La diffusione delle lotte, il dibattito tra rivoluzionari, l’organizzazione nazionale dell’autonomia

La diffusione delle lotte, il dibattito tra rivoluzionari, l’organizzazione nazionale dell’autonomia

 

La chiusura delle sedi di via dei Volsci e di altre di movimento segna una tappa decisiva nella volontà dello stato, con il pieno appoggio del Pci, di puntare allo scontro frontale con le emergenze organizzate della autonomia operaia e proletaria. Le miserabili mistificazioni del diritto, ancorché occultare la natura del provvedimento poliziesco, nella loro arbitrarietà accentuano il carattere di guerra aperta che si vuole portare a questo straordinario movimento, che ha avuto la forza apertamente comunista di destabilizzare gli attuali equilibri della gestione capitalistica della crisi.

Queste operazioni vengono portate avanti dopo aver preso atto del fallimento del tentativo messo in atto dai settori moderati di spostare sul terreno generico della opposizione democratica, del gradualismo, dei tempi eterni del movimento senza principi, il grande ciclo di lotte in piedi ormai da un anno. Così le giornate antifasciste, bruciata ogni illusione costituzionalistica, si sono collegate all’iniziativa internazionalista, alla critica pratica alle articolazioni multinazionali del capitale che, concentrandosi in maniera pesante nella Germania socialdemocratica, ricorrono agli strumenti più efferati pur di conseguire una normalizzazione a livello europeo della lotta di classe rivoluzionaria.

Nella mobilitazione contro gli aumenti dei trasporti a Milano si sono espressi elementi di novità notevoli, nella permanenza, nella continuità, nelle articolazioni tattiche, nell’uso della forza diffusa, che hanno messo in crisi la mediazione riformista aprendo la strada alla disarticolazione del controllo a livello metropolitano. Il passaggio alla lotta generale sul terreno della spesa pubblica oggi appare non solo realistico, ma programmabile nei suoi passaggi determinati. A Torino le lotte allo straordinario alla Fiat, pur all’interno di notevoli ambiguità riformistiche, hanno offerto un terreno di ricomposizione tra proletari e operai su cui può marciare un programma comunista di drastica e generalizzata riduzione dell’orario di lavoro.

Nel mezzogiorno la lotta autonoma si è estesa sia nelle grandi città che in alcune concentrazioni industriali, riducendo ulteriormente le specificità e segnalando una crescita diffusa dell’iniziativa militante e del radicamento organizzato. Il dibattito operaio è ripreso con forza, con al centro l’evanescenza del compromesso storico rispetto alla ben più concreta realtà della ristrutturazione, della massima erogazione di lavoro, della ripresa del comando d’impresa, collocando nella prospettiva della rottura della mediazione istituzionale strati più vasti di classe operaia. Un ciclo di lotte si conclude, preparandone un altro più forte, più esteso; a questo punto la risposta statale era prevedibile, e non è mancata.

Il movimento si lascia dietro senza impaccio i detriti delle proposte istituzionali del Pci e quelle leggermente diverse anche se altrettanto sconfitte di Lotta continua. Il Pci non smette di produrre mostri ad una velocità davvero notevole: ora sogna un ”nuovo” movimento degli studenti e si arrabatta in tutti i modi con convegni, conferenze, ricatti, perché questo fantasma prenda, per così dirla, corpo. E anche questo fatto è un segno indubitabile della forza dell’autonomia operaia e proletaria, l’invenzione del ”nuovo” movimento prende atto della impossibilità materiale e politica di usare Lotta Continua come cavallo di troia per indebolire e riciclare nell’alveo istituzionale le lotte che si sono andate estendendo in maniera sempre più massiccia.

La piccola barca di Lc infatti è sempre più sballottata, e l’approdo quotidiano del giornale sempre più problematico. La parata dei buoni sentimenti, l’ideologia del piccolo gruppo, l’arbitrarietà delle assunzioni, il carattere catacombale della pratica dei singoli compagni, il confusionarismo permanente, l’assenza totale di legittimità sono una zavorra troppo pesante per segnare una qualunque via d’uscita. I singoli militanti, i gruppi organizzati, di questa esperienza che continuiamo a ritenere storicamente rilevante e per alcuni aspetti fondamentale, non hanno ormai che la scelta di saltai giù, venirne fuori, ricollegarsi al movimento, entrare senza indugi nei processi ben più esaltanti della crescita dell’autonomia proletaria. Il piccolo cabotaggio del resto, oltre che miope e colpevole si sta rendendo sempre più impraticabile. Chi non subisce tentennamenti di sorta sono i compagni delle Br. Il programma di sgambamento è portato avanti con precisione davvero aziendale. I caratteri assolutamente innovativi delle lotte nel nostro paese non hanno aperto crepe nelle poche ma confuse certezze di questi compagni. È estranea ad essi, non da oggi, la capacità di misurarsi con i nuovi terreni che la lotta contro il lavoro salariato e l’intera articolazione statale conquista nella prospettiva realistica di marciare verso lo scontro aperto, verso la guerra civile.

Ma qual è lo stato del movimento oggi, quali sono i problemi aperti, quali le possibili soluzioni? È  indubbio che il dopo-Bologna ha rappresentato una grande fase di chiarificazione, di assestamento di rilancio e di allargamento, con la crescita conseguente della sua forza. La tendenza generale che si intravede materialmente è la ricomposizione, l’estensione territoriale, la conquista di forme nuove di organizzazione e di iniziativa. La cattiva dialettica che si era instaurata nell’ultimo anno tra le forme assembleari di aggregazione e di direzione uscite dalle giornate insurrezionalistiche del marzo, e i livelli preesistenti di organizzazione più propriamente di partito, si sta predisponendo a una esistenza più corretta e per molti aspetti più soddisfacente. Essa consisteva in un incrocio assolutamente originale tra forza consolidata di organizzazione sulle basi del progetto politico e massificazione dell’illegalità come punto più alto di rottura della gestione della crisi e delle contraddizioni originate da questa gestione.

Non vi è dubbio che al mutamento della dialettica politica abbia giovato in modo grande il rafforzamento e in qualche misura il cambiamento qualitativo delle organizzazioni dell’autonomia.

Va rimarcato anche che le varie organizzazioni dell’autonomia hanno scontato disomogeneità notevoli nel rapportarsi al movimento; e che se esse sono state riportate di volta in volta alla diversità della composizione di classe, dall’impatto col procedere della stabilizzazione capitalistica, della mediazione riformista, della presenza più o meno consolidata dell’influenza dei gruppi opportunisti, pure, esse hanno pesato in maniera notevole sull’esito della lotta e sulla conquista della direzione del movimento nel suo complesso. Così l’autonomia operaia organizzata, a seconda delle circostanze ha finito più di una volta per interpretare e in qualche misura assumere l’atteggiamento largamente insurrezionalistico o l’altro ben più colpevole della separatezza, della politica del doppio binario, di una visione sostanzialmente gradualistica dell’organizzazione e del movimento. Abbiamo criticato e continuiamo a criticare con forza l’uno e l’altro atteggiamento: il primo perché porta ad appiattire tutte le funzioni di organizzazione all’interno delle lotte così come si offrono e in qual che misura a subirne la logica e la gestione assembleare, l’altro perché in modo assolutamente opportunistico colloca la crescita dell’organizzazione al di fuori dell’unica dialettica che la rende possibile, la conquista della direzione politica del movimento, la materializzazione organizzativa della sua forza effettiva.

La dimensione territoriale è l’unica congrua all’affermazione di questo metodo, la ricomposizione di classe l’unico terreno in cui esso può esplicitarsi interamente. Ma la rete organizzata è ancora troppo debole, e se da una parte garantisce l’insorgenza continua, la risposta puntuale alle singole iniziative del nemico di classe, non ha raggiunto la piena maturità nei livelli di organizzazione, di direzione della lotta, del contropotere proletario. Unica dimensione dell’esercizio della lotta di classe rivoluzionaria che permette il passaggio alla guerra civile aperta. È compito dei rivoluzionari spingere verso questo esito.

Oggi non si dà possibilità di pratica di programmi, di ricomposizione politica di classe, di conquista della direzione del movimento dentro le lotte se l’organizzazione del territorio non raggiunge la maturità piena del contropotere. Così come è altrettanto vero che l’estensione degli istituti del contropotere proletario di per se stessi appaiono insufficienti se non si conquista in termini organizzati il piano strategico intero di destabilizzazione a livello sempre più alto della iniziativa del nemico. La conquista della direzione nelle metropoli, nei territori estesi, è all’ordine del giorno. Ma essa di per se stessa è un livello ancora insufficiente al pieno dispiegarsi della iniziativa rivoluzionaria. È ormai all’ordine del giorno per le forze dell’autonomia il problema della organizzazione generale, del piano nazionale delle iniziative, della legittimazione piena del partito.

Va detto che la fase è felice per porre con forza il problema e non solo per rispondere agli attacchi sempre più feroci che il nemico di classe ci porta con sempre più insistenza, con una intensità proporzionata alla pericolosità dell’esistenza del nostro programma comunista, ma perché la soglia di partito appare sempre più necessaria alla dimensione nuova che il conflitto sta prendendo. Dopo la vittoria di Bologna le forze organizzate del l’autonomia sono venute materialmente ricomponendosi, nel metodo della unità, nella lotta politica e nel programma. Questo stato di cose, se pure non formalizzato, offre ulteriori occasioni verso la soluzione del problema della organizzazione generale. Il confronto su questo terreno è non solo possibile ma esplicitamente ricercato, e vanno messi in opera tutti i passaggi che la sua complessità richiede; nessun attendismo può essere tollerato.

Va da sé che nessun salto nei rapporti fra organizzazioni si può fare al di fuori della omogeneità del programma, crediamo comunque che su questo terreno molti passi avanti si sono fatti. Tre i punti che ci appaiono decisivi per impostare una tematica di programma: 1) lotta sul campo di lavoro per una riduzione drastica dell’orario di lavoro su cui fondare la ricomposizione materiale tra diversi strati dell’intero lavoro sociale, puntando con forza ad aggredire la fabbrica, a riportare l’iniziativa operaia dentro l’asse strategico del rifiuto del lavoro, funzione centrale nella lotta rivoluzionaria. 2) Attacco generalizzato alla spesa pubblica per fondare un terreno di autovalorizzazione proletaria sul reddito che prenda atto della obsolescenza della figura del salario come elemento mediatore del

conflitto e di valorizzazione della forza lavoro. Anche questo è un terreno fortemente unificante che, articolato a base territoriale, getti le basi del contropotere e conquisti in termini permanenti il carattere politico sulla base della forza, della riproduzione della cooperazione sociale. 3) Attacco alla dittatura del capitale fisso, che all’interno del progetto dello stato nucleare tende a ridurre fortemente la spesa pubblica per la produzione, per fissarla poi come costante dittatura all’interno del macchinario da contrapporre sempre più alla forza invenzione del lavoro vivo. 4) Legittimazione dell’azione rivoluzionaria  rafforzamento delle capacità di difesa e di attacco rispetto alla iniziativa statale, campagna per la liberazione dei detenuti politici, iniziativa conseguente contro la socialdemocrazia corporativa per vanificare ogni mediazione riformista e spuntare le iniziative repressive che da essa non solo vengono tollerate ma ormai continuamente richieste.

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno V – novembre 1977

Torna alla sezione

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.