Ristrutturazione e composizione di classe

Ristrutturazione e composizione di classe

 

Isolare l’iniziativa dei padroni rispetto al processo di ristrutturazione che interessa l’attuale congiuntura politica non è facile. Primo perché i tempi e i modi con cui questa iniziativa procede sono strettamente dipendenti dal grado di resistenza e di organizzazione dell’attacco che la classe operaia ha mantenuto dentro la crisi.

Secondo perché la possibilità della riuscita dell’attacco dei padroni coincide con la capacità sindacale di controllare i movimenti e i comportamenti di classe.

È possibile tuttavia individuare alcuni passaggi fondamentali entro cui il processo di ristrutturazione si articola.

Anche perché oggi abbiamo di fronte a noi il dispiegarsi dell’attacco padronale nel luogo di produzione, attraverso l’uso massiccio della cassa integrazione.

Sarebbe un errore però fermarsi a considerare la clamorosità di questo momento, che peraltro coinvolge livelli istituzionali che non devono essere sottovalutati, senza vederlo come la fase culminante di un processo che è iniziato da tempo e che intende andare alle radici del sistema stesso di accumulazione capitalistica. E senza valutare in tutta la sua importanza il fatto che questo è un estremo tentativo, in cui i padroni sono disposti a mettere in gioco una crisi economica di notevoli proporzioni, e con cui il capitale si accinge a percorrere l’attacco diretto alla classe operaia proprio nel luogo di produzione.

Ciò che è in gioco è ormai la quantità di cose che i padroni imporranno e, di riscontro, la quantità di organizzazione che gli operai riusciranno a mantenere sui contenuti delle lotte di questi anni.

I padroni hanno dato il via alla crisi con il ristagno programmato di quei settori produttivi su cui è cresciuta l’avanguardia di massa della classe operaia italiana, che assieme allo sciopero degli investimenti e all’uso dell’inflazione ha contribuito a portare avanti l’erosione del salario operaio, e quindi ha tentato d’intaccare la forza con qui stata in questi anni di lotte. A questo si sostituisce ora un attacco diretto, attraverso il ricatto del posto di lavoro, che mira a piegare su posizioni di difesa la classe operaia, pronta a subire la scomposizione degli elementi su cui aveva misurato la propria forza.

Scomposizione dell’operaio-massa e ristrutturazione sono in realtà la stessa cosa. Ristrutturazione per scomporre questa figura di operaio che ha intaccato i margini di profitto, mettendo in crisi lo stesso modo di produzione. Scomposizione di questa figura operaia per rendere possibile la continuità del sistema capitalistico.

Con la scelta dell’attacco diretto alla classe operaia a cui i padroni hanno dato inizio, è chiaro che sono disposti a mettere in cri si anche la produzione.

La crisi è a questo punto crisi economica, e viene presentata con durezza. Certo la bilancia dei pagamenti è sempre più in deficit, il bisogno dei prestiti dall’estero è sempre più urgente, anche se gli indici dell’attività industriale tra il ’73 e il ’74 sono aumentati (dal gennaio-luglio ’73 al gennaio-luglio ’74 la produzione nel settore chimico è aumenta del 9,7%, nella metallurgia del 20,4%, nella meccanica del 22,2%). Sono proprio i padroni a ”decidere” di mandare in crisi alcuni settori (vedi il settore dell’auto) per avere la possibilità di ristrutturare le condizioni che avevano permesso durante tutti gli anni ’60 lo sviluppo economico, e pure le lotte operaie.

La crisi di questi settori, in cui per massificare la produzione è stato necessario massificare la forza-lavoro, dovrebbe servire a scomporre questa figura operaia massificata, dovrebbe essere lo strumento per riarticolare la flessibilità del lavoro, per riportare gli operai all’ordine della produzione, per eliminare dal sistema produttivo quegli elementi che hanno permesso l’emergere e la continuità delle lotte.

Questo tipo di composizione di classe, per la borghesia, deve ristrutturare il rifiuto del lavoro che porta con sé.

Non c’è solo diversità, all’interno del processo di ristrutturazione, tra settore e settore, ma anche tra area produttiva e area produttiva.

La risposta dei padroni infatti è diversa, perché è risposta all’usura politica che ogni assetto produttivo e territoriale presenta. Non si tratta di scegliere tra la concentrazione o il decentramento come sistema di produzione, ma piuttosto di rispondere all’uno e all’altro a seconda dell’uso operaio che è stato fatto di un sistema di produzione accentrato o diffuso.

Per quanto riguarda il ciclo dell’auto possiamo cogliere la tendenza delle ristrutturazioni come: 1) spostamento all’estero (paesi in via di sviluppo, paesi so******ti) di una serie di lavorazioni; 2) decentramento produttivo e, per quanto è possibile, sostituzione del lavoro a catena con l’introduzione di polmoni, isole (vedi ad esempio la fabbrica Fiat di Cassino in cui si può notare però che le innovazioni nel ciclo lavorativo vengono introdotte solo e quando questo è stato intaccato dalle lotte; 3) adeguamento ai programmi di riforme sociali (produzione di trasporti pubblici ecc.).

Per il ciclo chimico invece il discorso è diverso: il problema dei padroni è tout court di comando alla figura operaia ridotta a pura funzione passiva di controllo, pura appendice del processo produttivo, a non-lavoro nelle 8 ore della giornata lavorativa. È quindi un problema di comando-controllo del capitale sull’operaio, che passa attraverso l’organizzazione del lavoro, poiché la ristrutturazione è già tutta nel macchinario. La riorganizzazione che deve passare è quella delle funzioni di controllo-direzione sulla classe, e la loro razionalizzazione consiste più che altro nella sostituzione dei capi fascisti con capi più democratici.

La ristrutturazione oggi è solo in parte questione di salto tecnologico: la repressione tecnologica è oggi tutta all’interno della modificazione della composizione tecnica e politica della classe operaia. Questa è ancora una volta la via d’uscita a lungo termine dalla crisi. E i padroni sanno che non possono compiere questo passaggio attraverso un ulteriore salto tecnologico che muti radicalmente il rapporto tra le forze produttive.          

Qualsiasi trasformazione del capitale fisso non può avvenire in presenza dell’attuale composizione di classe.

Il capitale ha bisogno di garantirsi in primo luogo un controllo sui comportamenti politici di classe.

Una modificazione dell’organizzazione del lavoro che rompa materialmente la figura dell’operaio di linea, vorrebbe dire eliminazione della linea stessa. Allora l’introduzione di modificazioni nel processo lavorativo, quali esperimenti di linea flusso o di isole, sono da considerare come momenti tattici, che si riflettono anche in maggior spazio dato all’applicazione dell’inquadramento unico, come nuova professionalità del lavoro.

È questa la premessa fondamentale ad una modificazione dell’organizzazione del lavoro, alla nuova ”qualità” del lavoro richiesta, che implica la partecipazione del sindacato per quanto riguarda la mistificazione di una ricomposizione operaia sulla professionalità. Questo assetto ha la funzione di legare uno strato di classe operaia al lavoro, costruendo la base della spaccatura della precedente forza strutturale; aprendo lo spazio all’attacco padronale.

In questo contesto l’uso della cassa integrazione appare chiaro: è il ricatto sulla flessibilità del lavoro, il tentativo di legare l’operaio al posto di lavoro per la sua sopravvivenza e ricreare la sua affezione al lavoro ed allo sviluppo del capitale rigenerando il potere del padrone per un piano di ristrutturazione più ampio e complesso.

 

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 2 – n. 11 – ottobre 1974

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