Il comunismo è giovane e nuovo, è la totalità della liberazione!

Il comunismo è giovane e nuovo, è la totalità della liberazione!

 

— Chi lotta per il lavoro non lotta, si adegua.

Chi lotta per il lavoro fa i conti e non può non farli. Perché il lavoro per l’operaio non esiste, ma esiste il tempo di lavoro medio necessario a produrre la propria sopravvivenza. In quanto tempo? Questa è la domanda della produttività e a questa per il capitale deve riferirsi il salario e il salario misura i bisogni e condiziona le capacità. Questo è il sistema del lavoro salariato. Si chiami so******ta o capitalista, il modo di produrre non cambia, il comunismo è rimandato, è rimandata l’ora dell’uomo ed è affermato l’uomo di un’ora.

— So******mo vuol dire ancora lavoro. Lotta per il lavoro vuol dire rinunciare alla totalità dei bisogni che emergono da un dato livello di sviluppo della forza produttiva sociale, assoggettarsi alla fatica dell’orario e alla noia della divisione del lavoro per non essere costretti a distribuirsi solo il pane muffo della miseria, vuol dire delegare a corpi separati la connessione della attività sociale.

Il comunismo non è lotta per un altro lavoro, è lotta per l’abolizione del lavoro. «Il lavoro è già libero in tutti i paesi civili; non si tratta di liberarlo, ma di abolirlo» (K. Marx).

— Ma non basta «volere». Oggi noi vogliamo il comunismo in modo, fortunatamente, realistico perché realtà e immaginazione possono coincidere.

La composizione di classe che ha tirato le lotte e che è il soggetto politico della nuova fase storica sganciando il salario dalla produttività e dal lavoro, tende ad agganciarlo solo al livello di forza che questa composizione possiede; i senza-lavoro chiedono salario, le donne vogliono reddito e servizi e meno lavoro, smettendo di fornire una serie di prestazioni socialmente necessarie non pagate, diventando un importante fattore di crisi del capitale; gli studenti sganciano il loro reddito dal merito che li lega alla produzione scolastica, trattando scuola e famiglia come semplici controparti. Cosa vuoi dire tutto questo? La stessa lotta rivendicativa è lotta di potere, la lotta di potere è lotta per affermare la totalità dei bisogni.

— Bisogni. Sembra di mordersi la coda. I bisogni infatti non sono poi quelli di cui il capitale ti fa «abbisognare»?

Quando l’operaio scinde salario e produttività, produce nuovi bisogni, non più solo quelli di tirare avanti al livello più basso possibile socialmente, come il salario dato dal padrone tende ad imporre. E questi bisogni sono, in complesso, il bisogno di godere di tutta la ricchezza sociale riprodotta, sono «il» bisogno della totalità perché il proletario di oggi è il proletario del capitale multinazionale, è il proletario la cui non-preparazione specifica tende a coincidere con una generica adattabilità, mobilità, intercambiabilità che ne fa, come classe e potenzialmente come individuo, una totalità unilaterale.

— Sì, ma il capitale, l’appropriazione secondo il salario è appropriazione che riduce tutto al rozzo comunismo dell’avere, al senso dell’avere.

E invece no, perché il proletario che lotta, incomincia sempre più presto, è un ribelle prima di diventare un lavoratore, perché la talpa rivoluzionaria sta arando ogni campo di lotta, dalla famiglia, al quartiere, alla scuola.

No al rozzo comunismo dell’avere, alla semplice estensione della proprietà privata; «la ricchezza è… l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, degli individui prodotta dallo scambio universale… è l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che la precedente storia, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane in quanto tali, non misurato su un metro già dato. Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità… dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire» (K. Marx). Il grado di realizzazione della totalità umana può essere definito così: «sino a che punto il bisogno dell’uomo sia diventato bisogno umano, e dunque sino a che punto l’altro uomo sia diventato per lui un bisogno, ed egli nella sua esistenza più individuale sia diventato ad un tempo comunità » (K. Marx).

— Questo è il senso del nostro programma, la meta più o meno consapevole cui il movimento, il punto di identificazione tra la rivoluzione della vita e la rivoluzione che abolisce le classi, il punto di fusione della lotta proletaria come lotta definita dai suoi diversi, ma cooperanti soggetti, operai, studenti, donne, proletari senza-lavoro, omosessuali e «negri».

Infatti la rivoluzione ha da essere comunista. Perché l’operaio rifiuta il lavoro e non muove un dito per produrre di più; perché chi è senza salario non è senza salario per una mancanza di sviluppo capitalistico, ma per gli effetti del massimo sviluppo; perché chi è donna non si ribella perché non ha pari diritti, ma perché lavora due volte, perché la sua persona appartiene alla faticosa riproduzione dei bisogni meschini formati sulla misura del salario (di un altro per sovrappiù); perché chi è giovane non vuole il lavoro per far campare la famiglia, ma per liberarsi dalla odiosa servitù ricattatoria dell’appiccicaticcio affetto nutrito per «il figlio» da genitori di solito rimbecilliti dal salario e dal matrimonio; perché chi è studente non vuole professori e aule ma riscoprire la mente come funzione dei bisogni che si sviluppano e rompere la separazione dal resto della vita dove cercano di rinchiuderlo fisicamente e spiritualmente.

Se questo è vero, è anche vero che il dominio che si oppone al desiderio è oggi pura forza di conservazione, assurda perché ha esaurito ogni sua funzione storica: il potere è sempre più violento quanto più la sua bestiale forza ha smarrito ogni rapporto di giustificazione con il mondo che vuole conservare.

Quindi questo è un primo terreno sul qua riscoprire la immensa articolazione dei bisogni proletari che per affermarsi si fanno potere, si organizzano come potere contro il potere, violenza contro violenza.

Nessuna felicità in questa necessità storica: salvo quella di veder rinascere, nel lavoro di distruzione, la capacità inventiva e la forza di solidarietà di cui è capace il proletario che lentamente si trasforma in individuo com-unito.

— E per venire a noi, non è stato tutto questo l’annuncio che ci è venuto, solo l’annuncio, dalle giornate di Aprile?

Non è stata in embrione questa vastità delle figure proletarie e la forza della loro unificazione momentanea a gettare il panico nella borghesia?

Non è forse che la appropriazione del tempo come nostro, la sua invenzione devono passare attraverso una lotta lo strappi al padrone del tempo?

Lottare per il salario e per meno orario è riprenderci la vita, ma quale vita? Già, il tempo rubato è da trasformare con l’invenzione continua della lotta e dell’attacco, e il tempo liberato lo è se è critica pratica della organizzazione di vita, di abitazione, di ozio, di rapporti che il capitale ci ha consegnato.

E anche qui, rubare il tempo rubatoci inventando lotta contro il lavoro, fa il paio col prenderci le basi rosse nei quartieri, occupando case e ritrovi per organizzare da subito, e per difendere ed ampliare con la forza, lo spazio necessario a produrci come individui totalmente sviluppati, capaci di violenza e di tenerezza senza prezzo, di estensione della mente e di abilità fisica, di ozio ricco di sensibilità e di invenzione multilaterale.

Meno lavoro, più salario, appropriazione, organizzazione di lotta per inventare la critica pratica alla vita capitalistica.

— Ma se costruire il comunismo è rompere la divisione del lavoro, riprendere in mano individualmente e socialmente il nostro destino, trasformare gli stessi soggetti rivoluzionari, come potrà avvenire tutto questo se il comunismo non sarà fin da subito un progetto consapevole di liberazione?

Come potremmo arrivare all’inizio della storia della libertà, al dominio e all’uso sul prodotto del lavoro accumulato da parte dell’uomo, al prevalere del presente sul passato, come potrebbe essere tutto questo frutto di un processo inconsapevole, portato avanti da qualcuno per conto di altri? Comunisti e comunismo sono due facce necessarie dello stesso processo di metamorfosi sociale. Altrimenti il comunismo diventa, per definizione, un’utopia.

Il comunismo è quindi l’insieme del processo di liberazione e non è qualcosa, raggiunta la quale, cominceremo a liberarci.

Proprio per questo il comunismo è la massima tensione dell’individualità. Il comunismo è l’individualismo pratico, non ideologico, che può affermarsi materialmente perché ha l’intero insieme delle relazioni sociali come propria base.

Proprio per questo nessuna organizzazione sarà comunista senza i comunisti. Io e il comunismo: il comunismo dell’io e l’io del comunismo: questo è il processo che, tra mille contraddizioni, tende a produrre la vita come non più scissa specularmente tra pubblico e privato, interno ed esterno, attivo e passivo, dirigente e diretto, femmina e maschio, individualità e socialità.

Un processo è cosa dolorosa: non solo il capitalismo va distrutto, ma il suo prodotto, noi come parte del capitale.

La rivoluzione che si fa sarà lunga perché, come diceva Marx, bisogna che dentro di essa, assieme ad essa, si formino gli uomini rivoluzionari. Chi prima, chi dopo a questa banalità dello sviluppo ineguale e non contemporaneo è l’unica base che rimane alla concezione dell’avanguardia ma, insieme, la necessità e la possibilità che l’avanguardia parli per sé e per tutti senza bisogno di essere «confermata» da nessuno. «I proletari devono rovesciare lo Stato per affermare la loro personalità» (K. Marx).

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – supplemento al numero 15 – maggio 1975

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