L’autonomia organizzata di fronte al «dopo-Moro»

L’autonomia organizzata di fronte al «dopo-Moro» 

 

Il «dopo-Moro» segna un salto generale nella figura dello Stato. Tutti gli elementi che erano stati messi a fuoco nella lurida trattativa sulla ricomposizione del compromesso storico trovano ora, nella soggettività della «grande coalizione», la legittimazione per essere sviluppati, attuati, imposti.

Lo Stato compie il grande passaggio della dissoluzione della costituzione formale democratica. Non è certo il fascismo quello che ci aspetta: è una costituzione totalitaria borghese, i partiti e i sindacati diventano rotelle della catena di montaggio del comando. La magistratura è semplicemente un organo esecutivo del governo. Il sogno di tutti i borghesi giacobini si sta compiendo: attraverso la democrazia dei partiti tutto viene ridotto al comando unificato della borghesia. Il Parlamento è diventato – come il buon Pannella e i suoi amici radicali sono stati costretti a verificare – l’organo dell’unanimismo di regime. Il Parlamento è la vetrina dietro la quale le decisioni di piccoli gruppi di mascalzoni, seduti nelle segreterie dei partiti, vengono ritualizzate e consacrate: il rito è totale, c’è tanto poca probabilità che le decisioni dei partiti si realizzino quanto quelle che nella Messa il pane e il vino si trasformino in divinità.

Potremmo a questo punto riguardare punto per punto e sottolineare le caratteristiche di questa grande trasformazione. Non ne vale la pena: tutti i compagni sentono sulla loro pelle e nelle loro ossa questa trasformazione. Non vogliamo, noi autonomi, essere masochisti: abbiamo centinaia di compagni in carcere: l’ultimo scandalo è quello di Genova, dove la paranoia del potere giudiziario (tradizionale a quella città di mercanti picisti) ha superato se stesso. Potremmo dunque elencare le malefatte de potere: non ci interessa. Guardiamo piuttosto al cuore dello Stato: alla sua natura capitalistica, al suo interesse per la produzione e per lo sfruttamento. Qui si sta determinando l’attacco più feroce e più duraturo.

Il caso Alfa Romeo non è isolato. La costrizione al lavoro gratuito, la coazione lavoro – punto principale di incontro fra vecchi e nuovi padroni – è la linea sulla quale il potere si muove. A che serve l’unanimismo parlamentare se non si traduce in soldoni? E, come si sa, i soldi si fanno solo sulla pelle degli operai. La costrizione al lavoro gratuito o semipagato la troviamo ovunque: questo è il cuore dello Stato. Nel lavoro decentrato, nel lavoro domestico, nel lavoro nero, nella disoccupazione, nella scuola: ora, questo sublime dogma della borghesia – plusvalore assoluto per ricostituire la possibilità di estrarre plusvalore relativo, sfruttamento non pagato per poter perfezionare lo sfruttamento in fabbrica: che altro sono le crisi se non questo? –, bene, ora questo sublime sfruttamento deve entrare anche in fabbrica. Mentre vent’anni di lotte proletarie ed operaie hanno costruito il diritto alla liberazione dal lavoro, i porci stanno programmando i prossimi contratti sul progetto dell’intensificazione dello sfruttamento assoluto, in fabbrica e fuori della fabbrica. Questo progetto non è parto della loro fantasia è interamente contenuto nel programma delle multinazionali, della Trilaterale, di Carter, delle grandi banche internazionali. Ai piccoli porci italiani solo la possibilità di definire la porcina, particolare applicazione. Niente soldi, più lavoro, più flessibilità, più disoccupazione, più controllo sul lavoro decentrato. Basta leggere i nuovi organi del regime, quelli più intelligenti e – ormai – più allineati: La Repubblica, L’Espresso, i più porci insomma, per rendersi conto che questo progetto non è uno scherzo. Qui è il cuore dello Stato, interamente, completamente, e la caserma dei carabinieri è solo il reparto dei guardioni di fabbrica.

 

Br: malattia senile del comunismo

 

Abbiamo già scritto che le Brigate rosse non hanno nulla a che fare con l’autonomia. Abbiamo, nei primi giorni del sequestro Moro, scritto solo questo perché non facciamo parte di quella gente che rivendica sui giornali borghesi la propria candidezza dinanzi alle Br. Normalmente, quando si dice che i brigatisti sono compagni che sbagliano, si dice che sono compagni che sbagliano tatticamente. Secondo noi i brigatisti sono invece proletari che sbagliano strategicamente. Non è un mistero per nessuno: la rottura radicale e profondissima fra le Br e l’autonomia non è mai stata un computo di morti (da quelli di Padova in poi) e neppure una rivolta di anime belle. La rottura è storicamente avvenuta dopo l’occupazione Fiat del marzo 1973. I brigatisti pensarono allora maturo l’attacco al «cuore dello Stato» – e si fecero Sossi –, l’autonomia pensò che la forma del partito di Mirafiori, la gigantesca lotta di appropriazione del contratto e di sviluppo di contropotere di massa, – bene, che questa fosse la linea vincente e da generalizzare. Mai le cose si sono confuse. Il giudizio che noi diamo delle Brigate rosse è sinceramente ricambiato dai compagni delle Brigate rosse: anche loro ritengono che noi siamo proletari che sbagliano strategicamente.

Noi riteniamo la linea dei brigatisti completamente fallimentare. In dieci anni di combattimento non sono mai riusciti a fare un’analisi, una sola analisi che fosse giusta. Hanno combattuto il fascismo, convinti di trovarsi di fronte – girata la strada – quattro sporche camicie nere: «In Italia i carri armati, in Cile i sindacati», – più o meno questa è la falsificazione continua della situazione italiana che hanno prodotto per anni. E poi? Un cordone ombelicale incredibile – conoscendo l’intelligenza dei singoli compagni brigatisti – li ha tenuti legati all’esperienza organizzativa e teorica del Pci. Sempre. Un emmellismo di maniera, privo di qualsiasi esperienza di analisi maoista delle classi, gli ha sempre impedito di vedere i fenomeni nuovi della lotta di classe in Italia.

L’ipotesi delle contraddizioni nel sistema socialdemocratico del potere è l’ultima trovata strategica delle Brigate rosse. In realtà esse l’hanno solo assunto dai mass-media che gliel’hanno imposta. Così una classica azione di liberazione di condannati a morte nelle carceri speciali del regime – azione sacrosanta – è stata trasformata dai teorici del regime in azione di destabilizzazione. I brigatisti ci hanno creduto. È per questo che non sono riusciti a dare efficacia all’esecuzione di Moro, neppure quell’efficacia giustizialista che il primitivo progetto della loro azione prevedeva. Non hanno destabilizzato davvero un bel niente e, per quel che ci riguarda, siamo convinti che i  brigatisti siano i primi – ora che si avviano ad uscire dalle prime pagine dei giornali – ad esserne convinti. Speriamo solo che non vogliano rientrare nelle prime pagine dei giornali a tutti i costi, che l’assurda cerimonia di un’operazione di destabilizzazione che non destabilizza, di una rappresentazione d’avanguardia che non rappresenta, di una delega che non esiste, di un metodo che svilisce il rapporto fra organizzazione, masse e programma, che tutto questo insomma non si ricomponga nelle loro azioni, come «malattia senile del comunismo». L’Italia non è l’Argentina. Qui il capitalismo è una cosa seria, matura. Inutile lavorare per vederne il cadavere scorrere sul fiume della storia. La distruzione non ha in questo caso nessuna delega. O è immediatamente liberazione di masse intere o non esiste: è in quest’ultimo caso pura mistificazione.

 

«Doppio potere» per il comunismo

 

La teoria del «doppio potere» – come doppio potere stabilizzato in un lungo periodo storico – non è, com’è noto, una teoria leninista. Lenin ha sempre pensato che, al livello della composizione di classe a lui presente, non potesse darsi «doppio potere» che non vivesse solamente un periodo  rapidissimo. Il potere di organizzazione della borghesia, nel lungo periodo, è più forte – pensava Lenin – di quello del proletariato. Il compagno Curcio dichiara oggi, in una riunione del buffonesco processo di Torino, una teoria del doppio potere. Allora, delle due l’una: o questa rivendicazione viene fatta in termini leninisti (ed allora ci troviamo di fronte oggi ad una variante dell’ideologia putschista che noi riteniamo propria di larghi strati delle Br) oppure la rivendicazione viene fatta nei termini dell’autonomia. La teoria autonoma del doppio potere è la teoria e la pratica della diffusione territoriale del contropotere.

 

Una campagna di partito per l’autonomia

 

L’autonomia operaia e proletaria ha enormi problemi da risolvere nel «dopo-Moro». Sono problemi (sui quali ci soffermiamo in tutto questo numero di Rosso) insieme di tattica e di organizzazione. Ma è chiara una cosa: che la nostra strategia esce da questa vicenda Moro non solo riverificata come vera ed unica ma fortificata. Solo l’organizzazione territoriale di massa, che accetta ed esalta la nuova composizione di classe, che rifiuta la delega e sviluppa il movimento in centtralizzazione, che determina le grandi campagne che attaccano il cuore capitalistico dello Stato: solo tutto questo si di mostra – soprattutto davanti all’insensatezza frontale di un programma di attacco all’«autonomia del politico» che le Br hanno determinato – come fondamentale. Le possibilità di unità di programma delle frazioni dell’autonomia operaia non sono mai state così attuali, la continuità dell’iniziativa non è mai stata così reale, l’urgenza di un ulteriore salto non è mai stata così viva. Rimbocchiamoci le maniche, compagni! Abbiamo l’occasione per farcela. Il «partito del l’autonomia», il «partito di Mirafiori» che diviene la generalità del movimento rivoluzionario in Italia. Per quanti anni ci abbiamo lavorato? Oggi è a portata di mano.

Le autonomie proletarie sono disponibili, noi lo pensiamo, a questa nuova rottura e a questo nuovo balzo in avanti. Solo il partito dell’autonomia può efficacemente permettere a tutto il movimento, in tutte le sue settoriali specificità, di esprimersi con una radicalità particolare adeguata alla sua forza complessiva. Mai come oggi il tessuto dei bisogni ha trovato una tessitura nella quale il complesso delle sue componenti può avere soddisfazione. Dalla lotta di massa alla lotta militante, dalla lotta proletaria sulla produzione e su tutti i temi della riproduzione, alla lotta comunista per il potere: questo cammino possiamo percorrerlo esercitando contropotere di massa. Noi opponiamo a tutti la linea di massa, nel programma nell’organizzazione nella tattica, come momento fondamentale. Noi vinciamo su questo terreno. Una nuova epoca storica si è aperta nella quale il comunismo si oppone e distrugge il socia.lismo, nella quale il rifiuto del lavoro e la forza invenzione proletarie distruggono il capitalismo e il lavoro salariato. La disponibilità soggettiva a questa operazione di rifondazione dell’autonomia è enorme.

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno VI – n. 29/30 – maggio 1978

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