Le dimissioni della redazione romana…

Le dimissioni della redazione romana…

 

Cari compagni,

questa lettera ha lo scopo di motivare, sinteticamente e pubblicamente, la nostra decisione di interrompere la collaborazione redazionale e politica a «Rosso», già comunicata e argomentata nelle ultime riunioni. E per infrangere un costume consolidato nelle altre organizzazioni, saremo molto espliciti, al limite dello schematismo lapidario, perché ci interessa evidenziare i caratteri politici della questione più di quanto ci preoccupino utilizzazioni «esterne» di tipo strumentale. Non risparmieremo quindi le definizioni critiche perché riteniamo il movimento troppo intelligente per non valorizzarle adeguatamente.

Tutti noi sappiamo, e con noi i lettori più attenti di «Rosso», che sin da quando (n. 6 per la precisione) abbiamo iniziato la nostra collaborazione alla nuova serie di «Rosso» – giornale nazionale risultante da un accordo organizzativo tra i Collettivi politici milanesi e i Comitati autonomi operai di Roma – occupandoci prevalentemente degli argomenti economici e sindacali, numerose divergenze relative all’impostazione metodologica della nostra riflessìone politica, all’impianto organizzativo ed all’indirizzo e stile redazionale del giornale erano sul tappeto. Esse si possono così sintetizzare:

a) noi riteniamo che il giornale fosse troppo caratterizzato da asserzioni tanto enfatizzate quanto poco convincenti, da astrazioni a volte avventurose, da generalizzazioni spesso imprudenti, da un «codice» di organizzazione scarsamente comprensibile e soprattutto poco significativo, da un «irrealismo» informativo ed interpretativo ugualmente visibile tanto nell’analisi della realtà sociale che in quella dell’attività dell’organizzazione; troppo per potersi rivolgere ad un uditorio critico, intelligente, serio e reso giustamente diffidente dalla valanga di invenzioni e verbalismi scaricata sul movimento dall’attività politica e pubblicistica del post ‘68;

b) eravamo convinti che il giornale dovesse, oltre al linguaggio ed allo stile intellettuale, cambiare argomenti e indirizzi, per potersi rivolgere alla classe operaia della grande fabbrica che restava per noi l’elemento cardinale di qualsiasi iniziativa politica e organizzativa. Che cioè l’operaio della grande fabbrica dovesse assumere nel giornale, come oggetto e soggetto di un’analisi, come autore e lettore, quella centralità che nella struttura sociale e nella lotta politica non aveva mai perso;

c) il vostro interesse per gli «strati emergenti» (proletariato giovanile, femministe, omosessuali, etc.) e per nuovi, o riconcettualizzati, soggetti politici (l’«operaio sociale») è stato sempre ed è tuttora da noi condiviso. Ma proprio l’innegabile importanza politica di questi fenomeni richiedeva estremo rigore analitico, grande cautela investigativa, un approccio fortemente empirico (fatti, dati, osservazioni e poi ancora osservazioni, dati, fatti) più di quanto ne mostrassero alcuni articoli di «Rosso» in cui si poteva rintracciare uno stile da giornalismo d’assalto, e non mancavano affrettate concettualizzazioni di sapore marxiano, sociologismi di derivazione meno nobile e originale di quanto la terminologia altera, «feroce» e autosoddisfatta a volte impiegata volesse far credere. Uguale cautela, vorremmo quasi dire serietà, meritava a nostro parere la da voi decretata «morte» dell’operaio massa. E le argomentazioni «interne» spesso addotte a conforto di questa ben determinato orientamento politico-giornalistico, manifestavano insufficienze analoghe: proposizioni vere da almeno trent’anni, leggi non sempre legittimamente estrapolate, osservazioni presentate come teorie e teorie distrutte senza osservazioni, ipotesi interessanti solo se ed in quanto ipotesi o indirizzi di indagine. Tutto questo era presente nel magma di una riflessione pure percorsa da idee, suggerimenti, osservazioni interessanti, affascinanti, culturalmente significative. Il nostro dissenso quindi non deriva da una divaricazione tra ortodossi o tradizionalisti e innovatori, ma da un modo differente di avvertire le esigenze di sviluppo e approfondimento teorico. In altre parole il problema in questione è se sia o meno doveroso capire bene le cose prima di dirle agli altri.

Di queste divergenze avevamo tutti piena consapevolezza. La scelta comune e implicita è stata quella di far le convivere positivamente nel giornale, anche lasciando che si condensassero in due «anime» di «Rosso». Siamo poi arrivati al Convegno nazionale di marzo, in cui noi abbiamo sostenuto che il giornale doveva e poteva essere uno strumento espansivo dell’autonomia organizzata, finalizzato al suo rinforzamento nella grande fabbrica. Che esso poteva anticipare e travalicare l’organizzazione esistente e la sua penetrazione e composizione sociale nella direzione della grande fabbrica. Abbiamo, in seguito, proposto il numero monografico sul Pci per verificare la capacità di indagine e di riflessione dell’organizzazione nazionale su argomenti generali e su singole situazioni sociali locali. Il test è risultato negativo: soltanto i compagni dell’organizzazione romana hanno prodotto qualcosa che assomiglia a una inchiesta e in gran parte la redazione romana ha formulato qualcosa che si avvicina a delle riflessioni empiricamente fondate e dimostrabili.

La ripresa del giornale in autunno, richiedeva quindi, compagni, una più rigorosa consapevolezza dell’esperienza precedente, ben altra decisione a riorganizzare il giornale e meno vischiosità e passività teoriche e politiche di quanto sia emerso dalle ultime riunioni. Era per tutti chiaro che una prima esperienza, palesemente transitoria, era stata compiuta e che non sarebbe stato possibile prolungarla artificialmente.

Da ciò deriva la nostra attuale decisione. Nell’assumerla e nel renderla pubblica, però, riteniamo opportuno aggiungere alle considerazioni sopra formulate le seguenti riflessioni, relative all’area dell’autonomia organizzata.

1) L’autonomia operaia ha subito in questi due anni due rotture: la prima è quella profonda e vistosa, consumata verso la tradizione teorica e pratica operaista, di cui rimane il ricordo e la consapevolezza solo in pochi compagni, la cui dignità intellettuale non è bastata a arginare l’irruzione di un pensiero politico spesso volgare e approssimativo, in parte derivante dall’esperienza del Gruppo Gramsci; la seconda è quella intervenuta con l’ambiente sociale operaio, determinata da un processo di emarginazione dell’autonomia organizzata dalle grandi fabbriche, dovuta certo ad una relativa restaurazione del controllo riformista e sindacale (cui non corrisponde simmetricamente, a nostro giudizio, alcuna passività operaia), ma in egual misura imputabile alla «terziarizzazione» intellettuale e pratica della organizzazione. Ed è anche questo processo che ha impedito, a nostro parere, ai compagni della redazione milanese di seguire con più dati, informazione e lucidità l’evoluzione dei comportamenti operai.

2) L’ipotesi teorica e strategica dell’autonomia operaia, può realizzarsi soltanto attraverso una espansione concreta, stabile e consistente nelle grandi fabbriche, trasformandosi cioè in una organizzazione operaia (non nel nome, nell’ispirazione, nel programma, negli obiettivi, ma, finalmente!, nella composizione sociale e nella struttura della sua militanza e dirigenza). Un giornale o serve a questo progetto o è meglio non farlo.

3) Per tutte queste ragioni, ci sembra necessario riattivare una discussione seria e profonda in tutta l’area, senza «assi» privilegiati, senza addensamenti o frazionamenti parrocchiali, senza antagonismi intestini assolutamente inutili se è vero che il dato centrale emergente dalla situazione del movimento è che la somma complessiva di tutti i raggruppamenti, collettivi, comitati, pubblicazioni dell’area, raccoglie solo una piccolissima parte dei tre strati sociali e politici più significativi nell’attuale contesto: la nuova e vecchia leva di militanti operai di grande fabbrica; la militanza politica protagonista del ’68, della quale una gran parte giace dispersa nei rivoli di uno spiegabile rifiuto delle esperienze attuali; la nuova generazione di militanti di 16-18 anni che ha respinto e bruciato l’esperienza dei tre gruppi maggiori della «nuova sinistra».

Indirizzarsi a questi obiettivi, rendere tutta l’attuale autonomia organizzata più permeabile e preparata a questo compito, vale ben più che discussioni o conflitti interni di sapore vecchio. E tali erano, a volte, anche le discussioni delle nostre divergenze.

 

15 ottobre 1976

 

redazionale romano

Il collettivo  

 

 

                                                             

…la risposta della redazione milanese

 

Cari compagni,

la vostra lettera di dimissioni da Rosso è una lettera a metà tra il buonsenso e la malafede imbecille. Diciamo così, perché è troppo comodo (alias disonesto) partendo da critiche di metodo (di buonsenso) sulla «fattura» di Rosso (su cui conveniamo; basta pensare allo stato di improvvisazione e di volontarismo con cui noi della redazione milanese e voi, abbiamo fatto fronte a una serie di spaventose carenze tecnico-politiche dovute a una certa fase che l’area dell’autonomia stava attraversando) addebitarci uno schema teorico e di analisi della fase politica che non è mai stato della redazione milanese.

1) Che la classe operaia sia il motore della rivoluzione non ci piove, visto che siamo in uno dei nove paesi più industrializzati del mondo occidentale, solo che l’analisi marxista serve a superare il «dogma», ed a esaminare attentamente in ogni periodo storico le modificazioni che avvengono nella composizione di classe del soggetto sociale antagonistico al capitale. Ora a meno di essere ciechi (o peggio di non voler vedere) se la fine degli anni ’60 è stata caratterizzata dall’insorgenza dell’operaio massa col il suo impatto distruttivo contro la struttura della fabbrica capitalistica, l’oggi vede da una parte la proiezione delle lotte operaie dalla fabbrica al sociale (autoriduzione, reddito garantito, ecc.) dall’altra parte l’emergenza di nuovi strati proletari che non solo si affiancano all’operaio massa ma che ne ereditano e portano al massimo grado forme di lotta e obiettivi (si pensi in particolare alla tematica della appropriazione). Non ci interessa qui cristallizzare questo processo in una figura nuova emergente per cercarne di dare una definizione complessiva, ci interessa però dare per scontata la presenza di questa nuova situazione di classe, e una concezione di «classe operaia», minimo, un po’ più vasta e generale.

Nelle sue grandi linee questo processo di «proletarizzazione» della società tutta era stata esposta da Marx, circa 100 anni fa.

Di fronte a questo processo di socializzazione/terziarizzazione del capitale è compito di un giornale e di una organizzazione politica, di fronte a questo sterminato fronte di lotta, cercare di darsi un’impostazione complessiva, non rifiutare il nuovo (anche se non catalogabile e pensabile) per rifugiarsi nel sicuro «la grande madre» classe operaia intesa come forza lavoro maschile al di sopra dei 18 anni. Non si deve dimenticare la fabbrica certo; ma noi diciamo che siccome non siamo negli anni ’60, la lotta di fabbrica oggi non può ripartire se non arricchisce la sua tematica, se non riparte da questa situazione sociale profondamente mutata.

Questa è per noi la centralità della fabbrica degli anni ’70, la vostra ci sembra la centralità delle officine Putilov del ’17!

2) Parliamoci chiaro. Il vostro interesse per gli strati emergenti non c’è mai stato. Non si può mentire così spudoratamente. La vostra impermeabilità a tutto ciò che non è immediatamente salario (orario, casa, trasporti ecc.) è famosa. La sovrastruttura non è mai esistita per voi (tranne s’intende il sindacato, lo stato, la banca d’Italia, ecc.) non per niente scrivevate la pagina economica e non altro!

3) Tutto il ragionamento è coperto da un «operaismo da strapazzo» degno della peggiore tradizione terzinternazionalista. Ci sono insopportabili argomentazioni del tipo che per portare avanti una giusta linea di classe l’organizzazione deve essere fatta di operai, che il nucleo di acciaio del partito deve avere la maggioranza fisicamente operaia, che il partito deve essere «calloso» come le mani della classe (tra l’altro le mani callose stanno diminuendo vista l’applicazione della tecnica al processo produttivo, rilevazione fatta sul campo dopo anni e anni di volantinaggio fuori dalla fabbrica. Anche la redazione di Milano fa le inchieste!). Con tutto ciò non si vuol dire che il lavoro operaio non ci interessa, anzi, è il punto chiave del nostro lavoro. Che la difficoltà del lavoro di fabbrica provochi fughe in avanti o crisi, lo sanno tutti, ma buon dio non tiriamoci per il culo!

4) Noi riteniamo che l’esperienza di Rosso sia profondamente insufficiente. Rosso è stato molto spesso un giornale che ha vissuto sulla improvvisazione, sulla estemporaneità, che è riuscito solo in piccola parte a confrontarsi con il movimento in Italia, che pur nazionale nella forma e nelle intenzioni, nella sostanza sia rimasto chiuso al Nord e a Roma. Proprio per questo alla ripresa dell’attività avevamo proposto la definitiva «demilanizzazione» del giornale con una proposta di ana direzione nazionale effettiva (la segreteria nazionale di redazione che come nucleo promotore vedeva fin dall’inizio insieme i compagni di Milano, Roma e Napoli) che consentisse un confronto e una elaborazione a livello nazionale e consentisse di superare il burocratismo dei rapporti di forza tra le varie organizzazioni promotrici di Rosso che tanto ha pesato sulla vita del giornale.

I compagni di Roma hanno bloccato questo processo, e di questo devono assumersi la responsabilità di fronte a tutta l’area dell’autonomia nazionale! Questo non toglie che Rosso continuerà a uscire in una prospettiva di dimensione nazionale, perché è questo che il movimento dell’autonomia vuole. All’inizio avevamo parlato di malafede imbecille, ma viste le argomentazioni che avete portato alla rottura e siccome vi crediamo molto più intelligenti, crediamo che si tratti solo di malafede per fare passare per imbecilli gli altri.

Proprio perché vi crediamo più intelligenti siamo disposti a riprendere la discussione con voi, parlando di cose serie, considerando che questa lettera non sia mai stata scritta, appunto perché speriamo che dobbiamo dirci delle cose più sensate di quelle contenute nel vostro scritto.

 

La redazione milanese

 

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 13-14 – dicembre 1976

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