Quale scintilla può incendiare la prateria?

Quale scintilla può incendiare la prateria?

 

Le caratteristiche del momento politico sono chiare. Il capitale dopo mille e una manovra di appostamento, dopo cinque e più anni di incerto potere e di crescente potere operaio, ha oggi in azione quasi tutte le sue armi.

L’inflazione internazionale c’era già e aveva dietro la risposta alle lotte operaie. Si è aggravata con la crisi del petrolio e delle materie prime, che ha dietro mutati rapporti con le diverse borghesie dei paesi produttori, decisi a spuntare dai loro padroni prezzi più convenienti, soldi con i quali

cercare di rispondere alle tensioni rivoluzionarie che si trovano in casa.

Adesso si passa alla fase recessiva : dopo il salario si cerca l’attacco all’orario di lavoro; lo spettro della disoccupazione per reimporre l’affezione al lavoro, alla produttività. Un attacco al cuore del movimento: l’attacco al rifiuto del lavoro.

Al di là delle chiacchiere riformiste sulla incapacità del governo appena defunto la verità è che la crisi è internazionale, le multinazionali la guidano per ristabilire il loro comando sugli operai e per piegare in ogni parte del mondo quelle ”punte” di classe la cui forza è cresciuta e si è fatta minacciosa. I metodi variano. In Cile Kissinger-Nixon-Cia hanno potuto imporre la strage fascista per piegare gli operai. Contro una classe più forte, per come è composta e diffusa, come quella italiana, Kissinger e Ford incitano a pesantissimi impegni recessivi, ai ricatti della cassa integrazione e della riduzione dei livelli salariali, della perdita del posto.

Il programma del capitale è questo: imporre maggiore produttività, mobilità a fisarmonica dell’orario di lavoro, mobilità degli operai stessi per favorire la ristrutturazione; divisione tra i proletari senza salario e gli operai col salario, divisione tra fabbrica e società.

Questo è il senso della cantilena sui prestiti all’Italia condizionati, da Repubblica Federale e USA, alla attuazione dell’ipocrita comandamento fanfaniano: produrre di più e consumare di meno. Quando allora si parla di crisi di governo come di una malattia inguaribile del sistema politico essa va vista semplicemente come il tentativo del capitale multinazionale e dei suoi funzionari alla Casa Bianca di piegare la classe operaia italiana. Centrosinistra o no, apertura ancora più larga al PCI e ai sindacati o no: tutto questo deve passare sulla testa piegata della classe. Il «compromesso storico», a collo torto, gli operai lo vivono già nella sua parte di cedimento, di collaborazione, che il PCI offre costantemente.

Non dobbiamo arrivare ”seduti”, magari dopo un’altra stagione, a vivere un controllo ancor più rigido, una politica della produttività e del sacrificio imposta con l’autorità della collaborazione ufficiale del PCI col PSI e la DC.

A questo secondo tempo del «compromesso» dobbiamo giungere senza nessuna stabilizzazione in atto, senza il movimento a terra, anzi: «giù la testa, coglione» dobbiamo dirlo noi al padrone, non lui a noi. Ma quale scintilla allora ci può permettere di tenere vivo l’incendio, di farlo divampare?

Il primo punto di partenza sta dentro la fabbrica e si chiama salario garantito contro la cassa integrazione e i licenziamenti. Oggi però la lotta per la garanzia del salario si deve scontrare con pesanti mosse padronali – la Fiat insegna – e con altrettanto pesanti contromosse sindacali, tese a pagare riorganizzazioni produttive con assegni in bianco sul salario dell’anno venturo e con la svendita della rigidità dell’orario e della stessa forza lavoro. Per non pagare quindi oggi in fabbrica sperando domani in una ”bastarda” trattativa generale sulla garanzia, è di nuovo al centro la lotta alla produzione, all’organizzazione del lavoro, usando qualsiasi occasione di scontro per avere salario e averlo garantito. Anche influenzare la lotta sulla contingenza spingendola verso gli obiettivi più alti non può voler dire altro. Insomma rimettere in piedi la lotta operaia per arrivare, dove possibile, a prendere le fabbriche, trasformando così un tentativo di contrattacco padronale in un passo avanti del movimento. Fabbrica occupata oggi vuol dire non soltanto garanzia di salario ma sviluppo del salario e del potere sul territorio. Bollette, trasporti, affitti, prezzi: questi gli obiettivi da attaccare, sui quali fare crescere consapevolezza e organizzazione, sui quali unificare operaio e operaio, operaio e proletario, fabbrica e società.

Appropriarsi significa, come il movimento sta dimostrando, una coscienza implicita che tutta la ricchezza sociale ci appartiene; che oggi produrla e riprodurla, significa lavoro e fatica solo perché altri ribadiscono così le nostre catene, la nostra oppressione.

Appropriarsi significa riconoscere che il mondo che ci sta intorno è creato dal lavoro sociale e che spezzate le catene, rotta l’ossessione del lavoro e della fatica, possiamo incominciare a soddisfare l’insieme dei nostri bisogni: appropriarsi è il primo passo del comunismo.

Questo è il senso politico delle lotte che l’autonomia operaia deve riaffermare dentro il movimento, per questo, e non tanto per la lotta in sé, i riformisti l’hanno prima attaccata e poi minata col silenzio e il boicottaggio: Milano e Torino lo hanno insegnato.

A chi dice che questa è fantapolitica, rispondiamo che allora la fantasia degli uomini che lottano è tanto reale da vincere, da raggiungere l’obiettivo, come S. Basilio, Torino e Milano dimostrano. L’assenza di fantasia dei riformisti invece li fa perseverare sulla strada del «giusto» prezzo, chiamato politico perché trattato sulla base del «giusto mezzo» tra esigenze dei padroni ed esigenze nostre. Risultati? Inflazione più del 20% all’anno per due anni. Noi diciamo che non pagare è l’obiettivo. Possiamo anche pagare un prezzo «politico» , ma «politico» solo sulla base della nostra forza, dei nostri livelli di organizzazione: vogliamo tutto e vogliamo prendercelo: se non possiamo oggi (ma per potere domani) ci poniamo obiettivi meno alti perché, in molti casi, la nostra capacità organizzativa non è all’altezza della necessità.

A chi dice che siamo provocatori e avventuristi, fautori della guerra tra poveri, rispondiamo che solo la lotta diretta per prenderci le cose e gli adeguati livelli di violenza, pongono gli operai alla testa di un riunificato movimento proletario. Esperienze di Napoli, di Caserta; di Roma, di Milano lo provano: chi è stato fattore di divisione delle masse è chi ha manovrato con gli IACP e i Comuni, chi ha condannato l’azione diretta.

E infine compagni, avventurista a parole e codino nei fatti, è chi per anni ha promesso case, salario, trasporti, nuovi modi di vivere e lavorare, dovendo poi accontentarsi di «lotte parlamentari» e di «scioperi di protesta» contro le tasse, le tariffe e i prezzi che salgono e i salari e i salari che diminuiscono.

Noi non promettiamo niente. Noi siamo consapevoli che per battere la crisi capitalistica dobbiamo tenere presente la sua origine e la sua dimensione, internazionale come il capitale stesso. Che quindi il governo italiano non è altro che una specie di ufficio del grande capitale internazionale.

È allora inutile trattare l’impossibile per poi spalleggiare l’unica cosa possibile: la richiesta di produttività e sacrificio.

Azione diretta per prenderci le cose, per lottare sul salario, per garantirlo e svilupparlo, per faticare e lavorare sempre meno.

È questa necessità e non astratti principi che ci impongono oggi di non prendere in giro il movimento sulle necessità che la lotta comporta.

S. Basilio è stato possibile perché la violenza proletaria è cresciuta fino alla risposta armata. Di fronte ai livelli di crisi, alle minacce e attuazioni di cassa integrazione, alle inarrestabili ascese dei prezzi, ai ricatti politici che vengono d’oltre atlantico, alla repressione terroristica attuata su settori nazionali di classe operaia come il Cile, l’attacco armato dei compagni che hanno colpito l’ITT a Fizzonasco nel deposito della Face Standard assume oggi oggettivamente l’aspetto di indicazione perché si colloca dentro una logica di prosecuzione militante della lotta operaia, perché punta il dito (scusate il fucile) contro il nemico principale.

Che poi ci sia chi incita la polizia a «sorvegliare» meglio la proprietà privata dei boia internazionali dell’ITT responsabile di 100 mila morti operai solo in Cile, non ci scandalizza, solo ci impegna a chiarire il senso politico della lotta armata dentro la lotta operaia, contro i riformisti che, per un piatto di lenticchie, svendono le capacità del potere operaio per farsi valere. Né ci scandalizzano gli ultimi arrivati del neo-riformismo: i chierichetti dell’ex-sinistra rivoluzionaria. Appena la tempesta politica della crisi e della lotta si è delineata all’orizzonte, le aquile dei gruppi sono diventate galline spaventate e oggi, di fronte alla iniziativa armata, incapaci di ogni discorso politico si limitano all’insulto: «megalomani», «avventurismo isolato» strillano, e convocano manifestazioni per gridare « il compagno Enriquez sarà vendicato, dalla giustizia del proletariato». Compagni, a furia di urlare e di condannare le concrete vendette, le ritorsioni reali, questa parola «proletariato» rischia di diventare come la divina provvidenza e il castigo dell’Inferno per ”i cattivoni” che intanto prosperano.

Siamo seri: ci si sgola gridando al golpe al golpe, facendo cerimonie per le morti degli «eroi», mentre ci si scorda di attaccare il riformismo straccione che ci governa e quello che controlla le lotte e aiuta il governo, e mentre, soprattutto si attacca chi, nei fatti, si occupa davvero di indicare quale è e deve essere la solidarietà operaia internazionale, la lotta al capitale multinazionale.

Al compagno Enriquez, al Che, alle migliaia di eroi proletari senza nome vanno dedicati «meno fiori e più opere di bene».

 

Collettivi politici operai di Milano

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 11 – ottobre 1974

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