocca: cioè non si tocca la politica recessiva, non si tocca la politica di accordo con la Dc. La ragione? Non ci sono alternative. Ed è vero: non ci sono alternative per una politica che voglia tenersi alla legge internazionale dello sfruttamento, non ci sono alternative riformistiche, c’è solo l’alternativa rivoluzionaria. Ma l’odio del Pci per la rivoluzione è tale che un’alternativa di pratica di lotta non è più nemmeno pensabile. Dunque, anche per il Pci, la crisi deve continuare, il dibattito a questo punto deve ripercorrere le vie mistificate che conosciamo, nascondendo quanto è in gioco alle masse. Di conseguenza il peso relativo del Pci, a fronte di questo colossale tradimento anche delle aspettative riformiste, sta continuamente declinando all’interno delle istituzioni. Sul terreno sindacale la contraddizione si è riaperta, nelle grandi città amministrate da giunte di sinistra le distanze fra amministrati e amministratori stanno diventando abissali. Non si può più dire che questo: la Politica del Pci, nella misura stessa in cui esso procede così speditamente verso la sconfitta, è suicida anche sul terreno elettorale, anche sul terreno democratico della rappresentanza. Altrove, in altri paesi europei, non appena questo pericolo si è presentato, altri Pc – invero non famosi per sapienza tattica – hanno preso le distanze: è il caso del Pcf, che non ha atteso un minuto per rinverdire la sua anima stalinista e la… dittatura del proletariato. In Italia la situazione si è talmente degradata che neppure una valutazione realistica dello svolgimento della crisi, dei meccanismi capitalistici del controllo e conseguentemente del fallimento politico dell’i potesi di compromesso sono più possibili.

 

Ordine pubblico e rinnovamento istituzionale / La svolta a destra della democrazia italiana

 

Quello che sta avvenendo è esattamente questo: una svolta a destra, colossale, non della Democrazia cristiana ma della Democrazia in Italia. Sotto l’ombrello della questione dell’ordine pubblico si sta velocemente ricomponendo un assetto istituzionale che da un decennio era stato messo in pesantissime difficoltà. Entrate adesso in un Tribunale: non troverete più nessuno che abbia il coraggio, non dico di opporsi, ma neppure di esprimersi in termini operai e rivoluzionari. Ma non sono solo i tribunali a presentarci questo nuovo ordine dell’istituzione; è un processo continuo, quello cui assistiamo, coerente nella direzione, consapevole delle sue strumentazioni necessarie . Il potere sta restaurando nelle istituzioni i criteri di valore e di comportamento che, a partire dalle grandi lotte operaie, erano per lo meno stati indeboliti. Questo riguarda l’intero assetto istituzionale, non solo quello statale propriamente detto. Riguarda in particolare la grande stampa d’informazione, riguarda tutti i settori di formazione del consenso. Un grande fronte ”moderato” è in formazione ed in assestamento. I suoi criteri di legittimitazione si organizzano sulla forza internazionale del capitale e sulla sollecitazione che la svolta carteriana imprime. D’altra parte, quando non si ha opposizione sul terreno istituzionale, potremmo pretendere timidezza

da parte dei gestori dello sfruttamento? La formazione di un blocco di destra, non reazionario ma moderato, profondamente attaccato ai valori del capitalismo internazionale, spinto verso l’applicazione democratica del ”modello Germania” anche da noi: tutto questo sta marciando e le uniche forze che vi si oppongono sono quelle dell’autonomia (anche se coloro che vedono sì passare sotto il naso questa tremenda modificazione e non hanno la volontà di combatterla, accusano l’autonomia di essere una causa dell’irrigidamento del potere!!!).

 

Si va allo scontro

 

Questa situazione non è ulteriormente sopportabile. Se volessimo misurare il grado di ristrutturazione raggiunto in Italia a fronte degli altri paesi ad alto sviluppo capitalistico, dovremmo dire che questo grado è ancora lontano dal potersi dire soddisfacente agli occhi del gran capitale, ciò nondimeno esso rappresenta un processo continuo e tendenzialmente ben avviato, tale cioè da produrre qualche compiacimento nel fronte moderato. D’altra parte, se non pensassero questo, pensereste che avrebbero osato mettere allo scoperto la loro volontà di rivincita con tanta iattanza? E tuttavia la situazione non si presenta facile: per condurre avanti la ristrutturazione in termini definitivi, per consolidarla in maniera irreversibile, almeno a medio termine, il capitale ha bisogno in Italia ancora di un paio d’anni. Su questo terreno e dentro questa dimensione temporale il capitale è ancora disposto a qualche giro di valzer con l’opposizione legale e forse anche a qualche cedimento nei confronti dell’autonomia. Ma solo su problemi marginali. Di fatto il capitale teme il riaprirsi dello scontro generalizzato, teme l’allargamento della conflittualità, teme la rottura significativa su qualche fronte della ristrutturazione. Il calcolo politico dell’autonomia è che oggi l’attacco è necessario, perché il processo di consolidamento del fronte moderato non si attui, perché i tempi della ristrutturazione vengano ulteriormente allungati e resi precari, perché l’instabilità del sistema venga accentuata e i processi di autovalorizzazione indipendente del proletariato possano a loro volta consolidarsi. Si va allo scontro perché oggettivamente l’accelerazione capitalistica della ristrutturazione e della formazione dello schieramento moderato lo determinano, ma soprattutto perché è politicamente, soggettivamente necessario nel punto di vista operaio.

 

Nel movimento: chi è fuori e dentro, chi è fuori e contro, chi è dentro

 

Dopo Bologna le cose si son cominciate a vedere con più chiarezza. Anche se prima si potevano largamente intuire. C’è chi dentro il movimento ci sta solamente perché non saprebbe dove stare altrove, ma ha l’anima e il cervello fuori. Lotta continua fa parte di questa specie di parassisti. Anzi ne rappresenta l’unica specie presente nel movimento: gli altri, parassiti non sono mai estranei, estranei fino in fondo. Perché dunque polemizzare ulteriormente con Avanguardia operaia, oppure con ”Il Manifesto”, o con il Movimento studentesco di Milano-Statale e con alcune propaggini che pretendono il nome di partito? Questi signori sono ”fuori e contro” il movimento proletario dell’autonomia, vogliono altre cose, anche se non abbiamo mai capito con precisione quali, se non forse qualche leggera modifica della linea picista. Torniamo dunque a Lotta continua. Qual è la sua politica oggi? È  quella del disarmo del movimento, utilizzando e mistificando la tematica dei bisogni: il bisogno del comunismo è infatti diventato per Lotta continua una tematica piccolo-borghese, da esprimere nella frustrazione della sua quinta pagina di lettere, è diventata la teorizzazione di ogni forma di organizzazione che non sia la sua propria organizzazione burocratica ed impotente, è diventata lo stupro continuato del bisogno armato del comunismo. Forse Lotta continua è ben avviata a diventare il reciproco italiano della francese Liberation, non a caso recentemente occupata dai compagni dell’autonomia francese. Da ultimo, tuttavia, la linea di Lotta continua sta, dopo Bologna, ulteriormente chiarendosi. Si sta Lotta continua ricollegando al cartello di Democrazia proletaria? Tutto dà a pensarlo. Prima di tutto la pericolosa china che il dibattito sulla violenza sta prendendo in quel giornale, poi la curiosa tentazione – sempre precisa nella sua determinazione – a chiarire chi sono i buoni e chi sono i cattivi, nel movimento. Basta, questo raggiunge limiti di delazione! Basta, non è certo l’adesione alla tematica dei piccoli gruppi o a quella dei bisogni che determina divisioni nel movimento: la divisione passa nell’analisi del capitale, della fase, delle classi, nel rapporto con le forze del movimento operaio ufficiale. Gli autonomi sono su questi punti anche troppo chiari. Lotta continua deve essere costretta al chiarimento prima che sia troppo tardi. Per lei. Essere nel movimento significa non solo accettarne la disciplina formale, che il giornale Lotta continua comunque di rado accetta: essere dentro il movimento significa accettarne le motivazioni rivoluzionarie. Lotta Continua le accetta? Senza distinguo, senza continue mistificazioni?

 

I punti fondamentali della crisi, il programma dell’Autonomia e alcune scadenze internazionali

 

Era nel programma dei padroni l’isolamento dell’autonomia, a tutti i costi. Occorre annientarla. Qualche parassita di movimento gli dà una mano distinguendo continuamente i buoni dai cattivi. Ma davvero l’autonomia è isolata? O non accade invece che tutti i termini dell’analisi della fase facciano riverificare la sua centralità politica? il capitale misura i tempi e i risultati del suo progetto di ristrutturazione sulla soluzione di alcuni problemi materiali. Guarda caso sono proprio quelli sui quali l’autonomia operaia e proletaria, a livello internazionale, ha identificato il suo terreno privilegiato di attacco già da alcuni anni. Questi problemi sono quelli della nuclearizzazione dello Stato, della restrizione della spesa pubblica, della repressione e del nuovo ordine pubblico, dell’automazione dei controlli e dell’ espansione sociale e multinazionale del lavoro non pagato, dell’allungamento della giornata lavorativa e della sua riorganizzazione. L’intelligenza strategica fa parte integrante dello sviluppo del movimento dell’autonomia. È  per questo che, in tutta Europa, dove c’è autonomia, essa appare attorno a questi cruciali problemi. Non certo per proporre soluzioni più valide: per proporre invece lotta, strategica, contro la strategia del padrone. Su tutti questi terreni la massa delle lotte, che si è venuta aprendo e consolidando, è enorme. L’esperienza dell’autonomia su questo terreno non ha paragoni nella recente storia delle lotte operaie e proletarie. Ne ha superato tutti i limiti quantitativi, ma anche ne ha approssimato le più alte dimensioni qualitative, come progetto rivoluzionario. Ora non si tratta qui di affrontare le determinazioni di queste lotte: viene fatto in altre parti del giornale. Qui si tratta semplicemente di chiarire che il capitale sente questo potenziale di lotte come elemento della sua definizione della fase, e che quindi noi dobbiamo insistere su questa specificità della definizione della fase. Il programma dell’autonomia vien fuori da queste determinazioni internazionali, quindi deve articolarsi sempre più determinatamente ad esse. Queste scadenze, sul piano internazionale, vanno tolte alla spontaneità vanno riportate all’organizzazione. Dall’Italia, dal movimento autonomo italiano alcune di queste scadenze possono essere anticipate ed organizzate per l’insieme del movimento in Europa.

 

Il terreno europeo come terreno centrale dell’iniziativa autonoma

 

L’omogeneizzazione del progetto capitalistico sul livello europeo è un dato che il capitale americano ha imposto a partire dall’ovvio presupposto che questa unificazione è stata prima di tutto imposta dall’unificazione delle lotte operaie e proletarie sul terreno europeo. In altra parte del giornale interveniamo per chiarire la ricchezza di questo contesto di lotte. Qui va solo ricordato che la realtà multinazionale delle lotte antinucleari, la circolazione di parole d’ordine e di esperienze di lotta antirepressiva (vedi l’ondata di lotta seguita all’assassinio di Baader e dei suoi compagni), il continuo stillicidio delle lotte sulla spesa pubblica (e dell’ultimo suo esempio: la lotta sull’ATM a Milano): bene, tutto questo propone un terreno multinazionale di scadenze di lotta. Su questo terreno deve venir ponendosi anche una prima tensione all’organizzazione non solo delle scadenze ma dell’organizzazione delle scadenze sul piano europeo. Ci hanno talmente rotto le scatole con il complotto europeo, contro Lama, contro Bologna, ecc. – bene, facciamogli il complotto!

 

L’organizzazione terreno principale

 

Tutti i fili dell’analisi di fase riconducono al problema dell’organizzazione. Se è vero infatti che il capitale tenta di concentrare la forza del suo passaggio su alcuni punti fondamentali, se è vero che il capitale vede questi passaggi come momenti fondamentali della sua ricomposizione in termini di potere, se è vero che nel fronte operaio e proletario si danno dei momenti di obiettivo rinculo da parte di forze opportuniste, se è vero che sul livello europeo si danno condizioni di ricomposizione delle lotte, allora il problema dell’organizzazione, oltre a proporsi come problema fondamentale sul lato soggettivo dell’esperienza di movimento (ed è indubbiamente l’aspetto primario), si pone anche come urgente dal punto di vista del discorso sulla fase. L’autonomia operaia ha scoperto e costruito la sua indipendenza sulla base della definizione dei processi di autovalorizzazione operaia: oggi questi processi vogliono essere portati contro lo Stato in maniera diretta, riunificata, ricomposta nelle motivazioni, in forma multinazionale. L’autonomia ha bisogno di molti compagni che comincino a girare l’Europa, come una volta facevano i compagni americani degli Iww sul loro continente, accettando la difficoltà di questo passaggio ma esaltandone la fondamentale continuità rivoluzionaria. Oggi, un’analisi di fase ci mostra elementi di potenzialità rivoluzionaria sull’intero tessuto europeo: rendere attuale questa potenzialità sarà come sempre un affare soggettivo e di organizzazione.

Perché non provarcisi, d’altra parte, se è vero che è ormai su questi terreni complessi e continentali, su queste dimensioni e solo su queste, che una politica rivoluzionaria (ma anche, a maggior ragione, come abbiamo visto, una politica capitalistica) è solo possibile?

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno V – novembre 1977

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