Editoriale

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L’attacco all’autonomia ostenta le sue caratteristiche di complotto, incredibile e ridicolo insieme, provocatorio e quasi ”innocente”, se non fosse feroce, con qualche venatura di poesia se non fosse trucido e folle. Eppure sembra raggiungere gli effetti che il nemico di classe si è proposto di perseguire: la menzogna strampalata e truculenta pare che paghi! Dopo Padova e Milano, Roma, ora Genova. Domani tutte le città!

L’ottusità del potere è evidente, tanto più quando riafferma una sua animalesca intelligenza, una sia pur ripugnante attitudine ad andare al sodo del problema, ogni volta che si rivolge contro la lotta comunista. Quelli che si vogliono colpire infatti non sono questi o quei compagni, fatto comunque insufficiente a perseguire qualunque obiettivo politico, ma si vuole molto più semplicemente attaccare frontalmente i settori sociali in lotta, il movimento comunista rivoluzionario nel suo complesso.

E se è evidente che il ”complotto” verrà ridicolizzato dal movimento e rovesciato interamente addosso a chi laidamente lo ha architettato, pure gli effetti della barcollante iniziativa giudiziaria si faranno sentire ben al di là di ogni logica elettorale. Così infatti il potere ha deciso. Si vuole incoraggiare lo scontro aperto con l’autonomia, misurare le forze. Si tratta infatti nel medio periodo da parte dello stato e dell’intero sistema di partiti di verificare la fattibilità di uno scontro frontale con l’intera sinistra rivoluzionaria del nostro paese, con migliaia e migliaia di militanti che sono cresciuti e maturati in questi dieci anni di lotta anticapitalistica. Si tratta di verificare se sia possibile l’accettazione coatta della dittatura del sistema dei partiti ”costituzionali” all’interno del modo di produzione capitalistico, su cui si fondano e prosperano, o come alternativa la riduzione altrettanto coatta alla clandestinità o alla semiclandestinità, in modo da estirpare o comunque regolare sul piano militare qualunque comportamento comunista antagonista.

Né si intravedono differenze apprezzabili tra i vari partiti su questo progetto. Anche se siamo abbastanza svezzati nel riconoscere sia il ruolo decisivo che il PCI ha venuto assumendo come supporto per la continuità del meccanismo di dominio e di sfruttamento capitalistico, sia i tentativi ridicoli, tristi e comunque falliti di questo partito di accreditarsi agli occhi della borghesia come capofila della controrivoluzione, non ci sfugge il ruolo subalterno e temporaneo che all’interno del complesso gioco della restaurazione capitalistica questo partito ha assunto. La disperazione è resa più evidentemente dal ruolo di provocatori, di falsi testimoni che la ciurmaglia di ”pentiti” disperati, falliti, alcuni adepti picisti vanno sempre più ricoprendo. Ma con altrettanta chiarezza non sfugge a nessuno di noi che oggi più che mai il dominio capitalistico poggia solidamente sulla Dc e le articolazioni dell’apparato statale, produttive e repressive. È proprio per questo che il destino del PCI è quello della sconfitta: una sconfitta resa più miserabile e bruciante all’interno del proletariato, se si considera la complessa articolazione sociale di questo partito, e se si considera il fatto incontrovertibile di aver rappresentato il punto di riferimento maggioritario, nonostante una strategia perdente e suicida, per un lungo periodo storico, della classe operaia e delle classi subalterne.

L’obiettivo della disgregazione dell’egemonia picista rimane uno dei capisaldi del programma comunista nel nostro paese, ed esso si gioca sui contenuti, sulle prospettive, e in definitiva sulla battaglia per la direzione politica degli interessi e delle lotte del proletariato.

Che la forma attuale della mediazione politica, del sistema dei partiti e delle istituzioni sia assolutamente obsoleta e incapace di affrontare con qualche prospettiva di successo i problemi immensi di controllo, di repressione, di continuità dello sfruttamento è cosa scontata e francamente ammessa da tutte le componenti costituzionali. Né il problema può essere circoscritto all’Italia! Un’occhiata a quello che succede negli altri paesi europei denuncia una situazione davvero desolante. Dappertutto, come formiche impazzite, gli ingegneri costituzionali sono all’opera a tamponare le falle sempre più evidenti. Di là, dopo secoli di ”alternanza” si vogliono introdurre le coalizioni, di qua dopo una eternità di ”coalizioni”, si vuole introdurre il sistema maggioritario. Dovunque, il potere si esercita senza base reale, anche parlamentare, di consenso, e comunque al di fuori di ogni corretta funzionalità ”democratica”.

L’evidenza del fallimento, nella crisi storica del capitalismo, di ogni sistema di rappresentanza e di mediazione – anche il più sofisticato – è lampante. La vecchia carogna delle istituzioni borghesi è capace di regolare l’emergenza delle nuove lotte e le contraddizioni mortali che il lungo dominio di classe incessantemente ha prodotto. Ma il punto che ci interessa è un altro, ed è la ripresa della lotta operaia e proletaria in tutta Europa, dalla Ruhr alla Lorena, da Parigi a Londra, a Barcellona, alla Spagna, al Portogallo. Dovunque il contenuto autonomo, l’insopportabilità del dominio capitalistico, l’opposizione ai processi di ristrutturazione a livello continentale, si fa più massiccia, più precisa.

Altro che complotto europeo dell’autonomia! Ed ecco, con geometrica precisione, il complotto capitalistico. Alla obsolescenza degli stati nazionali si fa seguire immediatamente la ristrutturazione sovranazionale, la conquista di un livello di comando adeguato a governare le nuove contraddizioni. Le elezioni europee, unità monetaria, i vari dispositivi polizieschi e militari si integrano, si alleano, si dispongono allo scontro frontale.

Altro che telefonate da Parigi! Il complotto non viene neanche nascosto, riempie i giornali, le televisioni, i vari strumenti palesi ed occulti della propaganda, della repressione, della lotta armata, delle iniziative legali e illegali clandestine e pubbliche che il capitale quotidianamente, scarica su milioni e milioni di proletari.

Alla faccia del riflusso, i padroni corrono ai ripari. Buon segno! Tutto diventa più chiaro. Mano a mano che il capitale vanifica ogni margine di democrazia, la lotta viene costretta a contrapporsi sempre più apertamente a questo effettuale e quotidiano tentativo capitalistico di restaurare il meccanismo di profitto e di dominio.

Il nostro atteggiamento sulle elezioni e più in generale sulle istituzioni non può che derivare da queste considerazioni. Mentre il sistema parlamentare è ormai svuotato anche dal punto di vista capitalistico, le stesse battaglie d’opposizione appaiono sempre più improbabili su questo piano. Certo, all’interno della nuova sinistra le distinzioni vanno fatte. Una cosa sono i compagni di Dp che vogliono rappresentare l’opposizione di classe; altra cosa quelli del manifesto e dell’Mls, che altro non sono che ridicoli travestimenti di posizioni interne al Pci; altro ancora sono i radicali, che hanno esercitato spesso il ruolo di tribuni e di accusatori verso i vari poteri.

Ma, se il rapporto con l’istituzione e la stessa scadenza elettorale va misurato sulla base delle necessità autonome, dei tempi di crescita del movimento, della sua forza, non c’è chi non veda che su questo terreno si è prodotto sempre sbandamento, confusione, e non tanto sul ruolo delle istituzioni parlamentari del movimento proletario.

L’esperienza di Lotta continua da questo punto di vista è esemplare: l’accettazione del terreno istituzionale ha caratterizzato sempre in questi compagni un atteggiamento di riflusso, di abbandono della lotta.

Se quindi il voto per una lista, fosse essa di classe o libertaria, non è in qualche modo significativo a dare ragione del terreno di scontro, la scadenza elettorale rimane quello che in effetti è: un passaggio importante per legittimare la dittatura di classe, del sistema del partiti, e in quanto tale essa va smascherata e combattuta.

Abbiamo identificato nel movimento del ’77 la ripartenza tumultuosa di un nuovo ciclo di lotta proletaria risultato dalle contraddizioni capitalistiche dentro la crisi e adeguato a contrastarne gli effetti. La riunificazione del lavoro sociale, la tematica dei bisogni proletari, l’antagonismo radicale al modo di produzione capitalistico si sono oggettivamente estesi e approfonditi. Ma altrettanto oggettivamente abbiamo assistito alla dispersione e alla separatezza, alla disgregazione, ad ondate di lotte cicliche formidabili per i contenuti che agivano ma incapaci di residuare una qualità di organizzazione adeguata a contrastare la spinta del capitale alla ristrutturazione e alla risposta che l’esistenza stessa di questo movimento continuamente richiede.

Grande ricchezza di contenuti, quindi, ma assoluta povertà di tattica, di metodo, di programma. Questa cattiva dialettica si può e si deve interrompere: la continuità e il salto all’interno del movimento si può e si deve sottrarre alle sue determinazioni cicliche e in definitiva perdenti.

Oggettivamente si danno lotte, antagonismi, comportamenti, di una novità profonda e sconvolgente, ma il programma comunista dell’operaio sociale, il suo progetto di autovalorizzazione sul terreno del potere marcia fra enormi difficoltà. Nelle metropoli questo problema sta diventando drammatico. A fronte di lotte di settore, dagli ospedalieri al pubblico impiego, agli operai delle grandi fabbriche e del lavoro diffuso, agli stessi processi di riaggregazione del lavoro precario, alle lotte sui prezzi sui servizi, sulla casa, non corrisponde un programma, un metodo, un peso organizzativo, capace di ricomporre le varie sezioni di classe, le varie tematiche della lotta, per riportarle al progetto comunista del contro potere proletario.

Ed è questo in definitiva il terreno immenso e ricchissimo su cui si gioca la continuità del processo rivoluzionario e l’esito stesso della battaglia che l’autonomia operaia organizzata porta avanti. Né corrisponde alla portata dei problemi, dell’attacco repressivo alla domanda che ci viene posta dai settori di classe, dalle necessità del movimento alla costituzione di un corretto rapporto organizzato, una strumentazione adeguata, sia sul piano generale sia su piano locale. Risolvere questi problemi è l’unica difesa che resta – a fronte dell’attacco statale – al movimento comunista.

I rivoluzionari, l’autonomia operaia l’intero tessuto dei militanti comunisti che sono maturati nelle lotte di questi anni sono consapevoli che il sistema dei partiti, nella sua totalità, l’intera articolazione sociale, la struttura di accumulazione e di sfruttamento del capitale a livello nazionale e internazionale si contrappongono con tutte le loro forze. Non è certo la guerra civile, che giornalisti tremebondi fanno balenare dalla stampa di regime; siamo molto più in qua, in una situazione altrettanto difficile e decisiva. Conosciamo i rapporti di forza, sappiamo quali sono i nostri compiti di fase, e siamo capaci di impedire e ridicolizzare qualunque tentativo del nemico di classe di spingere alla clandestinità il movimento e le avanguardie comuniste, e di mantenere aperta la continuità del processo rivoluzionario.

Certo non possiamo pensare di proseguire il progetto con continuità e gradualismo, come se nulla fosse stato.

A un salto di qualità dell’attacco dello Stato, deve corrispondere un salto di qualità nelle capacità di condurre le lotte. PRIMA FRA TUTTE LA NECESSITÀ DI UN SERRATO CONFRONTO TRA LE FORZE DELL’AUTONOMIA PER NUOVI LIVELLI DI INIZIATIVA OMOGENEA SUL PIANO NAZIONALE. Non vi deve essere interruzione sul piano del programma, né una rinuncia a unificare il terreno dei bisogni con il progetto rivoluzionario, al radicamento dell’organizzazione fra i proletari.

A partire da qui continuiamo la nostra battaglia per la difesa dei compagni in galera. Un ruolo importante assumono i comitati «7 aprile», come strumentazione comunista alla campagna che anche sul terreno della difesa e della propaganda bisogna condurre.

Ma ancor più importante è la permanenza e l’identità del programma, del progetto delle forze dell’autonomia organizzata. Da questo punto di vista tutti i terreni della lotta vanno sviluppati all’interno delle necessità che il programma comunista richiede. RICONQUISTARE LA PIAZZA, RIPRENDERE L’INIZIATIVA Dl PROPAGANDA, MA ANCOR PIÙ ORGANIZZARE LOTTE SUL TERRENO DEL PROGRAMMA PROLETARIO. I prossimi mesi saranno fertile terreno alla ripresa delle lotte sociali e di fabbrica sui bisogni. I contratti si chiudono lasciando la condizione degli operai invariata (e non sono gli scatti di contingenza a risolvere il problema del reddito), il nuovo governo dovrà inaugurarsi con una stangata tariffaria, l’inflazione riprenderà a galoppare la questione energetica e il programma nucleare acquisteranno ulteriore centralità nei piani di dominio del capitale.

Su questi terreni misureremo quanto la sovversione sociale si possa arrestare come «associazione sovversiva»! Qui i nostri compiti potranno esercitarsi interamente e correttamente all’interno della dialettica della guerra fra le classi.

INFINITE SONO LE POSSIBILITÀ DELL’OFFENSIVA COMUNISTA DELLA ROTTURA DELLA LEGALITÀ DELLO SFRUTTAMENTO, DELL’A FFERMAZIONE DEL CONTROPOTERE PROLETARIO.

 

 

 

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno VII – n. 32 – maggio 1979

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