Liberare la vita dal lavoro

Liberare la vita dal lavoro

 

Piccole fabbriche dell’hinterland milanese

 

La lotta per perseguire la riduzione dell’orario di lavoro, dei ritmi, per combattere la monotonia del lavoro all’interno della singola piccola fabbrica isolata dalle altre è un programma di lotta difficilmente praticabile per il rigido controllo sindacale ivi presente.

 

La piccola fabbrica non va però vista staccata, come un qualcosa di autosufficiente, ma è sempre legata a qualche altra industria più grande, quasi come un reparto distaccato di un grosso complesso

industriale.

 

Nella nostra zona esistono una miriade di fabbriche legate all’ ALFA, alla IRE, alla MONTEDISON, alla SNIA. Il problema politico-organizzativo determinante per la nostra zona è riuscire a trovare il cordone ombelicale che superi la divisione fittizia creata dal capitale, unendo gli operai di tutte le piccole fabbriche a livello territoriale.

La crisi nelle piccole fabbriche assume poi delle forme estremamente repressive che vanno dai licenziamenti agli straordinari, al lavoro nero o a domicilio.

Nelle medie fabbriche dove persistono ancora oggi buone tradizioni di lotta la crisi trova una forte resistenza operaia. Ne sono una prova le fermate e l’autoriduzione dei ritmi praticata in un paio di fabbriche della zona (Contardo, Parma, Tex-novo). A organizzare le lotte in queste fabbriche è in moltissimi casi il sindacato, sollecitato dalle presenza di alcune avanguardie di lotta presenti ancora nella santa istituzione. Il sindacato se all’interno della fabbrica ha ancora una capacità di organizzare lotte nelle fabbriche, volutamente non generalizza certe forme di lotta praticate come alla Contardo ecc. La logica di affossamento delle lotte passa nella maggior parte dei casi indisturbata.

 

La precisa scelta che il riformismo persegue è non generalizzare, anzi reprimere i nuovi comportamenti operai tendenti a colpire direttamente la produzione al di fuori dei vecchi schemi di lotta sindacale.

 

L’operaio giovane

 

La nuova figura operaia antagonista del lavoro, presente nella fabbrica diffusa è l’operaio giovane. Questo è anche completamente estraneo all’ottica sindacale:

a) vuole appropriarsi già oggi dei processi di ristrutturazione in atto per ridurre al minimo le ore di lavoro e per sprigionare al massimo la propria creatività.

b) il comportamento comunista dell’operaio giovane è appropriarsi di tutto quello che produce. Di tutto bisogna espropriare il padrone per servirsene per la propria lotta.

c) tende ad autoridursi i ritmi, perché ha capito che lavorando poco produce già molto di più di quello che gli serve per vivere. Nel tempo che si sottrae alla costrizione della fabbrica riscopre man mano la sua creatività, quella che non può esprimere sul lavoro.

d) rivalutando la propria creatività è portato conseguentemente a combattere tutte le strutture borghesi anche fuori della fabbrica. Tutte le strutture che opprimono il proletario, che lo obbligano in qualsiasi momento ad accettare la schiavitù del lavoro.

La tematica del tempo libero non è più un ripiegamento compiacente sulle lotte passate del movimento americano che il capitalismo giornalmente recupera grazie ai suoi istrumenti. La musica, i concerti, l’aborto, gli anticoncezionali sono tutte tematiche che il potere può recuperare in qualsiasi momento. Se non isolate da quello che è l’esercizio del potere espresso nella fabbrica, nella scuola, o nel territorio dal proletariato giovanile.

Occorre superare la logica del «personale è politico» visto a sé come un momento staccato dall’esercizio del potere in fabbrica o nelle altre situazioni.

 

Lotta alla scomposizione di classe e organizzazione territoriale

 

Per sprigionare la propria creatività è essenziale liberarsi ed organizzarsi nelle situazioni dove il potere padronale trova i suoi momenti di maggior forza, dove avviene l’accumulazione capitalistica, dove avviene la scomposizione di classe.

È proprio nei confronti della scomposizione oggi presente che bisogna opporre un’organizzazione a livello territoriale dei giovani a prescindere dallo specifico ruolo produttivo che occupino.

Una via che noi stiamo sperimentando è il comitato a livello di paese. In esso sono presenti sia gli operai, gli studenti, gli edili, i meccanici, i disoccupati. La lotta viene articolata a livello territoriale. I compagni si organizzano nelle fabbriche per zone industriali ed al loro fianco hanno gli studenti, le donne ecc. Molti operai studiano anche; per cui è difficile distinguere le varie componenti del proletariato giovanile. La scuola, gli ITI ed i Professionali in particolare con la loro enorme affluenza di iscritti sono un terreno di lotta e di rifiuto dell’ideologia del lavoro. Gli ITI a volte sono, se così si può dire, le fabbriche più grosse presenti nella zona. Grazie a questa forza, alla concentrazione a cui sono soggetti, gli studenti sono spesso soggetti di ricomposizione del proletariato giovanile.

 

Conclusioni 

 

Per concludere la lotta per il tempo libero non può prescindere dalla lotta al lavoro, dalla necessità operaia di ricomporsi contro ogni divisine imposta dal padrone. Le lotte opinioniste le lasciamo ai radicali, ai borghesi, ai gruppi, creatori tutti di false ideologie.

Non solo, ma c’è di più. La lotta per l’appropriazione del tempo libero e il tempo libero stesso diventano terreno fertile di organizzazione proletaria. L’obiettivo fondamentale è di rovesciare la logica dell’articolazione territoriale del potere padronale in termini di attacco, di scontro duro contro di esso.

Se i centri giovanili e musicali, i bar, le latterie sono i luoghi dell’articolazione del potere padronale ci si appropria di essi e diventano centri di organizzazione politica di classe. Se la speculazione edilizia, manovrata da industriali e notabili democristiani controlla attraverso i fascisti e la delinquenza comune, la delinquenza giovanile politica, organizzata nei comitati autonomi diventa il terreno di attacco frontale contro i centri di potere della speculazione e delle mafie locali.

Se l’uso massiccio della Cassa integrazione (nella sola zona di Caronno 3000 operai) e i licenziamenti sia diretti o provocati (200 alla SORDELLI di Venegono, 100 alla DIFA, 40 alla CARTMETAL e forse 200 alla SAIR, tutte in zona Caronno) costituiscono la dichiarazione implicita da parte dei padroni dello stato di povertà in cui gli operai si vengono a trovare, questi operai trasformati in poveri (maggioranza giovani) organizzano la loro povertà in termini di riappropriazione della ricchezza prodotta.

La cassa int., i licenziamenti, la mobilità interna ed esterna significano per il padrone rompere l’organizzazione politica ed autonoma degli operai in fabbrica, la mobilità e gli spostamenti diventano strumenti di circolazione del virus dell’insubordinazione operaia.

È significativo che i giovani (operai, studenti, precari, disoccupati) passino gran parte del loro tempo libero nei bar, nelle latterie, nei centri giovanili, sportivi e musicali, organizzati territorialmente dal padrone, dallo stato.

Questi luoghi diventano un primo momento d’incontro e ricomposizione fra le componenti del proletariato giovanile, diviso e frammentato nel territorio. L’esigenza comune di tempo libero, di vivere la vita nel miglior modo possibile sottraendosi alla fabbrica, alla scuola, alla famiglia è uguale sia per lo studente, che per l’operaio, che per il disoccupato.

La conquista del tempo libero contrasta con quella che è la logica del padrone nella fabbrica, nella scuola ecc. La necessità di più tempo libero diviene allora un terreno di scontro molto importante. Più tempo libero non si ottiene facilmente, ma occorre organizzarsi in fabbrica per sottrarsi al controllo del padrone, del capetto, dell’operaio anziano affezionato al lavoro.

Se la lotta per sottrarsi al comando del lavoro in ogni singola fabbrica non è realizzabile, coordinarsi a livello di zona per condurre la lotta in più fabbriche assieme si presenta come il miglior modo organizzativo per combattere la scomposizione di classe perseguita dal padrone.

A questo punto le aggregazioni spontanee dei giovani nei bar sono un momento decisivo a cui dare una continuità organizzativa. Gli operai Siemens delle piccole fabbriche sull’esigenza del tempo libero si coordinano nel territorio fra di loro per non portare avanti delle lotte isolatamente.

 

Ricomposizione a livello territoriale del proletariato giovanile

 

Le lotte in fabbrica dei giovani operai si ricollegano nel territorio a quelle degli studenti o dei precari o dei disoccupati che vivono una situazione di marginalità nel processo produttivo. Studenti, precari, disoccupati inseriti pienamente nel mercato del lavoro (col lavoro nero, e part-time, a domicilio) esprimono una precisa richiesta di reddito per soddisfare i propri bisogni, la propria voglia di vivere.

L’ideologia del lavoro non passa fra gli studenti che bruciano i registri, fanno cortei interni, si organizzano in comitati di corridoio, si appropriano del materiale scolastico. I disoccupati passano a forme di appropriazione molto sostenute, altrimenti non potremmo spiegarci il diffondersi generalizzato del banditismo giovanile in molti quartieri operai. Tutti questi comportamenti del proletariato giovanile (fabb., scuol., terr.) indicano chiaramente il rifiuto al lavoro ed a tutte le sue articolazioni, l’esigenza operaia di vivere autonomamente dal padrone la propria vita.

Il terreno di scontro si generalizza dalla fabbrica, dalla scuola alla famiglia, ai concerti, al cinema, ai centri giovanili, ai supermarket.

 

Esigenza di organizzazione

 

La voglia di vivere meglio, di godere della ricchezza che si produce è più forte delle divisioni che il padrone e lo stato creano. Il compito di un’organizzazione autonoma è farsi interprete di queste esigenze di comunismo rinsaldando organizzativamente gli embrionali momenti di ricomposizione presenti nel proletariato giovanile.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 1 nuova serie – 9 ottobre 1975

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