Il rifiuto del lavoro

Assemblea autonoma di Marghera

Il rifiuto del lavoro

 

 

Pubblichiamo, per aprire il dibattito su questo tema, un articolo scritto nel ’69 dall’Assemblea Autonoma di Porto Marghera. Riteniamo, nonostante sia datato e per alcuni aspetti tocchi temi ancora oggetto di ampia discussione, che questo articolo sia un modo stimolante dl aprire il dibattito.

 

Che significa distruggere il potere dei padroni? Chi sono e che cosa vogliono i padroni?

Sembrano domande stupide ma in realtà sono fondamentali al fine di stabilire quella che deve essere la nostra linea politica contro di loro.

 

Quello che dobbiamo prima di tutto dire è che è falso il luogo comune che i padroni sfruttino gli operai per arricchirsi. Questo aspetto senz’altro esiste, ma la ricchezza dei padroni non è per nulla proporzionale al loro potere. Per esempio Agnelli in proporzione alle macchine che produce, dovrebbe andare vestito d’oro, invece egli si accontenta di una nave e di un aereo privato, cosa che può benissimo permettersi un altro padrone con una fabbrica molto più modesta della FIAT. Quello che interessa ad Agnelli è la conservazione e lo sviluppo del suo potere, che coincide con lo sviluppo e la crescita del capitalismo: cioè il capitalismo è una potenza impersonale e i capitalisti agiscono come suoi funzionari; tanto è vero che neppure i padroni sono più necessari al capitalismo, in Russia ad esempio c’è il capitalismo senza che ci siano i padroni. In Russia ciò che rivela la presenza del capitalismo è la presenza del profitto. Che la distribuzione del profitto sia ”più giusta” che in Italia è probabilmente vero, ma la rivoluzione comunista non deve rendere più giusta la distribuzione del profitto sociale, ma rovesciare quei rapporti di produzione capitalistici che creano il profitto. Bisogna rovesciare un sistema sociale che fa sì che la gente sia costretta a lavorare. In questo senso devono essere valutate anche le esperienze delle rivoluzioni cinesi e cubane.

Il capitalismo è sostanzialmente teso, prima di tutto, a conservare questo rapporto di potere contro la classe operaia e usa il suo sviluppo per rafforzare sempre di più questo suo potere.

Questo vuol dire che tutte le macchine, le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo delle industrie, lo stesso sottosviluppo di alcune zone, sono usati per controllare politicamente la classe operaia. Ci sono degli esempi ormai classici di questo comportamento capitalistico; ad esempio l’introduzione della catena di montaggio intorno agli anni ’20, è stata una risposta all’ondata rivoluzionaria che sconvolse il mondo negli anni immediatamente seguenti la prima guerra mondiale. Si voleva far sparire quel tipo di classe operaia qualificata che aveva reso possibile la rivoluzione russa nel ’17 e il movimento dei consigli di fabbrica in tutta Europa. La catena di montaggio dequalificò tutti gli operai, respingendo indietro l’ondata rivoluzionaria e modificando anche il modo di manifestarsi della lotta di classe; tutto ciò si tradusse in molti paesi in una sconfitta politica definitiva, in mancanza di una organizzazione politica che avesse la capacità di modificare il suo intervento secondo il nuovo tipo di comportamento operaio. Ma ora questa struttura tecnica si è rivoltata contro il capitale, producendo una massificazione delle richieste salariali che trova nella struttura così piatta del ciclo di produzione in fabbrica uno dei suoi motivi principali. Così il capitale sta rivoluzionando questa struttura cercando intanto di eliminare operai e di disporre gli altri su ventagli salariali molto più allargati di quanto non siano gli attuali, tutto questo attraverso l’introduzione della automazione, che si configura come un vero e proprio attacco politico alla classe operaia.

Questa manovra è già passata in America, e l‘unica ragione per cui i padroni non la hanno già ripetuta in Italia è perché essi non sono sicuri di poter controllare la risposta operaia a questo attacco.

Così si vede che il progresso, lo sviluppo tanto sbandierato dai padroni e dai loro servi, non è altro che un tentativo continuo di adeguare l’organizzazione del capitale collettivo all’attacco della classe operaia. Il progresso tecnologico non è mai qualcosa di neutro e di inevitabile, come dicono da sempre padroni e Sindacati ogni volta che si parla di licenziamenti per l’introduzione di nuove macchine. Proprio perché credono nella balla della neutralità della scienza, i Sindacati limitano in questi casi le lotte alla difesa del posto di lavoro e non affrontano mai il problema dal punto di vista della riduzione dell’orario di lavoro. Essi credono o fanno finta di credere, che sia vero quello che dice il padrone: che per esempio in quel reparto, con l’introduzione di quella macchina, non ci possono lavorare poniamo più di cento operai dei duecento del reparto, e che gli altri debbono andarsene perché vittime dell’inevitabile progresso.

Ma gli operai hanno una logica diversa: essi pensano che invece di lavorare otto ore in cento, dopo l’introduzione della macchina summenzionata, possono lavorare benissimo in duecento quattro ore a testa. Questa logica oltre ad alleviare il peso della permanenza in fabbrica, risolverebbe anche il problema della disoccupazione.

Gli operai non sono quindi contro le macchine, ma contro coloro che usano le macchine per farli lavorare. A chi dice che lavorare è necessario, noi rispondiamo che la quantità di scienza accumulata (vedi ad esempio i viaggi sulla luna) è tale da poter ridurre subito il lavoro a fatto puramente di contorno della vita umana, anziché concepirlo come la «ragione stessa della esistenza dell’uomo». A chi dice che da sempre l’uomo ha lavorato noi rispondiamo che nella Bibbia c’è scritto che la terra è piatta e che il sole gira attorno ad essa: prima di Galileo questa era la verità, era una cosa esistita da sempre, era il punto di vista scientifico. Ma il problema non è quello di dare dimostrazioni scientifiche, quanto quello di rovesciare l’attuale ordinamento sociale imponendo gli interessi di chi ha materialmente creato le condizioni perché ciò avvenga, imponendo cioè gli interessi della classe operaia. Solo affermando questi interessi, spezzando il potere politico che ad essi si contrappone, si può pensare di creare le condizioni di esistenza di una società migliore di quella attuale.

Per questo c’è la necessità da parte operaia di creare un’organizzazione che sia in grado di respingere il controllo politico dei padroni; di assumere tutto il potere necessario perché siano gli interessi di classe a trionfare. Attualmente sono i padroni, i loro meccanismi di potere che utilizzano tutto, dalla scienza alla lotta operaia, quando questa non si pone realmente l’obiettivo della distruzione dei rapporti di produzione, cioè sfuggire al controllo politico dei padroni.

L’esigenza di controllare gli operai politicamente, e di mantenere il loro potere, è tanto forte nei padroni, che per questo sono disposti anche a rimetterci denaro. Per esempio in America sono loro stessi che vanno contro il progresso. In certe fabbriche ad esempio, dove da tempo era stata introdotta l’automazione e quindi ridotto il numero degli operai, sotto le pressioni massicce delle lotte che si svolgono nella società americana, lotte che sono condotte soprattutto dai disoccupati negri, si è preferito ritornare ai vecchi sistemi produttivi per poter dar loro lavoro. Questo evidentemente non vuol dire che i disoccupati negri mirassero a questo risultato, ma dimostra l’uso che i padroni fanno della scienza, cioè il controllo politico che attraverso ad essa essi riescono ad esercitare sulla classe operaia. Questo comportamento dei padroni dimostra quindi due cose: primo, che il progresso non è un fatto neutro e che esso viene esclusivamente deciso secondo un particolare punto di vista che è quello del controllo politico sulle forze che possono togliere il potere al capitalismo; secondo, che questo controllo si esercita prima di tutto attraverso il lavoro; infatti i padroni di quelle fabbriche americane non vollero assolutamente, per poter far lavorare i nuovi assunti, ridurre l’orario a tutti, ma continuando a mantenere anche col nuovo organico l’orario di prima, a costo di ritornare alle condizioni produttive antecedenti l’automazione degli impianti. Insomma, il capitale è disposto a rimetterci, a costruire impianti tecnicamente superati, pur di controllare gli operai politicamente: per questo egli è diisposto anche a pagare della gente che lavori completamente a vuoto.

È qui che il discorso sul rifiuto del lavoro diviene attuale. Con questo sviluppo delle macchine è possibile lavorare molto di meno, a patto che le macchine inventate dalla moderna scienza non diventino monopolio esclusivo dell’America e dell’Unione Sovietica come succede ora, ma sia possibile utilizzarle in tutto il mondo. Bisogna imporre la logica operaia secondo la quale bisogna inventare tante macchine da ridurre sempre più il tempo di lavoro fino a farlo in tendenza scomparire. A questo punto parlare di so******mo non è più possibile, il so******mo è quello che c’è in Russia, una nuova organizzazione del lavoro, ma gli operai non vogliono questo, gli operai vogliono lavorare sempre meno, fino a far sparire ogni forma di costrizione effettiva al lavoro.

Non è vero che in questa società siamo liberi. Siamo liberi solo di alzarci ogni mattina e di andare a lavorare. CHI NON LAVORA NON MANGIA! È libertà questa? C’è una cosa che impedisce la nostra libertà: il lavoro; a lavorare in realtà noi siamo obbligati. Il detto secondo il quale il lavoro nobilita è un’invenzione padronale.

Quando tutti gli uomini saranno liberati dalla necessità di lavorare, perché avranno da mangiare, da vestire e da soddisfare i loro desideri senza lavorare, allora ci sarà la vera libertà! Noi sosteniamo che già adesso con le macchine che ci sono, sarebbe possibile realizzare molte di queste cose che dette così sembrano fantascientifiche. Al CV 16 per esempio, durante gli ultimi scioperi «contrattuali» del 1969, la direzione fece tenere in marcia le autoclavi di quel reparto servendosi dei nuovi strumenti per la conduzione automatica degli impianti: gli operai erano a casa e gli impianti con tinuavano a produrre. Per dimostrare di essere più forte, il padrone in quell’occasione non si curò di mandare all’aria tutti i discorsi sulla necessità dei lavoro umano.

Così nello stabilimento della Montedison Azotati c’è in funzione un calcolatore elettronico che conduce in «automatico»l’impianto di sintesi dell’ammoniaca: anche qui si punta sull’aumento della produttività e non ci si pone il problema della diminuzione dell’orario di lavoro.

In impianti come questi è molto più dimostrabile come l’interesse del sistema sia quello di usare il lavoro come forma di controllo politico sugli operai. Infatti la manualità dell’operazione e lo sforzo psichico sono ridottissimi; resta solo l’imposizione della presenza fisica dell’operaio accanto alla macchina, resta la violenza capitalistica che vuole l’uomo condizionato e asservito alla macchina.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 10 – maggio 1974

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