Lo stato nucleare contro la liberazione delle forze produttive

Lo stato nucleare contro la liberazione delle forze produttive

 

L’iniziativa operaia affronta il disegno capitalistico di ristrutturazione dei rapporti di produzione e di dominio basati sulle nuove tecnologie energetiche. Ad un nuovo livello di sviluppo dobbiamo far corrispondere un nuovo livello di autovalorizzazione proletaria. 

 

La politica energetica, così come è stata formulata nei piani elettronucleari proposti dai maggiori stati capitalistici, rappresenta un enorme processo di ristrutturazione della produzione sociale. Non è il caso di ripetere qui analisi correnti sulle conseguenze che l’uso generalizzato dell’energia nucleare sul piano industriale comporta, dalla produzione di morte alla militarizzazione della produzione, dalla ripresa di comando dello Stato-Nucleare alla distruzione della forza operaia sedimentata nella attuale composizione di classe. Qui ci interessa piuttosto di evidenziare le contraddizioni che questo passaggio storico determina in un progetto di parte operaia, di analizzare la forma di questo enorme processo di ristrutturazione in rapporto agli interessi della classe operaia e del proletariato.

 

Sviluppo delle forze produttive e comando del capitale

 

Se lasciamo da parte ogni approccio basato su falsa coscienza, ideologia o dogmatismo, ci troviamo subito a dover affrontare un nodo fondamentale, come si rapportano gli interessi di classe con una fase di ristrutturazione tecnologica, che impone da un lato un poderoso balzo in avanti delle forze produttive sociali, dall’altro una ripresa capillare del comando capitalistico sui meccanismi di riproduzione del profitto?

Ogni salto tecnologico, ogni incremento dell’automazione, consentono, almeno in linea di tendenza, di ridurre il lavoro vivo necessario alla produzione sociale: il capitale fisso, in quanto lavoro morto incorporato nelle macchine, erogato dall”’uomo” nella sua storia sociale, tende a liberare l’uomo stesso dalla necessità al lavoro vivo. Lo sviluppo delle forze produttive rappresenta la faccia progressiva e liberatoria della scienza e della tecnologia all’interno del rapporto ”uomo-natura”.

Dall’altra parte ogni salto tecnologico è avvenuto e avviene dentro i rapporti sociali e di produzione capitalistici: alla diminuzione del lavoro necessario alla produzione sociale non corrisponde una liberazione della costrizione al lavoro, ma piuttosto un prolungamento del pluslavoro: questo comporta un aumento del saggio di plusvalore e del tasso di sfruttamento. Dentro i rapporti capitalistici di produzione la costrizione al lavoro non è un dato oggettivo dell’interazione dell’uomo con la natura, ma un rapporto di forza, un fatto politico, imposto col ricatto del salario. La tecnologia diventa quindi comando, oggettivato scientificamente nelle macchine, capace di dettare la coordinazione spazio-temporale del lavoro. Con l’ attuale enorme sviluppo dell’automazione e dell’informatica, lo Stato capitalistico si mette in grado di imporre i meccanismi del comando sull’intero tessuto del lavoro sociale. Così come il capitale dà forma alla estraneazione dei produttori dalla proprietà dei mezzi di produzione, così la scienza del capitale dà forma alla estraneazione dei produttori dalla capacità di conoscere e controllare il ciclo di produzione.

Questa contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e produzione di profitto, che rende il capitale e la sua scienza allo stesso tempo forze progressive e regressive, non è altro che la manifestazione aperta della contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio implicita nella natura della merce.

 

Auto-valorizzazione di classe

 

Quale può essere ora un punto di vista operaio sullo sviluppo della scienza, della tecnologia, del capitale fisso? Quale deve essere il criterio sulla cui base la classe operaia o il proletariato devono confrontarsi con i processi di ristrutturazione e, in particolare, con la riconversione dello Stato-Nucleare, per uscire dal dilemma castrante ristrutturazione sì-ristrutturazione no? A nostro avviso questo criterio non può essere altro che quello della valorizzazione dell’individuo sociale, della cooperazione sociale, in quanto esse rappresentano le più possenti forze produttive, che spingono in avanti il processo di liberazione dell’uomo dalla costrizione al lavoro. La riduzione del lavoro socialmente necessario e la riduzione generale del tempo di lavoro sono la misura quantitativa dell’interesse operaio in ogni processo storico di ristrutturazione: ed è proprio dentro questa riduzione del lavoro costretto che la classe si conquista nuovi spazi in cui liberare le proprie capacità di godimento, di invenzione, di socializzazione degli interessi e delle conoscenze, in cui spingere avanti in forma autonoma e collettiva un rapporto positivo con la natura. Questa valorizzazione proletaria operaia e proletaria però, non può procedere senza un’alternativa su terreno della produzione e della riproduzione che la classe mette in atto, appropriandosi potere e riappropriandosi ricchezza, contro i meccanismi capitalistici di accumulazione e sviluppo.

 

Lotte operaie e ristrutturazioni capitalistiche

 

Tutta la storia della lotta di classe è attraversata dallo scontro-incontro tra autovalorizzazione operaia e ristrutturazione capitalistica. Ogni qualvolta i processi di autovalorizzazione hanno attaccato sul terreno della produzione e riproduzione sociale, la società capitalistica è stata costretta a permanenti ristrutturazioni: dall’orario di lavoro alla sua organizzazione, dalle infrastrutture ai servizi l’impatto della lotta operaia ha strappato uno spazio antagonistico di potere sempre più ampio ed ha esteso con ciò lo stesso terreno dei processi di autovalorizzazione; la loro spinta poderosa ha forzato ed imposto i ritmi alla stessa valorizzazione del capitale, determinando riorganizzazioni sociali e ristrutturazioni produttive adeguate ai bisogni espressi dalle lotte stesse. Anche la scienza del capitale ha trovato in negativo, nello scontro di classe il terreno del suo sviluppo, le indicazioni sui settori di ricerca da privilegiare e sugli obiettivi verso cui forzare le capacità innovative della cooperazione sociale.

Ma l’intreccio tra le lotte operaie e ristrutturazioni capitalistiche non può essere un percorso parallelo che porta ad uno sviluppo lineare delle forze produttive, fino ad una società so******ta, così come vagheggiano i riformisti vecchi e nuovi di casa nostra.

La forza della lotta di classe si misura proprio nella sua capacità di attaccare e distruggere i rapporti sociali e di produzione, di estendere il potere operaio ad ogni livello sociale, di spezzare complessivamente la struttura del comando capitalistico. L’autovalorizzazione operaia è il percorso della libertà e del potere di classe, che non può essere imprigionato nella misera gabbia delle riforme capitalistiche. È pur vero che in molti passaggi storici interesse operaio o sviluppo del capitale, riformismo operaio e riformismo capitalistico, hanno potuto convivere, trovando una base di convergenza nello sviluppo delle forze produttive sociali: i grandi salti tecnologici che hanno caratterizzato il passaggio dalla produzione artigiana della manifattura, dalla manifattura alla grande industria hanno determinato processi tali di socializzazione della produzione e di sviluppo delle forze produttive che hanno consentito una crescita parallela della valorizzazione di classe e della valorizzazione del capitale, dando forma apparentemente unitaria e compatibile allo sviluppo capitalistico.

 

Lo Stato-Nucleare

 

Oggi invece, nello Stato-Nucleare, questa forma unitaria si rompe, gli interessi di parte operaia e quelli del capitale divergono radicalmente. Il piano nucleare, a livello mondiale, non è un progetto per produrre ed assicurare energia alla società, ma un vero e proprio piano di ”nuclearizzazione” della produzione industriale nel suo complesso, ed in questo senso assume l’aspetto del più colossale affare economico di questo secolo. Esso rappresenta la risposta capitalistica alla crisi degli anni ’70, il tentativo di rompere il modello della società dei consumi operai, di spezzare la figura del salario come motore dello sviluppo, di imporre il solo profitto come base alla propria riproduzione. Il salario deve divenire un puro costo di riproduzione della forza lavoro, ed il solo terreno lasciato alla classe operaia è quello dei sacrifici, del lavorare di più e consumare di meno.

Ma è soprattutto nella gestione della spesa pubblica che appare la feroce determinazione antioperaia, la volontà di attaccare definitivamente il reddito proletario, di imporre la logica d’impresa ad ogni livello dell’organizzazione sociale: gli indiscriminati aumenti delle tariffe dei servizi e dei trasporti pubblici, l’attacco alle pensioni, il ridimensionamento dell’assistenza sanitaria, il blocco delle assunzioni e l’affermazione dei rapporti di lavoro precari testimoniano del violento attacco che lo Stato-Nucleare ha sferrato contro ogni forma di salaroo indiretto che si nasconde nella spesa pubblica.

I processi di ristrutturazione dello Stato-Nucleare attaccano direttamente la composizione di classe degli anni ’60 e ’70, spezzano la forza dell’organizzazione operaia e proletaria che su questa composizione si è radicata.

La nuova stratificazione di classe porta direttamente sul capitale fisso: è la nuova gerarchia dei settori industriali, imposta dalla nuclearizzazione della produzione, che modella su di sé la nuova composizione di classe.

La riconversione nucleare non comporta affatto una liberazione generale di tempo di lavoro come conseguenza della riduzione del lavoro necessario alla produzione sociale. Infatti, da una parte esso crea un vasto esercito di disoccupati e sottoccupati, costretti al lavoro nero e precario, nelle peggiori condizioni di sfruttamento e di mancanza di garanzia; dall’altra produce un restringimento materiale del salario che impone un imponente allargamento del lavoro costretto per la riproduzione della forza lavoro: il secondo lavoro, il lavoro a domicilio, delle donne, dei bambini, il lavoro destinato all’autoconsumo, stanno diventando la realtà quotidiana di milioni di famiglie.

Per questi obiettivi il capitale non arretra davanti a nulla: anche la produzione di morte, purché si materializzi in merci e profitto, può essere un ottimo affare: e lo Stato-Nucleare ne fa il ricatto fondamentale che gli consente di legittimare il comando del capitale su tutto il tessuto sociale, nella sua forma più articolata e capillare.

La ristrutturazione, a questo punto, diviene forma del dominio: essa vuole agire a livello della singola unità produttiva, del singolo gruppo sociale, del singolo individuo. Il capitale fisso diviene esso stesso forma di comando e perde ogni connotazione di forza produttiva.

 

Blocco delle tecnologie nucleari

 

Per tutti i motivi sopra esposti si può affermare che oggi dentro lo Stato-Nucleare non vi è più mediazione possibile tra autovalorizzazione operaia e valorizzazione del capitale, né in termini istituzionali né in termini puramente economici. Che addirittura il progetto di ristrutturazione nucleare attacca l’autovalorizzazione di classe non solo nella sua dinamica propulsiva proiettata nel futuro sviluppo delle forze produttive sociali, ma anche nelle sue conquiste passate, sedimentate in anni di lotta, fissate spesso in leggi dello Stato. Il riformismo di parte operaia, da questo punto di vista, non può che giocare ambiguamente su due tavoli, in quanto pretende una compatibilità tra processi di ristrutturazione capitalistica e autovalorizzazione di classe che non è più data: e difatti vediamo il Partito comunista giostrarsi assurdamente fra ipotesi di appoggio e di opposizione al Piano Nucleare in Italia, a mistificare sviluppi positivi dell’occupazione che sono contraddetti dagli stessi portavoce del capitale, a minimizzare o spessore terroristico della produzione di morte, e in definitiva a combattere l’effettivo movimento di autovalorizzazione, così come esso si esprime. L’interesse operaio e proletario coincide oggi con il rifiuto più duro del piano di riconversione, con il blocco delle tecnologie nucleari, con la volontà di sbarrare la strada allo Stato-Nucleare. È in questo senso si impone la crescita di un movimento di massa capace di paralizzare tutta la produzione nucleare: non solo la costruzione delle centrali, ma anche l’attività di tutte quelle industrie grandi e piccole che lavorano nel settore o in settori connessi.

Il blocco delle tecnologie nucleari da parte della lotta operaia e proletaria, pone direttamente l’autovalorizzazione operaia come discriminante per lo sviluppo delle forze produttive; impone al capitale la necessità di sviluppare strategie energetiche che siano compatibili con i bisogni espressi dalle lotte; e forza su questo nuovo terreno la ricchezza e la capacità di invenzione della cooperazione sociale. 

 

 

da «Rosso. Per il potere operaio» – anno V – novembre 1977

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