Milano: un decumento della segreteria dei CPO per un programma di massa

Milano: un decumento della segreteria dei CPO per un programma di massa.

 

All’interno del movimento complessivo ed in partico­lare all’interno del movi­mento dell’autonomia operaia si propone spesso la tematica « so­viettista» come proposta di or­ganizzazione operaia e proletaria per la dittatura e per la transi­zione al comunismo. Noi credia­mo che questa proposta vada messa in discussione per verifi­care se tale modello è adeguato alla realtà delle lotte e della com­posizione politica attuale della classe operaia.

Ora, per modello «sovietti­sta» si intende quella forma del­lo Stato proletario che è carat­terizzata da un dissolvimento del­la struttura autoritaria e centra­lizzata del vecchio potere e dalla ricomposjzione molecolare di pun­ti di potere operaio e proletario, gerarchicamente svolgentisi dalla base al vertice, fino a ricostituire il potere complessivo della ditta­tura di classe.

La prima annotazione che va fatta è che questo modello soviet­tista prevede una serie di specifi­che condizioni materiali. La pri­ma è che la struttura produttiva sia una struttura molecolare, ta­le cioè che attorno alle singole unità di produzione sia possibile consolidare un momento di pote­re. La seconda condizione mate­riale è che, sul livello sociale, sia possibile aggregare in maniera omogenea strati sociali ed inte­ressi comuni (ovviamente in ter­mini di dittatura e di esclusione preliminare degli interessi bor­ghesi). La terza condizione ri­guarda la figura dello Stato con­tro il quale si combatte e per es­sa si prevede che le funzioni di questo Stato siano immediata­mente trasferibili alla diretta ge­stione delle masse, secondo lo schema molecolare di ricomposi­zione del potere.

Bisogna chiedersi se queste condizioni materiali si danno an­cora nella società del capitalismo maturo o se esse possono essere ricostruite. Non sembra che que­ste condizioni siano date né, tan­to meno, che possano essere ricostruite. Infatti la struttura del­la produzione capitalistica avan­zata (vera base materiale della ca­pacità comunista delle masse operaie e proletarie) non è as­solutamente molecolare: l’inte­grazione e la concentrazione della produzione, l’inerenza dei settori terziari sociali alla produzione so­ciale, il successivo dominio del la­voro astratto su tutta la società del capitale hanno distrutto il ca­rattere molecolare dell’organizza­zione capitalistica della produzio­ne così come hanno giustamente distrutto le mistificazioni del mer­cato « libero ». Ogni proposta di lotta « contro il monopolio» (sia oggi che soprattutto in un perio­do di dittatura proletaria) è una fandonia reazionaria.

Altrettanto poco reale è la se­conda condizione materiale pre­supposta dal modello soviettista: la condizione che attiene alla or­ganizzazione degli interessi omo­genei sul terreno sociale. Nella metropoli contemporanea infatti il «quartiere» è stato distrutto dalla pianificazione capitalistica, della conflittualità proletaria: il « quartiere» è stato al centro del­la lotta operaia, il capitale lo ha distrutto come entità omogenea, il proletariato ha portato conse­guentemente la sua lotta sul pia­no generale, sulla metropoli com­plessivamente. La articolazione e le stratificazioni del. mercato del lavoro non passano più, nella me­tropoli contemporanea socialde­mocratica, attraverso il quartiere ma sono state (insieme, dalla re­pressione capitalistica e dalla mo­bilità operaia) metropolizzate.

Lo stesso « ghetto» dell’emarginazione (sempre crescente dal punto di vista quantitativo) non può essere localizzato, nella me­tropoli contemporanea: il « ghetto » è mobile e orizzontale, e per­corre tutta la città. Ogni nostal­gia per il «quartiere» o per il « ghetto» è quindi puro e sem­plice populismo.

Infine è assolutamente irreale la terza condizione prevista dal modello soviettista: la definizione delle funzioni dello Stato. Come è noto, infatti, un tempo l’im­presa capitalistica accumulava profitto mentre lo Stato legitti­mava in generale lo sfruttamen­to. Oggi siamo già nel mezzo di una fase nella quale è lo Stato_che accumula mentre l’impresa legittima (sulla base dei tassi di produttività industriale diretta). Tutte le condizioni dell’ accumu­lazione sono nelle mani dello Sta­to, il capitale è direttamente Sta­to, la produttività sociale del si­stema è comandata, regolata, ar­ticolata dallo Stato. La regola­mentazione generale del mercato del lavoro (il rapporto cioè fra occupati e disoccupati, su cui ­in ultima istanza – tutto si fon­da) attraverso la articolazione del­la spesa pubblica, il gioco della fiscalità diretta ed indiretta, la ra­zionalizzazione della rendita, la fabbricazione del controllo poli­ziesco (come elemento struttura­le del comando del capitale) ecc. ecc.: questi sono solo alcuni pas­saggi attraverso i quali il proget­to di accumulazione direttamente statale si presenta. Anche da que­sto punto di vista il modello so­viettista è assolutamente irreali­stico.

Detto tutto questo dobbiamo comunque andare avanti con la discussione, perché il modello « soviettista» presenta altre ca­ratteristiche politiche (ed, in quanto «politiche), materiali perché fondate nella composizio­ne politica della classe operaia). La fondamentale, tra queste ca­ratteristiche, è la risoluta rivendi­cazione del carattere diretto, ina­lienabile, di base del potere ope­raio e proletario. Ora, è da dire che nella composizione di classe dell’autonomia operaia questa ca­ratteristica è straordinariamente accentuata. Proprio nella misura in cui il capitale rende comples­so e complessivo il suo comando sulla società, la volontà operaia e proletaria è tutta intesa alla riap­propriazione diretta del potere. Non si dà, a questo livello di composizione di classe, discorso sul comunismo che non sia nega­zione della delega e riaffermazione del carattere materiale e diret­to del « godimento del potere» (come dice Marx). Il modello « soviettista », non nella sua de­finizione storica ma nell’istanza di liberazione che produce, è dun­que attuale.

Posto così il problema ci tro­viamo quindi davanti ad una con­traddizione. Da un lato l’analisi delle strutture del proletariato e del comando statale del capitale ci indica un progetto di organiz­zazione per la distruzione del co­mando e per la transizione comu­nista che non sembra potersi con­cludere in altro che nel progetto della « rivoluzione dall’alto »; d’altro lato l’esperienza della lot­ta di massa ed il patrimonio di conoscenze e di desideri dell’au­tonomia operaia denunciano co­me tradimento ogni sottrazione (che intervenga dall’alto) dell’ini­ziativa rivoluzionaria della classe.

Ma questa contraddizione non è la prima né sarà l’ultima che si presenta nella lotta di classe e nel discorso teorico delle masse rivoluzionarie. Nella lotta le due  caratteristiche fondamentali del discorso, e cioè il carattere di massa e l’istanza di un potere di­retto ed immediato, si articolano in maniera spesso felice. Il pro­blema dell’organizzazione nasce dalla presa di coscienza di questa contraddizione, e cioè – insie­me – dall’esperienza della sinte­si che questi due aspetti trovano nelle lotte e della contraddittorie­tà in cui essi si situano nel pro­getto. Noi non dobbiamo nascondere gli aspetti contraddittori nei quali si presenta la lotta rivolu­zionaria oggi, dobbiamo anzi al­largarne la consapevolezza perché solo affidando alle masse la so­luzione di questi problemi la pro­spettiva rivoluzionaria può inca­nalarsi in maniera corretta. Altri­menti cadremo nella misèria del­le ripetizioni, nell’entusiasmo im­motivato: come è accaduto a troppi generosi compagni in Cile e in Portogallo. Noi non possiamo fin­gere di avere delle formule risolutive su questo terreno perché in tal modo siamo opportunisti e comunque diamo una mano all’opportunismo del riformismo (che, nella «rivoluzione dall’al­to », vede la soluzione di ogni problema).

Tanto più che, come sappiamo tutti benissimo, qui non si parla di teoria in astratto ma si parla del dualismo che tuttora esiste dentro l’azione politica dell’au­tonomia organizzata: l’iniziativa dentro le masse, di organizzazio­ne dei bisogni immediati delle masse, non è in realtà (per guan­to riguarda l’autonomia organiz­zata) ancora riuscita a determina­re un quadro di organizzazione e di programma che riunifichi ef­fettivamente la lotta contro l’ « al­to » dello Stato. In proposito noi sappiamo molte cose in negativo: sappiamo in particolare che è sui­cida staccare i vari momenti! Ma in positivo che cosa sappiamo? Di fatto siamo grandi organizza­tori di base dove spesso la spon­taneità potrebbe essere sufficien­te, mentre verso 1’« alto », con­tro 1’« alto », siamo spontaneisti di merda. Il problema dell’orga­nizzazione ed il problema del pro­gramma nascono assieme: dob­biamo mettere in contatto, fos­s’anche il corto circuito, i due poli del problema del programma e dell’organizzazione. Centralizza­re il processo di organizzazione dell’ autonomia operaia significa dunque essenzialmente questo: provarsi nel costruire parole d’ordine e scadenze di attacco allo Stato sulla base della diretta or­ganizzazione di massa e di base del proletariato, forzando le sca­denze di riunificazione in termi­ni non più solamente artigianali ma utilizzando i grandi strumen­ti collettivi di circolazione e di comunicazione (non certo nel senso tecnico) che son propri dell’esperienza di massa. Noi sappiamo che il « chi» e il « come » del processo rivoluzionario sono inscindibili: se perciò evitiamo le prefigurazioni astratte e le remi­niscenze erudite, è solo dall’interno dell’organizzazione, dei con­creti comportamenti delle masse, che possiamo risalire anche alla teoria dell’organizzazione e ad una pratica che sia immediata­mente pratica di lotta per la tran­sizione comunista.

Ma, da ultimo, torniamo su uno dei primi argomenti toccati: sul problema della straordinaria centralizzazione per l’accumula­zione che è propria dello Stato capitalistico oggi. È possibile, chiediamoci, analizzare e scom­porre, attraverso la lotta, l’orga­nizzazione complessiva dell’av­versario? È possibile costruire un progetto politico qui attorno? Noi crediamo che la forza della autonomia organizzata cominci a pervenire a questa maturità. E cioè alla maturità di un’analisi dell’azione dello Stato che, sui vari terreni, – politico, economi­co, repressivo – colga il disegno dell’accumulazione ed intervenga, coscientemente, a scomporlo, at­taccando un punto ed inseguen­done le sequenze, complessiva­mente. Facciamo un esempio: dobbiamo cominciare ad essere capaci di riconoscere nella gestio­ne generale della spesa pubblica una delle più feroci catene che vengono gettate sul proletariato. Ma la spesa pubblica, che costi­tuisce – forse in maniera de­finitivamente predominante ­uno dei più importanti mezzi di costruzione economica del con­senso (e quindi dell’accumulazio­ne), vive una serie di correlazioni e di limiti che derivano dalle sue varie connessioni, interne ed esterne, nazionali ed internaziona­li. Attaccare su un punto (per es., le spese per l’istruzione, il salario ai giovani, ecc.) ed even­tualmente vincere può essere im­portante: certamente non decisi­vo perché il potere, entro certi limiti, ricorre a sequenze di com­pensazione. Ma il programma e l’organizzazione operaia debbono essere capaci di inseguire queste correlazioni, di distruggere le compensazioni interne. In questo modo un disegno programmatico collega azione di massa e rivolu­zione «contro» 1’« alto». Ciò vale per la spesa pubblica, ma può valere anche per tutti gli altri aspetti del dominio statale. L’azione di propaganda di massa è su questo terreno fondamenta­le. Il progetto organizzativo de­ve vivere le dimensioni di un programma di massa. L’atonomia operaia in Italia ha sempre avuto la capacità ai muoversi su questo terreno, di essere maggio­ritaria anche quando sette operai la costituivano. E allora, quei magnifici sette, scoprirono non nel salario, ma nelle correlazioni economiche complessive della lot­ta sul salario, una chiave di volta dell’ organizzazione rivoluzionaria. Oggi siamo per lo meno settan­ta: è contro lo Stato che portia­mo direttamente la nostra rifles­sione.

 

COMITATI POLITICI OPERAI

 

 Da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III n.8-24 APRILE 1976

Torna alla sezione 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.